L’altro Trentino

Nella provincia di Trento troviamo, anche se in proporzioni minori, le stesse etnie presenti in Alto Adige. Vediamo quali sono e che pericolo corrono…

In Trentino, la presenza ladina interessa l’intera Val di Fassa, e cioè i comuni di Campitello, Canazei, Mazzin, Moena, Pozza, Soraga e Vigo di Fassa. Pochi ricordano però che, non solo per G.I. Ascoli, il primo e più autorevole sostenitore dell’unità ladina tra grigionesi, dolomitici e friulani (“Saggi ladini”, 1873), ma anche per Cesare Battisti sono ladine la valle di Fiemme e la Val Cembra (sino a Seganzano), e cioè la prosecuzione della valle dell’Avìsio oltre Moena; e le valli di Sole e di Non, cioè le valli del Noce, sino a Roveré della Luna. Soltanto la val di Fassa ha lottato e lotta contro la discriminazione patita nei confronti dei Ladini tutelati nella provincia di Bolzano (valli Gardena, Badia e Marebbe). Fassa fu nel Medio Evo possedimento dei conti del Tirolo e, dal 1363 al 1918, fece sempre parte del Tirolo. Lo Statuto Speciale di Autonomia per la Regione Trentino-Alto Adige (L. C. 26-2- 1948 n° 5), all’art. 2, riconosceva “nella Regione parità di diritti ai cittadini, qualunque sia il gruppo linguistico al quale appartengono, e pertanto sono salvaguardate le rispettive caratteristiche etniche e culturali”; e all’art. 7 “è garantito l’insegnamento del ladino nelle scuole elementari delle località ove esso è parlato. Le Province ed i Comuni devono altresì rispettare la toponomastica, la cultura e le tradizioni delle popolazioni ladine.”

“Province” al plurale: quindi, sia Bolzano che Trento. Ma i seimila e più ladini della Val di Fassa, malgrado le suppliche, i ricorsi e persino le denunce ai Carabinieri, alla Magistratura ed al Consiglio superiore della Magistratura per la mancata attuazione di precise norme costituzionali, non sono riusciti ad ottenere quanto loro spetta.

Soltanto con la riforma dello Statuto regionale realizzata nel 1971 (il c.d. “pacchetto”) è stata introdotta una previsione (art. 102, 2° comma) che li riguarda direttamente, tale da riconoscere loro una certa tutela – specifica ma alquanto ridotta – che si aggiunge alle disposizioni di principio dell’art. 6 della Costituzione e degli articoli 2, 4 princ., 56, 62, 97, 98 e 102. Mentre la lingua ladina nelle scuole delle località interessate in provincia di Bolzano (le predette ladino Gardena, Badia e Marebbe) è usata nelle materne ed è insegnata nelle elementari, nonché “come strumento di insegnamento” in tutte le scuole di tali comunità (nelle quali peraltro l’insegnamento è impartito per metà ore in italiano e per l’altra metà in tedesco, con la conseguenza che anche in provincia di Bolzano il ladino ha una tutela minore rispetto alle lingue degli altri due gruppi), “nelle scuole dei Comuni della provincia di Trento ove è parlato il ladino”, invece, è soltanto “garantito l’insegnamento della lingua e della cultura ladina” (art. 18, 2° comma dello Statuto; e art. 7, 3° comma d.p.r. 20-1- 1973, n. 116). Pertanto, commenta giustamente A. Pizzorusso, “un vero e proprio diritto all’insegnamento in lingua materna può ritenersi riconosciuto soltanto agli abitanti delle località della provincia di Bolzano e limitatamente alle scuole materne”. Così, a distanza di 34 anni dalla promulgazione dello Statuto Speciale di Autonomia della Regione Trentino-Alto Adige, i Ladini sono discriminati.

Immediatamente dopo la promulgazione del “pacchetto” (gennaio 1972), i sindaci di Canazei, Campitello, Mazzin, Pozza e Vigo ebbero un colloquio col dr. Silvius Magnago, presidente della Giunta Provinciale e leader della SVP, per prospettargli l’eventualità di ottenere l’aggregazione alla provincia di Bolzano. Riferisce Guido Jori: “Il dr. Silvius Magnago informò i sindaci di essere da tempo al corrente della commiserevole sorte dei Ladini della Val di Fassa e che il popolo sudtirolese di lingua tedesca aveva sofferto anni addietro la stessa sorte e che, di conseguenza, quale esponente della minoranza etnica di lingua tedesca non solo guardava con simpatia ai Comuni ladini della Val di Fassa, ma assicurò che senza alcun dubbio i Ladini di Fassa, ottenuta l’aggregazione alla provincia di Bolzano, sarebbero venuti a godere dei diritti dei Ladini di Gardena, Badia e Marebbe. Alla precisa domanda del consigliere comunale Remo Locatin di Pera se fosse indispensabile che tutta la Val di Fassa chiedesse l’aggregazione alla provincia di Bolzano, il dr. Magnago rispose testualmente: “Basta anche un solo Comune, purché confinante con la provincia di Bolzano! Vi aiuteremo. Incominciate a fare il primo passo!”’.

I consigli dei 5 comuni deliberarono l’aggregazione in assemblea collegiale, a Pera, il 16 gennaio 1972. Tale delibera fu ritenuta nulla in quanto presa fuori dalla sede legale. I consigli dei comuni deliberarono allora una seconda volta nelle forme dovute. Tali delibere rimasero senza pratici effetti ed i Ladini della val di Fassa si sentirono abbandonati da tutti. Neanche l’attaccamento del Presidente della Repubblica alla val Gardena è valso a qualcosa: l’anno scorso il “Postiglione delle Dolomiti” indirizzò, con un manifesto, una vibrata protesta a Pertini; ma ancora silenzio per i Ladini della val di Fassa.

Per quanto riguarda le altre valli ladine ancor più dimenticate, nessuno sembra volersi occupare della loro identità culturale; i Comuni potrebbero prendere esempio da Livigno (Lombardia), zona di transazione al Ladino, dove gli amministratori locali, almeno, si sono preoccupati di sistemare tutte le tabelle della toponomastica nella parlata locale.

Parliamo, ora, delle popolazioni germanofone. Occorre qui distinguere tra il Trentino geografico e quello politico-amministrativo. Quando sosteniamo il pluralismo linguistico nel Trentino contro il suo preteso granitico monolinguismo italiano, ci riferiamo alla sua estensione geografica poiché (meno male!) la politica ha dovuto invece tener conto di alcune realtà etniche, così come avrebbero desiderato i Ladini di Fassa i quali, pur “Trentini” geograficamente, avrebbero avuto tutto da guadagnare con l’aggregazione “politica” alla provincia di Bolzano.

 

Il Trentino occidentale

 

Nell’alta Anaunia (Val di Non), tra il bacino della Pescara e della Novella, affluenti del Noce, sono stanziati quattro villaggi già del distretto di Cles, che hanno conservato sino ad oggi la lingua tedesca: Senale/Unsere liebe Frau im Walde, San Felice/St. Felix, Lauregno/Laurein, Provès/ Proveis.

La struttura dei quattro villaggi è tipicamente tedesca a masi sparsi, la sede del capoluogo si riconosce per la chiesa parrocchiale, la canonica e il municipio, cui si aggiungono un negozio e pochissime case. Fino alla seconda guerra mondiale, l’economia era soprattutto pastorale (allevamento di pecore da carne e da lana). D’inverno, molti degli abitanti di Senale, Lauregno e Provès scendevano nella finitima val d’Adige, nei paesi sottostanti al passo Palade, dove si occupavano come famèj, o fieteri, come erano chiamati i garzoni di stalla che governavano le bestie. Questa emigrazione stagionale nell’area tedesca è servita alla conservazione della lingua minoritaria. Considerevole fu anche l’emigrazione nel Nord America, da cui molti però ritornavano dopo qualche anno. Peculiare dei quattro villaggi, rispetto a tutti gli altri della Val di Non, era la forma di cooperazione realizzata per la macina dei cereali in un molino comune, consortile, per ogni villaggio. Quello di Senale era senza mugnaio: ogni famiglia del villaggio poteva prenderlo in consegna ed usarlo per macinare i propri cereali per uno o più giorni, riconsegnando poi le chiavi al Comune.

Le eventuali riparazioni, non imputabili a danni causati da chi l’aveva usato, erano a carico della comunità; ciò ancora negli anni Trenta. Il loro territorio è tra i più ricchi di boschi della Valle; il taglio della legna era quindi una fonte di lavoro, per gli uomini di “lassù”. A Lauregno si ha il ricordo di antiche miniere medioevali per l’estrazione di piombo, argento e oro. A Provès, negli anni Trenta, era attiva una scuola di intreccio di vimini.

La difesa dell’etnìa tedesca, in una valle romanza, non fu sempre pacifica. Per iniziativa del sacerdote Franz Mitterer e di suoi collaboratori, i quattro Comuni ebbero, ancor prima del 1880, asili d’infanzia tedeschi e ciò contribuì a salvarli dall’italianizzazione; fu in conseguenza di questa iniziativa che, nel 1880, fu fondato a Vienna il “Wiener deutscher Schulverein” (Associazione viennese per la Scuola tedesca). Nei primi anni del secolo, ancora un sacerdote dei quattro Comuni trentini indisse una serrata totale contro il capitale della borghesia italiana che avrebbe finito con l’impadronirsi dei terreni, e fu costituita una filiale della Cassa tirolese Reiffesen ed una “Società cooperativa di consumo” che provvedeva agli acquisti all’ingrosso presso commercianti tedeschi.

Gli ambienti tricolori davano comunque molto prossima la resa all’italiano: il linguista Carlo Salvioni (I dialetti alpini d’Italia, in “La Lettura” n° 8, 1900) indicava Lauregno come ormai italianizzato. Durante il fascismo, i quattro Comuni persero la loro tradizionale autonomia: Senale e San Felice divennero frazioni del Comune di Fondo; Lauregno e Provès (compresa la sua frazione tedesca di Sinablana) furono aggregati a Rumo, subendo così un pesante processo di italianizzazione.

Gli accordi intervenuti fra il governo italiano ed il governo austriaco (Allegato IV al Trattato di Pace, detto anche “accordo De Gasperi – Gruber”) prevedevano all’art. 1 la tutela degli abitanti di lingua tedesca della provincia di Bolzano e quelli dei vicini Comuni bilingui della provincia di Trento; tali furono doverosamente ritenuti dalla L. Cost. 26 febbraio 1948, n” 5 (Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige, art. 3, 2″ comma) i quattro ex-Comuni della Val di Non, compresa la frazione di Sinablana di Provès, i quali ripresero così la loro autonomia (recentemente, Senale e San Felice si sono fusi in un unico Comune), il provvedimento si è rivelato indispensabile per la salvaguardia del loro patrimonio linguistico, perché la provincia di Trento in questi 35 anni ha tenacemente rifiutato la tutela alle minoranze ladine e tedesche rimaste nel territorio di sua competenza; la “modesta entità”, poi, delle seconde sembra ai giuristi — e più ancora ai politici — giustificare la mancata estensione alle medesime delle misure attuate, per lo stesso gruppo linguistico, nella provincia di Bolzano dove essa ha ben altra forza, e quindi rilevanza. Comunque, neppure dalla provincia di Bolzano vi furono concrete iniziative di appoggio alle comunità ladine e tedesche del Trentino.

Ancora in Val di Non, conviene ricordare Tret, frazione di Fondo finitima a San Felice/St. Felix, e quindi al confine tra le due province. E sede abitata relativamente recente, conseguenza (sembra) della colonizzazione medioevale da parte di contadini tedeschi del monte Argadara, sollecitata dai monaci agostiniani dell’Ospizio di Senale; Tret è corruzione di voce tedesca che significa “pascolo”. Nel 1909 la “Tiroler Volksbund” iniziò a Tret corsi liberi di tedesco. Immigrazioni tedesche nella Val di Non sono provate dal cognome “Cabeppele” che Carlo Battisti fa derivare da knappe cioè minatore (in trentino, canòpo). Pare che anche nella giurisdizione di Sporo ed in quella di Castelfondo si lavorasse in miniere di ferro e di piombo. Le miniere aurifere di Tassullo, che sembra dessero prodotti abbastanza remunerativi, sono ricordate in documenti del secolo    XIV. Nella parlata ladina nònesa esistono prestiti lessicali germanici (nei mestieri: binder, bottaio; tischler, legnaiolo; schlosser, chiavaio; kutscher, cocchiere; giarbar, conciapelli; kizner, da kindsdienerinn, custode di bambini; poi: schnall, saliscendi, e alcuni nomi di cibi), dovuti con ogni probabilità ai canòpi, analogamente a quanto è avvenuto in Val Primiero.

 

La Val d’Adige

 

Questa zona si estende a cavallo dell’Adige, da 25 km a nord di Trento fino a 10 km a sud di Bolzano. Ha il fondovalle e le prime pendici di buon terreno fertile, reso ancor più ricco dal lavoro degli abitanti. Il fascismo aveva portato il confine tra le due province, sulla riva destra, a nord di Termeno e, sulla sinistra, a nord di Bronzolo; l’occupazione nazista aveva aggregato tutta la zona alla provincia di Bolzano (29 sett. 1943). Il governo militare alleato, con disposizione 18 giugno 1945, riconfermava invece i confini provinciali stabiliti dal fascismo. I Comuni interessati sono: sulla destra dell’Adige, Magré/ Magreid, Cortaccia/Kurtatsch, Termeno/Tramin; sulla riva sinistra: Salorno/Salurn, Egna/Neumarkt, Montagna/Montan, Ora/Auer, Valdagno di Trento (ora Aldino/Aldein), Bronzolo/Branzoll.

Il 16 novembre 1947, quando ancora si dovevano stabilire quali erano i Comuni “vicini”, di cui alla previsione dell’art. 1 degli accordi De Gasperi-Gruber, si riunirono alla Camera di Commercio di Bolzano i rappresentanti di tutti i partiti e movimenti della Regione per discutere del progetto di Statuto. Venne così affrontata anche la questione della zona mistilingue: il rappresentante del PLI propose che in caso di suddivisione delle due province venisse assegnata a Bolzano la parte a destra dell’Adige (in prevalenza tedesca) ed a quella di Trento rimanesse la parte sulla sinistra, perché in prevalenza italiana; ma a nome della SVP, il dott. Raffainer rifiutò recisamente ed il Governo italiano nello Statuto definitivo cedette all’irrigidimento della SVP assegnando alla provincia di Bolzano tutta la zona mistilingue in questione (anche i due Comuni di Egna e Salorno, non inclusi nel progetto della c.d. “commissione dei sette”).

E fu un bene: perché, mentre gli italiani hanno il bilinguismo italiano-tedesco assicurato nella Provincia autonoma di Bolzano, la minoranza tedesca in provincia di Trento non ha goduto di protezione alcuna rischiando così di estinguersi come già avvenne in precedenza, ché un tempo erano tedeschi i Comuni trentini di Nave San Rocco/Scheffbrug, Mezzotedesco o Mezzocorona/Deutschmetz e Rovere della Luna/Eicholz sulla riva destra; Lavis, Faedo/ Faid, Grumo/Grim, San Michele all’Adige/St. Michael sulla riva sinistra. Ora tutti italianizzati.

 

Il Trentino orientale

 

Qui dobbiamo distinguere tra le comunità tedesche che per loro fortuna sono state aggregate alla provincia di Bolzano nel 1948 (due comunità della Val di Fiemme), e quindi conservano senza problemi il loro atavico patrimonio linguistico (a); quelle (b) senza tutela malgrado resistano ancora (mòchene della Val Fersina e cimbra di Luserna) e quelle (c) ormai estinte (mòchene della Val Piné e dell’alta Valsugana; slambròt o slapper di Vallarsa, Terragnolo, Folgaria e Lavarone; cimbro di Val Ronchi).

a) la Val di Fiemme. Si tratta di due comuni, Anterivo/Altrei e Tròdena/ Truden, per i quali – come per i quattro della Val di Non – già nel 1919 la Lega tedesca e il Partito Socialista, in previsione di una regione autonoma il cui progetto fu poi vanificato dal fascismo, avevano richiesto il “distacco dal territorio amministrativo del Trentino” perché “hanno una popolazione prettamente tedesca e spettava loro da tempi immemorabili, quantunque appartenessero a distretti giudiziari con lingua ufficiale italiana, il diritto di usare la lingua tedesca davanti ai tribunali italiani”.

Anterivo/Altrei è un abitato sparso, costituito da diversi masi (Eben, Müller, Bach, Sandhof, ecc.) in parte sullo sperone tra le valli dei torrenti Cucai e Cimei, affluenti di destra dell’Avisio, ed in parte sulle sponde delle stesse, ed è confinante con i comuni trentini di Capriana — al quale il fascismo l’aveva aggregato — e Carano.Tròdena/Truden, è uno degli 11 Comuni di cui è composto il Consesso della Comunità di Fiemme, nella cui area geografica viene appunto inserito dagli studiosi, anche se il rio di Trodena è un affluente di sinistra dell’Adige dando luogo al conoide di Vill e di Egna/Neumarkt, lungo il quale risaliva l’antica strada che collegava il centro mercantile di Egna a Fiemme. Come Anterivo, Tròdena era inclusa nel distretto giudiziale di Cavaselex e fino al 1964 era parrocchia del decanato di Fiemme (Cavalese). Frazione di Tròdena è San Lugano, villaggio alpestre lungo la strada tra Cavalese e Orax, nella sella prativa allo spartiacque tra il bacino dell’Avisio e quello dell’Adige. Pur appartenendo geograficamente (e storicamente) a Fiemme, è come Anterivo comune “finitimo” compreso dal 1948 nella provincia autonoma di Bolzano e nella diocesi di Bolzano-Bressanone.

b) Cimbri e Mòcheni. La valle dei Mòcheni è l’alta valle del Fersina/ Fersental, dalla testata alla confluenza nella piana di Pèrgine; a causa delle escavazioni fluviali successive all’era glaciale, gli insediamenti umani permanenti sono disposti al di sopra dello stretto fondovalle, su brevi terrazzamenti morenici e su pendii terrazzati. Il caratteristico paesaggio antropizzato della valle dei Mòcheni è — come sostiene Aldo Gorfer nel suo ottimo Le valli del Trentino — un’interessante testimonianza di quello che può esser considerato come il primo grande assalto alla foresta nel quadro mitteleuropeo. Sembra che nella prima metà del secolo XII, sia il monte di Palù che quello di Fierozzo, di proprietà del vescovo di Trento, non fossero abitati stabilmente e che proprio in quel periodo iniziasse la colonizzazione tedesca della montagna, fenomeno del resto comune a tutta l’area tra il Pinetano ed il monte di Roncegno (Valsugana) mentre tramontava l’antico possesso fondiario ecclesiastico. Il processo era favorito dal disegno dei conti del Tirolo a danno dei vescovi di Trento, e soprattutto dalla particolare situazione economica dei tempi, contraddistinta dall’evoluzione dell’attività agricola — conseguenza di quella demografica — che provocò la catena della fame di terra coltivabile, fino al limite dei cereali, e delle conquiste delle paludi e dei boschi da bonificare.

La colonizzazione pionieristica della valle dei Mòcheni giunse quindi in corrispondenza della “rivoluzione verde” medioevale. Perciò (ed è ancora Gorfer a sottolinearlo), la Val Fersina “è un condensato storico, di significato europeo, dell’usurpazione dei grandi beni ecclesiastici (improduttivi sino ad allora) da parte dei neopotenti, della colonizzazione feudale della montagna, ed infine del secondo assalto alle risorse naturali, quelle delle miniere”.

Infatti, alla prima colonizzazione di agricoltori tedeschi (roncadori) si aggiunse una sovrapposizione di nuovi immigrati tedeschi venuti per i lavori in miniera (canòpi): immigrazione che raggiunse il culmine nei secoli XVI e XVII. Ciò detto, a nostro avviso però, sia per i roncadori prima che per i canòpi poi, non si tratta di immigrazioni venute sempre da aree tedesche lontane, ma semplicemente di tedeschi che, in conseguenza appunto della crisi demografica e della situazione politica favorevole, salirono la montagna per bonificarla, lasciando la pianura sempre più disponibile alle influenze culturali romanze. I discendenti degli antichi roncadori e canòpi di origine tedesca sono chiamati “Mòcheni’’, sembra per il vezzo che essi hanno d’intercalare nei loro discorsi il verbo machen, “fare”, ed etnicamente popolano la sponda sinistra: Frassilongo/Gereut, Roveda/Eichlait, Fierozzo/Florutz, e la sponda destra dell’alta valle, Palù/ Palai; la media e bassa sponda destra è invece romanza, benché le sedi umane di Sant’Orsola (chiamata dai Mòcheni “ Eickberg“) e di Mala presentino ancora l’andamento sparso a maso, tipico degli insediamenti germanici. Nel manifesto del ‘‘Dipartimento ecologico” della Prov. autonoma di Trento anche la sponda destra è erroneamente indicata come tedesca.

Il processo d’insediamento seguì dal piano al monte: Frassilongo dapprima, quindi Fierozzo e da ultimo Palù. L’attività industriale-mineraria, sovrappposta al sedimento rurale, ebbe come conseguenza l’aumento della popolazione e l’incremento delle attività economiche. Durante la I Guerra Mondiale la zona fu militarizzata; a seguito degli accordi Hitler- Mussolini del 1939, 576 persone optarono per il trasferimento nel Reich; l’esodo portò i Mòcheni nelle fattorie di Ceske Budejovice (Boemia meridionale, occupata dai Nazisti). Gli optanti partirono nel 1942 e tornarono avventurosamente nell’estate del 1945. Don Jacob Hofer, parroco di Fierozzo San Francesco/Florutz St. Franz (o Ausserflorutz), etnologo e linguista, recentemente scomparso, fu Pastore che condivise le traversie della comunità, sempre all’avanguardia nel richiedere la tutela globale di questo piccolo popolo alpino che miracolosamente ha conservato sino ad oggi un eccezionale patrimonio cultrale.

Le leggende e le tradizioni popolari tuttora vive (il Carnevale di Palù è un’esemplare testimonianza di sopravvivenza animistica e, con quello di Bagolino (1) e pochissimi altri, tra i più preziosi dell’intero arco alpino) fanno della Valle dei Mòcheni un centro culturale alternativo tra i più significativi d’Europa. Tanta è la sua emblematica importanza quanto è il disinteresse dimostrato dal Consiglio Provinciale di Trento e da quello Regionale (che comprende dunque anche i consiglieri di lingua tedesca della provincia di Bolzano); scuola, lingua ufficiale, toponomastia: nel Fersental è tutto soltanto in italiano. Luserna/Lusern è un villaggio alpestre affacciato sulla valle dell’Astico, al confine con la provincia di Vicenza (Sette Comuni), in un breve altipiano tra le valli profonde del rio Tòra. La credenza secondo la quale le popolazioni dei Sette Comuni vicentini e dei Tredici Comuni veronesi, che parlavano un antico dialetto tedesco (era ridotto a Giazza/Ljetzan, nei Tredici; ed a Roana/Roboan e Rotzo/Rotz nei Sette, oltre a Luserna/ Lusern che però non fa parte di questi ultimi ed è in provincia di Trento), siano il vivo ricordo dei Cimbri protostorici fu ripresa dagli storiografi romantici, ma è più antica. I primi a sostenere tale tesi furono il vicentino Ferreto Ferreti (che nel 1330 chiama “Cimbria” Vicenza e “Cimbri” gli abitanti) e dal veronese Antonio Marzagaia, maestro di Antonio della Scala. Il poeta vicentino Emiliani, nel secolo XV si chiamò da sé Quintilius Aemilianus Cimbricus. Così, “cimbro” divenne sinonimo di montanaro da Vicenza a Verona, e letterariamente si usava tale parola per indicare le scarse reliquie dell’insediamento di Asiago/Sleghe e sue propaggini, che coi Cimbri distrutti da Mario e Catulo nei Campi Raudi presso Vercelli non hanno nulla a che fare.

Più che nei Sette Comuni vicentini finitimi (Altipiano di Asiago), il Cimbro (in realtà forma arcaica di austro-bavarese, tipo linguistico di tutti i tedeschi delle Alpi centrali ed orientali, dai Tirolesi ai Carinziani, mentre i Walser della Val d’Aosta e del Piemonte sono alemannici, come gli svizzero-tedeschi) si conserva vitale a Luserna, dove è parlato anche dai bambini. Durante la I Guerra Mondiale, la popolazione fu evacuata in Boemia dopo essere stata concentrata a Caldonazzo; Luserna fu sottoposta fin dal 24 maggio 1915 al furibondo cannoneggiamento italiano contro il forte austriaco, ritenuto allora imprendibile, e per questo chiamato dai soldati “Padreterno”. Luserna fu “campo di battaglia” anche linguistico-culturale, perché ivi si misurarono sino al 1915 le opposte associazioni pangermaniste tedesche e nazionaliste italiane. Le prime sussidiarono una scuola tedesca nel 1874; nel 1887 la “Pro Patria” vi insediò una scuola italiana che fu poi ereditata dalla “Lega Nazionale” che aprì anche una scuola serale per adulti, una scuola di lavoro ed un asilo infantile. L’etnìa tedesca tuttavia resisteva, come dimostrano i dati del censimento: mentre, nel 1880, 215 persone si definivano “italiane” contro 231 tedesche, nel 1914 gli “italiani” si ridussero a 14, mentre i “tedeschi” salirono a 754. Oggi vi sono due circoli culturali, uno fiancheggiante il PPTT, e l’altro di giovani indipendenti che l’hanno intitolato a Gandhi: benché la coscienza cimbra sia ben viva, l’amministrazione comunale sembra molto timida nell’intraprendere iniziative per il bilinguismo nella toponomastica e nelle scuole le quali, come nel Fersental, rimangono esclusivamente italiane, a parte le iniziative private.

Tenuto conto che nei Tredici Comuni veronesi e nei Sette Comuni vicentini la lingua materna è ridotta al lumicino — praticamente non essendo conosciuta che dagli anziani, i quali normalmente ormai parlano veneto, mentre le altre località cimbre del Trentino sono, come vedremo, estinte — Lusern è l’ultima roccaforte e costituisce l’esempio della forma più arcaica di parlata altotedesca tuttora vitale.

Per gli amministratori provinciali e regionali, per gli ecologi e gli amanti della natura, sembra però che i Cimbri non valgano quanto le alghe rosse del lago di Tòvel…

c) Slapper, addio! Tra le ultime comunità che si sono estinte vanno ricordati i due villaggi (costituenti ora un unico comune) di Vignola-Falésina/Walzburg-Falisen, che rappresentano una sorta di prosecuzione verso sud-est del gruppo dei Mòcheni, Falésina è sopra Pòrgine, in un digradante altopiano alla sinistra del rio Rigolor, sul fianco settentrionale del monte Orno; Vignola è a sud-est di Pòrgine, sulla strada per Vetriolo Terme, presso la sponda destra della valle del rio Vignòla. L’identità etnica dei due villaggi sembra un gioco di prestigio. Infatti, nel censimento del 1880 a Vignola risultano 133 tedeschi e 200 italiani, cosicché viene richiesta l’istituzione di una scuola in lingua tedesca. Nel 1880, sembra in seguito all’ìnfluenza del nuovo parroco cattolico ed italiano, si oppose l’inutilità della scuola tedesca in quanto non v’era più alcun cittadino di quella lingua nel Comune. A Falésina, il censimento del 1880 registra 130 tedeschi e nessun cittadino di lingua materna italiana; dieci anni dopo, appaiono 146 “italiani” e neppure un “tedesco”!

Sono, questi, casi emblematici di come la popolazione bilingue fosse influenzata e strumentalizzata dalle agenzie di socializzazione (parrocchia innanzi tutto, ma anche circoli politici e consortili), Oggi, comunque, il tedesco rimane nella toponomastica dei masi; la popolazione è ridotta al minimo (Vignola, 37 abitanti; Falésina 40; in tutto il comune, 139). Finitima alla Valle dei Mòcheni, dalla parte verso la Val Cembra, è la Valle di Pinè che fa parte di due bacini imbriferi; del Fèrsina e dell’Avisio.

La “Magnifica comunità pinetana” risale al 1353, la sua prima “Carta di Regola” al 1262; attraverso i secoli difese sempre gelosamente la sua libertà; fu sciolta nel 1875. Gli agricoltori tedeschi dissodarono le pendici occidentali di Costalta, fino al monte Calvo, la valle di Regnana, Bedollo e la regione di Montagnaga. Successivamente si registrò un’immigrazione di Veneti e di Lombardi (Camuni), specie nell’alta valle. Come nella Valle Férsina, si verificò poco dopo un’immigrazione di minatori tedeschi (canòpi). Lo spirito d’indipendenza dei Pinetani e la loro impulsiva avversione all’oppressione trovano una chiara conferma nell’adesione alla sollevazione mitteleuropea, a carattere sociale, di T. Müntzer, che dalla Germania si estese al Tirolo trovando un grande capo in Michael Gaismayr, e che dai cronisti dell’epoca (1525) per disprezzo fu detta “dei carnéri” (degli zaini).

I rappresentanti della Comunità di Pinè parteciparono alla celebre riunione di Merano e ad importanti missioni a Innsbruck. L’oasi tedesca era soprattutto compresa nell’area Rizzolaga/Rislach, Miola-Vigo-Montagnaga / Montenag- Faida (tutte frazioni del comune di Baselga di Pinè/Wasilig) e si estendeva alle frazioni del Comune di Pèrgine/Persen: Nogarè, Madrano, Vigalzano/Vigulsan. Zone tedesche erano anche Bedollo/Bedull e la valle della Regnana. La colonia tedesca mantenne usi, costumi e lingua sino al XVII secolo e venne infine assorbita dalla popolazione romanza. Il ricordo dell’etnia rimane nei toponimi dei masi (Erla, Valt, Erspan, Rauta, Puel, Stiffel, Postel, Grill, Trotte, Clinga, Stelzeri). Anche le leggende del Pinetano presentano un substrato nordico, come quelle della “caccia selvaggia” di Costalta- Regnana e di Vigo- Ferrari (si raccontava di udire la galoppata dei cacciatori a cavallo e il latrare dei cani da caccia; agli incuriositi che chiedevano di portar la preda, al mattino appariva una mano umana appesa all’uscio; nella notte successiva, l’orribile trofeo veniva ripreso dal misterioso corteo).

Per Valsugana, i geografi comunemente intendono il solco del fiume Brenta, dalle sue origini alla confluenza del Cismòn, dopo Primolano. Ma si tratta di una definizione storica più che geografica: la designazione giusta si riferisce alla parte bassa, spettante al vescovo di Feltre. Ai Masi di Novaledo sarebbero stabiliti, secondo il Prati, i confini etnici fra Trentino e Valsugana propriamente detta, i cui abitanti si riallacciano al Vicentino di cui la Valsugana è una continuazione; il Trentino invece — compreso il distretto di Lévico — si riannoda alla Lombardia: “il confine tra il Veneto ed il Trentino passa appunto tra il distretto di Borgo e quello di Levico”.

Si parlava tedesco nel Perginese, presso il lago di Caldonazzo: a Castagné/Kosteneit, Caldonazzo/Calnetsch, Vattaro-Vigolo/Vigl, Calceranica/Plaif e su tutte le alture a sinistra del Brenta che costeggiano il corso del fiume fin presso Borgo Valsugana/Wurgen: sul monte di Roncegno/ Rundscheinberg, a Torcegno/Tiirtchein.

I canòpi (minatori) di Pèrgine/Persen erano riuniti in un’associazione con proprio statuto; eressero nell’arcipretale l’altare di S. Barbara ed avevano la propria sede in località Canòpi, dov’è tuttora un portale con i loro emblemi (attrezzi di lavoro) e la data (1505) scolpiti in pietra. Minatori e roncadori tedeschi popolarono di masi il monte di Roncegno. Nell’alta valle della Larganza, vi sono i boschi di Sturmwolt (degli uragani) avvolti da molte leggende. Nel 1286 si parla già di “usi e di consuetudini dei roncadori di Roncegno”. Girolamo Bertondello scrive nel 1665: “Di questi il monte della Villa di Roncegno è abitato che poco l’italiano parlano e meno l’intendono, ed il loro idioma non è ben inteso dai veri Alemanni, per essere dal loro linguaggio molto differente”. Si parlava dunque un arcaico dialetto tedesco che, in seguito, fu detto “cimbro” e che andò a mano a mano corrompendosi sino ad essere assimilato dall’elemento romanzo. “Ancor oggi” scrive nel 1923 A. Prati “gli abitanti della Montagna di Roncegno e dei Ronchi sono chiamati da quelli di Roncegno Villa Mòcheni (sing. Mòchene) ch’è pure il nome dei tedeschi dell’alta valle del Fersina (val dei Mòcheni)”. A Sella, frazione di Borgo Valsugana, c’è la “malga busa del Mòchene”. Lo stesso toponimo “Brenta” è tedesco (brint).

Nella Val Lagarina, e cioè nella Val d’Adige a sud di Trento, nel tratto prima di Rovereto, si parlava tedesco a Cimòne e Garziga, frazioni di Aldéno/Aldein sulla sponda destra, e a Scanuppia e valle del rio Secco, nel comune di Besenello/Bisein sulla sponda sinistra, dove gli abitanti si recavano a morose e a filò (alla veglia) nei masi tedeschi di Folgaria/ Vielgreut. Le Valli confluenti da Sud a Noriglio/Norej di Rovereto sono costituite dal Leno di Vallarsa/Brandtal (da non confondere con l’omonima di Laives, in provincia di Bolzano) e dal Leno di Terragnolo/Leimtal. La Vallarsa/Brandtal fu colonizzata invece verso la fine del secolo XI da roncadori tedeschi che abbatterono i boschi per trarvi terra da coltivare e stabilirono nelle radure così ottenute i masi da cui ebbero origine gli attuali insediamenti abitativi. L’elemento tedesco finì con l’essere assorbito da quello romanzo circostante, divenuto maggioritario; l’antico dialetto tedesco, detto in senso abbastanza dispregiativo dai Trentini romanzi “slambròt”, è ora completamente scomparso ed ha lasciato posto ad un dialetto trentino con sovrapposizione veneto-trentina. Il ricordo dell’etnia estinta è presente nei toponimi più o meno trasparentemente italianizzati (ad es. Anghèberi/Langeber, Raossi/ Rautsch, Obra/Oberau, Val di Piazza/Platz-tal, Alburedo/Aspach, ecc.) e nel folklore.

Tra le leggende era particolarmente vivo il ciclo della “caccia selvaggia” di chiara reminiscenza nordica (vedi sopra). Si conosce la descrizione del costume dei Vallarseri alla fine del ’700, simile a quello degli abitanti della Sarnatal presso Bolzano: “Portavano una giacca di color rosso scarlatto sovra un panciotto del medesimo colore, un colletto dritto ed un collare; pantaloni corti di cuoio sorretti mediante una fascia di seta o di pelle, entro la quale mettevano il coltello o la pistola. Completava l’abbigliamento un cappello bianco e nero a larghe tese ed un paio di calze che a quanto pare erano verdi od azzurre” (G. Roberti).

(Un ricordo curioso: verso il 1890 emigrarono nella Croazia austriaca per lavori stradali regionali due fratelli di Obra/Oberau, Ferdinando e Giuseppe Broz. Nel 1891 ritornò il primo, raccontando che Giuseppe aveva sposato una croata di Kumrovec presso Agram dalla quale, dopo la sua morte, aveva avuto un figlio battezzato Giuseppe. Secondo alcuni si tratterebbe di Joseip Broz, universalmente conosciuto col nome di battaglia partigiano: Tito, fondatore della repubblica jugoslava).

La Valle del Leno di Terragnolo/ Leimtal ebbe una colonizzazione analoga a quella della Vallarsa. Si racconta qui la leggenda di tre fratelli venuti da fuori per far carbone: uno si sarebbe stabilito al Potrich, l’altro ai Gerei ed il terzo ai Ghesteri, dando inizio alla colonizzazione della Valle; il racconto maschera evidentemente la storia del popolamento della vallata. La presenza di “teutonici” tra i valligiani di Terragnolo è documentata da una procura del 1225 redatta da Jacopino, signore di Lizzana e di Terragnolo. Dal 1469 – anno in cui un prete di Costanza, Giovanni Fratzer, fu investito della chiesa curata di S. Pietro e Paolo in Terragnolo – sino al 1530 si ha una serie di Rettori tedeschi. La vicinanza di Rovereto (analogamente a quella di Verona che ha italianizzato per prima la parte occidentale dell’altipiano veronese dei Tredici Comuni), ove a quei tempi era forte la Repubblica di Venezia, deve aver notevolmente influito sull’inquinamento romanzo dovuto ai quotidiani rapporti per il commercio dei prodotti del suolo, per l’amministrazione della giustizia e della cosa pubblica in genere.

I registri della fabbricieria sono tuttavia ancora redatti in tedesco locale negli anni 1516 e 1517, non dal rettore ma dai fabbricieri. Dal 1530, i parroci furono italiani, ma dovevano pur conoscere anche l’antica lingua locale se ancora nel 1798 il Comune manteneva a proprie spese un cappellano di lingua tedesca, poiché il nuovo parroco, don L. Zanella, non parlava tale lingua e perciò non era compreso da molti: questa situazione doveva essere invisa al nuovo parroco, se egli si diede molta premura di far sparire l’idioma tedesco in Terragnolo; e vi riuscì “col tempestare, minacciare e predicare e coll’obbligare per coscienza i vecchi del paese a non dover giammai parlare barbaramente alla nuova generazione” (P. Beltrami, Memoria intorno alla vita ed alla morte della lingua dei popoli di Terragnolo, memoria letta all’Accademia degli Agiati addì 22 nov. 1820; Atti dell’Accademia, Anno l, 1883).

Un fatto analogo accadde in Piemonte, nell’isola linguistica tedesca (Walser) di Ornavasso (Val d’Ossola) meno di trent’annì prima (1771) dove, come a Terragnolo, la lingua è estinta da circa 150 anni. Anche a Terragnolo l’antico dialetto era detto Slapper o Slambròt e, da M. M. Mariani, Hunno (Trento con il Sacro Concilio ecc., Trento MDCLXXIII, ristampa a cura di E. Tessandri, Ariete, Milano 1970).

A Terragnolo, “il vestito per l’uomo consisteva in giubba e calzoni corti di mezzalana nera, calze bianche e di lana grossa ed una velada a coda di rondine. Le donne invece vestivano di rigatino in cotonina scura, esse avevano ancora una sottana corta fino al principio del polpaccio ed un corpetto senza maniche, mentre le braccia erano ricoperte dalla camicia di tela bianca greggia e forte. Un fazzoletto variopinto avvolgeva i capelli ed era legato al collo” (G. Roberti). Tra il Leno di Vallarsa/Brandtal, e quello di Terragnolo/Leimtal, vi è l’altipiano di Trambileno/Trumbeleis, al pari di Vallarsa e di Terragnolo, fu popolato nei primi secoli dopo il 1000 da contadini tedeschi. Da Ala di Trento (Valle Lagarina), sulla sponda sinistra dell’Adige, inizia la Valle dei Ronchi/Rauttal, dove si parlava il cimbro dei confinanti Tredici Comuni veronesi sino al XVII secolo (i masi portano ancora i nomi tedeschi: Michei, Schincheri, Perche, Zettele); risalendo la valle per la ex strada militare, si giunge al Passo Pertica da cui si scende a Giazza/Ljetzan, ultima località dei Tredici Comuni veronesi dove ancora si parla cimbro. L’altipiano di Folgaria/Vielgreut e Serrada/Zerade si trova ad ovest di Roveredo, al di sopra dei 950-1000 metri, sui fianchi meridionali del monte Cornetto (massiccio della Vigolana) e comprende la regione ad anfiteatro, aperto verso occidente dal solco vallivo del Rio Cavallo/Rossbach, che nasce dalla torbiera di Echen e che si spinge sino al crinale del monte Maggio-Costa d’Agra al confine con la provincia di Vicenza. Bisogna risalire sino ai secoli XII e XIII per trovare sicure notizie della regione, quando furono colonizzate ad oriente le valli che già abbiamo citato (Fersina, Pinetano, ecc.).

La leggenda secondo la quale un imperatore del Sacro Romano Impero avrebbe inviato dei minatori per coltivare la miniera di Melegnon (i quali, non esistendo la medesima, si trasformarono in agricoltori tagliando i boschi ed impiantando i masi, analogamente a quella dei tre fratelli della valle del Leno di Terragnolo, succitata) dimostra che la memoria popolare ha fissato la vicenda della colonizzazione medioevale incoraggiata dai signori feudali sovente a scapito degli antichi proprietari ecclesiastici. Sappiamo che la “Costa Cartura” in “contrada Folgaria” fu venduta nel 1215 fino al “Covale di Centa” dai signori di Caldonazzo al Principe Vescovo di Trento; il quale la concesse in feudo a Odorico ed Enrico di Bolzano perché vi fondassero venti masi di “buoni, utili e prudenti lavoratori”. Nulla vieta tuttavia di supporre che i roncadori fossero stati chiamati da paesi tedeschi per meglio armonizzarsi con la popolazione, pure tedesca, che già poteva essere insediata nei territori contermini. Caratteristica della storia folgaretana è la secolare lotta per l’indipendenza dagli obblighi feudali. Una comunità folgaretana, retta da un “decano” è nominata già nel 1222; fu poi retta da un vicario eletto democraticamente assieme a due sindaci, ai dieci giurati che lo assistevano, ed al collegio dei 40; vale a dire l’assemblea dei capifamiglia eletti uno da ciascun colmello, o quartiere.

Nel XV secolo, assoggettata praticamente alla Repubblica di Venezia, si ebbe dal Doge riconosciuti vari privilegi, fra i quali la libertà di commercio ed autonomia totale e perpetua. Tramontato il dominio della Serenissima, Folgaria godette dei privilegi decretati per Rovereto da Massimiliano d’Asburgo e riuscì vittoriosa contro le pretese feudali ereditate dai signori Trapp.

Durante la I Guerra Mondiale, i monti dell’altipiano verso il confine con il Veneto furono teatro di accanite operazioni belliche con conseguenti distruzioni; nel periodo dell’occupazione nazista i luoghi furono interessati dall’azione di guerriglia delle brigate garibaldine “Martiri di Val Leogra”, “Pasubiana” e “Fortuna”. La parlata folgaretana alto-tedesca, anche qui chiamata slambròt, è ormai estinta; l’ultima comunità a perderla fu St. Sebastian (tra Folgaria e Lavarone) dove ancora la si poteva udire all’inizio del nostro secolo. A ricordo della colonizzazione di genti germaniche rimane la fitta toponomastica tedesca (ad esempio sul versante sinistro dell’Astico/Astich troviamo Prombis, Teler, Kulpach, Roteckele, Mittereck, Eck, Bisele, Stobant; ma alcuni masi furono completamente italianizzati; come Haslach, frazione di Folgaria, divenuta Nosellari), l’assetto sparso delle dimore originarie e numerosi cognomi.

La genesi di molte leggende va ricercata nell’area mitteleuropea, ed è ricordo dei coloni tedeschi: abbiamo la saga della “caccia selvaggia”, il bilmon (Wildmann, uomo selvatico), la trott (vecchia sdentata che impauriva le famiglie nelle case, nottetempo), il sabanèl (folletto che faceva perdere la strada nei boschi), la donna Berta, ecc. Come Luserna fu culturalmente bersagliata dagli irredentisti italiani per vincerne la resistenza tedesca, così Folgaria/Vilgereut fu l’emblema della riscossa del morente germanesimo trentino: il “Deutscher Schulverein” e la “Tiroler Volksbund” avevano, nel 1910, costruito l’edificio per una scuola privata popolare tedesca, ma non si riuscì ad aprirla subito per gli ostacoli frapposti, relativamente all’obbligatoria istruzione religiosa, dal vescovo di Trento, mons. Celestino Endrici, notoriamente amico dei cattolici irridentisti. Egli negò l’autorizzazione al curato di Luserna Primoth, pur resosi disponibile; si ripiegò allora su un corso bisettimanale di lingua per i ragazzi più grandicelli; la medesima associazione vi aveva pure aperto in quello stesso anno una “scuola di lavoro” ed un asilo infantile con refezione.

L’altopiano di Lavarone/Lafraun può essere ritenuto la parte estrema nord- occidentale del più vasto sistema di altipiani detti di Asiago o dei Sette Comuni (Vicenza). La prima citazione di Lavarone è del 1184 (“in Lavaron”); otto anni dopo è chiamato “antico feudo” della chiesa di Trento e come tale concesso, a composizione di una lite, ai signori di Caldonazzo. Dal documento di arbitrato si apprende che già molto prima gli uomini “di lassù facevano carbone e tagliavano legna” e dovevano un canone al vescovo di Trento. Ciò significa che Lavarone si era già staccato dai Sette Comuni, con i quali formava una comunità etnica e politica in collegamento con i Tredici Comuni della Lessinia (Verona), confinante alla Chiesa di Santa Giuliana di Lèvico. L’abbondanza di foreste riattivò l’antica attività di fusione dei minerali con conseguente intenso traffico tra le zone minerarie vicine di Pergine e di Vetriolo.

La disposizione urbanistica ad insediamento sparso che caratterizza Lavarone è appunto dovuta alla colonizzazione tedesca, in seguito assorbita dal più forte elemento romanzo. I toponimi di numerose località (es. Virti/Wirt, Slagenaufi/Schiaginauf, Gionghi/Jung, Vallempach, Zahnloch, Hochonòt, Bìsele/Wiese, ecc.) sono l’estrema testimonianza dell’antico dialetto tedesco (pure qui chiamato slambròt), estinto alla fine del XVIII secolo, il quale tuttora si parla (cimbro), come già abbiamo detto, nella comunità di Luserna/Lusern, pur confinante con l’altipiano dei Sette Comuni vicentini. L’altopiano di Lavarone, tradizionale via di comunicazione tra il Trentino (detto “Ancino di qua”) ed il Vicentino (“Ancino di là”), fu oggetto di aspre contese prima tra i signori trentini e quelli vicentini, poi tra gli Asburgo e Venezia. Per la sua importanza strategica, dal 1908 al 1914 fu trasformato dal Genio Militare austriaco in munitissima piazzaforte collegata con un sistema di fortezze a quella di Folgaria; fu protagonista delle offensive austriache del maggio- giugno 1915, novembre 1917 e giugno 1918; la popolazione era stata evacuata e concentrata nell’Austria superiore (Braunau).

Anche a Lavarone, le leggende sono il più delle volte di chiaro influsso nordico: i boschi e gli anfratti verso il forte di Belvedere erano abitati dal wilmann (uomo selvatico) e dalla frau Pèrtega (donna selvaggia). Agli Oseli si usava mettere sulla porta di casa un rametto di eghel (maggiciondolo) a protezione dalle streghe; i gradini innanzi alle porte delle abitazioni servivano per ostacolare le streghe dai piedi caprini; nel monte del prato del Suthal ci sarebbe un tesoro custodito dal diavolo; il monte Belen era abitato dalle fate, ecc…

La valle di Primero/Primör. In senso generale, è così chiamata la regione montuosa dell’alto bacino del Cismòn, affluente di sinistra del Brenta, dalle sue sorgenti presso il passo Rolle alla sua confluenza con il torrente Vanòl, dove sino al 1918 era posto il confine italo-austriaco. A differenza delle valli fin qui descritte, sembra non vi sia stata una colonizzazione più antica di roncadori ed una più tardiva immigrazione di minatori, ma soltanto il secondo flusso, di minatori tedeschi, appunto, “venuti soprattutto dal bacino minerario di Schwaz nella seconda metà del XIV secolo e che si spinsero sino nell’Agordino. La loro presenza, quella dei principi tedeschi con il loro seguito burocratico e di servizio, e l’espandersi di numerose attività culturali, artigianali, forestali, commerciali, ebbero una notevole influenza nel plasmare il profilo dell’attuale piccola patria primierotta, la sua civiltà, la sua modulazione etnica ed il suo paesaggio culturale” (A. Gorfer).

La popolazione di minatori tedeschi formò un proprio Comune con un borgomastro liberamente scelto e con preti tedeschi; nell’antica chiesa dei minatori a Fiera, fregiata degli emblemi dell’arte mineraria, si trovano ancora dipinti sei stemmi dei padroni delle miniere coi loro nomi, tutti tedeschi (Buest, Sweis, Woest, Neyant, Braudis, Römer). La famiglia tedesca dei Welsperg ebbe nel 1401 la giurisdizione su Primiero. “I canòpi quattrocenteschi portavano delle lunghe giacche di lino bianco impermeabile con maniche molto ampie e faldate, un cappuccio della stessa tela, un grembiule di pelle, ed erano muniti di un piccolo bastone ad uncino ricurvo detto farbross. Ai canòpi — venuti d’oltre i monti e considerati allora come i più esperti lavoratori di miniere dell’Europa — va attribuita l’infiltrazione di termini tedeschi linguistici nel dialetto locale ed i numerosi cognomi nordici delle famiglie residenti nella zona che provengono anche da immigrazioni successive di professionisti. E ciò vale per i vocaboli indicanti le varie categorie professionali come: roste, scitte, werchi, scàffari, smelzer, einfarer, probirer (ma anche per molte frasi dialettali tedesche rimaste ancora oggi in uso ma che chiaramente tradiscono la loro origine più recente).

E, con la lingua, anche nuove idee di carattere generale si diffusero tra la popolazione indigena non aliena dal seguire le idee sociali e religiose dei minatori, considerati come gli artigiani più evoluti dell’epoca” (A. Zieger, Primiero e la sua storia, Trento 1975). Primiero divenne un centro minerario di notevole importanza, sede di un giudice minerario (Berrichter) e del cosiddetto “palazzo delle miniere” (ufficio delle miniere). L’attività mineraria venne regolata da un apposito codice (XV secolo); Primiero partecipò attivamente alla rivoluzione dei carnèri, dei contadini; come i confratelli canòpi di Pinè, delegati primierotti furono presenti all’assemblea di Merano indetta dal teorico del movimento, Michael Gaismayr, nel corso della quale furono anticipati di quasi tre secoli i principi della rivoluzione francese.

I rivoltosi primierotti riuscirono a scacciare il feudatario Sigismondo Welsperg che si rifugiò nel castello di Telvana a Borgo Valsugana. Il fermento causò la repressione armata e una sorta di ostracismo da parte della confinante Repubblica Veneta nei confronti degli esuli, nonché l’improvvisa occupazione della valle da parte dei Feltrini che non volevano guai. Il patrimonio delle leggende è collegato alle saghe nordiche della “caccia selvaggia”, delle fate e delle streghe (guane, dive, smare) ed al mito dell’uomo selvaggio comune a tutto l’arco alpino (qui è il mazaròl che avrebbe insegnato le tecniche casearie).

 

Le origini

 

Molto si è discusso sull’origine di queste “colonie” tedesche trentine; mentre i germanisti sostengono la tesi del substrato tedesco comune a buona parte del Trentino, gli studiosi italiani propendono per ritenerli il risultato di colonizzazioni isolate medioevali, inserite in un contesto originario romanzo che li avrebbe a poco a poco assorbiti. Se questo ci sembra senz’altro vero per i canòpi della Valle di Primiero, non ci pare sostenibile una tale tesi generalizzata sempre per tutte le isole linguistiche tedesche del Trentino.

Intanto, a ben guardare, non erano poi tanto “isole”: dagli insediamenti tedeschi nella val di Fiemme, che si collegano al “retroterra” sudtirolese alla Val Cembra, alla Valle di Piné non c’era soluzione di continuità: Val Fersina – Caldonazzo – Lavarone – S. Sebastian – Folgaria – Terragnolo – Trambileno – Vallarsa – Valle dei Ronchi – Lessinia (Tredici Comuni); oppure a Recoaro/Rikobär, anch’esso cimbro e la cui regione collegava i Tredici Comuni veronesi con i Sette Comuni vicentini; Lavarone, verso oriente, si collegava a Luserna e da qui, di nuovo, si passava ai Sette Comuni; da Caldonazzo, la “colonizzazione” tedesca, sulla sinistra del Brenta, arrivava sino a lambire Borgo Valsugana.

Obiettivamente, dunque, non si può parlare di “colonie” tra loro separate, ma di un’area alto montana relativamente compatta e, comunque, comunicante. Il documento del 1216, con cui il Vescovo di Trento concede venti masi in Folgaria a Enrico e Odorico di Bolzano, comprova “che il vescovo chiamò dei signori tedeschi perché fossero della stessa schiatta delle limitrofe popolazioni, e i coloni da loro portati vi si stabilirono ben volentieri, perché doveva parer loro di non trovarsi quivi in terra straniera”, come sostiene A. Galanti (non certo sospettabile di pangermanesimo, visto che a pag. 133 (2) afferma: “I tedeschi si lagnano del perenne avvantaggiarsi e progredire dell’elemento italiano nel Tirolo tedesco. E se ne lagnino pure, noi Italiani non possiamo che rallegrarcene nella speranza che col tempo la nostra lingua progredisca acquistando in tutti i distretti tedeschi e slavi di qua delle Alpi fino al Brennero e alle vette nevose delle Giulie…”.

Neppure è sostenibile (come vuole il Cipolla) che i canòpi di ceppo bavarese, venuti nel secolo XIII da Bolzano in Folgaria, “di là passarono verso la metà del secolo stesso, nel Vicentino dove, prima del cadere del secolo, giunsero nel Veronese, e vi si fermarono con sedi stabili”. Obietta infatti il Galanti: come avrebbe potuto formarsi, nel secolo XIV e forse prima, la leggenda dei “Cimbri” vinti da Mario, se fosse vero che la venuta dei tedeschi nel territorio vicentino risaliva soltanto al secolo precedente? Si sarebbe perduta la memoria della loro provenienza in men d’un secolo? Inoltre, non è possibile che in 70 anni i tedeschi dei “venti masi” di Folgaria si fossero moltiplicati a tal segno da poter lasciare discendenza nella loro sede primitiva, occupare le montagne a nord di Vicenza e buona parte del territorio all’intorno e quindi fornir coloni in altre zone ancora e lasciare nei Sette Comuni larghissima traccia di sé; inoltre, la regione dei Tredici Comuni era a quell’epoca certamente già popolata da popolazione tedesca, come sostiene sempre il Galanti. Infine, minatori tedeschi furono reclutati anche in altre regioni (in Val Trompia, in Val Camonica, ad Agordo; presso Tretto, sopra Schio, erano occupati 300 minatori tedeschi) ma, mentre questi minatori — come nel Trentino quelli di Primiero — dovettero ben presto soggiacere al prevalente elemento indigeno di stirpe romanza, quelli delle altre colonie poterono ben più a lungo conservare la lingua e le costumanze avite essendosi trovati in mezzo ad una popolazione germanica già costituita ed avendo, anzi, contribuito a rafforzarla (come vi contribuirono anche i mercanti e gli artigiani teutonici affluiti nel Medio Evo, scegliendo a preferenza luoghi di transito).

Neppure il fatto che nei documenti più antichi i toponimi siano in volgare romanzo ci sembra probante per dimostrare che gli autoctoni fossero sempre romanzi ed i roncadori, colonizzatori della montagna, dei forestieri. Era naturale infatti che nel redigere i documenti pubblici e privati si preferissero per i luoghi in questioni i nomi noti agli “italiani”, perché tutti l’intendessero e perché più facilmente la potessero redigere nella forma latina o volgare i cancellieri e i notai, quasi sempre “italiani”. Era pur logico infine che il nome sancito così dalle carte pubbliche e private rimanesse nella maggior parte dei casi unico anche nella tradizione. Sebbene nelle Alpi il tedesco abbia dovuto cedere a poco a poco il posto al neolatino, è comunque da rilevare che in tutti i Comuni d’origine teutonica durò, finché fu possibile, un pertinace attaccamento agli usi aviti, una vera ripugnanza per i matrimoni, per i commerci e per le relazioni d’ogni genere con l’elemento romanzo; qualche cosa insomma che accennava ad un vivo spirito di nazionalità, conservatosi per secoli.

Ciò non si spiega con colonie di minatori o di contadini, venuti soltanto per lavorare, che dal bisogno stesso di vivere meglio possibile tra gente straniera sarebbero stati stimolati ad impararne la lingua ed i costumi; e come già detto, nei luoghi occupati da soli minatori la parlata tedesca scomparve ben presto. Si conservò soltanto dove gli ultimi arrivati trovarono già esistenti, in quei luoghi o poco lontano, dei gruppi di popolazione tedesca, attaccata all’uso della propria lingua e per costante tradizione separata, opposta all’elemento romanzo.

Ci sembra, in conclusione, logico affermare che i tedeschi del Trentino si trovano in regioni contigue ad altri tedeschi, così come i Sudtirolesi lo sono rispetto ai Nordtirolesi; i tedeschi di Sappada/Plada e di Timau/Tischelwang rispetto ai finitimi Carinziani d’oltre frontiera; i Walser di Gondo/Ruden e Sempione/Simpelen e degli altri villaggi tedeschi dell’Ossola e del Monte Rosa, rispetto ai Vallesani svizzeri al di là dello spartiacque; e — se vogliamo — come troviamo Provenzali (Occitani), Franco-Provenzali (Arpitani), Sloveni nei due versanti dell’arco alpino. Perché, insomma, le etnie non rispettano i “sacri confini” e le montagne, anziché essere delle muraglie come le intende il potere annidatosi nelle città, sono per i popoli ponti di comunicazione, non dividendo “naturalmente” niente e nessuno.

 

Le opposte fazioni

 

Ci siamo lungamente soffermati sull’etnia tedesca del Trentino perché ci sembra sia tra le più sconosciute d’Italia e emblematicamente riveli le distorsioni e strumentalizzazioni di cui le minoranze linguistiche sono rimaste vittime. Nella seconda metà del secolo scorso, nel momento cioè in cui si sono scatenati i nazionalismi in Europa, il Trentino divenne campo di una battaglia senza quartiere tra le società irredentiste italiane e quelle pangermaniste. Da una parte, si iniziò con le società ginnastiche o escursionistiche (la “Società ginnastica di Trento”, sorta nel 1870 e sciolta dal Governo nel 1892, rinacque lo stesso anno sotto il nome di “Unione ginnastica di Trento”; nel 1872, si costituì la “Società Alpina di Trento”, sciolta anch’essa dal Governo nel 1875 e risorta lo stesso anno col nome tuttora esistente di “Società degli Alpinisti Trentini”, SAT) o operaie (società operaia “Unione e Progresso”), o più propriamente politicoculturali (la “Pro Patria”, nata nel 1886 e sciolta dal Governo nel 1890; la “Lega Nazionale” costituitasi subto dopo, nel 1891, e sciolta durante la guerra, nel 1916; ed infine la “Dante Alighieri”, fondata nel 1889 a Roma col chiaro scopo di “tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiana fuori dal Regno”: nel Trentino la “Dante” era rappresentata dal suo fiduciario, Guglielmo Ranzi, cui si deve anche l’idea e la realizzazione del monumento al Poeta) chiamate genericamente dagli avversari, l’“Irredenta”. Dall’altra, quelle che possiamo classificare in due tipi: società di azione nazionale generale, che combattono ovunque ci sono dei tedeschi e per le quali il Trentino non rappresenta che una sezione della loro attività (come, nel campo opposto, la “Dante”), e società di azione locale, costituite solamente per gli scopi tedeschi del Tirolo e del Trentino. Nel primo ordine è il ’’Deutscher Schulverein”, nato in Austria nel 1880 come “Wiener deutscher Schulverein”, divenuta sezione autonoma del “Deutscher Schulverein zur Furderung des Deutschtuns im Auslande” (Ass. scolastica germanica per la promozione del germanesimo all’estero”) già “Allgemeiner Deutscher Schulverein” di Berlino (Ass. scolastica tedesca universale). La società tedesca che ha preceduto tutte le altre in questo campo fu la “Gesellschaft zur Interstützung deutscher Schulen in Welschtirol” (Ass. per l’aiuto alle scuole tedesche nel Tirolo romanzo); il “Deutscher Schulverein” aveva fino alla Grande Guerra come organo ufficiale la rivista mensile “Der getreue Eckart”.

Nel secondo caso, il “Tiroler Volksbund” (Lega popolare tirolese), nata nel 1905, divenuta nel 1918 con l’occupazione italiana la “Deutscher Volksbund” (Lega tedesca), progenitrice quindi della SVP; ed in parte la “Südmark”, impegnata nella tutela delle attività economiche (commercio ed industria, alberghi) e per la salvaguardia della proprietà fondiaria tedesca, nelle aree di immigrazione romanza o slava.

Il “braccio di ferro” era tra la tesi italiana – accusata di imperialismo – di “riscattare” l’origine romanza da Trento al Brennero; e quella tedesca – chiaramente pangermanista – di affermare l’unità tirolese e di “riconquistare” il terreno perduto da Bolzano alla chiusa di Verona. Gli uni bersagliavano di scuole italiane l’ultima roccaforte cimbra di Lusern, gli altri impiantavano scuole tedesche in paesi tradizionalmente romanzi. Oggi, ci sembra necessario affrontare la problematica in un’ottica diversa: anziché due mani che come artigli si contendono, lacerando da nord e da sud il Tirolo ed il Trentino – come appare in un famoso manifesto alla vigilia della prima guerra mondiale – vorremmo due mani che, più intelligentemente, si stringessero per liberare il potenziale di polilinguismo e di cultura alternativa tuttora posseduto dalle due province, in un’unità etnica che nella “nazione alpina” è – come dimostra la Confederazione elvetica – chiaramente plurilingue.

Ciò presuppone innanzi tutto una meticolosa, pignola, attuazione dei principi costituzionali là dove si parla ancora tedesco, come nella valle dei Mòcheni (Fersental) e tra i Cimbri di Lusern. In proposito, è innanzi tutto da ribadire, con A. Pizzorusso, che è con riferimento all’intera regione che l’art. 2 dello Statuto afferma il principio di parità di diritti dei cittadini qualunque sia il loro gruppo linguistico e di salvaguardia delle rispettive caratteristiche etniche e culturali; e che l’art. 99 delimita l’ambito di operatività delle norme sull’uso della lingua tedesca; ciò significa, ovviamente, che pure gli uffici pubblici regionali con giurisdizione anche sulla provincia di Trento debbono attenersi alla disposizione di tutela delle minoranze previste per gli organi provinciali di Bolzano; ma significa altresì – proprio alla luce dell’articolo 2 – che l’intero territorio regionale assume la caratteristica di un’area mistilingue ai fini della tutela linguistica, e che le norme suddette hanno un effetto di tutela sia sui gruppi ladini che su quelli tedeschi del Trentino.

Sarebbe ben triste accettare in effetti che il diritto si misuri con il metro, per cui i comuni “finitimi” (anche di modestissima entità, quali quelli tedeschi della Val di Non) sono stati etnicamente salvati mentre quelli più lontani, anche se di entità maggiore (come i Mòcheni rispetto ai Nònesi) sono invece condannati all’estinzione.

Infine, non dovrebbe rilevarsi la “modesta entità” dei gruppi alloglotti in questione. È infatti nella scrupolosa attuazione dei principi generali che si acquista la credibilità dei propositi conclamati: si pensi al Canton Ticino, pur tenacemente impegnato nella promozione della cultura italiana nell’ambito confederale elvetico, il quale assicura la scuola bilingue (italiano-tedesca) per i pochissimi scolari di Bosco Gurin (che, in virtù di questa tutela, è con Gondo e Sempione, politicamente vallesani anche se geograficamente nel versante cisalpino, tra i tre soli comuni Walser ad aver ancor salda la propria lingua; gli altri della Valle d’Aosta e del Piemonte vedono tristemente estinguersi il proprio patrimonio culturale).

Ci mancherebbe altro se i Diritti dell’Uorno dovessero valere soltanto per “gli uomini” quando sono numerosi e forti! Si rammenti l’impegno morale e politico di giuristi e di letterali all’epoca dell’affaire Dreyfus quando si trattava di scegliere tra la ragion di stato (“l’onore della Francia”) e la giustizia per un uomo solo…

Ma anche là dove lo slambròt, o il cimbro, si è estinto dopo esser stato oggetto di ogni tipo di insulti e di degradazioni (“idioma rozzo”, “volgare”, “parlato da idioti”, “più consono a usarsi con le bestie che con gli uomini” ecc.), ci sembra esista un potenziale da liberare, e liberatorio. A parte la possibilità di un recupero sia pur limitato (ad esempio nella toponomastica, e per questo ci siamo qui sforzati di indicare i nomi dei luoghi in tedesco) qualche giovane abitante ed erede di quella cultura potrebbe riaffermare la propria identità e riapprendere il cimbro, utilizzando grammatiche, dizionari, pubblicazioni dei vicini centri di studi cimbri di Roana e di Vicenza. Dopo tutto, ciò avviene per il Gaelico estinto della Cornovaglia e dell’isola di Man, ed a Roana ci conforta l’esempio del giovane Angelo Mayer che ha riappreso il cimbro, da lui ormai parlato correntemente ed usualmente con gli anziani.

A parte questo recupero, mi pare che i roncadori ed i canòpi slambròt, così lontani nel tempo ci abbiano lasciato un messaggio ed un’eredità straordinariamente attuale. Convinciamoci innanzi tutto che essi furono ben altro che uomini mezzo selvatici, eremiti in lande inospitali. Stabilitisi in luoghi che sono poi divenuti di grande comunicazione (anche se la viabilità odierna ha ora invertito la tendenza e sovente ha perduto le vecchie strade trasversali!, non ci ricordano affatto una sterile conservazione, ma un fecondo progresso nella civiltà alpina. Furono protagonisti dell’utilizzazione di luoghi improduttivi ed ancorati al potere temporale della Chiesa; tagliata la “mano morta” ecclesiastica, sia pure utilizzando la rivalità tra feudatari laici ed ecclesiastici, quei lavoratori si ribellarono ai Principi e si organizzarono in comunità democratiche di liberi ed uguali.

I canòpi furono (proprio come i minatori inglesi ai primordi della rivoluzione industriale del XVIII secolo) i primi “operai” nel senso moderno del termine: e non per nulla proprio tra loro troviamo i più convinti collaboratori del riformatore Gaismayr, nel 1525. Furono appunto i lavoratori immigrati, gli artigiani ambulanti ed i commercianti a portare il seme della rivolta mitteleuropea di Müntzer. L’attaccamento alla cultura tedesca e autonomista nel Trentino suona oggi bigotto e reazionario, ma è una distorsione recente. Ancora al principio di questo secolo, mons. Celestino Endrici, vescovo di Trento sostenitore dell’Irredenta”, temeva che la riscoperta dell’antica identità delle comunità tedesche nel Trentino potesse costituire una premessa per un risveglio socialmente e religiosamente sovversivo (con riferimenti all’anticlericalismo, all’anarchia ed al socialismo).

Leggiamo in Il Vescovo di Trento e il Governo austriaco (del sac. V. Zanolini. Vita e Pensiero ed., Milano 1919): “(Nel Volksbund) gli elementi radicali o volti a una concezione socialista o anarchica della società si trovavano in una certa misura assecondati nelle loro tendenze…” (p. 30) “né va taciuto che in qualche paese si manifestasse pure qualche pericolo di protestantesimo. Non si era forse dedicato a Lutero una sala nel castello di Pérgine e la sua immagine non vi era stata scoperta con una solennità degna di miglior causa? O forse non aveva taluno cercato di comprare la chiesetta di S. Cristoforo presso il lago di Caldonazzo per tramutarla in un tempio protestante? Non v’era stato appunto chi per erigere in Trento un edificio della stessa natura aveva legato ben 3000 marchi? (…) Trento e il suo circondario diventavano un vero focolare di propaganda protestante. Si faceva di continuo l’osservazione che i pastori protestanti, con l’aiuto degli uomini più influenti dei loro circoli e in modo speciale coi soccorsi così di questa come di quella società, venivano sviluppando la massima attività or in una regione or in un’altra. Trento ed i suoi dintorni insieme con la Valsugana (lago di Caldonazzo) erano divenuti la meta dei loro sforzi. Sotto il mantello ipocrita d’interessi nazionali si cercava di promuovere la causa del protestantesimo. Né si poteva negare che a questo scopo lavorassero anche certi capi del “Tiroler Volksbund”… (p. 32).

Ma l’attualità ed il potenziale rivoluzionario del messaggio degli antichi roncadori e canòpi mi sembra siano proprio nella loro “rivoluzione verde” e nell’intelligente sfruttamento delle risorse naturali. Mentre allora si trattava di rendere produttivi nuovi spazi (prima con l’agricoltura, poi con l’apertura delle miniere), adesso si tratta di fare un’altra “rivoluzione verde” in direzione, per così dire, opposta: riscoprire la natura per salvare, ancora una volta, l’uomo. I loro insediamenti a masi sparsi, così ben inseriti nel paesaggio, sono oggi travolti dalla colonizzazione cittadina e “romana” che porta ad antropizzare ogni spazio libero con la costruzione di ville a schiera, di impianti per gli sport invernali, di condominii a grattacielo, di supermercati che hanno travolto ogni produzione artigianale alternativa al grande consumo commercializzato, così come la cultura massificante ha trasformato i produttori di cultura in consumatori di prodotti culturali “omogeneizzati”, e le ultime testimonianze delle tradizioni “diverse” sono sovente ridotte a spettacoli per turisti, proprio come nelle colonie del terzo mondo.

 

Note

(1) Si veda, a questo proposito, Mabi Svampa, Il carnevale di Bagolino, in Etnie 1982, 3, pag. 35
(2) Vedi bibliografia.

 

Bibliografia

L. Bertagnolli, Appunti sull’economia della Valle di Non, Soc. Studi Trentini, Trento 1930.

Quirino Bezzi, La Pro Patria – La Lega Nazionale e la Dante Alighieri, Centro Studi per la Val di Sole, Trento 1968.

Arturo Galanti, I tedeschi sul versante meridionale delle Alpi, Ricerche Storiche. Accademia dei Lincei, Roma 1885.

Aldo Gorfer, Le valli del Trentino (due volumi). Il Trentino occidentale. Il Trentino orientale. Manfrini ed., Calliano (TN) 1975, 1977.

Guido Jori Ròcia, Protesta del Popolo Ladino delle DolomitiDocumenti del colonialismo trentino.

Ed. ‘il Postiglione delle Dolomiti” Canazei, Merano, 1972.

Lega Nazionale, L’attività delle Società pangermaniste nel Trentino, Scotoni, Trento 1911.

P. Terragnolo, in La Patria, anno I, n° 71 (Trento, 22 giugno 1893).

Alessandro Pizzorusso, Il Pluralismo linguistico tra Stato nazionale e autonomie regionali,

Pacini ed., Pisa 1975.

Giacomo Roberti, Cinquecento leggende trentine letterariamente fissate, Soc. Studi Trentini di

Sc. Storiche, Scotoni, Trento 1934.

Bernhard Wurzer, Die deutschen Sprachinseln in Oberitalien. Athesia, Bozen 1969.

Vigilio Zanouni, Il Vescovo di Trento e il Governo austriaco. Soc. ed. Vita e Pensiero, Milano 1919.

 

La “freschezza” del mòcheno

 

Dos is Kurz und dos is long

U dos is de Snizelponk

Kurz und long = Snizelponk

Uih! de zenne Snizelponk

Dos is Krum u dos is grod

Und dos is de Korrenrod

Krum und grod = Korrenrod

Uih! de zenne Korrenrod

Questo è corto e questo è lungo /

questo è il bricco da lavorare i serchi

/ corto e lungo, bricco dei serchi /

Oh! che bello è il bricco dei serchi. /

Questo è storto, questo è dritto /

questa è la ruota del carro / storta e

dritta, ruota del carro / Oh! che bella

è la ruota del carro

 

Ballata dei carradori, da un manoscritto del Bartolomei riportato da E. Lorenzi,

Dizionario toponomastico trentino, Arch, per l’Alto Adige, Gleno 1932.

 

Il cimbro ancora vivo a Luserna

“Beronde haltn aso ünsar Zung, ombreom bar möchen herta gian zo gibinnanos di Pult bosa reti Taütsch. S’kemenda au gemacht nauge Haüser, als naüge ma ünsar zung, par alt asse sai is herta da lostessege”.

Noi teniamo così la nostra antica lingua, perché dobbiamo sempre andare per guadagnarci il pane nei paesi dove parlano tedesco.

Vengono costruite nuove case, tutto e nuovo ma la nostra lingua, per vecchia che sia, è sempre quella. Orlando Gasperi e Eugenio Nicolussi (riportato da A. Gorfer, “Le valli del Trentino – Trentino orientale” ed. Manfrini, Calliano 1977, pp. 368- 369).

 

Lo slambrot e le piante

 

Resti nel lessico botanico delle valli del Leno e degli altipiani

 

betulla (Betula  alba) = pièrche (Obra di Vallarsa). Cfr. tedesco letterario birke; Luserna pirch. biancospino (Crataegus Oxiacantha) = cheisserdor, (Serrada) Cfr. Luserna kessldorn; kessel in tedesco significa paiolo, padella; corrisponde quindi al nome trentino “padellette” con cui si chiamano le bacche del biancospino.

bubbolini (Silene inflata) = cherninclupe (Terragnolo), cherni (Vallarsa), carlan (Serrada).

Nel dial. tirolese kern corrisponde a seme, granello, acino; kluppe invece significa morsa, fessura, stretta.

cardo, camaleone (Carlina acaulis) = chèsedor (Lavarone). La stessa voce troviamo a Serrada per il biancospino.

ciclamino (Cyclamen europeaeum) = zucraben (Terragnolo).

citiso (Cytisus sessilifolius e congeneri) = malcpròss (Terragnolo). Nel dialetto di Luserna pròss equivale a pollone, germoglio (cfr. tedesco sprössling).

cresta di gallo (Rhinanthus maior e congeneri) = claff (Terragnolo). Il tedesco klapper corrisponde a sonaglio per bambini. In molti dialetti trentini il Rhinanthus maior è conosciuto sotto il nome di cantarele, forse per lo strepito che fanno le capsule mature contenenti i semi, quando sono mosse dal vento.

erba pignola (Sedum acre) = rocastò (Vallarsa). A Luserna rokst equivale a connocchia (Spinnrocken in tedesco).

farfaraccio (Petasites officinalis e congeneri) = petarcrem (kren, nei dialetti del Tirolo, corrisponde alla Cochlearia armoracia).

fàrfaro (Tussilago farfara) = plètego (Terragnolo), plèrche (Obra di Vallarsa), plète (Serrada), pèche (Borgo Valsugana). Nei dialetti tirolesi plerken corrisponde a massa pastosa e molle.

farinaccio (Sorbus aria) = mèlpe. Cfr. a Luserna malpùam; ted. Mehlbeerbaum.

felce maschio (Aspidium Filis Mas Schw e congeneri) = fargum, farni (Terragnolo). Cfr. il tedesco: Farnkraut.

fiordaliso (Centaurea Cyanus) = rocoplum (Terragnolo). Cfr. Luserna rockblum; il tedesco Roggen ed il lusernate roc, corrispondono a segala; rocoplùm = fiore della segala.

ginestra (Genista radiata) = le zetom (Terragnolo), le zeten (Serrada), Cfr. il termine dialettale tirolese: zette, per cespuglio, prunaia; e il termine di Luserna zät per la Clematide.

nardo cervino (Nardus stricta) = purst (Serrada). Cfr. il tedesco: Borstengras da Borste, setola. Anche nei dial, trentini il Nardus stricta è chiamato volgarmente erba sédola.

piantaggine (Plantago media e congeneri) = bedràco, bedrar (Terragnolo), bedrac (Serrada).

Cfr. Luserna: fädrach; ted. Wegerich.

rovo sassatile (Rubus saxatilis) = studimpèr (Terragnolo), stèdela (Serrada), stunelàr, stumblàr (Lavarone). Staube è il nome tedesco per frutice, piccolo arbusto.

siler montano (Laserpilium Siler) = zarligo, scarlingo (Terragnolo). Nel dialetto tirolese Scharnigkl corrisponde alla Dentaria Enneaphylos, una crucifera.

sorbo degli uccellatori (Sorbus Aucuparia) = mosso, mossezzo (Terragnolo), mosèise (Obra di Vallarsa), maus (Serrada). Cfr. Luserna Muosesche, col tirolese Moschber; col tedesco Moosesche.

vilucchio (Convolvulus arvensis) = bindole (plur.) (Terragnolo), bindola (Vallarsa), bindel (Serrada).

Cfr. Luserna Windl, ted. Ackerwinde.

 

(G. Pedrotti, in “Studi Trentini”, 1924).

 

Il “Padre Nostro” in slambrot, l’antica parlata di Terragnolo ormai estinta

 

“Vater von uns andrò, der du bist in Humbl; sey santificart dai Nam; ’s kume dai Regno; sey g’ macht dai Lust wia in Humbl so in I’ Erdo. Get uns andrò ’s Broat alle Tago; latt uns ab unsero Schul wia mir andrò latsen ab unsero Schuln; ziecht uns net in tentatium, ma liberat uns von dei Wean. ”

(tradotto da Maria Stedile ved. Trentini nata nel 1755 a Terragnolo, raccolto dal dr. V. Cattani che lo passò ad Aldo Gorfer; v. Le Valli del Trentino orientale, Manfrini ed., Calliano 1977)

 

Come muore una lingua

 

Gli ultimi sprazzi dello slambrot di Folgaria inquinato dall’italiano, nel 1790

Lustig Manen su perdia!

Bir zain aoza d’un trabajo

Di campin fon Folgaria

Za gem enderat nat a baio.

Dopo zonfel gran soneiti

E si fati bei pareli,

Dizi einal, paboreiti,

Za zain chemen molto moli

in birtù fon sier Scottini

Colla mapa nella mano,

Faborita dai Zanini

Za hom gemocht el so piano:

Zo zeina alsan nei paesi

i probati grimensori.

Anche al costo dei gran spesi

Darna il grado dei dotori.

Ma da fuos il nostro imperio

che il ga bisto la facendo,

moj giusto e prope serio,

Z’hot im neghiort la prebenda

Barùm in simili affari

Beo introrde il ben de tuti,

Muz zain Mon unt bot somari,

ma pradega a questi patti…

 

Allegri uomini si davvero / Noi siamo fuori d’un travaglio /

I campioni di Folgaria / Non ci dan più altro guaio. /

Dopo tanti gran sonetti / E si fatte belle parole /

Questi asini, poveretti / Son venuti molto avviliti /

in virtù del signor Scottini (ingegnere di Rovereto) /

colla mappa nella mano, / Favoritagli dallo Zanini /

hanno fatto il loro piano: / D’esser soli nel paese /

Gli approvati agrimensori. / Anche a costo di gran spese /

Vedi il grado dei dottori / Ma la fuori il nostro imperio, /

Che l’ha visto la faccenda, / Uomo giusto e tutto serio, /

Gli ha negata la prebenda, / Perché in simili affari /

Dove v’entra il ben di tutti, / Vi vuol uomini e non somari, /

Ma pratica a questi patti…

 

(Composizione letteraria satirica del 1790, manoscritto n. 2405 della Bibl. Com. di Trento)

 

Nel 1300, in Trento “italianissima” si parlava lo slambrot ?

 

“…E però, desideroso di deporre il crivello per vedere subito ciò che rimane, affermo che Trento, Torino ed Alessandria sono città tanto situate ai confini d’Italia che non è possibile abbiano lingue pure; di modo che anche se avessero bellissimo quel loro bruttissimo volgare, negherei, per la mescolanza con quello altrui, che fosse veramente italiano”

Dante

(De vulgari eloquentia, cap. XVI)

 

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