Bozen: da Perathoner all’occupazione italiana

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Le vicende della capitale sudtirolese dal 1895 al 1922: da una situazione di effettiva pacifica convivenza e tranquillità civile, in cui nella cittadina austriaca gli abitanti di lingua italiana (solo il 5% della popolazione) avevano potuto contare sempre, anche dopo la funesta dichiarazione di guerra all’Impero asburgico, sul rispetto, lo spirito di collaborazione e la solidarietà, all’annessione violenta da parte del governo di Roma, che, nella sua malcelata volontà imperialistica, arrivò a occupare anche Innsbruck. Dopo l’amministrazione illuminata e ricca di valori etnici, sociali e civili di Julius Perathoner, grande borgomastro per 27 anni, interamente dedito al benessere di tutta la comunità bolzanina, l’inizio del brutale processo di snazionalizzazione e di sradicamento della cultura tirolese, messo in atto da un lato dalla famigerata opera di Ettore Tolomei, dall’altro dall’azione criminale delle bande del neonato fascismo attraverso soprusi, devastazioni e assalti armati contro l’inerme popolazione sudtirolese. A Bolzano venne effettuata la prova generale della “marcia su Roma”, che culminò nella defenestrazione di Perathoner: da allora, con pervicace e cinica determinazione, cominciarono a essere eretti dai nuovi governanti steccati e barriere laddove mai erano esistiti prima.

“Non dimenticherò che Bolzano è una città tedesca e che tale deve rimanere. Ma voglio ricordare che si trovano nella nostra città un numero di concittadini di lingua italiana coi quali i Tedeschi vogliono vivere in pace e in buoni rapporti”.

Con queste parole, straordinariamente ricche di nobili valori etnici, sociali e civili, si esprime Julius Perathoner il 25 gennaio del 1895. È appena stato nominato borgomastro della città di Bolzano, per la prima volta nella sua lunga carriera politica (1895-1922). È nato a Dietnheim (Teodone, secondo la toponomastica del Tolomei), nell’immediata periferia di Brunico, il 28 febbraio del 1849. Suo padre Ulrich è un uomo dello “stato della burocrazia” dell’Impero, essendo impiegato negli efficienti uffici dell’erario di Brunico. L’Impero degli Asburgo è stato la più duratura delle monarchie nazionali, facendo dello “stato della burocrazia”, dello “stato della finanza”, dello “stato dell’esercito” gli assi portanti del proprio sistema di governo. Gli impiegati negli uffici imperiali delle imposte, anello di congiunzione tra burocrazia e finanza, avevano una posizione sociale ed economica di netto rilievo. La famiglia di Perathoner appartiene quindi alla media borghesia locale, con tutti i vantaggi che questa posizione comporta. Dopo aver frequentato gli studi inferiori e superiori a Brunico e a Bolzano, Julius Perathoner all’età di diciotto anni s’iscrive alla facoltà di giurisprudenza a Innsbruck. Una scelta non casuale, visto che in Tirolo, proprio sul finire dell’Ottocento, c’è una forte richiesta di avvocati e di medici. Ottenuta brillantemente la laurea, Perathoner frequenta come aspirante avvocato lo studio di Walter von Walther. L’8 ottobre del 1883 sposa Bertha von Mori. Dal matrimonio nascono tre figli. Dopo dieci anni, Perathoner abbandona i codici dell’impero per dedicarsi alla politica nel partito liberal-nazionale. I liberali tirolesi hanno una forte connotazione conservatrice, rappresentano gli interessi della media borghesia locale e s’impongono come i sostenitori di una politica moderata, tesa a custodire i valori etnici della popolazione. Grazie alla discreta popolarità e all’ottima fama che riscuote tra i cittadini di Bolzano, Julius Perathoner risulta eletto per la prima volta, come detto, nel gennaio del 1895. La città di Bolzano conta in questo periodo 11.259 abitanti. Solo il 5% della popolazione è di lingua italiana. I dati attribuiscono molto valore alle parole di Perathoner circa i rapporti tra il gruppo etnico di maggioranza, quello tedesco, e il minuscolo gruppo etnico di lingua italiana, limitato a sole 563 persone, soprattutto contadini emigrati dalle vallate del Trentino. Gli interventi amministrativi della Giunta guidata da Julius Perathoner sono diretti al miglioramento delle opere di pubblica utilità e all’efficienza dei servizi. Le strade e le piazze di Bolzano vengono illuminate a gas in ore serali sino a mezzanotte. I vecchi ponti sul fiume Talvera e sull’Isarco sono rinforzati e abbelliti. Si potenzia anche il servizio idrico che serve la città attraverso un nuovo sistema di canali lungo i quali si costruiscono numerosi lavatoi. Vengono lastricate le strade che prima erano sterrate. La Giunta di Perathoner si adopera anche per rafforzare le istituzioni, rendendole più snelle, e per rinnovare l’istruzione pubblica, elevandola qualitativamente. Proprio in questo periodo Perathoner è sindaco di tutti i Bolzanini che gli sono grati per gli interventi amministrativi a loro esclusivo vantaggio. E lo confermeranno borgomastro della città per ben dieci volte (la legislatura durava tre anni), ininterrottamente sino al 1922. Il benessere economico, la stabilità politica, la tranquillità civile della sua Bolzano fruttano a Perathoner un’ulteriore popolarità e la conseguente elezione al Reichsrat (Parlamento) di Vienna, nel 1901. L’anno seguente, il 1902, saluta Perathoner anche come deputato alla Dieta tirolese di Innsbruck. I Bolzanini incaricano, quasi all’unanimità, il loro borgomastro a rappresentarli nella capitale del Tirolo e nella capitale dell’impero. Subito dopo le elezioni del 1902, grossi problemi incombono sui lavori della Dieta di Innsbruck. È necessario risolvere l’annosa questione dell’autonomia del Trentino, insistentemente richiesta dagli esigui ma chiassosi irredentisti che dimostrano ad ogni concessione di essere insoddisfatti, palesando così le loro reali volontà politiche di rottura e di separatismo nei confronti dell’impero. Il nuovo luogotenente della Dieta, Erwin von Schwartzenau, accogliendo le richieste di autonomia avanzate dal gruppo di deputati trentini, elabora un progetto di risoluzione del problema. Difatti, alla neonata Giunta provinciale di Trento, secondo il disegno di Schwartzenau, sarebbe spettato il compito di investire in opere pubbliche, nell’igiene e nella sanità gli introiti derivanti dall’erario. Ma il gruppo di rappresentanti trentini (che proprio in occasione delle elezioni del 1902 sono passati da due a quattro) respinge la proposta, perché i distretti di Luserna e della Val dei Mocheni, e quelli di Cortina d’Ampezzo, di Livinallongo, della Val di Fassa, della Gardena e della Badia rimangono sotto l’amministrazione dei sette rappresentanti austrotirolesi. Perathoner, nei lavori della Dieta, si manifesta come uno dei più tenaci difensori della evidente diversità etnica rispetto ai Trentini, dei Ladini fassani, badioti, gardenesi, cortinesi, fodomi, e delle aree germanofone dei cimbri lusernoti e dei Mocheni. Malgrado l’attività politica della Dieta tirolese di Innsbruck sia molto intensa, Perathoner non si dimentica delle esigenze dei Bolzanini, che nel frattempo sono aumentati a 13.030. In breve tempo è ultimata la linea tramviaria interna alla città. La sede del Municipio viene portata all’estremità del Lauben (i portici), nel centro della vecchia Bolzano. Sono edificati il Museo Civico, ricco di materiale sulle tradizioni locali (costumi, oggetti domestici, quadri di artisti tirolesi) e il teatro. In campo sanitario è risolta la costante carenza di medici grazie alla costruzione dell’ospedale. Vengono rese agibili le passeggiate panoramiche del Lungotalvera, di St. Oswald e di St. Anton.

In questo clima tranquillo e operoso, Bolzano arriva velocemente alla prima guerra mondiale. Quando la catastrofe europea coinvolge anche il Trentino e il Tirolo, perché l’Italia ha dichiarato guerra all’impero d’Austria e Ungheria (venendo meno al Trattato della Triplice Alleanza e passando all’accordo con la Triplice Intesa), Perathoner copre i muri di Bolzano con un manifesto di nobile civismo: “La nostra patria da ieri si trova in stato di guerra con i nostri vicini a sud, con i quali da 40 anni viviamo in indisturbata pace e da oltre 30 anni abbiamo tranquille relazioni di amicizia. (…) Condivido con tutti i miei concittadini i sentimenti che essi nutrono contro i responsabili di questa violazione della pace. Ciò che non potrei mai condividere e dovrei biasimare senza riserve, sarebbe però il trasferimento di tali sentimenti sui pochi abitanti di lingua e di origine italiana che come noi sono cittadini di questo Stato o più semplicemente vi risiedono per esercitare pacificamente la loro professione…. Con questo signorile rispetto Julius Perathoner ammonisce i Bolzanini nell’atteggiamento da tenere, durante la guerra, nei confronti degli abitanti di lingua italiana. Ma, proprio dalle vicende della guerra, affiora il carattere imperialistico dell’impegno bellico dell’Italia, che vuole arrivare al Brennero con le armi per garantirsi sicuri confini militari. La guerra, imposta dai farisei e dagli istrioni dell’interventismo, in seguito ingiustamente mitizzati, non è stata assolutamente una libera scelta popolare. Tanti giovani sono morti, riempiti di grappa e di cognac, sotto il piombo austriaco nell’assalto alla baionetta. E quasi altrettanti sono stati condannati a morte, in nome di un falso patriottismo, dal tribunale ex-interventista e pre-fascista per non aver assolto il proprio dovere militare. Dall’intervento italiano è emerso l’odio secolare per il nemico austriaco e per il vecchio Impero danubiano dell’aquila bicipite da abbattere. Per opporsi a questo sentimento irrazionale, il Tiroler Volksbund (la lega popolare tirolese) si riunisce a Sterzing (Vipiteno) il 9 maggio del 1918, pochi mesi prima della fine dell’“inutile strage”. La lega tirolese, composta da elementi di tutte le correnti politiche che avevano il solo interesse di difendere il Tirolo, ribadisce “l’unità e l’indissolubilità del Tirolo da Kufstein alla chiusa di Verona”. Ma, nel breve volgere di sei mesi, la guerra finisce da sola. Senza vincitori né vinti. Solo con tanti morti. Nella retorica nazionalista la guerra è finita con la battaglia di Vittorio Veneto, “un’azione superflua” su di un’Austria già sconfitta, non dal nemico, ma dalla fame, dallo sconforto, dallo sfascio di una Monarchia ormai defunta.

Il 3 novembre del 1918 le truppe italiane sono a Trento. Il 7 novembre occupano Bolzano. Il 10 novembre issano il tricolore al Brennero. Già negli ultimi giorni di guerra, sul finire del mese di ottobre, Ettore Tolomei, nazionalista e studioso dell’Alto Adige, è stato incaricato dal Governo di recarsi in Sudtirolo per ufficializzare l’annessione. Come responsabile del “Commissariato alla lingua e alla cultura per l’Alto Adige”, 1’11 novembre incontra Vittorio Emanuele Orlando, per sottoporre all’approvazione del Presidente del Consiglio il proclama alle cosiddette terre “redente”. Il 14 novembre Tolomei è a Trento. Il 15 novembre è a Bolzano. Proprio in questo giorno i politici bolzanini, guidati da Julius Perathoner, hanno sottoscritto un verbale di adesione di tutta la provincia alla neonata Repubblica d’Austria, fondata subito dopo la capitolazione degli Asburgo. Tolomei, infuriato per la notizia, corre d’acchito dal borgomastro della città, Julius Perathoner. E ottiene, “più con le cattive che con le buone” la cessione del Museo Civico per adibirlo a sede del Commissariato alla lingua e alla cultura per l’Alto Adige. È emblematico che il Commissariato trovi la propria sede nel Museo Civico, voluto a suo tempo da Perathoner. Esplicita infatti la volontà italiana di sradicare la cultura tirolese cancellandola dalla memoria popolare. Già a Roma, Tolomei aveva compilato i famigerati elenchi di toponimi che evitavano ogni nome tedesco. S’era dato da fare anche per redigere una lista di maestri italiani da inserire nelle scuole altoatesine. All’inasprirsi dell’attrito tra Tolomei e Perathoner, tra l’integrità territoriale e culturale dei Tirolesi e il violento e offensivo programma di italianizzazione, il Comando Supremo dell’Esercito subordina l’agire del Commissario al generale Guglielmo Pecori Giraldi, governatore militare. Il 23 novembre del’18, tre settimane dopo la fine del conflitto, quando è stato incaricato del governatorato militare su di un popolo di duecentomila Tedeschi, il generale Pecori Giraldi ha garantito che ‘lo Stato italiano, fondato sui principi di libertà e di giustizia, saprà trattare con equità e con amore i cittadini suoi di un altro idioma. L’Italia è aliena da ogni spirito di sopraffazione verso i cittadini di altre lingue, coi quali invece intende stabilire rapporti di fratellanza”. Purtroppo, queste rimangono solamente delle belle parole. Perché, contemporaneamente, le truppe italiane ricevono l’ordine da Roma di valicare il Brennero e di occupare anche le città austriache di Innsbruck e di Landeck, “per avere uno sbocco sicuro nella vallata dell’Inn e per garantire l’ordine in quelle regioni transalpine”. Il 10 giugno del 1919 si insedia a Innsbruck, capitale del Tirolo, il terzo Corpo d’Armata del Regno col suo comandante, il generale Sani. La prima guerra mondiale ha finalmente svelato i veri piani dell’Italia: da una cosiddetta guerra di liberazione è divenuta una vera e conclamata guerra di conquista! Il governatore delle terre “redente” e conquistate, il generale Pecori Giraldi, ora ha influenza da Ala a Innsbruck. Quasi su tutto il Tirolo! Certo, c’è chi protesta contro l’annessione forzata. Leonida Bissolati, socialista, nutre dei forti dubbi sulla convenienza militare e politica del confine del Brennero “depositando entro i confini italiani il germe dell’irredentismo tedesco”. Filippo Turati ammonisce la Camera che “l’annessione violenta di oltre un quarto di milione di Tedeschi, gelosi della loro stirpe, della loro patria, della loro libertà sarà seme perenne di discordia e di ribellione”. Ma il Presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, e tutto il Governo del Regno, che sul mito della guerra vittoriosa sta preparando il terreno alla “rivoluzione fascista”, è sordo a questi severi moniti. E ribadisce che “l’elemento etnico diventa secondario di fronte all’esigenza di garantire all’Italia la sicurezza delle sue frontiere”. Il primo giorno dell’agosto del’19 viene sciolto il governatorato militare. Dieci giorni prima, il 20 luglio, a Pecori Giraldi è subentrata l’amministrazione civile di Luigi Credaro. Il Valtellinese adombra sin dal suo primo agire il predecessore, cercando una soluzione pacifica di mediazione e di civile convivenza tra i due gruppi etnici. Profondo estimatore della cultura germanica, Credaro garantisce: “Io non muoverei un dito per italianizzare un Tedesco”. E abolisce la toponomastica italiana introdotta dall’amministrazione militare, suggerita dal Tolomei. Ripristina i nomi tedeschi, così come riabilita al lavoro negli uffici pubblici i vecchi impiegati tirolesi. Verso la metà di agosto, in previsione dell’annessione ufficiale, i Tirolesi fondano il Deutscher Verband. Il nuovo movimento coagula attorno al suo programma tutte le forze politiche ostili all’occupazione italiana, indipendentemente dal loro colore politico. Infatti aderiscono al Deutscher Verband i vecchi cattolici e i vecchi liberali tirolesi. Il 10 settembre del 1919, a Saint Germain en Lay, nei pressi di Parigi, si tratta per la distribuzione delle terre del vecchio Impero danubiano. Il Sudtirolo, secondo le richieste avanzate a Londra nel ’15, viene assegnato all’Italia, spezzando l’integrità territoriale di una regione, il Tirolo, negando l’esistenza stessa di un popolo, quello tirolese, che nella sua secolare storia non è mai stato corroso da conflitti interni. Alla conferenza della pace di Parigi, i rappresentanti sudtirolesi del Deutscher Verband non avanzano grandi richieste. Si limitano a chiedere un’autonomia “essenzialmente identica a quella delle cessate province della corona d’Austria”. Ma, nella realtà dei fatti, questa richiesta viene negata. In pochi mesi, all’inizio del 1920, gli esponenti del Deutscher Verband inviano a Roma un documento politico, dove avanzano, secondo le garanzie di Saint Germain, delle ipotesi di autonomia politica e amministrativa per il Sudtirolo. Nello stesso tempo, l’amministratore civile Credaro si preoccupa di far stampare dall’editore Vallardi l’edizione italiana del libro “Südtirol Land und Leute, von Brenner bis zur Salurn Klause” (II Sudtirolo e i Sudtirolesi dal Brennero alla chiusa di Salorno), scritto dal politico bolzanino Karl von Grabmayr, amico intimo di Julius Perathoner. La coraggiosa azione di Credaro, oltre a fornire una integrazione culturale alla richiesta di autonomia del Deutscher Verband, è uno strumento di approfondimento della complessa questione altoatesina e cela, indubbiamente, delle forti critiche al Governo che ha voluto l’annessione. Il fatto, poi, che lo stesso Credaro, commissario civile, ne abbia scritto e firmato la prefazione dell’edizione italiana, scatena le ire del Tolomei, del Governo di Roma, e dei nazionalisti. Il Tolomei risponde con il breve, violentissimo saggio “Un libro di scienza? Da Grabmayr a Credaro”. Da questa monografia i nazionalisti, che sul finire del ’20 hanno già bocciato in Parlamento il progetto del Deutscher Verband, traggono l’ispirazione per rinvigorire la politica di italianizzazione del Sudtirolo. L’11 gennaio del 1921 si costituiscono a Trento i fasci di combattimento, coordinati da Achille Starace. Il 19 febbraio i fasci di combattimento nascono anche a Bolzano. Dopo un paio di mesi di “pratica”, durante i quali gli squadristi sfogano tutta la loro violenza impegnandosi a svellere i residui storici dell’aquila bicipite, devastando piazze, monumenti e cimiteri, cancellando la toponomastica tedesca ristabilita da Credaro e riabilitando quella nazionalista del Tolomei, arriva il “grande”, infausto giorno. Domenica 24 aprile, a Bolzano si inaugura la fiera campionaria. In programma ci sono festeggiamenti e manifestazioni. Per le vie della città sfilano compatti gli Schützen. Ma, in una piazzetta, trecento fascisti con il loro capitano Achille Starace, sono pronti all’azione. S’infilano nel pacifico corteo e, in piazza delle Erbe, tra i rappresentanti tirolesi di Marling (Marlengo, nei pressi di Merano) “il sacro manganello cominciò a mulinare” all’ombra della settecentesca fontana del Nettuno. Lo scontro corpo a corpo è molto violento. I fascisti estraggono le rivoltelle e iniziano a sparare. Uno squadrista lancia una bomba tra la folla. Muore Franz Innerhofer, giovane maestro di musica di Marling. Il giorno dopo, Perathoner proclama due giornate di sciopero di protesta contro l’accaduto. Tutti i negozi di Bolzano sono chiusi. La città è tristemente decorata con le bandiere dell’aquila tirolensis listate a lutto. I giornali non escono. La gente scende in piazza. Le storiche mura di Bolzano sono tappezzate di manifesti che deplorano la violenza dell’offensiva italiana in Sudtirolo. Perathoner sollecita una precisa ricostruzione dei fatti. E gli viene prontamente consegnata. La rissa è scoppiata secondo un piano preciso, concordato in precedenza, quando un fascista si è affacciato dalle finestre del Banco di Napoli e ha fatto fuoco sulla folla uccidendo Innerhofer. Dagli scontri sono usciti 46 feriti, tutti con cognome tirolese. Perathoner, leggendo la relazione alla Giunta Municipale riunita in seduta straordinaria, propone una mozione da consegnare a Credaro. Chiede di punire i colpevoli e di allontanare gli animi violenti dalla città. La mozione viene votata all’unanimità. In questa atmosfera di tensione e malcontento si giunge alle elezioni del 15 maggio per il Parlamento di Roma. Dalle urne di Bolzano esce la vittoria netta del Deutscher Verband (36.574 voti) che s’impossessa di tutti e quattro i mandati disponibili e manda a Roma Reuth Nikolussi, Walter Toggemburg, Karl Tinzl, Willi von Walther. Tale dato è estremamente significativo: tutti i Bolzanini sono contrari alla violenta politica dell’occupazione italiana. Il 12 ottobre del 1921, Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, la Regina e il Presidente del Consiglio Bonomi, sono in visita alle terre “redente”. I fascisti hanno predisposto tutto. Hanno fatto confluire a Bolzano duemila Italiani, “viaggio e soggiorno pagato”, per tranquillizzare il Re e consentirgli di issare il tricolore al Brennero tra le acclamazioni della folla. Il giornale “Alpenland” però lo avverte: “Il Re d’Italia non deve affatto contare sul giubilo e sull’entusiasmo delle popolazioni dell’Alto Adige”. Così inizia la politica fascista in Sudtirolo.

Nel gennaio del 1922, nelle province “redente” e conquistate si vota per le elezioni amministrative. A Bolzano stravince ancora il Deutscher Verband. Julius Perathoner viene eletto borgomastro della città con un plebiscito. Sarà l’ultima volta, perché nulla potrà fare di fronte alle violenze e ai soprusi dei fascisti. A partire dal 1922 viene introdotto il servizio militare per i Tirolesi, ai quali la divisa militare italiana e il tricolore (ma non solo allora!) non stimolano alcun sentimento. Viene introdotta la scuola italiana. A Bolzano si pretende che uno dei quattro istituti elementari, la “Elizabeth Schule” sia dedicata al solo insegnamento in lingua italiana. “Sennò verrà occupato con violenza”. L’ultimatum, quasi si trattasse di una guerra, scade il 30 ottobre del 1922. Entro questa data il Consiglio Comunale deve esonerare il borgomastro Julius Perathoner, e deve esporre il tricolore (secondo un infausto provvedimento ripreso, pochi anni fa, da un Presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana!). Il 2 ottobre, su ordine di Mussolini, giungono a Bolzano i fascisti lombardi e veneti. Perathoner, il più grande borgomastro che la città ricordi, è costretto a dare le dimissioni. Anche Credaro se ne va, il 4 ottobre, sostituito, il 17 ottobre, da un prefetto della Venezia Tridentina. Il fascismo, a confermare che è nato sulle rovine di una “vittoria mutilata”, ha marciato su Bolzano tre settimane prima di marciare su Roma e sull’Italia, proprio perché il Sudtirolo è stato l’obiettivo primario di conquista della prima guerra mondiale. Nel 1988, quando i settant’anni che ci separano dalla “più ridicola vittoria di tutta la guerra”, quella di Vittorio Veneto, ci consentono un giudizio sobrio ed equilibrato, dobbiamo dire che Altiero Spinelli aveva ragione. Il padre del moderno federalismo europeo sosteneva che “per noi (italiani) il 4 novembre è la data che ci richiama alla memoria il giorno in cui l’Italia abbandonò la tradizione del Risorgimento e si avviò risoluta sulla via delle conquiste nazionalistiche”. Celebrare ancora la “vittoria” del’18, l’unica e contraddittoria vittoria italiana della storia recente, e la “giornata delle Forze Armate”, oggi significa celebrare il militarismo e l’ultranazionalismo dell’offensiva fascista di italianizzazione del Sudtirolo che ha eretto steccati e barriere ed ha provocato lo scontro violento tra due etnie. E ha ghettizzato Julius Perathoner e la cultura autoctona del Tirolo.

 

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