Capitolo Alto Adige: “Legame che ricongiunge”

Filed in italia, ladini, letterature locali, linguistica, News by del 19/07/1988
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Pubblichiamo una piccola scelta delle bellissime poesie (nell’originale in ladino moenese, con versione in italiano della stessa autrice e in tedesco di Giuseppe Richebuono) di Veronika Zanoner Piccoliori, raccolte in un volume edito di recente, che testimonia la validità letteraria e culturale della produzione di questa pregevole scrittrice ladina, in costante contatto con la sua terra natale.

DIFFERENZE DI SENTIMENTO

Poeti della nostra terra

scrivono  l’amore alla loro ‘Heimat”

con travaglio condivisa.

 

“La nostra gente” dice il ladino e

l’altro di madre lingua tedesca,

altrettanto genuina gente del Sudtirolo,

“i nostri contadini”.

 

“I boari” dalle gambe grevi, scrive

“tout court”,

nel 1980 il poeta dal “bel canto”.

 

Legionum memore forse,

ma senza amore alla nostra gente.

 

ALLA RETHIA

Rethia, nome di Madre;

anche Tu hai dovuto cedere

davanti a un barbarico spirito

conquistatore,

importatore di tronfia e falsa civiltà,

su strade di guerra,

retaggio che ancor ci travaglia.

 

Nel sereno retico sguardo

dei tuoi nipoti, costante traspare il duolo

della profanata identità, molteplici

volte stravolta.

 

Rethia, terra percorsa da lunghi sentieri

con le impronte di gente pacifica,

dolce e amena culla dei tuoi popoli,

germani fra di loro e vincolati da antica

forza morale.

E da antiche favelle civili e multicolori

 

 

RADICI

Di un lago so

che giace fra le rocce.

Azzurra la sua acqua e bianche,

come sono bianche le nuvole che vi si

specchiano.

 

Verde il prato che circonda le sue rive,

chiara l’acqua della fonte e

canterina, a volte neniosa,

la goccia che la riempiva.

 

Rosso il fulmine che bruciò la mia baita.

Ancora, accostate al cirmolo,

raccolte in un cumolo di sassi,

le sue fondamenta.

 

Rimpianto di casa mia, nostalgie…

il mal sottile della mia anima,

nella città ormai forestiera.

 

È un piccolo cumulo di colori e di pietre

che dovunque mi trascino

con la ladina, amata favella dei bisavoli.

Radici che avvinghiano,

sentiero che riporta a casa nostra,

legame che ricongiunge.

 

 

RAISH

De’n lèk giö sè,

skonù anter int le krepe.

Bruna sòva èga e bience,

ke bience le nigole ke se spelgia int.

 

Vert el prà ke kresh entorn via

sòve ròste,

kiara l’èga de festil e

ciantarina la goa, a oite savariosa,

ke binava te brenz.

 

Rossa la saeta ke à brujà mio bait.’

Amò alò pède jù al zirm,

strutè te ’n majaré de shash,

 l’é siöi sedimes.

 

Stranie de ciasa, enkreshadujem…

el mal sotil de mia anema,

 te la zità jà duta enforestada.

 

L’è en pikol majaré de kolores e shash

ke daperdut me tòle dò

ensema a la ladina, amada favèla

dei besaves.

Raìsh ke no me lasha,

troi ke mena a ciasa, sa noi,

leam ke rekonjonc.

 

 

WURZELN

Ich weiss von einem See,

der zwischen Felsen liegt;

blau ist sein Wasser und weiss,

schneeweiss sind die sich darin

spiegelnden Wolken.

 

Grün ist die Wiese an seinem Rand.

Klar ist das Wasser des Brunnens

und geschwätzig der stete Tropfen,

manchmal auch weinerlich, im Trog.

 

Rot war der Blitz, der meine Almhütte

zerstörte;

mur die Steine der Grundmauern

sind neben dem Zirbelbaum

übriggeblieben.

 

Sehnsucht, Heimweh nach der Heimat

verzehrt meine Seele

in der verfremdeten Stadt.

Es ist eine Ansammlung von Farben

und Steinen,

die ich überall mit mir herumtrage,

mit der geliebten ladinischen Sprache meiner Ahnen.

Wurzeln, die mich umfassen;

Weg, der nach Hause führt;

Bindung, die zusammenschliesst.

 

 

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