Chernobyl, territorio dell’anima – intervista a Markiyan Kamysh

Filed in geografia, ucraina, viaggi reportage by del 23/01/2017

Abbandono, desolazione, tristezza. Tre parole che rendono bene l’idea dell’immagine di Chernobyl scaturita dai recenti articoli pubblicati in Italia in occasione del trentesimo anniversario della nota tragedia. Ma è davvero così, o è possibile compiere qualche passo avanti nella comprensione di un luogo così unico nel mondo? Chernobyl è ancora quella del 1986? O è il nostro “immaginario occidentalocentrico” che è ancora troppo ancorato a quella data?
Dopo il nostro reportage in due puntate su Chernobyl e l’intervista al noto scrittore e intellettuale Andrei Kurkov, abbiamo chiesto questo e molto altro a Markiyan Kamysh, un emergente scrittore ucraino che ben conosce il territorio del disastro nucleare.
Nato nel 1988 e figlio di uno dei “liquidatori” di Chernobyl, negli ultimi sei anni Kamysh è stato un assiduo frequentatore illegale della Zona di alienazione, che ha percorso in lungo e in largo a piedi. Il suo primo romanzo, A Stroll to the Zone (a passeggio nella Zona), pubblicato in Ucraina nel 2015, è stato immediatamente tradotto e pubblicato in Francia con il titolo La Zone dalla casa editrice Arthaud (Groupe Flammarion), ed è stato molto apprezzato dalla critica e dalle più famose riviste letterarie d’Oltralpe. Il famoso regista ucraino Myroslav Slaboshpytskyi l’ha definito “un nuovo e originale respiro nella moderna letteratura ucraina”.
Attraverso le sue opere, Markiyan Kamysh rappresenta a ragion veduta l’intero flusso di illegal stalkers che frequentano oggi Chernobyl e la sua Zona. A Stroll to the Zone è in corso di traduzione anche in Italia e verrà pubblicato nel corso del 2017 dalla casa editrice Keller. Ecco la nostra intervista…

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Markiyan Kamysh.

Signor Kamysh, è appena rientrato dal suo ultimo viaggio nella Zona: come è andata? Qualche nuova notizia?

Durante il mio ultimo viaggio ho guidato un giornalista tedesco a Prypiat. L’area era molto pattugliata, gli elicotteri della polizia sorvolavano regolarmente tutto il perimetro della Zona. Molte volte siamo stati vicini a essere intercettati. Ciò non ci ha impedito tuttavia di vedere tutto quello che volevamo vedere e di ubriacarci fino ai confini dell’amnesia. Una mattina ho dovuto chiedere al giornalista di ricordarmi il nome del villaggio abbandonato nel quale l’avevo accompagnato. In otto giorni abbiamo bevuto 12 litri di vodka che ci ha permesso probabilmente di salvarci dal congelamento e di darci la spinta giusta per andare ovunque volevamo. Abbiamo passato tre giorni in una chiesa abbandonata e altri tre a Prypiat. Siamo stati in otto villaggi e ho avuto la sensazione di aver fatto due volte il giro del mondo.

Dal novembre scorso è stato definitivamente posizionato il nuovo rifugio. Cambierà qualcosa nella sua personale percezione di “scrittore della Zona”?

La mia percezione non cambierà. Certo, il nuovo rifugio sembra ora così fuori luogo, in netto contrasto con le architetture precedenti d’epoca sovietica. Dobbiamo però ricordarci che l’idea delle persone riguardo all’armonia architettonica e agli eclettismi inappropriati di un luogo cambia in relazione al contesto storico in cui si è immersi. Può capitare che nuovi stili o tendenze architettoniche siano il risultato di grandi catastrofi. L’esempio più brillante è il barocco siciliano. A seguito di un devastante terremoto che colpì l’isola, i lavori di ricostruzione erano enormi e il numero di bravi architetti insufficiente. Fu necessario coinvolgerne altri considerati all’epoca meno capaci, il cui lavoro era giudicato dai contemporanei a dir poco strano. Col tempo però esso divenne un modello di architettura da prendere come esempio. Ciò che all’inizio ci sembra inappropriato non susciterà più irritazione fra cinquant’anni e nei successivi cinquanta diventerà oggetto di culto.
Molti fotografi della Zona di mia conoscenza parlano del nuovo rifugio come di una struttura eccessivamente monumentale e dall’aspetto innaturale, lamentandosi del fatto che esso rovina il classico paesaggio ripreso fino a oggi nelle loro fotografie. Cari amici, non dimenticate le tante altre strutture monumentali presenti nella Zona, come quella che si trova vicino all’area chiamata “Duga”: il gigante che oltrepassa l’orizzonte, l’antenna radar Chernobyl-2, di dimensioni comparabili alla piramide di Cheope. Sono forse naturali i suoi 150 metri di guglie sullo sfondo di fattorie collettive? Eppure diamo per scontata la sua presenza, solo perché ormai ci siamo abituati a quello spettacolo. Cosa dire allora della centrale nucleare di Chernobyl? Nel periodo in cui l’Ucraina era occupata dall’Unione Sovietica, era considerata una meraviglia creata dall’uomo. Dopotutto, anch’essa è una struttura monumentale circondata da fattorie collettive. Se tornassimo indietro di quarant’anni, nel momento in cui fu fondata la città di Prypiat, anch’essa a quei tempi ci sarebbe apparsa come un oggetto fuori dal mondo, assolutamente irreale: un micro-distretto di Kiev disperso tra le paludi della Polissia. Il suo essere vicino a tante case di campagna la faceva anch’essa apparire in quei giorni come una grande meraviglia.
Come il nuovo rifugio rimodellerà la mia percezione della Zona in qualità di scrittore? Mi basta osservare il tramonto e vedo gli ultimi raggi di sole che gli si riflettono contro. Il tramonto è proprio di fronte al suo edificio. Il riflesso dei raggi fa sembrare che ci sia un altro sole. Ci ritroviamo forse catapultati in un sistema solare binario? Vedremo allo stesso tempo due tramonti, ogni giorno? Basta questo per farmi dare il benvenuto nella Zona al nuovo rifugio.

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Foto di Markiyan Kamysh.

Quando si parla della Zona di alienazione, l’attenzione dei media è il più delle volte focalizzata su Prypiat. Tuttavia essa è molto altro, a partire dai villaggi sparsi un po’ ovunque. Cosa si trova in questi micromondi della Zona? C’è un villaggio al quale è legato più degli altri?

Traggo molta più ispirazione dai villaggi che non da Prypiat e dalle altre attrazioni turistiche, delle quali ormai sono stanco. Proprio per questo sto cercando di spostare l’attenzione di registi e filmaker su questo versante, per far loro pensare che la parola più importante della Zona è “esclusione”. Il vero nome dell’area è infatti “Zona di esclusione”. Dalle nostre bocche esce spesso questa espressione della quale però abbiamo dimenticato la vera essenza. A Prypiat ci sono folle di turisti, un paio di industrie attive, il latrare dei cani e altro. Ma al confine con la Bielorussia, dove per decine di chilometri non trovi anima viva attorno a te, a eccezione degli animali selvatici e probabilmente di qualche trafficante e senza possibilità alcuna di comunicare con il cellulare, questa è la reale esclusione. Amo i villaggi dove sono ancora visibili le condizioni di vita delle persone ai tempi in cui se ne andarono. Ti aiutano a immaginarti una superba casa di campagna in quel villaggio lì, una casa in cui poi torni come se stessi facendo visita a una nonna. A una nonna morta.

Attualmente nella Zona vivono anziani che vogliono morire nella loro terra. Nei suoi viaggi avrà sicuramente incontrato qualcuno di loro. C’è qualche incontro che le è rimasto particolarmente impresso?

Nella Zona vivono più di cento persone. E questa è un’altra immagine ipersfruttata da fotografi e registi. Esiste una storia per far capire quanto sia sovrautilizzata questa particolarità: un team di giornalisti molto professionale vuole incontrare un’anziana donna per intervistarla. Entrano nella sua casa e gli ingegneri dell’equipe – profumatamente pagati per fare il loro lavoro – iniziano a sistemare al meglio le luci per le riprese. Quando hanno finito, la donna li guarda tutti con fare scettico e cambia totalmente la loro disposizione, sistemandole meglio degli ingegneri stessi. Ne ha rilasciate così tante di interviste che lo sa meglio lei degli ingegneri di come vanno messe le luci. La signora teneva delle poesie scritte da lei su piccoli pezzi di carta. Era timida perché non aveva i denti, ha avuto di fronte tutto il tempo la cinepresa e per questo si copriva la bocca con la mano. Sono sicuro che avrebbe preferito starsene da sola invece che essere ripresa tutto il giorno da una telecamera luminosa alla stregua di un animale chiuso in gabbia. L’ironia della sorte: una persona torna nella propria casa per starsene insieme alla sua solitudine, e si ritrova tra i piedi avidi tour operator e giornalisti affamati di nuovi argomenti su cui scrivere. Evito di incontrare delle persone. Vado nella Zona per restare solo.

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Foto di Markiyan Kamysh.

L’area di alienazione è in realtà divisa tra due Paesi, l’Ucraina e la Bielorussia. È mai stato nella parte bielorussa?

Ci sono stato varie volte ed è molto diversa dalla nostra. In Ucraina ci sono molti elementi umani che segnano il paesaggio: Prypiat, la centrale nucleare, la stazione Duga, la città di Chernobyl. Nella parte bielorussa ci sono solo villaggi, molti di loro popolati da guardie forestali e dalla polizia, e molti altri completamente rasi al suolo. In Bielorussia la fauna è più ricca, per esempio ci sono i bisonti, ma per i turisti non c’è molto da vedere. Manca inoltre “l’effetto Zona” con tanto di filo spinato, nel senso che a differenza dell’Ucraina l’area è divisa in settori: in alcuni di essi ci puoi raccogliere tranquillamente i frutti di bosco, altri sono aperti solo al pascolo, e in altri ancora è vietato accedere senza un permesso speciale, come in Ucraina. Tutto dipende dalla quantità di radiazioni ancora presenti. Da questo punto di vista si può dire che la Zona bielorussa è più sfocata e meno netta di quella ucraina, i suoi confini sono più sfumati.

Nel mio viaggio di due giorni attraverso la Zona ho trovato qualcosa di simile a una “scenografia dell’orrore”, creata nel tempo da giornalisti e fotografi che in questi anni l’hanno visitata. Per esempio, le bambole appoggiate vicino alle finestre. In tutto ciò non c’è nulla di originale rispetto al momento dell’abbandono. Cosa pensa al riguardo?

Penso che la scenografia dell’orrore con bambole e maschere non sia solo storia… bensì una vecchia storia. È del tutto naturale, ha perso la sua rilevanza, come l’hanno persa i vecchi televisori a tubo catodico. È come usare un cercapersone quando hai uno smartphone. L’installazione di bambole posizionate sull’altalena è una tecnica da film horror di serie B. Nel caso della Zona, l’orrore che si prova è un’emozione transitoria dovuta al primo incontro. Per questo è uno stereotipo. Nulla rimane di tutto ciò quando ci si passa un po’ più di tempo andando un po’ più in profondità. L’orrido viene presto rimpiazzato da una sensazione di pace.
È per questo che io raccomando a tutti i documentaristi che vogliono incontrarmi per dei consigli di diventare prima di tutto degli insider, giusto quel poco. Stabilirsi per sei mesi in Ucraina, visitare molte volte la Zona, leggere la letteratura sull’argomento, vedere tutti i film realizzati al riguardo e altro ancora. Vedi, la maggior parte dei progetti prevedono una sola visita del posto, una sola prospettiva, una sola strada da seguire, la classica conversazione con la solita anziana signora “abusiva”. Certo, si tratta di piccoli progetti, i quali però non mi fermano nel mio desiderio di cercare di arricchire i punti di vista degli autori.
L’unica eccezione tra i registi che ho conosciuto è quello di Myroslav Slaboshpytski, insider molto noto nel “mondo della Zona”, che prima di realizzare i suoi film ne ha conosciuto a fondo la realtà. Una delle sue pellicole, il cortometraggio Nuclear Waste del 2012, ha vinto un importante premio al Festival di Locarno. L’ultimo suo lavoro del 2014, La tribù, ha interessato molto la settimana della critica del Festival di Cannes di due anni or sono e ha ricevuto più di trenta premi esclusivi, tra gli altri all’European Film Awards, al Los Angeles Film Critics Association e al London Film Festival. Nel 2017 Slaboshpytski presenterà un nuovo lungometraggio sulla Zona. I diritti d’autore sono stati già acquistati da molti Paesi europei e la critica americana lo attende come una delle maggiori novità. Credo che questo lavoro diventerà in assoluto il migliore mai realizzato sull’argomento. 1)

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Foto di Markiyan Kamysh.

La sua giornata tipo nella Zona, se ce l’ha…

I miei giorni sono fatti di nebbia tra i campi, le mie notti di cieli stellati, di quelli che non si riescono mai a vedere in città. Ogni volta porto con me qualche persona nuova, e ogni volta provo a guardare alle forme dei palazzi a me più familiari attraverso nuove prospettive. Quando mi annoio cerco nuovi luoghi in cui avventurarmi, dove nessun turista ha mai messo piede. Per mangiare non occorre portarsi dietro della carne in umido o del cibo avvolto nella carta stagnola: anche questo è uno stereotipo. È sufficiente comprare qualcosa di già pronto al supermercato, impacchettarlo per bene e ci si campa per parecchi giorni. In inverno poi il freddo aiuta a mantenere il cibo in buono stato. Per la notte, i turisti illegali non dormono mai nelle tende, non è necessario. Scegliamo case abbandonate nei villaggi o il piano alto di qualche edificio a Prypiat. Perché montare una tenda quando si può entrare liberamente nella casa che più si preferisce? È una delle cose piacevoli nel girare illegalmente la Zona, si prova un senso di assoluta libertà. In un’escursione legale i turisti vengono fatti accomodare in hotel a Chernobyl, con parecchie migliaia di persone fuori dalla porta. Nulla di esotico in tutto ciò.

Cosa scopre di nuovo a ogni viaggio? Intendo soprattutto a livello emotivo.

La parte più interessante è sentire l’ansia e la paura, l’adrenalina e i nervi tesi trasformarsi – nel tempo in cui resto nella Zona – in pace e tranquillità. Se praticassi yoga o altre discipline di moda tra la classe media, direi qualcosa del tipo: “In un paio d’anni spesi a visitare la Zona, ho trovato un luogo perfetto per la meditazione”.

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Foto di Markiyan Kamysh.

Negli anni ha compiuto talmente tanti viaggi da conoscerla davvero a fondo. Un esercizio di immaginazione: quando la smetterà?

Ho già smesso. Quest’anno ho effettuato oltre trenta viaggi illegali e in tutti, eccetto due, sono stato sempre impegnato a far visitare la Zona a qualche giornalista straniero. Negli ultimi due anni raramente ci sono stato senza una vera e propria ragione. Non mi piace conteggiare il tempo impiegato a starci illegalmente, come se fosse un obiettivo raggiunto. Anche se me lo chiedono sempre. Due anni fa il mio editore ucraino mi chiese un calcolo del genere per farne motivo di promozione dei miei libri. Feci una stima di sessanta viaggi, e recentemente ho notato che questa mia affermazione è passata da un’intervista all’altra. Da allora però ne è trascorso del tempo, e ora ho oltrepassato quota cento.
Secondo i miei calcoli, ho vissuto oltre un anno della mia vita vivendo illegalmente nella Zona. Prendiamo Prypiat per esempio: ho passato più di cento notti in questa città abbandonata. Che idiota sono: avrei potuto usare tutto questo tempo per viaggiare attorno al mondo con la Costa Concordia. Tra gli “stalker” della Zona è usanza confrontare le proprie esperienze. Rimango scettico di fronte a questo metodo di misurazione. Chiedete alle vecchie signore che vivono lungo il perimetro dell’area o agli ubriaconi alla perenne ricerca di metallo da contrabbandare. Ci sono stati migliaia di volte negli ultimi trent’anni, solo che di solito non trovi questo genere di persone tra i tuoi amici su Facebook.
Tuttavia, per quanto mi riguarda, un anno della mia vita è già troppo. Non voglio stare nella Zona. Ciò che voglio è vivere in una residenza italiana per scrittori, dove ogni scrittore abbia a disposizione una bottiglia ghiacciata di Perrier da degustare insieme a un piatto di pasta piccante. Conosci un posto del genere?

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Foto di Markiyan Kamysh.

Un’idea geniale e assolutamente legale. A proposito, parliamo dei diversi tipi di “illegali”. In una delle sue precedenti interviste si è dichiarato generalmente tollerante nei loro confronti. Allo stesso tempo però sembrano trasparire opinioni differenti al loro riguardo. Per esempio, la lasciano alquanto indifferente le persone – in genere turisti – che viaggiano nella Zona con il solo intento di collezionare fotografie e maschere antigas. Quali sono i diversi modi in cui queste persone “vivono” il posto? Cosa pensa del turista occidentale che lo visita per poche ore, giusto il tempo di qualche scatto? Qualche consiglio per questi ultimi e per i turisti ucraini stessi?

Tra i turisti illegali ci sono blogger, vlogger, fotografi, e la stragrande maggioranza di essi fa il proprio lavoro a livello amatoriale, o addirittura lo fa male. Mi piacerebbe vedere blogger che lentamente si trasformano in scrittori, vlogger che diventano registi, e fotografi che diventano abili professionisti. Mi piacerebbe vedere la Zona visitata da artisti, specialmente da compositori in grado di lavorare in piena sintonia con l’ambiente in cui si trovano. È il luogo ideale per questo. Il fatto che ci possa andare molta altra gente non mi imbarazza affatto. Molti artisti, anche se non eccezionali, sono utili per preparare il terreno all’arrivo di iniziative geniali, in grado di passare alla storia come pietre miliari nel campo dell’arte. Inoltre, non credo che quegli artisti siano troppi per Chernobyl. Sono sinceramente divertito quando sento che qualche mio connazionale sta tentando di affrontare l’argomento Chernobyl per farne una cosa di nicchia. Troppo spesso questi lavori sono privi di logica. Per esempio, non si dice che la prosa degli ucraini occidentali di montagna sia di nicchia, ma di fatto è una specie di letteratura legata al proprio territorio. Tutto ciò non è un qualcosa di unico, perché al mondo ci sono molte montagne con tanti testi scritti su di esse. Invece le zone di esclusione sono molto rare. Non hanno ancora capito l’inesauribile potenziale letterario di questi luoghi.

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Foto di Markiyan Kamysh.

Il prossimo libro? Attraverso la sua personale “letteratura di Chernobyl”, quale messaggio vuole mandare ai suoi lettori?

Una cosa ci tengo a sottolineare: non penso che la letteratura debba contenere chissà quale messaggio di sacralità. La letteratura non è una parabola. Personalmente sento più vicina a me la gioia di vivere di Gabriele D’Annunzio che non certi opuscoli sociali intrisi di drammaticità e anti-utopici. È questo il motivo per cui non scrivo nulla riguardo alla recente lotta sulle barricate combattuta dal mio popolo durante la rivoluzione della dignità di tre anni or sono. Forse sono ancora alla ricerca della giusta chiave di lettura, ma non riesco a farlo con pathos.
Gli ucraini si lasciano emozionare facilmente, molti miei connazionali hanno tanti Paolo Giordano dentro loro stessi, seppur dormienti. Qualche volta però la moderna letteratura ucraina mostra il suo lato troppo serio. Io non voglio indossare questa maschera, è per questo che il mio libro La Zona riguarda i giorni nostri e il vivere il luogo, a differenza di altri lavori su Chernobyl di alcuni miei compatrioti focalizzati su quanto avvenuto trent’anni fa. Non scriverò mai nulla al riguardo perché il vittimismo mi è estraneo. Il mio prossimo libro ha come protagonisti i “saccheggiatori”, degli angeli caduti che si trovano a vivere a ridosso del territorio di Chernobyl in villaggi che continuano a essere popolati. Gente capace di smontare a piccoli pezzi un ponte in metallo e di vendere bombe d’aria. Qualcosa che nessun fotografo o cameramen ha finora mai visto.

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Foto di Markiyan Kamysh.

Come vede il futuro della Zona?

La Zona di esclusione e la sua percezione evolvono in maniera più veloce di quanto si possa pensare. Vent’anni fa essa interessava gli scienziati e gli sciacalli, mentre dieci anni fa dormiva un sonno profondo sommersa in una fitta nebbia di miti. Negli ultimi cinque anni c’è stato invece un boom mediatico di ogni genere. Tutto fa parte di un più generale processo di globalizzazione. Basta vedere quante persone si trovano oggigiorno ai piedi dell’Everest. Credo che il maggior beneficio della rinnovata divulgazione del nome di Chernobyl sia la crescente possibilità di avvicinarsi al tema da parte di persone davvero interessate all’argomento e dotate di creatività. E quindi il numero crescente di opere d’arte riguardanti l’Ucraina e la Zona in particolare. Quindi, ben vengano le menti geniali. Non sono uno snob che vuole tornare a rivedere il passato, ho la consapevolezza che tornare indietro risulta impossibile. Guardo al futuro con speranza e ottimismo, per quanto me lo permette la dipendenza dall’alcool.

Aspettative per il prossimo viaggio?

Il prossimo viaggio avverrà nel momento esatto in cui incontrerò un giornalista, scrittore, compositore, regista o artista con in testa un progetto che possa davvero interessarmi. Il mio hobby è da tempo evoluto dalla semplice esplorazione e voglia di evadere dalla realtà, all’aiutare altri artisti mostrando la Zona sotto prospettive nuove e inaspettate. Vi passerò l’inverno nel quadro di un progetto davvero interessante. Questa volta però, grazie al cielo, ci andrò legalmente. In inverno essa si trasforma in qualcosa di orribile e oscuro, una vera tortura alcolica per i fan dell’estremo, gelide spedizioni antartiche tra crinali mortali. Quest’anno ho fatto più di 30 spedizioni illegali. La prossima sarà probabilmente in primavera.

(ha collaborato Laura Brunetta)

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Foto di Markiyan Kamysh.

 

N O T E

1) Al proposito si rimanda all’articolo dello stesso Kamysh pubblicato su “Ukrainska Pravda” e tradotto in italiano sull’Osservatorio Balcani e Caucaso.
Cliccare sui seguenti link per visualizzare e avere più notizie sui film di Slaboshpytski.
Per approfondire il tema Chernobyl, si leggano i reportage di Valerio Raffaele pubblicati da “Etnie”.

 

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