Il 125esimo anniversario del massacro di Wounded Knee

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Nel 1940, James H. McGregor fu uno dei primi scrittori indiani ad analizzare e indagare quanto accaduto a Wounded Knee alla banda di sioux lakota del capo Piede Grosso. McGregor diede una interpretazione di quanto accaduto dal punto di vista degli indiani, smentendo la tesi del governo americano che aveva subito parlato di “rivolta”, poi di “battaglia”. Oggi tutti concordano che si trattò semplicemente di un “massacro”. Ecco il suo resoconto, condensato e adattato.

Il massacro di Wounded Knee: la fossa comune

Il massacro di Wounded Knee avvenne il 29 dicembre 1890, nella riserva di Pine Ridge a circa 17 miglia dall’Agenzia Indiana. È spesso definito dai bianchi l’ultima rivolta degli indiani sioux; ma, per quanto sia l’ultimo atto con una parvenza di resistenza militare, non è certo l’ultima iniziativa di difesa e reazione di questo popolo. Forse non esiste razza così fortemente incompresa come gli indiani d’America, e anche se sono nativi del nostro Paese, sappiamo più cose degli ottentotti africani che di loro, in particolare dei sioux.
Per far meglio capire al lettore l’ingiustizia e la tremenda sofferenza che gli indiani hanno patito per mano del governo a Wounded Knee – e in tante altre occasioni – può essere interessante un’opinione non prevenuta, com’è invece quella dei bianchi.
La civiltà sioux ha una spiritualità molto più alta di quella dei bianchi; anche di quelli che vivono vicini agli indiani, in quanto ci sono pochi contatti tra le riserve indiane e l’ambiente esterno. La mancanza di scambi sociali è dovuta principalmente a pregiudizi di ordine razziale che nemmeno la caratteristica ospitalità dei bianchi è riuscita ad abbattere. È anche vero che esistono usi e costumi che contribuiscono a mantenere le distanze tra i due gruppi. Per esempio, i bianchi ballano per piacere e divertimento, mentre per gli indiani la danza ha un profondo significato religioso. I bianchi pregano per una ottenere una benedizione spirituale e il perdono dei peccati, mentre gli indiani lo fanno per avere un aiuto materiale e il potere di sconfiggere il nemico. I bianchi vanno a lavorare per guadagnare soldi, gli indiani (di oggi) lavorano per la loro sopravvivenza.
Queste visioni completamente diverse sono la causa naturale della distanza tra i due; i nativi sono troppo orgogliosi e non abbastanza convinti della superiorità della civiltà bianca per esserle socialmente riconoscenti; e i bianchi che vivono vicino alle riserve amano permettere ai sioux di continuare a essere sé stessi, convinti che sia loro dovere assumersi la responsabilità del loro progresso spirituale e del loro benessere.
Le transazioni economiche sono l’unico contatto che esiste attualmente tra i bianchi e le riserve, essendoci chiese separate, scuole separate, cerimonie separate, danze separate e centri di comunità differenti. Un piccolo numero di sioux purosangue frequenta scuole pubbliche, dove non c’è nessun pregiudizio o distinzione da parte di dirigenti e insegnanti, mentre lo stesso non si può dire per la popolazione studentesca. Se molti studenti indiani patiscono questa situazione, è anche vero che di tanto in tanto svettano individui – solitamente di sangue misto – dal carattere eccezionale e dalle personalità magnetiche che permettono loro di superare le barriere, spesso ricevendo onori e riconoscimenti.
In quanto a purezza nei costumi sessuali, la primigenia civiltà sioux è favorevolmente paragonata a quella delle classi superiori dei bianchi, ma lo stretto contatto e la mescolanza con la mediocre popolazione che viveva attorno alla riserva ai tempi della frontiera ha avuto un effetto negativo sulla generazione più giovane.
Politicamente i problemi della popolazione sioux sono molto evidenti, ed è in questo campo che gli indiani oggi si battono per la parità di diritti. Essi lamentano che ogni due anni, all’apice della campagna elettorale, entrambi i partiti politici manifestano grande interesse per la gente sioux e il suo benessere, ma passate le elezioni l’interesse scompare. Malgrado ciò, molti indiani si impegnano in un partito politico a fondo quanto i bianchi. Queste persone votano scegliendo con coerenza, ma durante la campagna non esitano a credere anche alle promesse del partito avversario. Sono particolarmente leali a un leader politico che si è mostrato corretto nei loro confronti, e nessuno può dissuaderli dal votare per chi considerano un amico. Poco tempo fa un’anziana donna indiana, incapace di leggere e scrivere l’inglese, si presentò al seggio dichiarando di essere venuta per votare il senatore Norbeck, e quando la informarono che quel nome non era presente tra i candidati se ne andò disgustata senza votare.
Alle persone non avvezze ai sioux e desiderose di visitare la riserva, si consiglia molta cautela nel giudicare l’intelligenza di un indiano o il suo ruolo nella comunità soltanto dall’aspetto o dalle sue azioni, ché un indiano puro, alla presenza di uno straniero, potrebbe starsene sul suo cavallo a fissare il vuoto come se non avesse alcun interesse per quanto lo circonda. In realtà ti ha minuziosamente analizzato, facendosi probabilmente un’idea precisa di quale sia la tua condizione sociale e cosa tu faccia nella vita. Occhio acuto, mente allerta, orecchio fino, lingua silenziosa, gli permettono di capire rapidamente la realtà circostante, un dono che tra gli altri ha reso i sioux eccellenti cacciatori e grandi soldati.
Chi conosce intimamente i sioux confermerà che sono intellettualmente e fisicamente superiori a molte altre tribù, ma per l’uomo qualunque essi sono soltanto indiani. Stranamente gli ufficiali dell’esercito, ai primi contatti con gli indiani sioux, non hanno percepito questa superiorità; ed è ancora più strano che il governo non abbia inviato insegnanti di scuola al posto di proiettili e polvere da sparo. Invece i missionari, arrivati prima dei soldati, avevano subito compreso come i sioux avessero molte eccellenti qualità e ideali elevati. Se lo avessero capito anche i militari, la storia avrebbe preso un’altra piega, e il governo avrebbe potuto risparmiarsi la vergogna che ancora lo ricopre per l’ingiusto trattamento che dedicò ai nativi americani. Va detto, a merito degli ufficiali dell’esercito, che in seguito compresero il valore della civiltà indiana e divennero veri amici dei loro esponenti, che spesso andavano a visitare anche dopo la pensione. Il generale Miles e il generale Scott sono due nobili esempi di questa categoria.
Le prime impressioni sono le più radicate, e siccome i bianchi fecero la loro conoscenza degli indiani attraverso i racconti e le osservazioni dei soldati, si fecero idee sbagliate. Molti militari ebbero il primo approccio con i nativi incontrando le tribù del sud-ovest: essendo costoro meno intelligenti dei sioux e con usi e costumi parecchio differenti, agli ufficiali che furono poi mandati al nord mancarono di conseguenza gli strumenti per trattare saggiamente e diplomaticamente con i dignitosi sioux.
Mentre a quei tempi gli ufficiali dell’esercito erano gentlemen disciplinati, ben educati e raffinati, la media degli arruolati di mezzo secolo fa (la seconda generazione dei primi immigrati) non erano affatto individui dalla levatura morale molto elevata… almeno dal punto di vista degli indiani, uomini con un fortissimo senso della giustizia.
Si può immaginare assai bene quale fosse la condotta di questi soldati negli avamposti del Far West, lontano miglia e miglia dall’influenza della chiesa, dalle case e dalle loro donne. Gli indiani raccontano che per costoro i normali argomenti di conversazione erano il gioco d’azzardo, il bere e le donne di malaffare.
Deve essere stato sconvolgente, per i sioux, sentire come quei visi pallidi usavano il nome del Grande Spirito per scherzo o facevano conversazioni oscene in pubblico.
I sioux hanno dimostrato molta attitudine all’autogoverno, e prima che questo diritto fosse loro tolto e assegnato agli Stati Uniti, la condotta generale della tribù era stata ammirevole. Se il potere di far rispettare la legge fosse riassegnato a loro, escludendo l’interferenza dei bianchi, ci sarebbero senz’altro molte riforme positive.
Dopo soli pochi anni di supervisione, il governo concesse ai filippini grande spazio per mantenere la legge e l’ordine; la nazione sioux, nonostante abbia avuto una gestione della sua cultura abbastanza autonoma per molte generazioni, e custodita ancora con molto zelo, la ha affidata nelle mani delle autorità dei bianchi, che la violano assai più spesso degli autoctoni che cercano di civilizzare.
Nonostante non sia vero – come molti credono – che gli indiani odino tutte le persone bianche, si tratta di una reazione “naturale”, dal momento che il governo ha delegato pochissimo potere di autodeterminazione ai sioux. Ovvio, quindi, che gli indiani non concedano una collaborazione “col cuore in mano” ai bianchi… Se gli venissero date responsabilità legislative, farebbero molta attenzione sia a prevenire sia a reprimere i crimini, e avrebbero tutto l’interesse ad alimentare uno spirito di osservanza alle regole dei bianchi.
Si può solo immaginare lo stupore dell’indiano nello scoprire la quantità di liquore intossicante consumato dagli ufficiali bianchi nella Riserva, ben più elevata di quella consumata da loro; eppure l’indiano viene arrestato e portato davanti al giudice federale per il possesso illegale di liquore, sanzionato e talvolta pure condannato alla prigione, mentre l’ufficiale bianco con “l’alito al whiskey” lascia l’aula del tribunale (un luogo sacro, dicono i bianchi ai nativi) a testa alta con aria soddisfatta, sapendo che la sua “documentazione” assicurerà una condanna esemplare agli indiani.
Cosa faremmo io o voi se le condizioni fossero invertite? Senza dubbio arriveremmo alla conclusione che, avendo sofferto ingiustamente per le leggi dell’uomo bianco, non daremmo la minima collaborazione ai giudici, né informazioni per aiutarli. Fino a quando agli indiani non verranno assicurati pari diritti di fronte alla legge dell’uomo bianco, non potete pretendere molta collaborazione da parte nostra.
Il membro del Congresso Usher L. Burdick del North Dakota, in uno dei suoi libri sulla vita di frontiera dice: “Lo scopo di questa storia è di ritrarre alcuni dei molti stupendi caratteri delle donne sioux del West. Nessun’altra razza ha un amore più profondo per i familiari, e nella descrizione di questo particolare attributo le donne sioux sono supreme”.
I sioux hanno praticato per generazioni riforme che la gente bianca ha adottato solo recentemente. La negatività della punizione corporale a casa come a scuola è stata riconosciuta dai nostri educatori “progressisti” solo qualche anno fa, ma i sioux sapevano dell’errore di tale pratica prima che Colombo scoprisse l’America. Discutendone recentemente con un gruppo di vecchi indiani, uno disse: “Amiamo i nostri bambini e frustiamo i cavalli, sembra che i visi pallidi amino i loro cavalli e frustino i loro bambini”. I genitori indiani si approcciano all’argomento dalla giusta angolazione, in quanto cercano di esigere obbedienza e rispetto dai loro figli insegnandogli che il rispetto e la riverenza sono dovuti come risposta all’amore e ai sacrifici che sono stati fatti per loro.
I legami famigliari sono molto forti, tra i sioux; si fatica a trovare qualcosa di sbagliato nella condotta di un parente stretto, e nessun sacrificio è troppo grande per i propri figli. Le madri hanno imparato a vendere il “loro migliore letto o perfino gli utensili della cucina” in modo da guadagnare il denaro per mandare i figli in scuole lontane da casa.
La razza bianca ha imparato solo recentemente che le donne sono intelligenti a sufficienza per avere diritto di voto, ma ci sono tribù che consentono alle proprie donne di prendere parte ai consigli e parlare e votare da oltre 200 anni. Un indiano ha spiegato che molto tempo fa essi hanno imparato che “alcune donne sono più sagge di alcuni uomini”. E siccome è la donna a dare alla luce il capo della tribù, ne consegue che ella deve essere saggia almeno quanto un capo.
Agli indiani non deve essere ricordato di sfamare gli affamati, di vestire i poveri o di dare rifugio a chi ne ha bisogno: lo fanno istintivamente, sinceramente e con piacere. Visitano i malati e gli afflitti e sono molto comprensivi verso quelli che soffrono disgrazie o disastri.
Solamente durante l’ultima generazione la gente bianca e il governo degli Stati Uniti hanno compreso che è necessario conservare l’ambiente naturale; ma gli indiani, se ripercorriamo la loro storia, hanno ucciso soltanto ciò che serviva per nutrirsi, mentre il cacciatore bianco uccide per il meschino piacere di distruggere la vita.
Il valore e il carattere di una razza può essere giudicato dalle azioni dei soldati in prima fila nella battaglia, e in ciò i sioux hanno pochi eguali. In difesa della sua causa persa, il popolo sioux ha affrontato la morte coraggiosamente e ancora oggi, nonostante tutto, nella seconda guerra mondiale ha combattuto a fianco del suo fratello bianco.
Chauncey Eagle Horn, un sioux rosebud, sul campo di battaglia francese ebbe la gamba ferita da un proiettile, e come vide il suo sangue sgorgare e la sua vita scivolare via, disse in lingua sioux a un compagno, Herbert Omaha Boy, anch’egli ferito: “Di’ alla mia gente che non ho avuto paura di morire per il mio Paese”.
Il morale dei sioux era a terra quando Cato Sells venne nominato commissario degli Indian Affairs. Era un amministratore molto energico, ed essendo un uomo del West e sapendo che gli indiani sono pastori naturali, decise che l’industria del bestiame presentava una grande opportunità per loro. Presto il bestiame dalla “faccia bianca” (la razza herefords) iniziò ad arrivare nelle riserve sioux a centinaia di capi e gli indiani erano felici. Poi arrivò la siccità, le leggi cambiarono e le mandrie diminuirono rapidamente.
I sioux furono molto incoraggiati da un governo più liberale, iniziato con l’amministrazione del governatore John Burke (1913) fino alla nuova gestione nel Bureau of Indian Affairs di Rhoads e Scattergood. Quando il nuovo commissiario del BIA per le riserve di Pine Ridge e Rosebud, John Collier, assunse la carica, la sua reputazione di amico e difensore gli indiani aumentò le speranze di libertà e nuove riforme. Egli elaborò chiaramente i propri progetti in funzione dei bisogni della gente e iniziò presto a metterli in atto. Grazie ai suoi sforzi fu introdotta nel loro codice la legge Wheeler-Howard. Il signor Collier la portò personalmente agli indiani e la sottopose alle varie tribù per l’approvazione o il rifiuto. Molti di loro la accettarono per intero o in parte, felici di aumentare la propria autonomia di governo. Tuttavia, alcuni si stavano in qualche modo scoraggiando, per il fatto che alcuni alti funzionari non sembravano voler seguire le proposte di autodeterminazione di Collier. Queste influenze negative furono gradualmente ridimensionate con l’arrivo di funzionari più rispettosi verso gli indiani e più disposti ad aiutare l’impegno di Collier a dare maggiore libertà a questa razza virile. Nella riserva di Rosebud, dove gli abitanti hanno una vita più ricca, si stanno facendo progressi lodevoli e gli abitanti sono soddisfatti. Questa è la prova convincente che ciò di cui hanno bisogno i sioux per una condizione migliore è l’autonomia di governo. Quando verrà loro accordata, dimostreranno nuovamente l’efficienza e il vigore di un tempo.
Il sovraintendente per la riserva di Rosebud, Claud A. Whitlock, è amministratore gentile e comprensivo, ed è un amico degli indiani, che siano bambini o adulti.
Al giorno d’oggi, però, i giornali, gli scrittori e i film spesso li dipingono come una razza infida e subdola, priva degli alti principi delle persone onorevoli.
Queste misere bugie aiutano a condizionare il pubblico, già privo di vere informazioni sul valore della nostra civiltà, convinti che agli indiani manchino le qualità più raffinate possedute dalle altre razze. È lecito pensare che ci sia un piano malvagio studiato per screditare gli indiani, e infatti il pubblico crede che queste popolazioni abbiano i “tratti incivili” e i vizi esagerati inventati dalla pubblicistica.
I nostri veri amici dovrebbero fare uno sforzo non solo per scoraggiare ma anche per cancellare questa degradante diffamazione di una nobile razza: gli indiani sioux.Il massacro di Wounded Knee: il torrente

29 dicembre 1890: il massacro di Wounded Knee

La notizia dell’uccisione di Toro Seduto si diffuse nelle grandi pianure con la velocità del lampo ed arrivò anche, com’era logico, fino alla banda dei sioux minneconjou di Piede Grosso (Si Tanka, 1825-1890).
Appena il capo apprese la notizia, sentì a tal punto l’imminenza del pericolo che preferì decidere lo smantellamento del campo e la partenza della sua gente (120 uomini e 230 tra donne e bambini) verso l’Agenzia di Pine Ridge, nella speranza di potersi mettere sotto la protezione di Nuvola Rossa.
Durante il viaggio Piede Grosso si ammalò di polmonite e quando iniziarono le emorragie dovette viaggiare disteso su un carro. Il 28 dicembre, mentre si stavano avvicinando al torrente Porcupine, i minneconjou avvistarono quattro squadroni di cavalleria che si avvicinavano al galoppo. Piede Grosso ordinò che venisse issata immediatamente una bandiera bianca sul suo carro. Erano circa le due del pomeriggio quando uscì da sotto le coperte per porgere il benvenuto al maggiore Samuel Whitside, del 7° cavalleria. Le coperte di Piede Grosso erano intrise di sangue uscito dai suoi polmoni ed egli, con voce fioca, riuscì appena a mormorare qualcosa al maggiore Whitside. A conferire maggiore drammaticità al momento, gli scesero dal naso gocce rosse che si congelarono istantaneamente per via del freddo intenso.

Il massacro di Wounded Knee: 7th Cavalry at Wounded Knee

Whitside disse a Piede Grosso che aveva l’ordine di condurlo in un accampamento della cavalleria sul torrente Wounded Knee. Il nome era in realtà Cankpe Opi Wakpala, che stava a significare “il torrente dove il ragazzo si ferì ad un ginocchio”. Il capo minneconjou rispose che stavano proprio recandosi in quella direzione; sostenne con acuta lucidità che, per motivi di sicurezza, stava conducendo il suo popolo all’Agenzia di Pine Ridge.
Il maggiore Whitside si rivolse alla guida meticcia John Shanyreau e gli ordinò di cominciare a disarmare la banda di Piede Grosso. “Badate, maggiore”, rispose Shanyreau, “che se lo fate è probabile che vi sia un combattimento, qui; e se vi sarà, finirete per uccidere tutte queste donne e questi bambini, e gli uomini fuggiranno comunque”.
Whitside insistette, controbattendo che i suoi ordini erano di catturare gli indiani di Piede Grosso, disarmarli e privarli delle cavalcature. “Faremmo meglio a scortarli all’accampamento e poi togliere loro i cavalli e i fucili”, replicò allora Shanyreau. “Va bene”, acconsentì infine Whitside. “Dite a Piede Grosso di dirigersi pure verso l’accampamento di Wounded Knee”.
Il maggiore si impietosì guardando le sofferenze del capo malato, quindi ordinò di far avanzare il carro-ambulanza militare. L’ambulanza sarebbe stata più calda e confortevole, Piede Grosso avrebbe compiuto un viaggio più comodo che sul suo carro traballante e senza balestre.
Trasferito il capo sull’ambulanza, Whitside dispose che venisse formata una colonna per la marcia verso il torrente Wounded Knee. In testa furono messi due squadroni di cavalleria, seguiti dall’ambulanza e dal resto dei carri, dietro di essi gli indiani riuniti in un gruppo compatto e in coda altri due squadroni di cavalleria dotati di una batteria composta da due cannoni Hotchkiss. Era ormai quasi buio quando la lenta colonna giunse sull’ultima altura e cominciò a scendere il pendio verso Chankpe Opi Wakpala, il rio chiamato Wounded Knee dai bianchi. Nell’accampamento della cavalleria, approntato sulla sponda del torrente, gli indiani furono fatti fermare e contati accuratamente. Vi erano 120 uomini e 230 fra donne e bambini. A causa della crescente oscurità, il maggiore Whitside decise che era il caso di attendere il mattino successivo per disarmare i suoi “prigionieri”. Agli indiani venne assegnata un’area a sud per accamparsi, nelle immediate vicinanze del campo militare, vennero distribuite loro un po’ di razioni e poiché scarseggiavano persino i rivestimenti dei tepee, gli fornirono diverse tende. Whitside ordinò che venisse messa una stufa nella tenda di Piede Grosso e mandò un chirurgo del reggimento a curare il capo malato. Per essere sicuro che nessuno dei prigionieri fuggisse, il maggiore mise di guardia due squadroni di cavalleria che circondarono i tepee dei sioux e poi piazzò i suoi due cannoni Hotchkiss in cima a un’altura dominante l’accampamento.
ll colonnello James W. Forsyth, comandante dell’ex reggimento di Custer, assunse il comando delle operazioni. Informò subito Whitside che aveva ricevuto l’ordine di mettere la banda di Piede Grosso su un treno della Union Pacific per portarla in una prigione militare di Omaha. Dopo aver piazzato sul pendio altri due cannoni Hotchkiss accanto agli altri, Forsyth e i suoi ufficiali si accinsero a trascorrere la notte con l’aiuto di un barilotto di whisky per festeggiare la “cattura” di Piede Grosso.
Il capo giaceva nella sua tenda, troppo ammalato per dormire; riusciva a malapena a respirare.

Il massacro di Wounded Knee: Chief big foot

Dopo una terribile notte di freddo gelido spuntò il sole. Era il 29 dicembre 1890. “Il mattino seguente sentii uno squillo di tromba”, narrò Wasumaza, uno dei guerrieri di Piede Grosso che alcuni anni dopo cambiò il suo nome in Dewey Beard. “Poi vidi i soldati che montavano a cavallo e ci circondavano. Fu annunciato che tutti gli uomini dovevano venire al centro del campo per ascoltare dei comunicati e che dopo sarebbero dovuti andare nell’agenzia di Pine Ridge. Piede Grosso fu portato fuori dal suo tepee e sedette davanti alla sua tenda, gli uomini più anziani si riunirono intorno a lui e gli si sedettero accanto, al centro.”
Dopo aver distribuito le gallette per la colazione, il colonnello Forsyth informò gli indiani che ora dovevano essere disarmati. “Chiesero i fucili e le armi”, disse Lancia Bianca, “così tutti noi consegnammo i fucili ponendoli in un mucchio al centro.”
I guerrieri non erano assolutamente contenti delle decisioni dei soldati e men che meno erano convinti di doversi privare delle armi. Perciò consegnarono solo alcuni vecchi catenacci, armi rotte o inutilizzabili, di fronte alle quali il colonnello Forsyth perse la pazienza e mandò alcuni soldati a perquisire i tepee.

Il massacro di Wounded Knee: il campo di battaglia
“Entrarono nelle tende e ne uscirono con fagotti e li strapparono per aprirli”, disse Cane Capo. “Presero le scuri, i coltelli e i pali delle tende e li ammonticchiarono vicino ai fucili”.
Non ancora soddisfatti, gli ufficiali ordinarono ai guerrieri di togliersi le coperte di dosso e di sottoporsi a una perquisizione. I soldati trovarono solo due fucili, uno dei quali era un Winchester nuovo che apparteneva a un giovane minneconjou di nome Coyote Nero. Questi sollevò il Winchester sopra la testa gridando che aveva pagato molto denaro per il fucile e che apparteneva a lui.
Alcuni anni dopo Dewey Beard ricordò che Coyote Nero era sordo. “Se lo avessero lasciato in pace, egli sarebbe andato a deporre il fucile nel posto indicato. Essi invece lo afferrarono e lo spinsero in direzione est. Egli non si preoccupò nemmeno allora. Il suo fucile non era puntato su nessuno. La sua intenzione era di mettere giù quel fucile. Essi si fecero avanti e afferrarono il fucile che egli si stava accingendo a deporre. Lo avevano appena circondato quando si udì uno sparo abbastanza forte. Non saprei dire se qualcuno fu colpito, ma dopo quel colpo ci fu un gran fracasso”.
“Quel rumore assomigliava molto più al suono della tela strappata”, disse Penna Frusta.
Colui Che Teme il Nemico lo descrisse come lo “scoppio di un fulmine”.
Falco Rotante disse che Coyote Nero “era un pazzo, un giovane che aveva una cattiva influenza sugli altri e in realtà era una nullità”. Disse che Coyote Nero sparò col suo fucile e “immediatamente i soldati risposero al fuoco e ne seguì un massacro indiscriminato”.
All’inizio del tumulto, il fuoco delle carabine era assordante e l’aria era satura di fumo.
Tra i moribondi che giacevano accasciati sulla terra gelata c’era Piede Grosso. Il fragore delle armi cessò per un alcuni istanti mentre indiani e soldati combattevano corpo a corpo usando coltelli, mazze e pistole.
Poiché solo pochi indiani erano armati, dovettero presto fuggire, e allora i cannoncini Hotchkiss piazzati sulla collina aprirono il fuoco su di loro, falciando l’accampamento, facendo a pezzi i tepee, massacrando uomini, donne e bambini. “Cercammo di fuggire”, disse Louise Orsa Astuta, “ma ci sparavano addosso come se fossimo bisonti. Io so che vi sono alcune persone bianche buone, ma i soldati che spararono sui bambini e sulle donne furono infami. I guerrieri indiani non avrebbero fatto una cosa simile ai bambini bianchi”.
“Corsi via da quel luogo e seguii quelli che stavano scappando”, disse Hakiktawn, un’altra giovane donna. “Mio nonno, mia nonna e mio fratello furono uccisi quando attraversammo la gola, poi una pallottola mi trapassò il fianco destro, poi anche il polso destro, lì mi fermai perché non ero in grado di camminare, dopo il soldato mi raccolse e si avvicinò una ragazzina che si nascose sotto la coperta”.

Il massacro di Wounded Knee: Cartello-Wounded-Knee

Quando finì l’esplosione di follia, Piede Grosso e più della metà della sua gente erano morti o erano gravemente feriti; i morti accertati furono 153, ma molti dei feriti si allontanarono strisciando e morirono in seguito. Secondo una valutazione, dei 350 inneconjou che si trovavano lì i morti, fra uomini, donne e bambini, furono quasi 300. Tra i soldati vi furono venticinque morti e trentanove feriti, per la maggior parte colpiti dalle loro stesse pallottole. Dopo che i cavalleggeri feriti furono mandati all’agenzia di Pine Ridge, un nuovo distaccamento di militari tornò sul “campo di battaglia” di Wounded Knee, raccolse gli indiani ancora vivi e li caricò sui carri. Poiché appariva chiaro che prima di sera si sarebbe scatenata una tempesta di neve, gli indiani morti furono lasciati là dove erano caduti (dopo la tempesta di neve, quando un gruppo di affossatori tornò a Wounded Knee, trovò i corpi, compreso quello di Piede Grosso, congelati in posizioni grottesche).
I carri carichi di sioux feriti – 4 uomini e 47 tra donne e bambini – raggiunsero Pine Ridge quando era già notte. Poiché tutte le baracche disponibili erano già occupate dai soldati, gli indiani furono lasciati sui carri scoperti, esposti al freddo intenso. Infine fu aperta la chiesa da cui vennero tolte le panche e il pavimento venne ricoperto con uno strato di paglia.
Era il quarto giorno dopo Natale dell’Anno del Signore 1890. Quando i primi corpi straziati e sanguinanti furono portati nella chiesa illuminata dalle candele, quelli che non avevano perso conoscenza poterono vedere gli addobbi natalizi che pendevano dalle travi del soffitto e leggere una scritta:
“Pace in terra agli uomini di buona volontà”.

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