Ainu

Appunti su un popolo minoritario quasi sconosciuto. Meno di quindicimila “bianchi” sopravvivono nell’isola di Hokkaido, in lotta contro il governo di Tokio. Nel civilissimo Giappone, un milione e mezzo di “fuori-casta”.

All’inizio dell’epoca Meiji (1868- 1912) in Giappone viene distrutto l’antico sistema feudale Tokugawa (1600-1868). II paese si modernizza: si importano modelli e tecnologie occidentali, si adotta una nuova costitu­zione, si rimodella in versione nipponica il sistema parlamentare inglese. Nel 1871 è proclamato l’editto di emancipazione che decreta l’abolizio­ne di ogni forma di schiavismo e di discriminazione.
Un secolo dopo, nel 1946, è promulgata la nuova Costitu­zione; l’articolo 14 sancisce: “Tutti i giapponesi sono uguali di fronte alla legge e non possono essere discrimi­nati nella vita politica, economica e sociale quale sia la razza, la religio­ne, il sesso e lo stato sociale di ap­partenenza”. Eppure, in Giappone esistono ugualmente diversi gruppi minoritari verso i quali la maggioran­za esprime pregiudizi e discrimina­zioni.

I Burakumin

Gli Eta, o Burakumin, assommano a 1.119.278 individui presenti in 4314 centri del Giappone. La discriminazone nei loro confronti ha origine con il consolidamento del moderno sistema feudale e con la divisione della società in quattro classi: guer­rieri (samurai), artigiani, commer­cianti, e contadini.
I  milioni di “fuori-casta” vengono ghettizzati in una quinta classe emar­ginata (XVI see.); vi appartengono “i discendenti dei primi nativi del Giap­pone, una popolazione primitiva e sottosviluppata”, i prigionieri di guerra catturati tra le truppe che ave­vano invaso il Giappone dalla peni­sola Coreana ed i loro discendenti, gli schiavi ed i contadini impoveriti, le famiglie di conciatori e macellai. Ancora oggi i Burakumin vengono discriminati nelle assunzioni, nel con­trarre matrimonio, nell’assegnazione degli alloggi.
Il Buraku Kaiho Kenkyusho (Buraku Liberation Institute), ad Osaka, è il gruppo di riferimento di questa mi­noranza.

Gli Ibakscia e gli Ainoko

Gli Ibakscia sono 370.000 individui in Giappone e 100.000 in Corea. Si tratta delle vittime dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Naga­saki, e degli eredi genetici delle ra­diazioni. Enormi pregiudizi popolari dipingono gli Ibakscia come mostri che partoriranno mostri, portatori di malattie e di disgrazia. Tutto ciò naturalmente non è avallato dagli studi scientifici.

Gli Ainoko sono i discendenti di sangue misto (caso tipico è quello dei figli nati da madri giapponesi e padri G.I.s. americani nel periodo d’occu­pazione dopo la guerra), e gli stra­nieri meno desiderabili, come Corea­ni e Cinesi, la popolazione di Oki­nawa.

Gli Ainu

Sono 15.000-20.000 gli aborigeni di Hokkaido, diversi dal resto della popolazione giapponese per la “pelosità” più abbondante che in qualsiasi altro tipo umano, le connessioni europoidi, e molti tratti di morfologia arcaica, in certi casi “australeggianti” (Biasutti, Popoli e razze). Dopo secoli di sterminio dell’antico popolo dell’Ainu Moshiri, esteso dalla Siberia al Nord Honsu, non rimane che la “minoranza” censita di 15.000 individui.

Il nostro viaggio tra le minoranze in Giappone inizia da Hokkaido; l’Ainu Culture Association di Shizunai organizza ogni anno un campo di lavoro per ricostruire un kotan (villaggio tradizionale Ainu). Durante i mesi caldi si vive nella foresta, si taglia il legname necessario per l’ossatura delle capanne, si raccolgono erbe selvatiche e radici, si studia, si balla con l’antico ritmo ainu davanti al fuoco, il kamui-fuchi (Madre Primordiale). Ci si ritrova ancora davanti al fuoco con i vecchi Ainu per la propiziazione delle energie della Natura (Kamui-utari): Giapponesi ed Ainu rivivono insieme la profonda simbiosi con le energie della terra, l’antica libertà dell’uomo, la divisione del cibo offerto dalla Foresta.

L’antico villaggio Ainu (kotan) veniva costruito vicino ad un fiume (betsu) tra foreste (nitai) e paludi (nay), ai piedi della montagna (kim). Le montagne erano ricche di selvaggina, cervi, lepri, orsi che venivano cacciati con lance e frecce avvelenate. Si usavano anche trappole predisposte lungo i sentieri di caccia degli animali. Lungo le coste (ota), le donne ed i bimbi raccoglievano crostacei, alghe marine che venivano arpionate con lunghi uncini nei giorni di tempesta. Nell’oceano (apoy) gli uomini pescavano aringhe, merluzzi, salmoni, pesci spada ma anche leoni marini e balene.

L’ambiente naturale con la flora e la fauna veniva chiamato iwol, la Madre Terra che fornisce il cibo, il “luogo dell’energia”. Pasti giornalieri erano le zuppe di pesce, di alghe marine, di verdura selvatica (gli Ainu conoscevano un centinaio di piante commestibili); nelle feste si preparavano polente di miglio con le carni degli animali selvatici, prima fra tutte quella dell’orso ucciso ritualmente nella grande ricorrenza dello Yomonate.

“Dal leone marino (Otaria stellari Less.) gli Ainu estraevano olio che serviva loro per condire il riso… Come nutrimento vegetale si parla di riso e miglio. Quest’ultimo era l’unica pianta commestibile che veniva coltivata in Ezo (la terra dei Barbari-Hokkaido). Come i Cinesi e i Giapponesi, così pure gli Ainu non mangiano con la forchetta ma con due bastoncelli… Tutti gli Ainu che giungono a Matsumae, uomini donne e fanciulli, bevono il vino di riso… ma non si ubriacano… per la ragione che gli Ainu bevono quel vino dopo aver mangiato riso cotto con abbondanza di olio di leone marino… Quest’olio viene tutto a galla nel vino di riso e fa sì che i fumi del vino fermentato non salgano alla testa” (Le missioni cattoliche e l’isola di Ezo e gli Ainu, D. Schilling).

Gli Ainu non coltivavano il riso; piccoli appezzamenti vicino alla casa erano seminati a miglio, e lavorati con rudimentali attrezzi agricoli: corna di cervo e legni opportunamente ricurvi. Non più di una decina di capanne costituivano l’insediamento Ainu; unica eccezione, il popoloso Kotan lungo il fiume Salu (Hidaka) con 30-40 capanne. Il Kotan era autosufficiente: i collegamenti con gli altri villaggi erano rari e gli sconfinamenti in territori di caccia altrui venivano puniti con l’obbligo di restituzione delle prede.

La casa tradizionale era edificata con diverse qualità di legno (castagno, pino, abete) e ricoperta da un pesante tetto piramidale di intrecci di canne palustri e di kuma-sasa, l’erba dell’orso, che cresce abbondante nelle foreste di betulla. Aveva un solo stanzone centrale con il fuoco nel mezzo e un piccolo spazio divisorio tra l’esterno e lo stanzone per mitigare le differenze di temperatura. L’ingresso era orientato a sud e le finestre, molto ridotte, erano ricavate nella parete meridionale; la finestra ad est rappresenta il luogo simbolico d’incontro tra le energie delle offerte sacrificali e le energie richiamate degli Spiriti.

La bevanda sacra era un liquido denso fermentato di miglio con l’aggiunta di vino di riso, offerto sulle ikuba- shi (bacchette di libagione rituale) al Fuoco (kamui-fuchi). Decine di inao (bastoncini con la scorza ritorta in riccioli, simboliche trappole per catturare gli spiriti) recintavano uno spazio sacro, che nessuno doveva calpestare, subito sotto la “finestra degli spiriti”.

“In viaggio gli Ainu portano con sé quattro pali e due stuoie di giunchi. Si caricano tutto sulle spalle e prima del tramonto del sole ne ricavano una piccola capanna. Anche gli Ainu che si recano a Matsumae per commercio abitano in simili capanne durante il loro soggiorno in città. Le capanne sono erette in riva al mare”. “Gli abiti sono fatti parte di seta e parte di cotone, ornati di lavoro a trapunto e di pezzettini di stoffa pendenti qua e là. Gli uomini e le donne Ainu portano lunghe vesti, alcune aperte altre chiuse davanti… Fuori che nei mesi caldi, uomini e donne portano calzoni; nell’inverno indossano pelli di animale… Gli uomini Ainu si radono la metà anteriore del capo senza lasciare nemmeno una ciocca sulle tempie. Essi portano una barba lunga che arriva fino alla cintura… Gli abitanti di Ezo si bucano le orecchie e portano orecchini d’argento della grandezza di 8 o 9 sun giapponesi (dai 24 ai 27 cm). Quelli che non posseggono orecchini d’argento portano nei buchi delle orecchie pezzetti di seta… Le donne, invece di una catenella d’oro, recano un nastro di pallottole di vetro di diverso colore. All’estremità della cintura portano appesa sul davanti del corpo, sotto al petto, una piccola lastra d’argento della grandezza di uno specchio giapponese…”

Dai 12 ai 13 anni, il ragazzo Ainu riceve l’abito nuovo, gli viene cambiata la pettinatura, gli è permesso d’assistere alle celebrazioni, di partecipare con il padre alla caccia. Alle prime mestruazioni la ragazza inizia ad usare sottovesti ed indossa un abito speciale che ne indica lo stato di castità; inoltre cambia pettinatura. “Le donne Ainu si tingono le labbra di azzurro e si fanno, pure dello stesso colore, cinque o sei anelli alla giuntura delle mani.”

All’inizio del periodo fertile, alla ragazza Ainu venivano tatuate le labbra ed il dorso delle mani: con pietre affilate o piccole lame si incideva e si alzava la pelle che veniva energicamente frizionata con le ceneri coloranti della betulla. Il tatuaggio veniva ripetuto quando la donna raggiungeva il quarantesimo anno di età: si riteneva propiziatorio contro le irregolarità mestruali, la sterilità delle giovani, la salute fisica e psicologica delle donne adulte.

La relazione d’amore iniziava con lo scambio reciproco di piccoli doni, in genere legni intagliati e ricami. L’intera comunità assisteva al matrimonio, cerimonia che vedeva marito e moglie mangiare assieme dalla stessa coppa una porzione di riso davanti al fuoco sacro. La coppia andava a convivere con i genitori fino alla nascita dei primi figli: l’intera comunità si assumeva il lavoro e le spese per la nuova casa.

Nei kotan con molte donne, l’uomo spesso conviveva con le altre sorelle della moglie; analogamente, la donna conviveva con i fratelli del marito. Per evitare l’estinzione di una famiglia si ricorreva all’adozione.

“La vedova resta nella casa del marito o in quella dei parenti di lui senza che le sia consentito di contrarre un altro matrimonio o allontanarsi…” La donna che partoriva veniva adagiata sulle stuoie all’interno dello stanzone e le veniva massaggiato il ventre: due fasce appese al soffitto le servivano per aggrapparsi, spingere e facilitare il parto.

I cadaveri venivano esposti all’interno dell’abitazione vicino al fuoco; i vicini visitavano la salma e partecipavano al banchetto funebre. Il corpo era sepolto con gli oggetti personali più cari, ricoperto di terra: dalla parte della testa, sul tumulo, veniva eretta una stele; e chi partecipava all’inumazione doveva sottostare ad una purificazione. Nel caso della morte di una donna, veniva costruita una speciale capanna – riempita con gli oggetti cari della defunta – cui veniva dato fuoco.

“Gli Ainu adorano il sole e la luna perché essi si mostrano grandi benefattori degli uomini. Adorano anche divinità delle montagne e del mare e questo perché vivono continuamente in vicinanza dei monti e del mare. Credono sia la benignità degli dei che rende loro propizia la pesca e che procura legno per ardere e per costruire capanne. Essi non adorano né gli dei dello Shinto né quelli del Buddismo. Non hanno nemmeno degli idoli manufatti, si mostrano anzi avversi ad essi. Gli Ainu nell’interno dell’isola conoscono una divinità superiore…”

In una terra ricca di vulcani attivi, sorgenti calde e soffioni, scossa frequentemente da terremoti e tifoni, popolata da infinite varietà di animali, gli Ainu, attenti osservatori della Natura, ne veneravano le sovrumane e potenti energie. Kamui-Fuchi era lo spirito del Fuoco, la terribile energia del calore della Terra (veniva chiamato anche Madre Primordiale), Horkew-Kamui era lo spirito del lupo, Chikap-Kamui lo spirito degli uccelli, Tanne-Kamui lo spirito del serpente, Kamui-Utal le energie collegate di tutti gli esseri del Creato, delle foreste e delle montagne.

“Gli spiriti manifestano la loro presenza con energie che trasformano la materia; il filo d’erba che spunta è una forma d’energia che si manifesta dalla materia-erba. Lo spirito dell’erba è una forza invisibile che produce e differenzia le diverse specie e si manifesta a noi tutti con l’erba reale”.

Particolare rilievo era dato allo spirito dell’orso, Kimun-Kamui, il conservatore della foresta e protettore degli Ainu. Una suggestiva credenza collega la sopravvivenza degli Ainu a quella degli orsi di Hokkaido: “Quando l’ultimo orso sarà ucciso, non ci sarà più nessun Ainu”.

Ainu-Moshir è il cosmo Ainu, il mondo in cui convivono armoniosamente uomini, animali, piante e le innumerevoli energie della Terra. Ainu-Puri è la pratica quotidiana della profonda amicizia dell’uomo con la Natura, per la conservazione di un perfetto equilibrio. La letteratura Ainu è raccolta nelle Yukar: nelle Kamui-Yukar si racconta che all’inizio esisteva l’Energia Primordiale, lo Spirito che risiede in ogni cosa, il quale discese poi in un uomo che divenne il primo Sciamano.

Le più antiche Yukar spiegano primordiali costumi totemici; in seguito, con l’importanza assunta dallo Sciamanesimo, diventano diari dei viaggi estatici e delle prove iniziatiche; alla fine si trasformano in ballate eroiche con i contenuti della fiaba popolare.

La colonizzazione

Da sempre Hokkaido, le piccole isole Rebun, Rishiri, Okshiri, la parte a sud di Sakhalin (Karafto) e le Kurili (comprese Kunashiri, Habonai, Erotofu, Ulp, Shinshiri, Onekotan, Paramishiri) erano abitate da popolazioni aborigene (Ainu-Gilyak-Oroke). Gli Ainu erano al centro di un arcaico ma significativo internazionalismo: l’Ainu-Moshir (Hokkaido) era il luogo d’incontro di cacciatori, navigatori, commercianti circumpolari, un punto di partenza verso popoli e coste del Nord Pacifico. I confini di quest’universo di isolette, penisole, foreste ed oceano, come vuole la leggenda, erano simbolicamente tracciati dalle migrazioni delle oche selvatiche: dalla Siberia, inseguendo il caldo, arrivavano al lago Kutcharo (Hokkaido) e in autunno ripartivano per l’Honsu (parte a Nord del Giappone moderno) dove svernavano; in primavera ritornavano al lago per riprendere, con il caldo estivo, il volo per la Siberia.

“Al di sotto della Cina e del Giappone verso Nord-Est si trova una vasta terra che ha nome Gsoo (Ezo, la terra dei barbari). Gli abitanti di quel paese vengono nel Giappone con navi grandi e piccole per far guerra ai Giapponesi. Non si accampano a terra ma sono come pirati di mare che saccheggiano lungo la costa e poi fuggono… Il colore di questo popolo è bianco, hanno lunga barba e capelli tagliati… sono di grande corporatura, combattono coraggiosamente e non temono la morte. In guerra uno solo di loro può stare a petto di cento nemici, come usano fare i tedeschi” (da una relazione di padre Nicola Lancillotto, 1548).

In un’altra relazione dei primi missionari, padre Luigi Frois (1565) aggiunge: “Al nord del Giappone trovasi un grande regno di barbari che vanno vestiti con pelli di animali. Sono pelosi in tutto il corpo, portano lunghi baffi e lunga barba… sono molto dediti al vino; sono coraggiosi in battaglia e i Giapponesi li temono assai. Quando sono feriti non adoperano che acqua salata per lavare la ferita… Questo popolo non ha alcuna religione e fuori dal cielo non adora alcuno… Alcuni Giapponesi viaggiano nel paese di questi barbari, ma sono pochi perché spesso vengono uccisi”.

E padre Gasparo Vilela (1571): “Il viaggio per mare dal Giappone fino a Yezu è di 150 miglia. Gli abitanti di quel paese parlano una lingua diversa da quella giapponese e sono un popolo affatto diverso. Tutti sono molto barbuti e si dice che anche le donne abbiano una barba d’un paio di dita di lunghezza. È un popolo basso, come i selvaggi del Brasile. Personalmente non li ho mai veduti ma i Giapponesi che fanno commercio con questo popolo dicono che sono tali come io li descrivo… Questo popolo non ha alcuna nozione di Dio… si dice che adorino il sole… può essere che un giorno siano illuminati per mezzo della dottrina di Gesù Cristo, che è il vero sole…” Sulle intenzioni dei nostri missionari esemplare è la relazione di P. Manuel Teixeira (1564): “Vi era poi là un paese, ovvero un’isola che aveva nome Yesu (in realtà Ezo che per i giapponesi voleva dire “terra abitata da barbari”) i cui abitanti erano di color bianco e di corpo meglio proporzionato di quello dei Giapponesi… Il nome Yesu sarà come un pronostico che il nome del vero Jesus-Gesù verrà da loro conosciuto e lodato…” Come già sappiamo Ezo in realtà era sinonimo di “terra dei selvaggi”; gli Ainu vennero dai primi colonizzatori ribattezzati “Yabanijin”, popolo senza cultura e senz’anima, e tutto ciò non poteva che pronosticare un futuro di genocidio. Il termine razzista “Ezo” è sopravvissuto nel linguaggio scientifico fino ad oggi: il pino d’Hokkaido è chiamato Ezo-Matsu, il pino della terra dei selvaggi; il cervo d’Hokkaido è chiamato Ezo-Shika, il cervo della terra dei selvaggi, e così via…

Gli Ainu inoltre erano “pelosi come orsi” (“si dice che anche le donne abbiano una barba…”), “pigri ed indolenti”, “sporchi”…; e ancor oggi tale aggettivazione è d’uso corrente.

Dalla metà del XV secolo, gli Ainu vedono sbarcare un variopinto campionario di predatori: cercatori d’oro e ladri di pellicce, avventurieri alla ricerca di schiavi a buon mercato, missionari spiritati, samurai e bande di assassini stipendiati per spaventare e asservire gli indigeni più riottosi. Dovettero combattere contro invasori potenti ed armati modernamente, con armi reinventate dagli strumenti della caccia: l’offesa più micidiale degli Ainu rimaneva la freccia avvelenata (il veleno era una mistura di estratti di piante velenose, di insetti e di nicotina che uccideva un orso in pochi minuti) e la tattica di combattimento era la guerriglia nella foresta che li rendeva mortalmente efficaci ed imprendibili: nel 1456-57 le bande Ainu, guidate da Koshamain, ebbero la meglio sulle truppe giapponesi.

La resistenza alla colonizzazione proseguì nel XVII secolo con le vittorie Ainu alla foce del Shibichari river (oggi Shizunai river); nel 1660 esplose un violento contrasto tra i cercatori d’oro giapponesi, che volevano chiudere il fiume con dighe, e la popolazione indigena che si vedeva privata dell’usuale pesca ai salmoni che risalivano la corrente. Alla testa delle bande Ainu c’era il leggendario capo Shakshain a cui da secoli fanno riferimento i combattenti per la libertà del popolo Ainu. Dopo tre anni di combattimenti, i Giapponesi riuscirono ad avvelenarlo con un tranello (altri raccontano che, fatto prigioniero, fu torturato fino alla morte).

Gli Ainu comunque combatterono fino al 1672: il Giappone aveva promulgato nel 1636 il famoso Sakoku- Rei, il decreto che sanciva la volontà di isolamento del paese; grazie al forte movimento d’opinione super-nazionalista, si era potuto rinforzare l’esercito e combattere ogni forma di dissenso interno. L’espansionismo giapponese condannò gli Ainu ad un secolo di dura repressione: fu un episodio isolato la ribellione del 1789 nella penisola di Shiretoko e nelle isole Kunashiri, domata nel sangue. Più letali delle armi dell’esercito invasore risultarono la fame e le malattie importate; tra il 1820 ed il 1860 un terzo della popolazione Ainu ò sterminata dal flagello del colera, dalla tubercolosi, dal vaiolo, dalla rosolia. Inoltre, per punire l’antica ribellione, l’isola di Kunashiri con tutta la popolazione venne trasformata in un enorme lager. La moria degli aborigeni schiavizzati costrinse i giapponesi ad importare dalla vicina Hokkaido nuovi schiavi Ainu. Kunashiri venne ribattezzata Auta-Kotang, la terra della morte.

Con le riforme moderniste della nuova era Meiji (1868-1912) viene travolto il dispotico sistema politico feudale dei samurai e restituito potere all’imperatore; sono gli anni della guerra Cino-Giapponese (1894-95), della guerra Russo-Giapponese (1904-1905) e dell’annessione della Corea (1910). È l’inizio del capitalismo industriale giapponese che mira ad Hokkaido, terra dell’Eden: ricchissima di legnami, potenziale granaio e riserva di cibo per il Giappone. Con atto imperiale Hokkaido viene confiscata (“non esiste proprietà privata ed allora è nostra”): per le foreste si prevedono piani di disboscamento, trasformazioni in arativi; agli Ainu viene permessa la caccia e la pesca solo con le patenti governative vendute a caro prezzo. E il tempo della grande influenza esercitata tra i giovani coloni dal dottor W. S. Clark, un insegnante americano d’agraria a Sapporo (1876) che aveva lanciato il messaggio: “Boys be ambitious!”.

“Durante quest’epoca, i coloni formarono gradualmente dei tratti psicologici caratteristici: vigoroso spirito di indipendenza, disposizione all’azione ardita e vigorosa, come si conviene allo spirito del pioniere. Questi uomini vennero chiamati in giapponese Dosanko che letteralmente significa persona nata e che risiede ad Hokkaido”.

E gli Ainu? Questi coloni consideravano Hokkaido come gaichi, terra d’oltremare e di conquista, mentre il Giappone era chiamato naturalmente terra natale, naichi. Agli Ainu, fiaccati dagli avvilenti spettacoli delle nuove tecnologie che massacrano la loro terra, indeboliti dagli abusi d’alcool e dalla fame, ci pensa il governo – nel 1899 – con la scaltra e molto americana “Aborigine Protection Law”.

L’azione di genocidio è sviluppata con l’acculturazione e l’assimilazione forzata: gli Ainu diventano i “bimbi dell’imperatore” accolti “caritatevolmente” tra le braccia dell’impero. Viene scoraggiato l’uso della lingua (Ainu-Itak) e dopo qualche anno si perde in gran parte anche l’uso del bilinguismo; i bimbi sono costretti alle pesanti discriminazione di una scuola per “giapponesi”. Più lenti e svogliati, i bimbi ainu vengono chiamati col termine ainu “Kuma-noko“, orsacchiotti; l’educazione è vissuta come un doloroso lavaggio del cervello che li strappa definitivamente alle tradizioni, all’Ainu-Puri (“man’s way to live and to die”), alla loro Madre Terra.

Viene stravolta la toponomastica: i nomi sono, dove possibile, giappone- sizzati. Ugualmente, molte località conservano l’antico nome: Sapporo (capitale d’Hokkaido) ha come radice Sat-Poro-Betsu, dove Sat è “pulito”, Poro è “grande”, Betsu è “fiume”; Tomakomei (134.000 ab. centro per la produzione industriale della carta) è To-Mak-Oma-Naj dove To è “lago”; Mak è “dall’altro lato”; Oma-Naj significa “è palude”; Asahikawa (città di 320.000 ah.) è “fiume all’alba”; Muroran (166.000 ab., grande centro industriale) è “sentiero tra le foreste” … e così via.

Come dicono gli Ainu, a prova delle loro antiche origini e della diffusione della loro gente, anche il nome della montagna più alta del Giappone, simbolo del Giappone stesso, è nome ainu: il monte Fuji (3776 m) è un vulcano, e Fuchi nella lingua ainu vuol dire “spirito del fuoco”, “Grande Madre”.

Abbiamo visto che i bimbi ainu venivano discriminati nella scuola: solo il 4% degli Ainu termina i corsi nell’“High school“, e solo 30-40 Ainu sono laureati. Ma il dato più drammatico, che conferma l’atrocità della secolare strage, è testimoniato dal censimento odierno dei sopravvissuti: 15-20.000 Ainu “full-blooded” e tre dozzine (!) di Uilta – chiamati dai Giapponesi “Orokko” – che risiedono nell’estrema area di Abashiri. A questi va aggiunto il numero imprecisato di Ainu delle Sakhalin e delle Kunashiri, isole occupate dai Russi alla fine della seconda Guerra Mondiale; di loro si conosce poco e quello che si sa non fa che confermare la strage: usati per i trasporti militari e occupati come manovalanza nelle fattorie. Cosa rimane del fantasioso progetto che ventilava la creazione di una repubblica indipendente in una delle grandi isole occupate dai Russi?

Ho chiesto ad un giovane attivista Ainu: “Vuoi continuare ad esistere come Ainu?” “Non è difficile sopravvivere come Ainu” ha risposto “è difficile sopravvivere come popolo…” Oggi il reddito medio pro-capite di un Ainu è inferiore di duemila dollari annui al reddito medio del giapponese d’Hokkaido.

Il 70% degli Ainu è considerato povero, il 30% indigente. Gran parte delle abitazioni (vere e proprie baracche) è al di sotto degli standard abitativi del giapponese. Tra le nuove professioni si moltiplicano quelle legate allo sfruttamento turistico con la formula del “bel selvaggio che vive nella riserva indiana”: molti Ainu si sono improvvisati animatori, danzatori, scultori in finti e rattristanti “villaggi-museo”, vere gabbie che li imprigionano assieme ai loro orsi. Questa dei finti kotan e dei musei è l’ancora di salvezza proposta al popolo Ainu dall’organizzazione statale Utarikyokai. Nata alla fine della seconda guerra mondiale, ai tempi della grande pacificazione, era studiata per “aiutare” gli Ainu, ma con strumenti e modelli straordinariamente simili a quelli adottati dal governo U.S.A. per la liquidazione della questione indiana. Denuncia un Ainu: “Utarikyokai crede che la cultura ainu sia morta o stia morendo e che, di conseguenza, sia sufficiente impacchettare la nostra storia (e la nostra gente) nei musei; nei libri Utarikyokai è un’organizzazione molto potente, sponsorizzata dallo Stato e con amici influenti a destra; è usata anche dalla polizia per controllare l’attività dei militanti con l’aiuto di spie e il ricorso a picchiatori ‘mafiosi’. Utarikyokai riceve ogni anno dal governo molto denaro, che si suppone debba servire per elevare lo standard di vita degli Ainu; ma siamo alle solite: la maggior parte finisce in tasche di burocrati, boss e alti funzionari!”.

Militanza Ainu

Dice l’attivista Ainu Okamoto Yaysama: “Credo che diventeremo sempre di meno, in futuro; credo che noi Ainu verremo assimilati sempre di più, tanto quanto desidera il nostro governo. Ma io sono Ainu.

La nostra lingua non è la lingua giapponese. Nella società siamo chiamati Ainu e veniamo discriminati perché siamo Ainu. Nella legge si suppone di essere cittadini giapponesi. Questa è una ridicola contraddizione. Sono nato Ainu, ho sempre vissuto da Ainu, e voglio continuare ad esistere come Ainu. Gli altri non credono che gli Ainu possano avere dei diritti: e se qualcuno dimostrasse che gli Ainu hanno diritti da reclamare, dubito che la Corte Giapponese lo confermerebbe… Ripeto che la lingua Ainu non è simile alla lingua giapponese: per loro è una lingua straniera. Come può essere che la terra degli Ainu sia ora di proprietà del Giappone? Come può il giapponese reclamare un territorio straniero? Il giapponese reclama qualsiasi territorio si trovi tra il Nord (quello che lui ha ribattezzato Hokkaido) ed il sud conosciuto come le isole di Okinawa. La legge proclama che Hokkaido è una delle parti del Giappone ma questa è una menzogna e non ho più voglia di sentire le loro scuse. Adesso il governo vuole il potere centrale, il controllo amministrativo di questo paese che chiama Hokkaido e che noi continueremo a chiamare con il vero nome, Ainu-Moshir. Non credo esista legge e regola che proclami le leggi giapponesi giuste e le nostre scorrette. I Giapponesi hanno perso la seconda guerra mondiale: ora sono definiti “nazione democratica”, ma è un camuffamento, una maschera! Per noi Ainu non è cambiato nulla: non sono finite quelle leggi inique, le esecuzioni, quell’amministrazione che splendeva nell’era Meiji, quando il governo ci confiscò la terra ( 1869) ed iniziò la politica d’assimilazione. Abbiamo passato tutto questo, ed ora conosco il nostro compito: credo che gli Ainu sempre di più debbano prendere coscienza della loro storia passata, esserne coinvolti…”

Gli attentati

Pon Fuchi, dell’Ainu Culture Association, ribatte: “Noi siamo animatori di un movimento per la restituzione della terra agli Ainu legittimi proprietari. Questo movimento è fermamente diretto contro la marea della ‘civilizzazione’ che ha sommerso la nostra terra. La nostra forza è scarsa, non possiamo pretendere che sia altrimenti, ma il nucleo di questa lotta è radicato profondamente nella terra e noi lo faremo sopravvivere. I colonizzatori considerano la Natura un niente, materia senz’anima. Dopo il petrolio vogliono inseguire il sole e studiano alternative per lo sfruttamento delle energie. Il problema del nostro pianeta non è quello prospettato dalla crisi energetica: il cancro è nel cuore della stessa società industriale. Perché ci possa essere un futuro, la società così come è oggi, la sua ‘civilizzazione’ devono morire; è necessario perché possa cambiare qualche cosa. Tutti dovranno vivere in maniera più naturale. Una vita vicina alla natura. Una vita simile alla Way of life delle popolazioni indigene. Se non lo vorranno, non rimarrà loro che morire”.

L’attivismo Ainu oggi è rivolto all’assistenza dei prigionieri politici, alla pubblicazione di libri ed articoli per farsi conoscere, all’organizzazione delle dimostrazioni contro la costruzione di autostrade, aeroporti, centrali elettriche. Alcuni gruppi si occupano anche dell’assistenza a vecchi ed infermi, studiano strumenti legislativi per la restituzione delle terre; gruppi Ainu sono impegnati nella campagna di “controinformazione” all’interno e fuori dal gruppo; altri moltiplicano i collegamenti con diversi gruppi aborigeni (Indiani d’America, ecc.).

Un “braccio armato” ha attaccato i bersagli simbolici della colonizzazione giapponese, mentre compaiono un po’ dappertutto scritte che reclamano una “repubblica indipendente Ainu”. L’elenco dei bersagli scelti è illuminante.

Sapporo, 23 ottobre 1972. Un’esplosione distrugge il dipartimento d’antropologia dell’università d’Hokkaido (“non vogliamo diventare oggetto di dotte misurazioni per antropologi che mirano al successo professionale e sono spie…”).

23 ottobre 1972. Ad Asahikawa salta una statua che rappresenta un vecchio Ainu inginocchiato e supplicante davanti al colonizzatore giapponese.

30 agosto 1974. Attentato dimostrativo contro l’ufficio centrale della “Mitsubishi Corp.” a Tokio.

14 ottobre 1974. Attentato contro gli uffici della Mitsui.

10 novembre 1974. A Sapporo viene dato alle fiamme il tempio Hokkaido-shrine, simbolo della conquista e della sottomissione culturale e religiosa.

E ancora: il 25 novembre del 1974 esplode un laboratorio chimico a Tokio; il 10 dicembre 1974, attentato contro gli uffici di una impresa di costruzioni; il 19 aprile 1975 salta il Centro di Ricerche Economiche, a Tokio; il 19 maggio, otto persone sospette vengono arrestate: una di queste si suicida; il 19 luglio 1975, il quartier generale della polizia a Sapporo – la più grande centrale operativa d’Hokkaido – è danneggiato da una esplosione; il 2 marzo del 1976, il palazzo del governo d’Hokkaido è danneggiato da un’altra esplosione.

Il 3 maggio 1979 parte da Shizunai (diventato uno dei centri più importanti per la coesione e la militanza Ainu) la marcia per la Sopravvivenza “Seizo e-no-koshin“: vi partecipano ecologi, antimilitaristi, gruppi di agricoltura naturale, reduci della “Longest Walk” in America nel ’78. E, naturalmente, gli Ainu. 30-50 chilometri al giorno attraversando il Giappone con cartelli e striscioni… si arriva ad Okinawa nel gennaio dell’80, unendo così simbolicamente due terre, due popoli colonizzati: gli Ainu e gli aborigeni di Okinawa.

Vale la pena di registrare anche il successo di due battaglie legali condotte contro il furto delle terre: con la prima, dopo anni di conflitti giudiziari, ad un gruppo di Ainu viene riassegnata la terra di Fukumitsu (Hidaka); la seconda battaglia (ottobre ’79) – una lunga controversia finita alla corte suprema di Tokio – restituisce finalmente la terra ai parenti della grandmother ainu Kohan. Fatta propria la denuncia negra: “Io sono invisibile… perché semplicemente la gente rifiuta di vedermi”, oggi si lavora per stringere alleanze con i gruppi aborigeni perseguitati (la gente di Okinawa, gli Indiani d’America – visti come riferimento per la battaglia della riconquista legale della terra – gli aborigeni australiani, ecc.).

Ora gli Ainu stringono alleanze con molti giovani giapponesi alla ricerca delle proprie radici, con i movimenti internazionali degli ecologisti e con i numerosi gruppi anticolonialisti. Ma i programmi più ambiziosi sono rappresentati dall’organizzazione di una conferenza dei Popoli Artici e del Concilio Mondiale delle Popolazioni Indigene (W.C.I.P.): due appuntamenti che potranno e dovranno contribuire a far conoscere i gravi problemi che minacciano questo piccolo popolo in estinzione.

Ainu di Hokkaido (foto Christina Whitt).

Ainu di Hokkaido (foto Christina Whitt).

 

“Ai nostri fratelli indiani”

Un messaggio dell’Ainu Culture Association ai popoli aborigeni di tutto il mondo

Gli Ainu sono gli aborigeni del Giappone. Con il termine “Ainu” nella nostra lingua indichiamo ogni essere umano. Ainu-Moshiri è l’habitat, l’ecosistema degli Ainu, il mondo umano. Ma esiste una radicale differenza tra il concetto “Ainu-Moshiri e il concetto “Human’s Land” prevalente in Europa ed America. Ainu-Puri è il cammino umano dalla nascita alla morte in sintonia con la Natura. Ureshpa-Moshiri, un altro nome dell’Ainu-Moshiri più precisamente indica la Madre Terra, culla di ogni essere, dove ognuno è nutrimento all’altro. La nostra concezione di Madre Terra contrasta con l’ideale umanista occidentale di natura soggiogata dall’uomo. Gli Ainu, convivono in armonia con gli spiriti della Natura.

Con venerazione noi stiamo imparando l’Ainu-Puri “man’s way of life” da tutti quegli Ainu che vivono ancora tradizionalmente nell’Ainu-Moshiri. Noi siamo convinti di dover lottare contro i colonialismi e le invasioni “civilizzanti”, che tendono a sradicare l’Ainu-Moshiri con l’uso perentorio e spietato del potere, della forza bruta. La traduzione inglese e giapponese del nostro termine “Ainu-Puri” è rispettivamente “Ainu’s Culture” e “Ainu Bunka”. Il termine “Cultura” in latino naturalmente sottende il concetto di conquista, schiavizzazione e diffusione della “Cultura” romana.

Nessun Ainu considera la Madre Terra come proprietà privata. Ainu-Puri risulta intraducibile ai popoli invasori. Ainu-Itak è la lingua degli Ainu: Itak significa evocazione, evocazione dell’esistenza e delle energie della Natura. Il linguaggio è pregno di potere spirituale ed è un atto di evocazione. In senso strettamente letterale il termine inglese “language” non è traducibile con Itak. Noi sosteniamo che la nostra lingua sia profonda ed evocativa: è vergognoso che oggi noi possiamo comunicare solo attraverso le lingue degli invasori: l’inglese ed il giapponese.

Tutte le popolazioni indigene del mondo hanno lo stesso cuore, e noi lo vogliamo raggiungere. Vogliamo stabilire un contatto al di là delle barriere della lingua. Gli Ainu sanno che ogni essere ha energia spirituale, ha un’anima. Gli esseri umani non sono soli. Per essere precisi, gli Ainu sono protetti da varie specie di spiriti come Kimun- Kamui (l’orso), Tanne-Kamui (il serpente), Horkew-Kamui (il lupo), Chikap-Kamui (l’uccello). Gli esseri umani convivono con innumerevoli Kamui-Utari (gli spiriti della Natura). Nei rituali gli Ainu invocano lo spirito del Fuoco, Kamui- Fuchi, prima di fare ogni cosa.
Kamui-Fuchi significa Grande Madre – Kamui – lo Spirito del Fuoco, e tutte le donne sono sue figlie.

Il Sole, la Luna, le Stelle, i Fiumi, le Foreste, gli Animali, le Piante e tutti gli esseri viventi Kamui- Utari sono dotati di Energia Spirituale. La concezione del mondo Ainu è assolutamente originale. Non è comprensìbile se relazionata con la “religione”. La Religione nel mondo latino significava la linea di condotta nata all’interno dell’imperialismo romano in Europa, e che aveva come scopo la difesa dei poveri, degli sconfitti, dei colonizzati che avevano perduto la loro terra, la Madre Terra.

Questa “religione” aiuta solo chi ha perso il contatto con la Madre Terra: non serve al popolo che ha rispetto per Lei.

Per i popoli indigeni, è l’energia che regola le relazioni tra gli esseri e la Natura. La visione del mondo degli Ainu contrasta completamente con la visione cristiana del mondo, con ogni forma di monoteismo, di credenza in un Dio. Il credo nell’Ainu-Puri è incompatibile con Cristianesimo e Buddismo.

Ogni religione ha la necessità di inventare il terrore degli Inferni: gli Ainu accettano la Morte, che rimuove i vecchi vestiti. La Morte, ritorno alla Madre, è vista come rigenerazione, la riconquista di una nuova giovinezza: non è un distacco doloroso.

Inquietanti paralleli storici legano la distruzione dell’Ainu-Moshiri alle distruzioni delle altre culture aborigene nel mondo. Nel 1868 l’Ainu-Moshiri fu confiscato dal Governo Nipponico come “terre di nessuno”. Nel 1899 un decreto chiamato “Legge per la protezione degli ex- aborigeni” rinforza la politica di soprusi e di assimilazione; questa volta gli Ainu diventano i “baby” dell’imperatore. Così gli Ainu perdevano territori di caccia, di pesca e di raccolta; venne scoraggiato l’uso della lingua e di ogni tratto della cultura originaria. I nomi delle montagne, dei fiumi, dei villaggi furono ribattezzati con gli equivalenti giapponesi. E tutto fu chiamato “protezione”. Questi ultimi anni vedono gli Ainu perdere sempre di più la loro lingua, la fede nell’Ainu-Puri (la “way of life”). Alcool e cibi industriali dannosi sono introdotti tra gli Ainu; tutte le risorse della terra depredate illegalmente. Vogliamo che finisca questa miseria, questa lunga agonia; la nostra agonia è anche la vostra agonia! La vostra agonia è anche la nostra! Dobbiamo denunciare e combattere uniti nel mondo. Siamo in movimento per riprendere la nostra terra, la terra degli Ainu, ed in conseguenza per riguadagnare l’Ainu-Puri; siamo in movimento per riprendere la nostra cultura, i nostri modelli.

Vuole, il nostro, essere un movimento diretto con fermezza contro la violenta, imposta “civilizzazione” che si è abbattuta sul mondo. Non importa quanto per ora sia piccola la nostra forza. L’aggressivo materialismo civilizzante, seminato nel mondo dai primi Europei, è giunto finalmente al punto dell’autodistruzione. La Natura è considerata come materia, senz’“anima”. Come risultato hanno distrutto la Natura e con la Natura hanno distrutto parte di se stessi, hanno distrutto il loro corpo. Testimoni del disastro, la proliferazione di malattie croniche, dei mali “incurabili”, dei disturbi mentali che vorrebbero curare imprigionando i nostri “sciamani” nei loro ospedali. Il loro spasmodico movimento li allontana sempre più dalla conoscenza delle distorsioni della loro mente. La loro malattia è rinforzata dal loro credo, dalle nuove “religioni” che vengono chiamate Razionalismo, Obiettivismo, Scientismo, Umanesimo. Con la scelta nucleare, la loro marcia verso l’auto-distruzione coinvolge anche tutta la vita sulla terra.

Noi dobbiamo procedere in ogni caso nella direzione opposta a quella dell’Atomica devastante della civilizzazione, fuori dal sistema creato dalle razze padrone che hanno standardizzato il mondo con le minacce. Noi dobbiamo lottare contro quelle società capitaliste che mutilano la Madre Terra e tutti gli Esseri con i loro sporchi affari. Noi, in maniera incondizionata, siamo a fianco di tutti i popoli aborigeni del mondo, popoli che respingono l’acculturazione, rigettano la “civilizzazione’’, dichiarano la propria indipendenza.

È il momento d’allargare e di approfondire i legami con tutti coloro che si sforzano di riconquistare l’antica amicizia con la Terra Madre, vicino alle culture indigene, al loro modo di vita, dividendo con loro la sofferenza con rispetto con umiltà

Noi ameremo tutti quelli che potranno aiutare le culture aborigene del mondo
Shizunai – Inizio della Primavera 1979.

 

Preghiera al Fuoco ed alla Natura recitata in lingua ainu da Kohana Fukushima, donna Ainu nata a Shizunai nel 1893, morta a Shizunai nel 1982.

Grande Madre
che ci dai il nutrimento
e che conservi la Terra
Grande Madre del Fuoco,
discendi tra noi
qui nell’Ainu-Moshiri,
il nostro mondo di uomini,
dai cieli popolati
dagli Spiriti tutti della Natura.
Adesso ti adoro
piena di rispetto,
ti offro il vino propiziatorio
perché veloce
ti raggiunga il mio messaggio.
Tutto è stato creato
per mezzo degli Spiriti:
l’universo Ainu-Moshiri,
questo mondo
dove tutte le creature
si sviluppano
e possono nutrire i piccoli con il cibo
che cresce abbondante.
Ti ringrazio
per questa benedizione della Natura.
Gli Ainu sono cresciuti
belli e vigorosi nell’Ainu-Moshiri,
la Terra degli Ainu
che nei tempi antichi
ha partorito Ainu-Nishpa,
l’uomo invincibile dotato di saggezza,
e ha partorito Airm-Kathemat,
la donna dai molti talenti
che offre la sua bellezza.
Ma da molti anni,
dall’altra parte del mare
stranieri mai visti prima
sbarcarono sulla nostra terra
sbarcarono con molte navi
sulla terra degli Ainu.
Ci oppressero con la legge
della violenza e ci fecero soffrire.
Il nostro mondo, dove ogni cosa
cresceva bella ed in armonia
il nostro mondo è stato distrutto.
Quello che ci avevano predetto i
vecchi
è successo:
ci avevano avvisato
che la legge dei giapponesi,
la legge dei Samurai era così ingiusta
e così oppressiva da distruggere
la pacifica vita della nostra gente.
In verità,
ora la forza dei Giapponesi è tremenda, il loro controllo
è ancora più forte.
Molti Ainu sono avviliti,
soprattutto i giovani
sono così alienati
dall’educazione giapponese
da non riconoscere l’antico Sentiero.
Io sono una donna vecchia,
sono una donna sola
vorrei gridare,
piangere per questa miseria;
tutto quello che mi è stato insegnato
dai miei vecchi non lo dimentico,
voglio raccomandarlo a Kamui-Utari,
Spirito della Natura,
unica nostra Forza e unica Realtà;
voglio raccomandare
il nostro popolo disperso:
Spiriti che ci nutrite
Grande Madre che ci nutri,
Madre del Fuoco
che sei nel Rikun-Moshiri,
il mondo dei Cieli,
Spiriti tutti della Natura
che ci osservate
proteggeteci!
Proteggete l’Ainu-Moshiri,
la terra dell’uomo,
dove viviamo noi Ainu;
proteggete la sana crescita
delle nostre stirpi,
dategli un futuro!
Conservate tra di noi
gli antichi tesori di sapienza
la memoria dell’antica libertà
del popolo Ainu.
Che la nostra gente viva a lungo!
Spiriti tutti della natura,
mostratemi di aver accettato
questa preghiera.

Kamui Utari!

 

NOTA DELLA REDAZIONE

Se vuoi sapere come si è evoluta la situazione degli ainu, leggi qui.

 

 

 

 

 

Tags: , ,

Comments are closed.