Il cardinale Biffi e l’immigrazione

In un momento storico in cui gli esponenti di punta della Chiesa sembrano sempre più distanti dalle nostre popolazioni e dalle loro tradizioni etniche e culturali – che di fatto stanno contribuendo a distruggere – può essere di conforto (e rimpianto) risentire la voce dell’arcivescovo emerito di Bologna, recentemente scomparso. Esattamente 15 anni fa, nella nota pastorale intitolata La città di san Petronio nel terzo millennio, Giacomo Biffi affrontava con semplice buon senso il tema dell’invasione migratoria e dell’islam.

Una sorpresa

37. Dobbiamo riconoscere che il fenomeno di una massiccia immigrazione ci ha colti un po’ tutti di sorpresa.
È stato colto di sorpresa lo Stato, che dà tuttora l’impressione di smarrimento e pare non abbia ancora recuperata la capacità di gestire razionalmente la situazione, riconducendola entro le regole irrinunciabili e gli ambiti propri di un’ordinata convivenza civile.
E sono state colte di sorpresa anche le comunità cristiane, ammirevoli in molti casi nel prodigarsi ad alleviare disagi e pene, ma sprovviste finora di una visione non astratta, non settoriale, abbastanza concorde. Le generiche esaltazioni della solidarietà e del primato della carità evangelica – che in sé e in linea di principio sono legittime e anzi doverose – si dimostrano piuttosto bene intenzionate che utili quando non si confrontano davvero con la complessità del problema e la ruvidezza della realtà effettuale.

L’annuncio del Vangelo

38. Deve essere ben chiaro che non è di per sé compito della Chiesa come tale risolvere ogni problema sociale che la storia di volta in volta ci presenta. Le nostre comunità e i nostri fedeli non devono perciò nutrire complessi di colpa a causa delle emergenze imperiose che essi con loro forze non riescono ad affrontare. Sarebbe un implicito, ma comunque grave e intollerabile “integralismo” il credere che le aggregazioni ecclesiali possano essere responsabilizzate di tutto. Compito nostro inderogabile è invece l’annuncio del Vangelo e l’osservanza del comando dell’amore.
39. Prima di tutto l’annuncio del Vangelo. Dovere statutario della Chiesa Cattolica, e in essa di ogni battezzato, è di far conoscere a tutti esplicitamente Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto, oggi vivo e Signore dell’universo, unico Salvatore dell’umanità intera.
Tale missione può essere efficacemente coadiuvata, ma non può essere in alcun modo surrogata da qualsivoglia attività assistenziale. Essa suppone la nostra attitudine al dialogo sincero, aperto, rispettoso con tutti, ma non può mai risolversi nel solo dialogo. Può essere favorita dalla nostra conoscenza oggettiva delle posizioni altrui, ma si avvera soltanto quando noi riusciamo a portare all’esplicita conoscenza di Cristo quei nostri fratelli, che sventuratamente ancora non ne sono beneficiati.
Non bisogna poi dimenticare che l’azione evangelizzatrice è di sua natura universale e non tollera deliberate esclusioni di destinatari: “Predicate il Vangelo a ogni creatura” (cf. Mc 16,15), ci ha detto il Risorto. E non è mai giustificata una rassegnata rinuncia a questo proposito, nemmeno quando, umanamente parlando, sembri poco prevedibile il conseguimento di qualche risultato positivo: chi crede nella forza sovrumana dello Spirito Santo, non desiste mai dall’annunciare la strada della salvezza.
40. È molto importante infine che tutti i cattolici si rendano conto di questa loro indeclinabile responsabilità, che essi hanno nei confronti di tutti i nuovi arrivati (musulmani compresi).
Per essere però buoni evangelizzatori essi devono crescere sempre più nella gioiosa intelligenza degli immensi tesori di verità, di sapienza, di consolante speranza che hanno la fortuna di possedere: è un’effusione di luce divina, assolutamente inconfrontabile con i pur preziosi barlumi offerti dalle varie religioni e dall’Islam; e noi siamo chiamati a renderne partecipi appassionatamente e instancabilmente tutti i figli di Adamo.
41. Senza dubbio dovere nostro è anche l’esercizio della carità fraterna. Di fronte a un uomo in difficoltà – quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza –
i discepoli di Gesù hanno l’obbligo di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità. Di questa responsabilità noi siamo tenuti a rendere conto al Signore; ma solo a lui, e a nessun altro.

Approccio realistico

42. Nel variegato panorama dell’immigrazione, le comunità cristiane non possono non valutare attentamente i singoli e i diversi gruppi, in modo da assumere poi realisticamente gli atteggiamenti più pertinenti e opportuni.
Agli immigrati cattolici – quale che sia la loro lingua e il colore della loro pelle – bisogna far sentire nella maniera più efficace che all’interno della Chiesa non ci sono “stranieri”: essi a pieno titolo entrano a far parte della nostra famiglia di credenti e vanno accolti con schietto spirito di fraternità. Quando sono presenti in numero rilevante e in aggregazioni omogenee consistenti, andranno sinceramente incoraggiati a conservare la loro tipica tradizione cattolica, che sarà oggetto di affettuosa attenzione da parte di tutti.
Ai cristiani delle antiche Chiese orientali, che non sono ancora nella piena comunione con la sede di Pietro, esprimeremo simpatia e rispetto. E, in conformità agli accordi generali e secondo l’opportunità, potremo favorirli anche dell’uso di qualche nostra chiesa per le celebrazioni.
Gli appartenenti alle religioni non cristiane vanno amati e, quanto è possibile, aiutati nelle loro necessità. Non va però in nessun modo disatteso quanto è detto nella Nota Cei del 1993: “Le comunità cristiane, per evitare inutili fraintendimenti e confusioni pericolose, non devono mettere a disposizione, per incontri religiosi di fedi non cristiane, chiese, cappelle e locali riservati al culto cattolico, come pure ambienti destinati alle attività parrocchiali”.

Considerazione generale

43. Possiamo aggiungere un’annotazione, che riguarda da vicino soprattutto il comportamento auspicabile dello Stato e di tutte le varie autorità civili.
I criteri per ammettere gli immigrati non possono essere solamente economici e previdenziali (che pure hanno il loro peso). Occorre che ci si preoccupi seriamente di salvare l’identità propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza un’inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscri-minatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto.
In vista di una pacifica e fruttuosa convivenza, se non di una possibile e auspicabile integrazione, le condizioni di partenza dei nuovi arrivati non sono ugualmente propizie. E le autorità civili non dovrebbero trascurare questo dato della questione.
In ogni caso, occorre che chi intende risiedere stabilmente da noi sia facilitato e concretamente sollecitato a conoscere al meglio le tradizioni e l’identità della peculiare umanità della quale egli chiede di far parte.
44. Sotto questo profilo, il caso dei musulmani va trattato con una particolare attenzione. Essi hanno una forma di alimentazione diversa (e fin qui poco male), un diverso giorno festivo, un diritto di famiglia incompatibile col nostro, una concezione della donna lontanissima dalla nostra (fino ad ammettere e praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se di solito a proclamarla e farla valere aspettano prudentemente di essere diventati preponderanti.
Mentre spetta a noi evangelizzare, qui è lo Stato – ogni moderno Stato occidentale – a dover far bene i suoi conti.

Cattolicesimo “religione nazionale storica”

45. Da ultimo, sarà bene che nessuno ignori o dimentichi che il cattolicesimo – che non è più la “religione ufficiale dello Stato” – rimane nondimeno la “religione storica” della nazione italiana, oltre che la fonte precipua della sua identità e l’ispirazione determinante delle nostre più autentiche grandezze.
Perciò è del tutto incongruo assimilarlo alle altre forme religiose o culturali, alle quali dovrà sì essere assicurata piena libertà di esistere e di operare, senza però che questo comporti o provochi un livellamento innaturale o addirittura un annichilimento dei più alti valori della nostra civiltà.
Va anche detto che è una singolare concezione della democrazia il far coincidere il rispetto delle minoranze con il non rispetto delle maggioranze, così che si arriva di fatto all’eliminazione di ciò che è acquisito e tradizionale in una comunità umana. Si attua una “intolleranza sostanziale”, per esempio, quando nelle scuole si aboliscono i segni e gli usi cattolici, cari alla stragrande maggioranza, per la presenza di alcuni alunni di altre religioni.

 

N O T E

La nota pastorale è del settembre 2000. In seguito Biffi ebbe modo di risollevare l’argomento in varie occasioni. Per esempio:

Sull’immigrazione mi limito a richiamare schematicamente quanto ho avuto occasione di dire lo scorso anno.
Alle comunità cristiane proponevo tre persuasioni semplici ed essenziali.
1. Non è per sé compito della Chiesa e delle singole comunità risolvere i problemi sociali che la storia di volta in volta ci presenta. Noi non dobbiamo perciò nutrire nessun complesso di colpa a causa delle emergenze anche imperiose che non ci riesce di affrontare efficacemente.
2. Dovere statutario del popolo di Dio e compito di ogni battezzato è di far conoscere Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto, e il suo necessario messaggio di salvezza. E´ un preciso ordine del Signore e non ammette deroga alcuna. Egli non ci ha detto: “Predicate il Vangelo a ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama”.
3. Allo stesso modo, è nostro dovere l’osservanza del comando dell´amore. Di fronte a un uomo in difficoltà – quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza – i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità.
Tre convincimenti esprimevo anche nei confronti dello Stato italiano.
1. Di fronte al fenomeno dell’immigrazione, lo Stato non può sottrarsi al dovere di regolamentarlo positivamente con progetti realistici (circa il lavoro, l’abitazione, l’inserimento sociale), che mirino al vero bene sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni.
2. Poiché non è pensabile che si possano accogliere tutti, è ovvio che si imponga una selezione. La responsabilità di scegliere non può essere che dello Stato italiano, non di altri; e tanto meno si può consentire che la selezione sia di fatto lasciata al caso o, peggio, alla prepotenza.
3. I criteri di scelta non dovranno essere unicamente economici e previdenziali: criterio determinante dovrà essere quello della più facile integrabilità nel nostro tessuto nazionale o quanto meno di una prevedibile coesistenza non conflittuale. Un “ecumenismo politico” (per così dire), astratto e imprevidente, che disattendesse questa elementare regola di buon senso amministrativo, potrebbe preparare anche per il nostro popolo un futuro di lacrime e di sangue.
Ho la presunzione di avere con ciò enunciato in termini estremamente chiari delle proposte del tutto ragionevoli (anzi, se si vuole, “laicamente” ragionevoli). E moltissimi le hanno intese e apprezzate.
Mi sfugge invece come sia stato possibile muovere a questa posizione da parte di altri accuse come quelle di integralismo, di prevaricazione clericale, di intolleranza, di atteggiamento antievangelico, eccetera. L’ipotesi più misericordiosa che mi si presenta è che da parte dei miei critici, per il brigoso impegno di parlare, non si sia trovato il tempo di leggere ciò che io avevo scritto.

A pochi giorni dalla nota pastorale, il politologo Giovanni Sartori commenta:

Parole sante. E fa dispiacere dover notare che una lezione come quella impartita dal cardinale di Bologna non ci sia mai o quasi mai arrivata dai nostri politici.
Tra l’altro, non ci è mai arrivata dalle nostre cattolicissime Maria Rosa Russo Jervolino quando governava il Viminale, né tantomeno dal ministro Livia Turco che ora risponde al Cardinale che “la legge più severa sull’immigrazione porta il mio nome”. Davvero? Entrare clandestinamente in un Paese è un reato, così come è un reato rifiutare di fornire le proprie generalità. E la severissima legislazione italiana cosa fa? Fornisce al clandestino anonimo un foglio di via e poi lo rilascia, e così di fatto lo fa entrare e gli consente di sparire. Peccato che il cardinale Biffi non la possa sostituire. Pur essendo anche lui cattolico, farebbe molto meglio di lei.
Il punto dolente dell’immigrazione è quello dell’immigrazione islamica. Il presule di Bologna lo dichiara senza perifrasi: “Il caso dei musulmani va trattato con una particolare attenzione. Essi hanno… un diritto di famiglia incompatibile con il nostro, una concezione della donna lontanissima dalla nostra (sino ad ammettere la pratica della poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente integralistica della vita pubblica… la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede irrinunciabile, anche se a proclamarla e a farla valere aspettano prudentemente di essere diventati preponderanti”. Livia Turco si affretta a controbattere così: “Non dimentichiamo tutto ciò che accomuna e non divide le tre grandi religioni, il cristianesimo, l’ebraismo e l’islamismo”.
In attesa che il ministro Turco mi ricordi quel che evidentemente io dimentico, mi pregio ricordarle (qualora sia lei a non saperlo) che la parola islàm vuol dire sottomissione, che la parola araba per libertà – horriayai – esprime soltanto una situazione di non schiavitù (dal che risulta che il nostro concetto di libertà al positivo è estraneo alla concezione islamica del mondo), e che alla nostra separazione tra chiesa e Stato il musulmano contrappone la concezione dell’Eddin-Dawa, che vuol dire religione-Stato. Ciò posto, le sarei davvero obbligato se una volta tanto precisasse che razza di cittadino italiano osservante delle leggi italiane risulterebbe dalla “cittadinizzazione” del suddetto islamico. Per ora un gruppettino di studenti islamici delle scuole genovesi ha chiesto che il crocefisso venga eliminato dalle aule, ed è stato subito accontentato. In barba alla vanteria della Turco che le leggi degli immigrati devono sottostare a quelle italiane. A me, laico, del crocefisso non faccio certo un caso capitale. Ma a lei, cattolica, l’episodio non appare un pessimo esordio dell’integrazione scolastica dell’islamico?
Max Weber distingueva tra etica della responsabilità (una moralità che mette in conto le conseguenze delle nostre azioni) e etica dei principii (nella quale la buona intenzione è tutto e il cattivo esito viene ignorato). L’etica della responsabilità è, se si vuole, impura perché è pilotata da un capire, mentre l’etica dei principii è pura, ma per ciò stesso ottusa (non sa, non capisce) e irresponsabile. La chiesa di Giovanni Paolo II ha largamente sposato una etica dei principii. Niente profilattici, anche se quel niente incrementa l’Aids. Niente contraccettivi, anche se quel niente produce un eccesso di centinaia di milioni di bambini destinati a morire di fame. La giustificazione è che provvederà la Provvidenza. In attesa stravince l’imprevidenza. Ben venga, allora, un cardinale che si ricorda dell’etica della responsabilità.

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