Il Conservatorio di Tahiti mette in scena i Mamaia

Filed in Polinesia in diretta, polinesiani by del 06/10/2015

Foto di Stephan Sayeb per il Conservatoire de Tahiti

Ispirato dai Mamaia, la setta di rivoltosi polinesiani (ne parliamo qui), l’autore Patrick Amaru ha scritto il tema dello spettacolo patrocinato dal Te Fare Upa Rau, il Conservatorio di Tahiti, messo in scena sul marae Arahura’ahu.
La scelta del luogo non vuole solo rendere viva la magnifica scenografia, ma anche riproporre la storia nella stessa vallata in cui i fatti si erano svolti un paio di secoli fa, e raccogliere il mana, l’energia emanata dalla sacralità del posto.

1. Te Hei-Vā

(La Hei-va: festa, cerimonia, ma anche hei = corona, va = universo, indica il legame con il tutto)

E Rā iti tōahu mau
O piccolo sole fisso e soffocante
Te Rā e hitihiti nei
Sole che ti alzavi
I te ìriāfenua…
Trascinandoti sulla terra
E Rā iti ùra toto
O piccolo sole rosso sangue
Te Rā e ura nei
Sole che infiammavi
I te toa Māmāiā-fati-òre…
Gli incrollabili Mamaia
E Rā iti faufaa roa
O piccolo sole indispensabile
Te Rā e arataì nei
Sole che guidava
I te pūpūraa ô i te marae
Le offerte al marae
Inaha e inaha e,
Ecco ecco,
I hope noa na te ôroà…
La cerimonia si è conclusa…

E Rā iti rupehu mau
O piccolo sole, vera bruma
Te Rā e vehi nei
Sole che avvolgeva
I te moeāpeho…
Il fondo della vallata…
E te moemoe nei o Temoe
Temoe era in trance
I te moearu i te hiti o te marae nei:
Dentro un incubo vicino al marae:
Auē, auē e aha teie?
Ehi, ehi, cosa succede?
E àha! E àha moà!
La corda! La corda sacra!
Auē, te mutumutu nei teie àha!
La corda si è lacerata!
E topa tātou i teie ôrovaru!
Noi cadremo in questa voragine!
E moè tātou!
Noi sprofonderemo!
To na aho i te māpuhiraa e,
Quando espira timidamente,
Te hei-vā nei te Māmāiā,
I Mamaia erano in cerimonia,
I te hei-vā ā tumu,
Cerimonia dell’origine,
Te hei-vā e firihia ai
Cerimonia nella quale sarà intrecciato
Te hei noànoà a Tāne
Il legame profumato di Tane
No te hoê te taata
Per unire l’uomo
I te pū fenua,
Con la conchiglia della terra,
(la placenta che viene interrata dentro una conchiglia)
I te àpu o te raì,
Alla conchiglia celeste,
Ia hoê o ia
Lui unito con lui
I te vā…
Con l’universo…

Il marae, luogo di culto e di riunione, è un ahu, grande piattaforma di pietre vulcaniche, con a un lato un cumulo di pietre sovrapposte, quasi a formare una piramide; questo spazio sacro permette agli uomini di entrare in collegamento con gli antenati e con gli dèi. Lo spettacolo inizia con la cerimonia guidata dal dio sole (notare la corrispondenza del vocabolo usato per il sole, Ra, con quello egiziano) le offerte, caschi di banane, taro, tubero polinesiano, vengono poste su un’apposita piattaforma realizzata con bambù e foglie di cocco intrecciate. L’atmosfera è calda e bruciante.
Alla fine della cerimonia, Temoe il tauha, sacerdote, cade in trance, ha un cattivo presentimento, l’’aha, la corda sacra si è lacerata fino a rompersi, sente che qualcosa di grave sta per accadere. L’importanza della corda sacra:
* Il primo nemico ucciso in battaglia veniva chiamato ’aha perché gli veniva attaccato un pezzo della corda sacra, poi veniva portato sul marae dove si pregava di riuscire a vincere la guerra.
* Una volta rientrati, per ringraziare la buona riuscita della loro spedizione, gli equipaggi delle piroghe portavano insieme alle offerte un pezzo di ‘aha, corda, al marae.
* Gli haere po, uomini archivio, quando recitavano le genealogie usavano per aiutarsi, una corda colorata di fibra di cocco con vari nodi, a ognuno dei quali corrispondeva una generazione, e veniva snocciolata recitando, quasi come un rosario.
I Mamaia stavano compiendo la cerimonia dell’origine, quella che lega l’uomo a Tane (uno dei principali dèi polinesiani, dio della luce e della bellezza) per unire l’uomo con la conchiglia della terra: Ta’aroa, il dio creatore, forma la terra con la parte interna della conchiglia dentro la quale aveva vagato nel nulla per secoli e secoli; sempre nella conchiglia i polinesiani interrano la placenta dei nuovi nati per far loro mantenere il legame con il Fenua, terra; per unire l’uomo con la conchiglia celeste: con la parte più grande della sua conchiglia, Rumia, Ta’aroa crea la cupola del cielo. Questa cerimonia unisce l’uomo al va, l’universo.

Haruru te pahu,
Il tamburo risuona,
Hahā te àta.
Le risate sono contagiose.
Ruru te ùtu,
Tremano le labbra,
Te ùtu ā toa,
Le labbra dei guerrieri,
Momi i te hāàe,
Saliva inghiottita,
Ahu te pito,
Ombelico in fuoco,
Huà te hue,
Zucca seccata,
Purupuru te tapau,
Linfa addensata,
Î te rāàu,
Stelo eretto,
Îî te rāàu a tāne…
Eretto lo stelo dell’uomo…

Papaìna te papa,
I bacini sfrigolano,
Tipapa te vahine,
Donne chinate,
Tāùeùe te ôhure,
Bacini che oscillano,
Vaa i te vero,
Piroga nella tempesta,
Fata te pua
Cumuli di fiori,
Taha te raupua,
Petali caduti,
Tara te ôteo,
Pistilli eretti,
I te tara e patiti nei…
Dal dardo fremente…
A fea te ôroà?
A quando la cerimonia?

La parte preparatoria della cerimonia viene abilmente descritta, dal risuonare dei tamburi che accompagnano ogni momento della vita polinesiana, alle risatine, tipiche anch’esse, buffe quando sbocciano sulle labbra di omoni grandi e grossi, per sdrammatizzare… Ma la tensione è alta, lo si percepisce dai segni fisici, come il deglutire saliva o sentire l’ombelico in fiamme, la “linfa” che si addensa… Quale modo migliore della lettera I per indicare l’erezione? Nella danza quando i ballerini cantano “Ii”, sottolineano il momento dell’eiaculazione.
Una curiosità; durante il corso delle prove i giovani ballerini non riuscivano a lasciarsi trasportare dai movimenti come avrebbero dovuto, intimoriti dalla sacralità del marae; è stato necessario  inquadrare storicamente il tipo di danza che si ballava prima dell’interdizione missionaria, la stessa che avrebbero dovuto ballare, per permettere ai loro corpi di abbandonarsi ai morbidi gesti del piacere mimato.

Tōtara te moa
Il gallo canta
I te marū-ā-pō…
All’ombra della notte
I nià te tara,
Il dardo si erge,
Te tara ā tāne
Il dardo dell’uomo,
Te tara teòteò…
Il dardo superbo,

Tōtara te moa
Il gallo canta
I te maruātua…
All’ombra degli dèi…
I raro te papa
In basso, il bacino
Vetea te papa,
Il bacino si solleva,
Te papa ā vahine
Il bacino della donna
Te pā ā hua
Il rifugio
Te pua ā vahine…
Il fiore della donna…

Ua ineine te pua,
Il fiore è pronto,

Te toro nei te ùtu:
Le labbra si tendono
Haere mai ra
Vieni là
I raro nei to tuna teòteò
Qui sotto, la tua anguilla altezzosa
E māha ai i to na pōìa…
Placherà la sua fame
Nuu ā tara te tuna
L’anguilla tesa scivola
I te ûputa a pātoto ai.
Bussa alla porta.
Momi apuu te raho.
La vagina ne inghiotte la sommità
Nuu te ômii i roto
la testa dell’animale entra
Otohe te ômii i vaho
La testa indietreggia
Titautau i te nave:
Ricerca del piacere
Tei hea te ôteo?
Dov’è il pistillo?

A tahi heeraa,
Al primo sacro scivolare,
Ûuru ia papa fenua…
Le fondamenta della terra gemettero…
A piti heeraa,
Al secondo sacro scivolare,
Hāû ia mato…
Le pareti rocciose intonarono un hau… (sordo sospiro)
A toru heeraa,
Al terzo sacro scivolare,
Pēpere ia peho,
Il fondo della vallata intona un perepere,
(voce acuta che nel canto Tarava ricama i motivi musicali con tonalità superiore al coro)
Perepere a nave,
pepere di piacere,
A nave-pū-mahana…
Un piacere finale caldo (orgasmo)…

In quest’opera l’atto sessuale avviene coinvolgendo tutta la montagna: non sono semplicemente gli esseri umani a gioirne, anche la natura intorno a loro sussulta di piacere. Interessante che la natura emetta le voci tipiche della corale polinesiana, il pepere o perepere, voce acuta che sviluppa motivi musicali al di sopra del coro, e l’ha’u, voce soffiata che ne segna il ritmo.

Ua poì te hau i te peho.
La calma ricoperse la vallata.
E aho teie e māpu nei
Un soffio
Mai roto mai i te pū-ā-ora,
Dall’origine della vita,
Te àpu-ā-vahine,
Dalla conchiglia della donna,
Mai roto mai i te tuna,
Dall’anguilla,
Te raau-ora-ā-tāne,
Dal fondamento vitale dell’uomo,
E te māreva nei o ia
E volò via
I te nohoraa atua
Nella dimora degli dèi
I te mata o Hina-te-Marama
Sotto lo sguardo di Hina della Luna

L’autore, abile linguista, gioca con le parole: peho (la fine della vallata) deriva da hope, fine; le sue due sillabe rovesciate ripropongono un espediente frequente in Reo Ma’ohi; l’assonante pohe significa morte.

Inaha, e inaha e
Ecco, ecco
Ua uruhia te Māmāiā i te nave
I Mamaia era posseduti dalla voluttà
E te ìte nei o ia i te ao-ìte-òrehia
Conobbero allora il mondo invisibile
E te âparau nei o ia i te mau atua…
Scherzarono con gli dèi…
Te reo o Temoe i te meremereraa:
La parola di Temoe risuonò giovialmente:
Ahē, ua tara te tara!
Ecco l’incantesimo
Ua natihia te taata i te vā!
L’uomo è ben unito all’universo!
Ua hei te hei!
Il legame è il legame!
Ua vā te vā!
L’universo è l’universo!
Ua hei-vā te hei-vā!
Il legame con l’universo!
Aie!
Eh!

L’orgasmo come raggiungimento dell’estasi, dal greco ex-stasis, essere fuori, l’annullamento di sé, l’identificazione con Dio e con l’“Anima del mondo” (la natura, assimilata a un unico organismo vivente), lo stato in cui il singolo si fonde con l’universo. Questo concetto lo si ritrova nelle religioni asiatiche, come induismo, taoismo e soprattutto nel buddismo, dove l’estasi è il sacro momento in cui avviene l’illuminazione, sviluppo delle potenzialità naturali presenti nell’individuo.
Hina-te-Marama, la dea Hina, figlia e sposa di Ta’aroa, suo creatore e creatore del mondo, era affascinata dal candore della luna; lascia l’isola di Raiatea, dove viveva, per raggiungerla; mentre la  sta esplorando, viene talmente presa dalla sua scoperta da perdere la piroga con la quale vi era giunta. Rimarrà sulla luna per l’eternità.

Rūrū atu ra te âvae,
Le sue gambe tremarono
Taparuru atu ra o ia,
lui fremette,
To na tino i te veraraa
Il corpo infiammato
I te vera ā nave atua
Dal fuoco del piacere divino
Mai roto mai i te repo,
Che saliva dalla terra,
Mai raro mai i te manimani
Che prendeva le sue dita dei piedi
E tae roa atu i te pito…
E saliva al suo ombelico…
Tātuètuè atu ra o ia,
Va in trance,
Inaha e inaha e
Ecco ecco
Ua uru-atoà-hia o ia,
Anche lui è posseduto,
Oia atoà hoì te Hei-Vā…
Anche lui è in Hei-Vā…

La Heiva, competizione annuale di canti e danze polinesiane, non si limita a essere una semplice gara, è un momento di contatto con l’universo. Parecchi ballerini, persone schive e insignificanti nella vita di tutti i giorni, diventano come “posseduti” sulla scena, riuscendo a compiere prestazioni spettacolari, delle quali essi stessi non si capacitano.

2. Te Hē-Vā

Il Funerale.

Te hoê reo riàrià i te muturaa
Un urlo terrificante rompe
I te hei, teie Hei-Vā,
il legame, questo Legame con l’Universo,
Te aro o te toa Māmāiā i te fāriuraa,
La fronte dei guerrieri Mamaia si gira
Fāriuraa i te ûputa,
Si gira verso l’entrata,
Te ûputa o te marae nei…
L’entrata del marae…

Te hoê vahine e te hoê tāne
Questa donna e questo uomo
Teie e vehi nei i teie nahoà…
Si facevano largo fra la folla…
Te reo o te tāne i te autaraa e:
La parola dell’uomo è amara come il mandorlo:
Temoe, Temoe!
Temoe, Temoe!
Tei hea te tahuà àti!
Dov’è il fedele sacerdote!
A pāhono mai na…
Rispondetemi…
Tei hea o Temoe?
Dov’è Temoe?
Te hea te tahuà nui?
Dov’è il grande sacerdote?
Te maumau nei te aho
Balbettava
O te taata nei a peretete noa ai…
L’uomo barcollava…

Ua vai mūôfaì noa rā o Temoe
Temoe diventa rigido come una pietra
Inaha e inaha teie taata,
Perché questo uomo
E tiàraa taaè to na…
Era una persona speciale…
Pā, pāìnoi iti e!
Papà, papino!
Eie au, to tama!
Sono io, il tuo bambino!
Aroha mai na ia ù!
Pietà di me!
Aore e pāhonoraa
Zero risposte
Maoti rā te taì a te ùupa…
Solo il canto dell’upupa…
Pā, pāìno iti e,
Papà, papino!
Eiaha òe e tiàvaru ia ù!
Non cacciarmi!

Nulla da meravigliarsi se nel seno della stessa famiglia si intraprendano strade diverse, se il figlio rinnega la credenza di cui il padre è sommo sacerdote. Questo espediente serve all’autore per marcare la differenza tra riti e credenze tradizionali, e la nuova religione importata dai missionari.

Te îria nei rā o Temoe,
Temoe era arrabbiato,
To na reo i te faahaparaa e:
La sua parola lo condanna:
Ahē, Tarafati iti e,
O piccolo Tarafati,
To ù tama ôtahi,
Unico figlio mio,
Te mata o to ù nei mata,
Occhi dei miei occhi,
Ua tāvai hoì au i to tino
Ho unto il tuo corpo di olio di cocco respirandolo
I te roimata no te here pito!
Le mie lacrime sul tuo amato ombelico!
Ahē! Tarafati iti e,
O piccolo Tarafati,
Te aho o to ù nei aho, ,
Respiro del mio respiro,
Te taìriìri nei te metua tāne i to na upoo…
Il padre scuote la testa…
Na òe, na òe i tahitahi ia ù!
Tu, tu mi hai rinnegato!
Ua tiàvaru òe ia ù i to àau!
Tu mi hai cacciato dalla tua anima!
E ua ûmeremere òe ia rātou,
Ed hai elogiato,
E ua piò òe ia òe iho…
Hai intrapeso il cammino tortuoso
Piò no rātou noa!!!
Tortuoso e profano!!!

Un’abitudine sacra, nelle isole polinesiane, di ungere il corpo dei neonati con mono’i, olio di cocco profumato dall’aggiunta di fiori; nel testo indicato con la parola hoì che riporta a Maa hoi, termine usato per indicare la razza polinesiana, di cui parlerò in seguito. Anche il pito, l’ombelico, ha un’importanza particolare nel corpo umano: il suo cordone, quello che viene reciso alla nascita per essere interrato, crea un legame indissolubile con la terra, generandone l’appartenenza. Famiglie provenienti dalle isole – oggi che quasi obbligatoriamente si partorisce all’ospedale nell’isola di Tahiti – seppelliscono il cordone ombelicale nella terra di un vaso, per poterlo interrare nella loro isola madre con una piccola cerimonia.
Altro punto chiave di queste strofe l’aho, il respiro, il soffio vitale, quello dove risiede l’anima; per questo i maori della Nuova Zelanda si salutano avvicinando i nasi, non per strofinarli, bensì per mescolare i loro respiri; il dolce suono del flauto nasale polinesiano viene generato dal soffio che proviene direttamente dall’anima del musicista.

Rātou te mau papa à,
Lui, il grande papa,
E to rātou mau teuteu…
Ed i suoi servi…
E to rātou mau atua…
Ed il suo dio…
Atua haumani!!!
Il dio faticoso!!!
Atua nina taata!
Il dio che sotterra gli uomini!
Atua nina nunaa!
Il dio dei discorsi!
Ē, e ua maìti òe ia Ieofa
Sì, tu hai scelto Ieofa
E te faanahoraa âpī…
E la nuova civiltà…
Ua huri tua òe ia oè iho!!!
Tu hai cambiato!!!

La religione diffusa dai missionari era molto diversa dalle pratiche in uso fino a quel tempo nelle isole polinesiane, legate alla natura, alla danza, alla comunicazione non verbale di mimica del volto e alla gestualità delle mani, al fatalismo, ancora oggi molto diffuso; si può capire quanto risultasse faticoso seguire il nuovo dio dei bianchi, dal culto pieno di lunghi discorsi, piuttosto che di azioni ben determinate.

Ua îria ìno roa o Temoe.
Temoe era molto arrabbiato,
Ahē, ta ù tama ôtahi e
Oh, unico figlio mio,
O òe atoà, ua titau òe i to ù pohe,
Tu anche, tu hai cercato la mia morte,
Te pohe atoà o to ù mau hoa!
La mia e quella dei miei amici!
E te ani mai nei òe
E mi chiedi
Ia aroha atu vau ia òe!!!
Di avere pietà di te!!!

Munamuna atu ra o Tarafati:
Tarafati mormora:
Pāìno iti e,
Papà, papino!
Eie to mootua,
Ecco tuo nipote
Ua mate!!!
È morto!!!
Aita i ora i te atua âpī!!
Il nuovo dio non l’ha salvato!!
Toro atu ra o ia i te tahi tino,
Gli tende un corpo
Te tino o te tahi tama…
il corpo di un bambino
Pāìno iti e,
Papà, papino!
Aroha mai i to mootua!
Pietà per tuo nipote
Tūturi atu ra o ia…
Si inginocchia
Pāìno iti e,
Papà, papino!
A Hē-Vā na i te Hē-Vā
Celebra il funerale
No to ù tama here!
Del mio amato figlio!
A Hē-Vā na i te Hē-Vā
Celebra il funerale
No ù nei to tama ôtahi,
Per me tuo unico figlio,
No to mootua,
Per tuo nipote,
Ia māreva to na varua i Tataa
Perché la sua anima voli fino a separarsi
E ia tae o ia i Rohotu-Noànoà ra e…
E che arrivi nell’Eden…

Il momento è altamente drammatico: il figlio, sconfitto nel suo  sentimento più caro, torna dal padre in un momento di grande bisogno: la morte del suo unico figlio. Nella grande sofferenza ecco il ritorno all’origine, alle tradizioni ancestrali, per permettere all’anima del bambino di rientrare nel loro Eden, Fiore Profumato.

E teie ā rima o te rūrū nei…
Quelle mani tremanti…
E teie ā taì a pereteì…
Quel lamento del grillo…
Te mohimohi nei te mata,
I suoi occhi si oscurano,
Te tarapape nei to na àau,
La sua anima si scoraggia,
To na amoraa i to na mootua,
Mentre porta suo nipote,
To na tāravaraa i teie tino iti e,
Quando posa quel corpo così fragile,
I te tahi tumu purau,
Nel tronco svuotato dell’ibisco selvatico,
To na âfata maì,
La sua bara,
To na vaa iti
La sua piccola piroga
I to na tereraa roa…
Per il suo lungo viaggio sacro…

La pianta del purau, ibisco selvatico, che copre abbondantemente con la sua chioma verdeggiante le isole alte della Polinesia, risulta fondamentale per la vita e la morte: con la corteccia dei suoi rami, battendola, si ricava il morbido tessuto vegetale, la tapa, con il quale ci si copriva e che ancor oggi serve a realizzare i bei costumi delle danze; le sue foglie servono a incartare gli alimenti prima di porli con maestria nell’ahima, il forno polinesiano; il suo tronco, scavato, può servire da piroga per intraprendere il cammino verso l’aldilà.

I reira noa,
In quello stesso momento,
Î pato ai te taì a maui,
Grida di dolore a sinistra,
I mututu ai te rae i te àpu pārau,
Le valve di madreperla lacerano le fronti,
I topatapata ai te toto
Il sangue cola goccia a goccia
Taipe no te aroha a te Māmāiā,
Simbolo di compassione per i Mamaia,
Taipe aroha o te mau metua vahine
Simbolo d’amore delle vere madri
I te tama o te haere è nei…
Al bambino che se ne va…

In scena la corale della chiesa protestante di Faa’a che non ha nulla da invidiare al coro di una tragedia greca: vestiti di semplici panni teatea, chiari, le donne con i folti capelli liberi sulle spalle, il loro canto doloroso si spande, salendo grave nell’aria. Invece di lacerarsi le vesti e strapparsi i capelli, ci si feriva la fronte con le valve di madreperla per far colare il sangue; anche durante la cerimonia del matrimonio i padri degli sposi si feriscono la fronte per unire in segno d’alleanza il loro sangue.
Quando moriva qualcuno di importante, la famiglia si organizzava per poter avere un gruppo di professionisti che piangesse e si lamentasse in pubblico; fra questi spicca la figura del loro capo, dal costume terrificante ma elaborato: il volto celato dietro due valve di madreperla aperte, con un piccolo foro per permettere di vedere, il resto della testa coperto da un pezzo tapa, stoffa di  corteccia, e intorno, quale macabro copricapo, un rigido pennacchio di rare piume scarlatte considerate sacre e dal potere soprannaturale. Servivano circa 130 piume per realizzare un costume e ogni coda dell’uccello dalla quale venivano prelevate non ne porta che un paio; si rischiava facilmente la vita cercando di catturare il volatile che le possedeva, raro anch’esso, per sorprenderlo nel suo nido, costruito nelle cavità delle falesie più scoscese a strapiombo sul mare. Sotto la maschera, un pettorale in legno a forma di falce, con sopra fissate cinque conchiglie di madreperla.
Per capire quanto questo costume fosse prezioso, basti pensare che il valore di una conchiglia di madreperla era pari al prezzo di un maiale. Le due conchiglie alle estremità erano ornate di piume verdi e blu. Il bordo inferiore del pettorale presenta dei piccoli fori nei quali passano fini cordicelle alle quali sono attaccati più di mille pezzetti di madreperla rettangolari. Una cintura di tapa nel suo colore naturale, mantenuta da fini bande dello stesso materiale dal colore brunastro, completa questo costume, posta sopra un vestito sempre realizzato in tapa, davanti al quale viene posta una stuoia finemente intrecciata con sette file di piccoli dischi di noce di cocco e qualche conchiglia.
A seconda del tipo di corteccia utilizzato, si poteva ottenere un tessuto con colore variabile dal bianco candido, al giallo, al brunastro; i tessuti potevano anche essere tinti impiegando coloranti vegetali.

Tātā atu ra te àpu pārau,
Battevano le valve di madreperla,
Te tete ia a nevaneva…
Le valve di madreperla sbattute da chi era in lutto facevano paura…
Aviuviu atu ra te paeho,
Il rumore del bastone morbido che batte l’aria,
Te paeho ia a tahuà hē-vā…
Del sacerdote della cerimonia funebre…
Faateatea atu ra te taata…
La folla impallidisce…

Per annunciare il suo passaggio, la macabra figura batte ritmicamente le sue nacchere di madreperla; durante la cerimonia funebre, il sacerdote faceva sibilare nell’aria, roteandolo velocemente, il suo bastone, realizzato con una canna flessibile. Questi suoni incutevano un profondo terrore.

Inaha e inaha
Ecco ecco
E Hē-Vā tupapaù teie…
Questo è lo spirito del Funerale…
Teie e arataì nei
Che porta
I teie tino iti e,
Questo corpo,
Te tama ā Tarafati,
Il bambino di Tarafati,
O tei fati i te faahemaraa,
Che ha ceduto alla tentazione,
Te mootua ā Temoe,
Il nipote di Temoe,
Te tahuà nui Māmāiā…
Il grande sacerdote dei Mamaia…
I te mouà ra,
Alla montagna,
I te fare tupapaù…
Alla casa degli spiriti…

Il fare tupapau, casa degli spiriti, era una costruzione poco lontana dal villaggio dove venivano posti i defunti, il cui corpo, abilmente preparato con oli profumati, si mummificava lentamente grazie al calore dell’aria.

Ôto atu ra te pū
La conchiglia con il suo suono esprime
I te mamae ā pūfenua,
Il dolore della terra,
Te ôto nui o te metua vahine
La pena infinita della madre
Ia huri-arohia te tama i te pō-hē…
Quando il volto del bambino si è girato verso la morte…

La conchiglia in cui soffiando si emette un suono lungo e rauco, viene usata non solo per annunciare l’arrivo di qualcuno o per comunicare a distanza, ma anche per esprimere sentimenti.

Tāvevo atu ra te reo,
Risuona là lontana la voce,
Te reo harururu, te reo teimaha
La voce sonora, la voce pesante
Mai te hohonuraa o te fenua,
Dalle profondità della terra,
Mai te peho o te faa nei,
Dal fondo della vallata,
Mai te àau ā Māmāia,
Dalle viscere dei Mamaia,
Ia âpee o ia,
Per accompagnare,
Ia turu o ia
Per assistere
I teie haereà tapu…
Questo cammino sacro…
Ia paèpaè o ia i teie varua mā,
La zattera per portare questa anima pura,
Eiaha hoì ia topa,
Per non farla cadere,
Ia tae rā o ia i te Pō ra,
Perché possa arrivare alla Notte,
Te Pō ā Rahu ā Taaroa,
Alla Notte della Creazione di Taaroa
I te Huero Tumu ra,
All’Uovo dell’Origine,
Te Huero ā Rumia
All’Uovo di Rumia
E ia fānauhia mai ā o ia
Per rinascere
Ei Hē…
Crisalide…
Teie Hē e nati nei i te àpu o te raì,
Questa Crisalide che lega la conchiglia del cielo,
I te àpu o te fenua nei,
Alla conchiglia della terra,
I te ao taata nei,
A tutti gli uomini
I te ao ìte-òrehia
Alla luce della conoscenza
E i te ao atua
Agli dèi
Ia hoê teie varua i te Vā
Per unire quest’anima con l’Universo
E ia tià hoì te parau e:
Per realizzare la parola:
Ua Pō-Hē te tama!
Rinasca nella Morte il bambino!

Per i Mamaia la vita continua dopo la morte, continua con la trasformazione di un essere in un altro; come la crisalide diventa farfalla, così l’anima, per poter rinascere sotto un’altra forma, si  riunisce all’universo passando dalla notte assoluta che esisteva prima della creazione, dove Ta’aroa, l’essere unico e supremo, creatore del mondo e di tutte le cose, vagava nell’aore, il nulla, dentro la sua conchiglia Rumia.

E teie ā rima o te rūrū nei…
Quelle mani tremanti…
E teie ā taì a pereteì…
Quel lamento del grillo…
Te reo ā metua,
La voce del padre,
Te reo ā tahuà nui,
La voce del grande sacerdote,
Te reo ā Māmāia
La voce del Mamaia
I te taùraa i te upu e:
Si innalza in preghiera:
A rere,
Vola,
Ia ù tama,
Bambino mio,
A reva,
Vai,
A mārere,
Parti,
A māreva hau atu…
Abbandonaci in pace…
E hoì mai ā òe
Tornerai a noi
Ei pepe ùnaùna,
Come splendida farfalla,
E òre ia te hono
Ed il legame
E mutu noa aè…
Non sarà mai spezzato…

3. Te Niuraa

La Sacra Fondazione.

E taata rā teie e ôvere nei i te ahinavai,
Un uomo errava nella foschia,
Te ahinavai e poì nei i te manava.
La foschia che copriva il momento della morte.
Tei te hiti o Tarafati i te ôrovaru,
Tarafati era sul bordo della voragine,
E te pii nei teie:
Questo lo chiamava:
Tarafati,
Tarafati,
A ouà mai!
Salta!
Teie te naero!
Questi chiodi!

Pāhono atu ra o Tarafati:
Tarafati gli risponde:
Eita vau e ouà matapō faahou
Non salterò più ciecamente
I te ôrovaru i ôhia no ù.
Nella voragine scavata per me.
Eita! Eita!
No! No!

Toro atu ra o ia i te tahi nau naero
Gli tende la mano con dei chiodi
Mai te tahi mea faufaa roa,
Come una ricchezza,
To na reo i te àvauraa e:
Mentre disapprova:
O teie noa naero iti e
Questi chiodi profani
Te hoo o to ù nei varua,
Prezzo della mia anima,
Te hoo o to ù nei ìte e to ù paari…
Prezzo del mio sapere e della mia saggezza…
O teie noa naero iti e
Questi chiodi profani
Te hoo o to ù nei aroha,
Prezzo della mia compassione,
Te hoo o to ù nei here e to ù tura…
Prezzo del mio amore e della mia dignità…
O teie noa naero iti e
Questi chiodi profani
Te hoo i to ù taivaraa ia ù iho nei,
Prezzo del mio rinnegamento,
Te hoo ia òe to ù pāìno Māmāiā iti e…
Prezzo della tua testa, padre mio Mamaia…

Prima dell’incontro con gli europei i polinesiani non conoscevano i metalli: per le loro costruzioni e utensili non usavano che legno, corde e pietre. La scoperta dei chiodi, all’arrivo dei primi vascelli, li aveva stupefatti e attratti tanto da permettere agli esploratori di scambiare i pezzi di metallo, che in Europa non avevano certo grande valore, con terre o oggetti preziosi. L’autore  sottolinea il materialismo, sconosciuto in passato e giunto a bordo dei vascelli dei navigatori con la nuova civiltà, e lo indica proprio con questi chiodi, che sono serviti a crocifiggere Gesù.

Auē,
Eh,
E te atua âpī e,
O nuovo dio,
E Ietu e,
O Gesù,
Ua puta ānei to rima i teie naero
Questi chiodi hanno trafitto le tue mani
Ia tapu atu vau ia ù iho nei?
Perché io sia sacrificato?
Ua puta ānei to àoào i teie naero
Questi chiodi hanno trafitto i tuoi fianchi
Ia tāàoào atu vau ia ù iho nei?
Perché io sia denigrato?
Ua pātītīhia ānei òe i teie naero
Questi chiodi ti hanno crocifisso
Ia riro vau ei tītī io ù iho nei?
Perché io sia schiavo nel mio paese?
Ua tae mai ānei òe io ù nei
Sei arrivato da me
Ia maheàheà atu vau,
Per farmi appassire,
O vau hoì te māa-òhi?
Io, frutto che spunta?
Ahē!
Eh!

Sebbene la dominazione francese sia stata sicuramente meno distruttiva di quella inglese in Australia o di quella spagnola in Sudamerica, dove le popolazioni indigene sono rimaste stritolate, anche nel paradiso delle isole polinesiane esistevano enormi differenze sociali: i nativi venivano tenuti ai margini affinché non interferissero negli affari internazionali.

Tiri atu ra o ia i teie nau naero
Lancia questi chiodi
Mai te pera e tirihia nei i te marae…
Come si lanciano i resti mortali dal marae…

E rima teie i te tapono o Tarafati,
Una mano sulla spalla di Tarafati,
Te rima ia o te metua i te tama,
La mano del padre a suo figlio,
To Temoe muhumuhuraa:
Temoe mormora:
E ta ù tamaiti,
Figlio mio,
A tātau ia òe i te atu
Fatti tatuare la divinità
E taù nei i to àau!!!
Che urla nella tua anima
A tātau ia òe
Fatti tatuare
No te faaora ia òe!!!
Per salvarti!!!

Ahehe i te hiti marae,
Fruscio di passi intorno al marae
Peùe teie e vauvauhia nei,
Stuoia stesa,
Apu haari teie e faaîhia nei…
Ciotola di cocco riempita…
E ôroà tātau teie e mata nei
La cerimonia di tatuaggio comincia
E ua hoì te varua ā tama
L’anima del bambino è ritornata
I te huero tumu…
Nell’uovo dell’origine…

Tātau, tātau, tātau e!
Tatuaggio, tatuaggio, tatuaggio!
Te reo ia o te tahuà tātau.
Esclama il sacerdote del tatuaggio
E aha te tātau?
Cosa è il tatuaggio?

Tā, tā, tā
Battere, incidere, scrivere
Tāìri, taìriìri…
Battere, dare dei piccoli colpi…

I hea e taìri ai?
Dove battere?

Tā, tā, tā
Battere, incidere, scrivere
Tāìri te ìri ia puta!
Battere penetrando la pelle!

I hea e taìri ai?
Dove battere?

Tā, tā, tā
Battere, incidere, scrivere
Tāìri i te tau ia mau!
Scrivere il tempo per fissarlo

Tāìri i te aha?
Battere dove ?

Tā, tā, tā
Battere, incidere, scrivere
Tāìri i te àha mutu òre
Scrivere il legame eterno
E hono nei
Che unisce
I to tei mā-hemo,
Ciò che fu
I to teie-nei,
Ciò che è
E i to tei-a-muri-atu…
E ciò che sarà…

Tāìri i te aha?
Dove battere?

Tā, tā, tā
Battere, incidere, scrivere
Tā i te tau,
Scrivere il tempo
Tāi i te taata,
Scrivere l’uomo
Tāi i te atu,
Scrivere la divinità
Tā i te atua
Scrivere dio
Tā i te ìri…
Scrivere nella pelle…

O ta ù ia e tātau atu ia òe
Questo ti tatuerò
E Tarafati iti e
O piccolo Tarafati
No te niu faahou ia òe
Per legarti nuovamente
I to fenua e.
Alla tua terra.

Il tatuaggio non è un semplice ornamento, ma serve a incidere profondamente nella pelle la storia dell’individuo, della sua famiglia di provenienza, per poterlo identificare con chiarezza anche dopo molto tempo (si pensi ai rientri dopo viaggi oceanici di anni), legandolo al suo Fenua, la terra di provenienza, e alle sue divinità.

Mau pāpū te upoo i te rima,
Testa immobilizzata con le mani,
Putaputa te niho maò,
Denti di squalo appuntiti,
Mamae te ìri,
Pelle dolorante,
O Tarapati teie
Tarapati
E tātauhia nei…
Si fa tatuare…

L’incisione avveniva per mezzo di denti affilati di squalo, montati su uno strumento simile a un pettine con manico che veniva battuto su un’asticella. L’inchiostro si ricavava dal nerofumo delle noci di una certa pianta che venivano fatte bruciare lentamente.

I te ahu ra o te marae,
Sulla piattaforma del marae
Ua uruhia te tahuà nui
Il grande sacerdote è posseduto
I te uru ātua:
Posseduto dal dio:
Auē, eaha teie?
Ehi, cosa succede?
Te ìte nei au i te tahi taura,
Ora scorgo una cordicella,
Te àha i tapuhia i te marae…
La corda consacrata nel marae…
Auē, eaha teie?
Ehi, cosa succede?
Te ìte nei au i teie taura,
Scorgo questa cordicella,
Ua mutu!!!
È rotta!!!
Auē, eiaha teie?
Ehi, cosa succede?
Te ìte nei au i te tara o Orohena
Scorgo il picco di Orohena
I te heeraa i te ôrovaru uri paò!!!
Scivolare in un’oscura voragine!!!
Auē, eiaha teie?
Ehi, cosa succede?
E pepe teie e mārere nei,
Quella farfalla svolazza,
E te tau nei o ia
E si posa
I nià i teie taura!!!
Sulla cordicella!!!
He, he, he!
Ehi, ehi ehi!
Te pātiti nei teie taura!!!
La cordicella freme!!!
Te roa nei teie taura!!!
La cordicella si allunga!!!
Te toro nei!!!
Si tende!!!
Ua ora faahou mai teie taura!!!
La cordicella ha nuovamente vita!!!
Auē, aita teie taura i mutu!!!
Ehi, la cordicella non è più rotta!!!

Ara atu ra o ia.
Si risveglia.
Te teatea nei te àau.
La sua anima era tornata bianca.
Inaha e inaha e
Ecco ecco
Ua ìte o ia i teie nei,
Adesso è sicuro,
A hee noa atu ai te tau,
Il tempo profano può scivolare via,
E hoì faahou mai ā te Māmāiā!
I Mamaia torneranno nuovamente!
E ohi faahou mai ā te Māmāiā,
I Mamaia un giorno risorgeranno,
E tūmāhorahora ā te iho
Un giorno prospereranno
E te hiroà tumu no teie fenua…
L’identità e la cultura di questa terra…

Nella trance il sommo sacerdote vede la cima della montagna più alta dell’isola di Tahiti, il picco di Orohena, scivolare nella voragine; poi però una farfalla, la farfalla nata dalla crisalide, si posa sulla cordicella sacra ridandole vita, facendola riallungare come prima della rottura.
Grazie a questo ritrova la serenità e predice che i Mamaia non saranno mai sconfitti e che verrà un giorno in cui l’identità e la cultura della terra polinesiana rivivranno. E si può dire che grazie ad autori del calibro di Patrick Amaru, la cultura polinesiana di oggi è viva e piena di salute.

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