Il bilinguismo fa bene al bambino

Filed in lingue minoritarie, linguistica by del 25/03/2015
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Sono sempre più numerose le famiglie in cui la mamma e il papà sono di madrelingue diverse; così come, in parallelo, stanno aumentando i genitori che vorrebbero crescere bambini capaci di padroneggiare una seconda lingua – di solito l’inglese – oltre all’italiano.
Insomma, maggiore circolazione delle persone, globalizzazione dei media e tendenza ormai diffusa a far studiare i figli all’estero stanno rendendo il bilinguismo un fenomeno in espansione.
Tuttavia, ottenere una perfetta padronanza di entrambi gli idiomi non è sempre una passeggiata, sia per i piccoli sia per i loro genitori e parenti. Un esempio abbastanza comune di nucleo bilingue – o aspirante tale – ci viene dalla testimonianza di Federica Zagari, napoletana di origine che gestisce un noto spazio per l’infanzia a Milano.

“Ne capiscono due, ma ne parlano solo una”

“Ho sposato un olandese”, ci racconta Federica, “che ha imparato l’italiano alla perfezione, ma in casa parla sempre e solo la sua lingua. Io, pur comprendendola abbastanza bene (ho persino frequentato un corso) riesco a pronunciare al massimo qualche frase elementare. Almeno riesco a capire quello che lui dice ai bambini per evitare di contraddirlo”. I bambini: la coppia ne ha tre, due femmine e un maschio, di età compresa tra i 3 e gli 8 anni, che mamma e papà – ma soprattutto la mamma – vorrebbero bilingui, capaci di esprimersi indifferentemente in italiano e olandese. “Non tanto per un fine pratico”, spiega, “ma per una questione di amore nei confronti di mio marito, ben sapendo quant’è difficile stare lontani dal proprio Paese. Mi piacerebbe davvero che questa nostra doppia cultura fosse vissuta e preservata. I bambini però si rifiutano di parlare olandese, sostenendo di non esserne capaci. Capiscono perfettamente il loro papà, ma gli rispondono sempre in italiano. Una di loro un giorno ha ammesso: non lo parliamo perché la mamma non lo capisce… Insomma, devo dichiararmi sconfitta?”
La situazione di questa famiglia, cioè la difficoltà di coltivare alla pari italiano e idioma straniero,
è abbastanza comune, come osserva la psicolinguista Maria Teresa Guasti: 1)  “Perché una lingua venga appresa e praticata da un bambino servono due condizioni: che esista veramente la necessità di utilizzarla e che il piccolo sia circondato da una comunità che la parla. Nel primo caso il papà capisce benissimo l’italiano, e se la mamma stessa non sa l’olandese anche i tre fratellini si sentono autorizzati a non usarlo. In secondo luogo, al di fuori delle mura domestiche i bambini non hanno alcun contatto con coetanei olandesi. Una lingua serve fondamentalmente a interagire con gli altri e ci si sforza di imparare quella che meglio lo permette in un determinato ambiente. Se, come è giusto, Federica vuole che i suoi figli si aprano a quella paterna, non le resta che conoscere e frequentare altre famiglie olandesi con bambini a Milano e recarsi il più spesso possibile a trovare i parenti del marito in Olanda”.
Quella materna è privilegiata
La condizione più favorevole al bilinguismo, e forse anche la più comune, è quella in cui un genitore parli italiano e l’altro una lingua minoritaria (anche se sono sempre più numerose le famiglie con entrambi i genitori alloglotti). La seconda però, come abbiamo visto con la famiglia di Federica, si trova in uno stato di debolezza. Che si aggrava se è la lingua paterna:
“Il bambino infatti apprende inizialmente più dalla mamma e nei primi anni di vita, cruciali per l’intelligenza linguistica, trascorre più tempo con lei”.
Ma è soprattutto se manca la motivazione a usarlo che l’idioma minoritario finisce in secondo piano e si instaura quella “conoscenza passiva” per cui il bambino cresce in grado di intenderlo ma non di parlarlo. Che fare, allora? “Sono stati studiati vari metodi per rimuovere gli ostacoli, ma nessuno sembra prevalere sugli altri. Per esempio, la lingua della famiglia potrebbe diventare quella straniera mentre al di fuori si parla italiano. Oppure i genitori parlano ciascuno la propria e l’italiano all’esterno… Ma la verità è che l’educazione bilingue non è una tecnica, bensì una situazione familiare le cui parole chiave sono flessibilità e adattamento alle diverse situazioni. E per il bambino non ci deve essere alcuna costrizione, altrimenti reagirà smettendo di parlare la lingua che sentirà imposta”.

Ma vince la lingua dell’affetto…

Il successo del bilinguismo è affidato allo spirito e all’amore con cui l’“altro” idioma viene percepito all’interno della famiglia. Come ha dimostrato uno studio americano, la motivazione utilitaristica dell’apprendimento di una seconda lingua non porta a risultati ottimali (è facile scoraggiarsi e abbandonare il tentativo, come accade a un bambino su quattro), mentre alla base dovrebbe esserci amore e curiosità per una cultura e desiderio di integrarsi in un gruppo.
La famiglia dovrebbe suscitare questo interesse sfruttando intensamente la lingua più debole durante il gioco, le filastrocche, il divertimento e le manifestazioni affettive per rinforzarla.
La buona riuscita si affida anche alla durata dell’insegnamento e alla perseveranza: per raggiungere una buona competenza linguistica un bambino deve arrivare mediamente a 7-8 anni d’età, e se la seconda parlata viene coltivata saltuariamente finirà per atrofizzarsi molto prima.
Ogni genitore ha il suo metodo per incoraggiare il bimbo, ma possono rivelarsi utili anche certe “astuzie” molto usate dagli educatori di nidi e asili bilingui. Efficace, per esempio, l’impiego di un pupazzo che parla soltanto la seconda lingua: quando la mamma o il papà lo introducono nel gioco, gli fanno rivolgere domande o iniziare conversazioni invitando il bambino a rispondere nella stessa lingua. Nella sua cameretta si può creare un angolo “etnico” con la bandiera dell’altro Paese, le foto, i libri in quella lingua e tutti i pupazzi e le bambole che la parlano, crendo un’associazione giocosa e gradevole per il bambino. Anche in queste situazioni la lettura del librini (privilegiando ovviamente l’idioma debole) è una tra le soluzioni educative più efficaci, mentre non è altrettanto raccomandato l’uso di trasmissioni tv: oltre alle generali controindicazioni per i bimbi al di sotto dei 2-3 anni, è provato che il parlato televisivo non aumenta le competenze linguistiche.
Inoltre, se la mamma ha bisogno di un aiuto potrà cercare una baby sitter madrelingua e, quando il bambino sarà più grandicello, ospitare una ragazza alla pari proveniente dal relativo Paese.

Essere multilingue conviene?

Qualche inevitabile difficoltà non deve impedire ai genitori che ne abbiano le condizioni – o anche solo il desiderio – di educare i loro bambini al bilinguismo. Si tratta infatti di un arricchimento cognitivo per il piccolo e di un privilegio per l’adulto che verrà.
“A una a una sono cadute tutte le obiezioni educative del passato”, conferma Guasti. “Non è vera la tesi secondo la quale la poliglossia rischia di rallentare l’apprendimento del bambino o creargli confusioni e sovrapposizioni espressive, anzi”.
I neonati sono già in grado di separare due parlate diverse analizzandone il ritmo; e a 2 anni – come si verifica comunemente nei Paesi con bilinguismo ufficiale – i bambini si adattano all’interlocutore rispondendo nella lingua di quest’ultimo. “Non esiste un problema di confusione dei termini, e se in situazioni non formali il bilingue talvolta mescola i due vocabolari lo fa soltanto per pura utilità”.
I vantaggi, invece, sono molteplici. Osservare il mondo da due finestre diverse rende la mente più duttile, migliora le capacità di comunicazione e di immedesimazione nel prossimo. Il cervello in effetti, deve svolgere compiti più sofisticati, come selezionare il codice appropriato a seconda dell’interlocutore, e questo fa sì che questi bambini imparino a leggere in media un anno prima degli altri.

bambino-bilinguismo

Il primogenito è avvantaggiato

Uno studio francese sulle famiglie bilingui ha constatato una differenza significativa tra le competenze del primogenito rispetto ai fratellini minori per quanto riguarda la seconda lingua. L’arrivo di un altro bimbo coincide spesso con il periodo in cui gli interessi del maggiore cominciano a rivolgersi all’esterno della famiglia: asilo o scuola, telefonate, amichetti in visita, compiti a casa, tutto avverrà di preferenza in italiano, scombussolando un po’ le regole e rendendo il piccolino più a rischio del primogenito.
Oltre a dedicare ancor più attenzione al bilinguismo in famiglia, i genitori dovrebbero convincere i fratelli – mediante il gioco o situazioni divertenti – a comunicare il più possibile tra loro attraverso la parlata “debole”.

Imparare una lingua straniera

L’acquisizione di una seconda lingua estranea alla famiglia si basa su meccanismi differenti. È il caso dell’inglese, che sempre più italiani vogliono insegnare ai propri figli. Qui non si tratta più di bilinguismo ma di “apprendimento di una lingua straniera”: a meno che un genitore (o entrambi) non lo conosca a perfezione e lo utilizzi quotidianamente con il bambino, infatti, l’insegnamento dell’inglese si limiterà ai programmi di nidi e materne organizzati allo scopo.
Gli studi su questo argomento hanno messo in luce la differenza sostanziale tra i due sistemi: mentre nel primo caso “il linguaggio”, cioè la capacità di esprimersi e comunicare, si sviluppa in un “bagno sonoro” basato fin dalla nascita su due lingue, nel secondo la nuova parlata arriva necessariamente a giochi fatti.
Non solo, secondo una ricerca dalla University of California, un bambino nella fase da 1 a 6 anni viene esposto alla lingua di famiglia per circa 9000 ore, e per diventare bilingue deve restare esposto alla seconda per almeno 2700 ore. Tuttavia, per quanto precoce, un bimbo che frequenti nidi “internazionali” e laboratori linguistici difficilmente supererà qualche centinaio di ore. Cioè non sarà mai bilingue.
In definitiva, mentre il bilinguismo dalla nascita sfrutta l’incredibile duttilità del cervello infantile, l’apprendimento di una lingua straniera mette in moto meccanismi cerebrali analoghi a quelli utilizzati nel calcolo matematico, che funzionano meglio a 3 anni che a 12 mesi. L’età, insomma, non è più il fattore determinante e si può decidere di impegnare il piccino nello studio un po’ più tardi (tenendo conto, però, che superati i 7 anni le difficoltà aumentano). Trattandosi di insegnamento nel senso più tradizionale, quindi, più che la famiglia saranno gli operatori dell’asilo e delle scuole elementari “bilingui” – e purtroppo soltanto private – a trasformare il nostro bimbo in un cittadino del mondo.

 

N O T A

1) Docente di Linguistica e acquisizione del linguaggio, dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano Bicocca.

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