Quando antisionismo e antisemitismo sono sinonimi

Filed in etnismo, geopolitica, israele by del 30/12/2014
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Non c’è nulla di più sbagliato che voler vedere sempre la parte vuota del bicchiere, essere programmaticamente pessimisti e piangersi addosso. Per questo non ci sfugge quanto di positivo rappresenti l’incontro avvenuto a Berlino alla conferenza internazionale dell’OCSE in occasione del decennale della dichiarazione dell’Organizzazione contro l’antisemitismo. L’intervento del ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier è stato franco e diretto. Egli ha sottolineato che l’invito della comunità internazionale a Berlino era dettato dalla constatazione che, a distanza di dieci anni, l’impegno contro l’antisemitismo è più necessario che mai. Ci sembrano particolarmente importanti queste affermazioni: “Non c’è alcun posto nella nostra società per chi minaccia con azioni e con manifestazioni propagandistiche la sicurezza dei cittadini ebrei e delle istituzioni ebraiche e spera in questo modo di suscitare gli orrori del passato, Così come non c’è spazio per chi cercando di sfruttare la crisi mediorientale spera di mascherare le proprie azioni antisemite sotto la copertura di un preteso dissenso dalle azioni del governo israeliano”. Non meno importante è il vertice che Steinmeier ha avuto con i suoi colleghi ministri degli Esteri italiano, francese e spagnolo.
Qui iniziano le osservazioni di merito circa la situazione in cui ci troviamo a distanza di dieci anni dalla dichiarazione OCSE. Va detto che, in tempi in cui la Germania è oggetto di non poche critiche per il suo atteggiamento circa le politiche economiche dell’Eurozona, va riconosciuto che, sul tema specifico dell’antisemitismo, essa è uno dei paesi che ha le carte più in regola assieme all’Italia. Dando per scontato che una certa dose di antisemitismo è “fisiologica” (si fa per dire…), in Germania è stata esercitata con rigore una tolleranza zero nei confronti di queste manifestazioni. Ben altra è la situazione in paesi come la Francia, la Gran Bretagna e la Spagna, che hanno davvero molto lavoro da fare per estirpare un antisemitismo sempre più diffuso che si maschera nella seconda categoria indicata da Steinmeier (e più volte dal nostro presidente Napolitano) e cioè quella di chi per fare antisemitismo si maschera da “critico” delle politiche israeliane o da antisionista. Ed è proprio su questo terreno che si manifestano tutte le insufficienze – per non dire le ipocrisie e i tartufismi – delle politiche estere dell’Unione Europea e che rischiano di vanificare i generosi e (ne siamo certi) sinceri intenti dei ministri degli Esteri europei.
Prendiamo il caso dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, fino a pochissimo tempo fa ministro degli Esteri italiano. Sembra che il cambiamento di ruoli l’abbia trasfigurata. Con tutti i problemi sul tappeto – tra cui dovrebbe il primo posto la questione dirompente dell’espansione del “califfato” fino a un paese di importanza nevralgica per l’Italia come la Libia – Mogherini non ha trovato di meglio che compiere, come uno dei suoi primi atti, un viaggio in Medio Oriente in cui ha patrocinato il riconoscimento dello “stato palestinese”, nella cornice della formula “due popoli, due stati”, inserendovi anche l’idea di fare di Gerusalemme la capitale di questi due stati. Non sa l’Alto rappresentante che l’entità che dovrebbe dar luogo allo stato palestinese è composta di due pezzi di cui uno è gestito da un’organizzazione riconosciuta come terroristica, che ha nel suo programma (sempre ribadito) la distruzione dello stato di Israele e che utilizza gli ingentissimi fondi che gli arrivano da ogni parte per riarmarsi ogni volta e provocare un conflitto? Non è consapevole l’Alto rappresentante che (casomai non fossero noti i sentimenti della dirigenza iraniana e i suoi legami con Hamas) circola ora anche un documento del supremo ayatollah Khamenei in cui egli spiega in nove punti come si deve e si può eliminare Israele, e che questi punti corrispondono puntualmente alle strategie di Hamas? Vi si indica l’opportunità di evitare scontri frontali che sarebbero perdenti e si consigliano conflitti di logoramento, notando che se i palestinesi del West Bank avessero soltanto una parte degli armamenti di cui dispone Gaza, Israele crollerebbe come un castello di carte. Non è consapevole che l’altro pezzo dell’entità che dovrebbe dar luogo allo stato palestinese è gestita da una dirigenza sempre più debole e in procinto di cadere in ginocchio di fronte a Hamas e che, comunque, non ha mai riconosciuto davvero la formula “due popoli, due stati”, propugnando piuttosto la formula “uno stato per due popoli e l’altro per uno soltanto”?
Le parole sono pietre e l’inevitabile rigetto da parte israeliana di una simile proposta di soluzione in un contesto in cui non si chiede nulla alla controparte palestinese (segnatamente a Hamas) in termini di riconoscimento dello stato di Israele, non può che essere benzina per chi nasconde il proprio antisemitismo dietro il rigetto delle “politiche” israeliane. Ecco come i nobili propositi enunciati in sede OCSE possono essere vanificati dall’inconsistenza e leggerezza della politica estera dell’Unione Europea.

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