Canale del Nicaragua, un disastro antropologico e ambientale

Filed in etnismo, geopolitica, nicaragua, rama by del 04/06/2015
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Molti ricordano le polemiche sul Canale di Panama, 77 km attraverso il territorio di questo Paese. Un’opera segnata da decenni di dibattiti, migliaia di morti, un colpo di stato appoggiato dagli Usa, anni di violenti disordini prima del completamento. Ora, come denuncia Cultural Survival, un progetto simile sta per sopravvanzare il Canale per dimensioni e profondità. Nel giugno 2013, i dirigenti del Nicaragua hanno stretto un accordo per 50 miliardi dollari con una ditta di Hong Kong per la costruzione di un canale lungo 278 chilometri. Il progetto proposto dalla HK Nicaragua Canal Development Investment Company dovrebbe collegare il Pacifico ai Caraibi, consentendo il passaggio di navi container troppo grandi per navigare il Canale di Panama.

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La costruzione del canale preannuncia abusi ambientali e violazioni dei diritti umani, visto che il tracciato dovrebbe attraversare parecchi territori indigeni sulle coste e nell’entroterra nicaraguense. Migliaia di persone ne subiranno l’impatto, alcune saranno fatti sfollare, prime tra tutti la popolazione creola e quella indigena dei rama, in chiara violazione delle leggi sull’autonomia delle comunità indigene in Nicaragua e dei documenti internazionali sui diritti umani.
L’area interessata è di non poco conto. Il 52% del tracciato previsto attraversa le terre appartenenti ai rama e alla vicina comunità creola. Si tratta di territori strattamente legati alle condizioni di vita dei nativi, come le preziose foreste, la biodiversità e gli approvvigionamenti idrici. Molti temono che la costruzione del canale HKND influenzerà drammaticamente gli stili di vita delle comunità.
Il governo del Nicaragua ha omesso di consultare adeguatamente le comunità indigene per quanto riguarda la grande opera. Gli esponenti rama e creoli hanno chiesto che sia rispettato il loro diritto al consenso informato, ma il governo ha mancato di coinvolgerli in ogni fase del processo. Molti membri della comunità indigeni temono che le loro possibilità di scelta siano ridotte al lumicino. “Stiamo combattendo contro un mostro enorme”, ha detto Carlos Wilson Bills, presidente di Bangkukuk. “Sento che quel mostro non può semplicemente arrivare e sbatterci fuori di qui. Abbiamo l’ultima parola su questo problema del canale, perché se diciamo che lo vogliamo, possono venire. Ma se diciamo di no, non possono venire perché la terra appartiene al popolo indio. E l’ultima parola l’abbiamo noi”, ha detto in un documentario prodotto dal Centro di assistenza per le popolazioni indigene (CALPI).

La Costituzione del Nicaragua del 1987 riconosce le culture indigene che risiedono sul territorio e il loro diritto di mantenere le rispettive lingue e culture. Due ulteriori leggi, 28 e 445, concedono autonomia e “l’uso, l’amministrazione e la gestione delle terre tradizionali e delle loro risorse naturali” agli indigeni. Inoltre, il Nicaragua ha firmato la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni nel 2008 e ratificato la Convenzione ILO 169 nel 2010, un documento giuridicamente vincolante che garantisce una consultazione preventiva in caso di progetti come questo. Omettendo di consultare le proprie popolazioni native, il governo ha ripetutamente violato i loro diritti di autonomia e consenso informato. Nel giugno 2013 è stata approvata la Legge del Canale 840, che modifica la preesistente legislazione per favorire la costruzione del canale, lasciando libera la società appaltatrice di espropriare terreni e risorse naturali.
“Chi si trova improvvisamente privato della propria terra ancestrale sarà rimborsato in base al valore calcolato ai fini fiscali, a partire dal giugno 2013”, ha dichiarato Axel Meyer, presidente dell’Accademia Nicaraguense delle Scienze, in un’intervista al National Geographic. “Queste persone possono depositare una denuncia relativa all’importo del risarcimento offerto, ma non presentare ricorso contro l’esproprio”.
Questa legge potrebbe anche costituire una condanna a morte per le culture tradizionali, le lingue e l’economia delle popolazioni indigene. In un discorso tenuto a Washington davanti alla Commissione Interamericana sui Diritti Umani, l’avvocato Becky McCray – leader dei rama – ha illustrato i danni che il canale arrecherebbe alla cultura indigena di una regione in cui i mezzi di sostentamento e i sistemi di vita sono profondamente legati al territorio: “ Se questo progetto viene attuato, c’è una forte possibilità che la lingua rama parlata nel villaggio di Bankukuk Taik scompaia, visto che gli ultimi parlanti saranno spostati a forza dalla propria terra”. Si tratta di una lingua parlata da poche decine di persone, e si estinguerà definitivamente con la loro diaspora.

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Secondo il Centro Humboldt, La costruzione del canale interoceanico avrà effetti diretti o indiretti su almeno 600 comunità.

Il governo ha già anticipato che potrebbero essere espropriate 7000 abitazione per far posto ai 278 chilometri del canale. Tuttavia, una relazione indipendente dal Centro Humboldt afferma che l’impatto sarà assai più pesante. Lo studio ha individuato 282 insediamenti e 24.100 abitazioni nella zona di influenza diretta, stimando che gli individui coinvolti in prima persona dall’opera sarebbero oltre 119.000. La costruzione del canale provocherà non solo lo spostamento di centinaia di migliaia di abitanti, ma anche danni ambientali irreversibili. Oltre al danno antropologico, il Nicaragua perderà alcune delle sue risorse più preziose: le risorse ecologiche di terre e acque. I diritti di concessione comprendono infatti la costruzione del canale interoceanico, centri industriali, aeroporti, un sistema ferroviario, oleodotti, e – ancor più preoccupante – il diritto di espropriare i terreni e le risorse naturali presenti lungo il percorso del canale.
Il Lago Nicaragua, attraversato dall’itinerario previsto, è il più grande serbatoio di acqua potabile nella regione. Meyer avverte che il canale potrebbe distruggere 4000 chilometri quadrati di foresta pluviale e zone umide, tra cui decine di migliaia di ettari di foreste, riserve, paludi, su cui i popoli indigeni della costa caraibica si basano per l’agricoltura e l’allevamento. “I cantieri, le strade principali, i sistemi costa-a-costa di ferrovie e oleodotti, le zone industriali limitrofe di libero scambio e i due aeroporti internazionali trasformeranno le zone umide in zone secche, cancelleranno i boschi di latifoglie e distruggeranno gli habitat degli animali dell’aria, della terra e delle acque dolci costiere “, ha detto Meyer nella sua intervista al National Geographic.
Gli ambientalisti e le comunità locali temono che, se anche riuscissero a mantenere le loro terre avite, il danno ambientale sarebbe così grave da spazzare via tutti i tradizionali mezzi di sostentamento. “E anche noi ne saremo distrutti”, ha dichiarato Edwin McCream, membro della comunità di Bangkukuk, in un’intervista ad Al Jazeera America. “Intendo dire che non cattureremo tartarughe, né pesci, né aragoste, né gamberetti; e nelle selve non cacceremo cervi, né gibnut, né alcun tipo di animale”.
Il governo del Nicaragua non è stato per nulla esplicito riguardo ai danni ambientali. La costruzione delle strade di accesso è iniziata in anticipo, con le valutazioni di impatto ambientale ancora in corso. Quanto alla valutazione dell’impatto sociale condotta dal governo del Nicaragua, se mai è stata condotta, è del tutto priva di trasparenza. Scattanti nel calcolare i vantaggi economici del canale, le autorità hanno palesemente ignorato i bisogni e i timori delle comunità da una costa all’altra. Un cartello di 11 gruppi – tra comunità indigene interessate e organizzazioni ambientali e legali – ha presentato una petizione alla Commissione Interamericana sui Diritti Umani, denunciando le violazioni dei diritti da parte della Legge sul Canale. Nell’audizione del 16 marzo 2015, McCray ha dichiarato alla Commissione: “La mancata consultazione da parte dello Stato dei popoli indigeni e afro-discendenti nega il nostro rapporto con le nostre terre e le nostre strutture sociali, in flagrante violazione dei nostri diritti territoriali, del nostro diritto alla partecipazione, del nostro diritto all’autodeterminazione”.
Cittadini di ogni parte del Nicaragua hanno sfilato, manifestato e protestato per esprimere le preoccupazioni per l’opera. Ma il governo continua a portare avanti un progetto che, a suo dire, assicurerà una rapida e duratura crescita economica al Paese. Reduce da una lunga tradizione di dittatura, da una brutale guerra civile sostenuta dagli Stati Uniti e da calamità naturali, il Nicaragua è attualmente uno dei paesi più poveri dell’emisfero occidentale. Già dalle prime fasi del progetto, il governo nicaraguense dichiarava che il canale avrebbe migliorato l’economia del Paese del 4,5% nel 2013 e del 14,6% nel 2016. Resta da capire come questa crescita economica coinvolgerà i ceti più poveri, e come potrà mai compensare la perdita di terre e risorse prodotte per innumerevoli generazioni dai popoli indigeni.

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