Burqini, Salvini, PKK. Tre considerazioni in controtendenza

Vorremmo dire tre piccole cose in “controtendenza”. Non rispetto al pensiero mainstream come facciamo di regola (l’etnismo, ormai, è virtualmente sinonimo di controtendenza), ma per una volta proprio in benevola polemica con chi combatte il Fascismo 2.0 del politicamente corretto.

burqini

Il burqini – insieme agli altri paludamenti medievali – porta tra la gente un messaggio molto chiaro, ed è bene che tutti quanti ne siano al corrente. Proibirlo non sarebbe una buona strategia.

Primo, il burkini, sineddoche di moda in questi giorni per descrivere i paludamenti delle islamiche. Non proibiamolo, per favore. Incoraggiamolo. Mica per i motivi addotti dagli Alfani – non offendere i saraceni o pararsi le chiappe da attentati – ma al contrario per finalità intelligenti. Per esempio, per scongiurare l’integrazione. Quella finta, visto che quella vera non avverrà mai, evitando che l’oppressione femminile dei maomettani si nasconda tra le mura domestiche, dove il votante medio potrà continuare a far finta che non esista. Queste tizie devono girare con burka, veli e palandrane sotto il naso delle sedicenti, vili femministe che fanno comunella con stupratori e nazisti tribali, coprendo queste ultime di vergogna di fronte a tutte le donne intelligenti. Basta lamentarci delle esteriorità ostentate dagli islamici e che ne rappresentano il marchio di fabbrica: costoro è bene che siano belli visibili e ben riconoscibili. Una considerazione di elementare prudenza, più che altro..

burqini - salvini-polizia

Aspettiamo di vedere un esponente dell’indipendentismo basco che indossa la divisa della Guardia Civil, e poi siamo a posto.

Secondo: Salvini e le magliette della polizia. Non adoriamo la Lega per vari motivi, dall’appropriazione del padanismo per farne una burletta, all’adesione a correnti politiche che non c’entrano con l’etno-autonomismo. Ma quantomeno la ritenevamo espressione di un territorio e di un gruppo etnico. Che il suo segretario adesso si metta a esaltare la polizia italiana, oltretutto non ricambiato, è davvero patetico. I popoli padani sono stati oppressi ed espoliati da un macchinario tricolore i cui ingranaggi, tutti insieme, hanno contribuito alla colonizzazione. Quando le genti a nord della Linea LaSpezia-Senigallia avranno le loro polizie, e non quelle di uno Stato straniero, allora volentieri indosseremo le loro magliette.

burqini

Giovani dei centri sociali di Torino bruciano due bandiere israeliane in occasione del Primo Maggio. Gli stessi personaggi riescono a difendere la resistenza curda (ossia la cosa più lontana da Hamas & C. che possa esistere) unicamente per la presenza del PKK che si dichiara comunista.

E terminiamo con i curdi. Questo popolo deve ringraziare il cielo, per ora, che il suo movimento più efficiente, conosciuto e rappresentativo – il PKK – sia comunista. Per inciso, a parte certe ingenuità retoriche, il modo di Ocalan e soci d’intendere l’autogoverno, il ruolo della donna, il rispetto delle minoranze, il distacco religioso, eccetera, è ammirevole e comunque rappresenta una ventata di umanità in una regione tremenda. Ovviamente questi comunisti di frontiera, che lottano per la sopravvivenza della propria gente contro il fascismo turco e il morbo nazislamico, non sono neanche lontanamente imparentati con quel branco di squadristelli metropolitani col rolex che ciondolano nei centri sociali, sortendone per incendiare auto e spaccare vetrine; né con la pussy generation delle bandiere arcobaleno, né con i No Borders, i Papa Boys o i radical chic di Capalbio. Ma siccome sono “comunisti”, “di sinistra”, allora un minimo di appoggio i compagni del PKK – e per estensione il popolo curdo – riescono a ottenerlo almeno in questo pezzo d’Europa.
Poca roba, per la verità. Un’etnia come quella curda sembra proprio fatta apposta per stare sul gozzo ai cameragni. Gente coraggiosa che combatte a viso aperto contro l’islamismo? Ma scherziamo? L’esatto contrario di Hamas e del terrorismo palestinese, che manda avanti i bambini; mille miglia dalle fosche organizzazioni maomettane che pullulano in Europa; anni luce dalle “risorse” che girano palpeggiando o stuprando, e a cui le guerrigliere peshmerga probabilmente farebbero saltare i testicoli. Tanto che questo fatto dei curdi almeno in parte devoti a falce e martello è a nostro modesto avviso una spina nel fianco dei burattinai globalisti, italici o vaticani che siano: loro preferirebbero tanto la Turchia, diciamocelo. Il continuo rigurgito di politici che la vogliono nell’Unione Europea non fa che confermare ciò che la logica suggerisce da tempo: la Turchia in Europa, con i suoi 75 milioni di asiatici maomettani, sarebbe il colpo finale per l’agognata distruzione della nostra civiltà, altro che ferry boat della guardia costiera… Fossi nei curdi, mi preoccuperei.

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