Cymru e l’arco lungo gallese

Sappiate che io sono Dafydd ap Hywel, un uomo dell’Arco Lungo, lo stesso che fu fabbricato e usato per la prima volta nel Galles e che in seguito è stato falsamente conosciuto come un’arma inglese. Perciò io viaggio, per insegnare a questi arcieri inglesi che nessuno di loro è in grado di reggere il confronto con un gallese come me, al tiro al bersaglio fisso o mobile, o per la lunghezza del tiro, o in qualunque altra cosa vogliamo provare con arco, corda e freccia: perché io sono della stirpe dei veri arcieri, e loro no.
The Dragon and the George

In un primo tempo l’idea di cercare un’adeguata citazione tra le pagine del romanzo di Gordon R. Dickson 1) non aveva niente a che vedere con l’orgoglioso personaggio dell’arciere gallese dalla “strana” cadenza musicale (strana come straniera; non poteva essere altrimenti per i suoi interlocutori inglesi dato che gli abitanti del “Wales” vengono chiamati “welsh”, ossia “stranieri”), il cui nome rievoca alcuni dei maggiori poeti gallesi del XIV e XV secolo: Dafidd ap Gwilyn, Dafidd Nanmor, Dafidd ab Edmwnd…
Mi era del tutto estranea anche solo l’idea della sua esistenza (entra in scena solo alla fine dell’XI capitolo) e fino a quel punto ero ancora incerto tra questo romanzo e un racconto di Tolkien – Farmer Giles of Ham – dove c’è una precisa identificazione del Galles come patria per eccellenza di draghi e affini. È vero che in fondo, tradendo la sua natura bigotta e conservatrice, Tolkien non si distacca più di tanto dai soliti luoghi comuni che vorrebbero il drago violento e cattivo per contratto, vera personificazione del Male e/o del Maligno. Invece nella favola di Dickson un drago di nome Gorbash assurge niente meno che al rango di coprotagonista.
A questo punto qualcuno si starà magari chiedendo cosa c’entrino i draghi con il Galles e viceversa. Non dovrebbe fare altro che osservare una bandiera nazionale gallese dove troneggia appunto un vistoso drago color rosso (su sfondo verde e bianco) accessoriato con grandi ali, scaglie, artigli e coda dalla punta acuminata.
Chissà. Forse gli ultimi esemplari avevano trovato rifugio tra le montagne del Cymru (assieme a giganti, elfi, banshee e alla dea-cavalla Riannon…), qui sospinti dall’incalzante invadenza dei popoli colonizzatori, notoriamente insofferenti delle “torbide” fantasticherie di cui si dilettavano i celti.

Arco lungo gallese, il kalashnikov dei celti nell’anno mille

Fu un’autentica sorpresa scoprire che il famoso “arco lungo inglese” (citato assai nei testi di storia militare e non) era in realtà gallese, e così lo chiameremo di qui in poi. Lasciamo quindi in pace l’altero Dafydd che avrà comunque altri dieci capitoli per farsi onore, sia combattendo eroicamente contro Brutti Ceffi, Orchi, Arpie e altra “varia umanità”, sia scopandosi l’amazzone Danielle O’ the Wold (inglese ma latitante, specie di Robin Hood in gonnella, alquanto avvenente stando alle descrizioni). Occupiamoci invece seriamente della sua arma micidiale. L’arco lungo gallese era già diventato una celebrità (entrando di diritto nella Storia, intendo quella scritta e ufficiale) per l’uso sistematico che ne fecero le truppe di Eduardo III durante la Guerra dei cent’anni. Per un lungo periodo costituì il maggior punto di forza dell’esercito inglese (assieme alla neonata, ma non ancora completamente valorizzata, bombarda).
Ma il culmine della fama lo raggiunse con la battaglia di Azincourt, combattuta il 25 ottobre 1415 da Enrico V in trasferta sul territorio francese.
Questo sanguinoso combattimento viene universalmente considerato come una pietra miliare dell’epopea bellica inglese. Un esiguo numero di britannici appiedati (seimila circa, cinquemila dei quali arcieri) sconfisse un numero preponderante di francesi, cavalleria compresa. Si calcola che questi assommassero a venticinquemila (ma alcune fonti danno cifre anche dieci volte superiori); in ogni caso la sproporzione numerica tra i contendenti era enorme.

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Azincourt, una battaglia che i 600 di Balaklava non devono aver studiato

Questo scontro rappresentò la drammatica conclusione di una spedizione capeggiata da Enrico V su quei territori della Francia che l’Inghilterra aveva perso nel corso della Guerra dei cent’anni. Il mito di Azincourt è tutt’uno con quello dell’arco lungo gallese, che in tale circostanza riconfermò ampiamente la sua reputazione di arma strategicamente rivoluzionaria e anche certe implicazioni socio-politiche. Gli arcieri non erano altro che contadini addestrati, combattenti appiedati (volgare “fanteria”), ma si dimostrarono in grado sia di sostenere l’assalto della cavalleria tradizionale, sia di intervenire direttamente nel combattimento (e completare l’opera scannando un bel po’ di quei baroni corazzati e vanagloriosi).
Va detto che le cronache riportano anche la partecipazione volontaria di molti contadini francesi ad alcuni combattimenti contro gli invasori. Dico questo perché, comunque la si giri, sempre di invasione si trattava e quindi, al di là del dovuto riconoscimento all’esercito “popolare” (inglese) contro l’aristocrazia (francese), va considerato anche un altro aspetto della faccenda. Azincourt è un significativo esempio (un prodromo?) della indiscussa capacità del “blocco al potere” inglese di coinvolgere le classi subalterne nelle proprie imprese coloniali, nel renderle complici dei suoi progetti imperiali (dai coloni, scozzesi, spediti nell’Ulster al vergognoso entusiasmo popolare – anzi plebeo – per l’impresa delle Malvinas).
Le amare esperienze del secolo precedente (Crecy e Poitiers) avevano indotto gli uomini d’arme francesi a sostituire la cotta di maglia (su cui le acuminate frecce lunghe un metro, scagliate da un arco col fusto di un metro e ottanta, menavano strage) con corazze d’acciaio.

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Punte da guerra medievali per arco lungo.

Ma ad Azincourt lo scopo principale dei primi lanci era quello di provocare i cavalieri scatenandone la carica. Come è noto questa avrà effetti disastrosi per gli assalitori. Il sangue freddo di cui seppero dar prova gli arcieri (aiutati da una rudimentale palizzata che si erano portati appresso per tutta la durata della campagna) infranse le fila dei cavalieri lanciati al galoppo. Molti finirono impalati, disarcionati o infilzati, e nella rotta che ne seguì gli arcieri poterono scagliare contro le terga del nemico altri nugoli di frecce dall’effetto devastante, soprattutto sui poveri cavalli.
A questo punto entrarono in azione gli uomini d’arme francesi appiedati (anche per non rimetterci il cavallo che le frecce potevano, quantomeno, storpiare). Nel loro schieramento, man mano che si avvicinavano, si aprivano vuoti sempre più grandi. Infatti la minore distanza permetteva ai dardi (qualcosa come cinquemila ogni dieci secondi) di abbattere i francesi appiedati per quanto ricoperti di ferraglia. Dotate di una “punta a stiletto”, le frecce erano in grado di trapassare, da breve distanza, anche l’acciaio.
Poiché disdegnavano di incrociare le armi con combattenti a loro socialmente inferiori (tali venivano considerati gli arcieri), gli uomini d’arme francesi puntarono direttamente sugli stendardi dei tre gruppi (esigui) di loro pari d’oltre Manica, riducendo così la portata complessiva dell’impatto.
La linea inglese “tenne”, ed è in questo frangente che avviene un fatto in qualche modo rivoluzionario.
Gli arcieri, dopo aver scagliato quanto rimaneva nelle faretre (si calcola avessero a disposizione una cinquantina di frecce a testa), intervengono direttamente nel combattimento corpo a corpo. Si armano di spade, asce, mazze, alabarde raccolte sul campo di battaglia e si scagliano contemporaneamente contro il “nemico” (in senso stretto e contingente) e contro il “nemico di classe”: gli uomini d’arme francesi blasonati e altolocati.
Per qualche apologeta il loro gesto assume il significato di uno stravolgimento sia della piramide gerarchica che della “catena di comando” . Non saprei quanto a proposito, si parlò anche di una anticipatrice “vittoria popolare-democratica”. Quel che più conta, salvarono la pelle e la situazione garantendosi il ritorno – fino a quel momento piuttosto incerto – a casa.
Parecchi vi aggiunsero anche un buon riscatto, ricavato dai prigionieri più abbienti; gli altri, come costumava, vennero scannati sul posto.
Complessivamente gli inglesi persero soltanto qualche centinaio di uomini e uccisero circa 5000 (cinquemila!) francesi. E tutto, non dimentichiamolo, per merito dell’arco lungo gallese.
La battaglia di Azincourt rappresentò l’apoteosi degli arcieri, il culmine di un processo iniziato circa settant’anni prima, a Crecy (1346). Successivamente anche l’arco lungo comincerà a diventare obsoleto rispetto ai nuovi tipi di armamenti, ma questa è un’altra storia. Volendo si potrebbe definire Crecy la “prova generale” per Azincourt; oppure Azincourt la “replica su scala industriale” di Crecy.
Ma per essere obiettivi bisognerebbe risalire a ritroso nel tempo, almeno fino alle “guerre di guerriglia” combattute dagli indigeni tra i monti del Galles.

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La battaglia di Crécy (1346), da un manoscritto di Jean Froissart.

Una guerra di guerriglia

Stando al parere di alcuni storici, l’apparato militare di cui disponeva la monarchia normanna era, tutto sommato, alquanto carente e inadeguato. Per gli appassionati di storia ricordo che Guglielmo, duca di Normandia, aveva traversato la Manica con il suo esercito nel settembre del 1066 e che quella normanna non fu (a differenza di quelle precedenti: angli, sassoni…) una “invasione di massa”, ma la pura e semplice presa del potere da parte di una élite guerriera. Inutile dire che a quel tempo buona parte delle popolazioni celtiche britanniche erano state sottomesse (o avevano attraversato la Manica in senso inverso…) dai popoli germanici che avevano invaso l’isola attorno al V secolo d.C. Tra gli irriducibili, appunto quelli di Cymru. I Nuovi Padroni cercarono di rimediare alle carenze dei loro eserciti assoldando mercenari e reclutando soldati a piedi.
Tra l’altro la fanteria si doveva dimostrare molto efficiente nelle spedizioni punitive contro i villaggi ribelli e in caso di rappresaglie contro i civili (tanto per ridimensionarne lo spirito “democratico” che talvolta le viene attribuito).
In particolare, durante i ripetuti tentativi di sottomettere gli abitanti di Cymru, la cavalleria tradizionale feudale, specializzata nel combattimento in campo aperto, aveva dato prova di scarsa efficacia. Si trattava di combattere in mezzo alle montagne, contro un popolo che difendeva le sue libertà e adottava la tattica guerrigliera ante litteram del “mordi e fuggi”. Oggi possiamo soltanto immaginare quante “piccole Azincourt” abbia collezionato la nobiltà normanna a cavallo tra i monti e le vallate del Galles. Episodi su cui gli storici inglesi non sembrano aver voluto indagare più di tanto… ne andava forse dell’onor patrio?
L’uso magistrale del loro arco, di cui davano ripetutamente prova i tellurici partigiani gallesi, portò gradualmente all’adozione dell’arma anche da parte delle truppe normanne. Del tutto infondata l’ipotesi (spacciata per “scientifica” da alcuni autori, ovviamente inglesi) secondo cui, costretti dalle particolarità geografiche e ambientali nelle quali si trovavano a dover combattere, i normanni lo avrebbero ideato di sana pianta. Niente di strano: il più delle volte è la contro-guerriglia che adotta le armi della guerriglia (fino al caso limite di Raoul Salan). Del resto anche trappers e “uomini della montagna” utilizzarono spesso il “primitivo” arco indiano, senz’altro più pratico ed efficace nelle guerre di frontiera.

Parentesi su un gallese smarritosi per strada

Non posso neanche pensare che la faccenda dell’arco fosse ignorata dal (modesto? direi di no) precursore gallese di Lovecraft, quell’Arthur Machen destinato a essere conosciuto, triste ironia della sorte, come “lo scrittore più decadente della letteratura inglese”. Ma con ogni probabilità ritenne cosa saggia non divulgarla per timore di urtare l’amor proprio dell’establishment londinese da cui cercava in tutti i modi di farsi benvolere. C’è un racconto dove, quasi come in un lapsus, Machen svela il suo interesse per l’arco lungo, e proprio quando si omologa alla più scontata apologia del nazionalismo inglese.

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Arthur Machen (1863-1947) in una foto del 1905. Scrittore neogotico anglofono nato nel Galles.

In The Bowmen (1914), riesuma gli arcieri di Enrico V e li sbatte in trincea, nella Prima Guerra Mondiale. Scese direttamente dal paradiso, le proiezioni astrali di quelli di Azincourt si pongono alla testa dei reparti inglesi sul punto di venir travolti dalle preponderanti forze tedesche, fermano l’assalto del nemico e praticamente triplicano i morti del 1415, in nome di sua graziosa maestà britannica. Il tutto condito da voci possenti e invocazioni attraverso il cielo: “Ah San Giorgio, ah San Giorgio della lieta Inghilterra! Un lungo Arco, un forte Arco”.
Il ben noto massacratore di draghi, tanto amato dai fascisti inglesi, viene infatti a dar man forte, evocato da un soldatino vegetariano che biascica il latino e recita la formula magica: “Adsit anglis sanctus Georgius”.
Fin qui la trama fantasy; ma ci fu un seguito, ben documentato storicamente: decine e decine di lettere dal fronte, diligentemente pubblicate dalla stampa inglese, in cui i soldati raccontavano, con piena convinzione e dovizia di particolari, di aver assistito al miracolo in diretta, sullo stesso copione del Machen (coincidenza sincronica?).
In tempi normali tali visionari sarebbero stati sbattuti in manicomio, ma nella follia generale del “grande macello mondiale” anche le loro lettere servivano a galvanizzare le truppe e a tenerne alto il morale. Per inciso, questa fu una delle rare occasioni in cui il nostro (quasi rinnegato?) gallese conobbe la fama invece dell’abituale fame quotidiana. Bisogna pur vivere; e cosa c’è di meglio della propaganda patriottica per rimediare qualche sterlina, soprattutto se si è nati a Caerleon-on Usk? Oltre a rincuorare i brits la novella servì a stendere un velo (letteralmente ma poco pietosamente) di fatale e mistica volontà divina sulla misteriosa morte di alcune migliaia di tedeschi. A qualcuno invece sorse il legittimo dubbio che anche le truppe britanniche avessero utilizzato gas asfissianti.
Rileggendo The Bowmen, l’apologia appare così evidente e pacchiana da far quasi pensare che l’autore volesse farsi beffe dello sciovinismo britannico. Certo, Machen non era il tipo, ma chissà, forse inconsciamente…
Resta il fatto che lo scrittore aveva comunque svenduto alla cultura dominante parte del suo retaggio ancestrale. Un tipico intellettuale colonizzato, al punto da aver quasi paura della sua identità (o della sua “Ombra” visto che i celti vivevano tra le Ombre) e condividere alcuni dei peggiori luoghi comuni messi in giro da “John Bull” sugli antenati di “Taffy”.
Sempre per compiacere i suoi datori di lavoro inglesi, in altri racconti arriverà a “criminalizzare” fate, elfi, eccetera (simulacri dei celti originari), riducendoli a infide e crudeli entità dedite a riti satanici innominabili. Massima perfidia e attività prediletta di queste creature subumane sarebbe quella di scambiare nelle culle “piccoli sassoni rosei e paffuti con esserini dal colore olivastro, dagli occhi neri e penetranti” – sottintendendo che i sassoni hanno gli occhi azzurri, suppongo – “magri e avvizziti, bambini insomma di un’altra razza”. Celti, iberniani, pitti… fate voi.
Inoltre, quando non si industriavano per rapire e ingravidare le signore inglesi per bene, amavano “ricoprirsi con la pelle del serpente” (ancora il Drago?) e regredire allo “stadio animale”.
Forse per rincarare la dose o per ingraziarsi ulteriormente la Corona (magari pensando a quando il Plantageneto si vide portare in dote da Eleonora d’Aquitania due province basche, Lapurdi e Zuberoa), Machen paragona la leggendaria “razza delle colline, rimasta indietro di millenni rispetto all’umanità civile” (sta parlando degli antichi abitanti del suo Galles… cose da pazzi!) a un altro popolo montanaro minorizzato (e criminalizzato, regolarmente): “razza immutata e immutabile come immutabili sono i baschi”. E fortuna che non aveva notizie su cimbri e mocheni…
Concediamogli tuttavia di aver sollevato almeno in un’occasione, con Il Grande Ritorno, dalla subalternità cronica alla letteratura ufficiale britannica quel “folclore” celtico che continuava a impastare la sua, per quanto colonizzata, visione del mondo.

La battaglia di Crecy

Con il tempo l’arco lungosi rivelò utilissimo anche in campo aperto, nella guerra convenzionale. Si vide che poteva scagliare 5-6 dardi nello stesso tempo che una balestra impiegava per uno (e, almeno fino a 300 metri, quasi altrettanto letali grazie al fusto dell’arco di un metro e ottanta).
Per arrivare alla piena valorizzazione delle sue possibilità bisognerà però attendere gli eventi del 1346 con la battaglia di Crecy. La serie di circostanze che portarono a questo scontro non è molto dissimile da quella che determinerà, nel secolo successivo, Azincourt (e chi ha scritto che la Storia si ripete, un volta come tragedia e quella seguente come farsa, pensava evidentemente ad altro).
Osservo per inciso che, se non proprio nell’iconografia ufficiale, almeno nell’immaginario collettivo unionista, le vicende di “un pugno di uomini predestinati che si batte e vince contro un nemico preponderante” si confondono con quelle dei coloni protestanti cinti d’assedio dai “selvaggi” gaelici nella fortezza che si erano costruiti a Derry (dopo aver preventivamente raso al suolo la vecchia città dell’Ulster).
E sempre a proposito di Irlanda e “appropriazione indebita di simboli e prodotti della cultura materiale altrui” ricordo che il barone normanno Riccardo di Pembroke, prima trapiantato nel Galles e poi nominato re del Leister (dopo l’invasione dell’isola Smeralda del 1167-1169), si farà conoscere dagli irlandesi come Forte Arco. Come è noto questa prima, parziale invasione fornì una testa di ponte per quella definitiva del re d’Inghilterra Enrico II.
Molti anni più tardi ci fu un altro genere di armi (leggermente più sofisticate) che, con un percorso inverso a quello del barone invasore, dall’Irlanda sbarcarono nel Galles (nemesi storica?).
Alla fine degli anni sessanta una componente dell’IRA (quella che poi sarebbe stata chiamata “Official” – OIRA) ritenne di dover smontare le proprie strutture combattenti per privilegiare la lotta politica e ritentare (c’erano stati dei precedenti significativi) una riunificazione delle classi subalterne (“proletarie“ si può ancora dire?) in una prospettiva socialista e interconfessionale. Forse con una certa dose di ingenuità pensava di colmare ipso facto il baratro di diffidenza e reciproca incomprensione che Londra aveva astutamente scavato tra la comunità cattolica repubblicana e quella protestante unionista. In pratica le armi vennero regalate (o comunque svendute a prezzi fallimentari) a un movimento di liberazione gallese. 2) Quando poi le milizie protestanti di Shankill Road, incuranti della mano tesa dai repubblicani, attaccarono le aree “papiste” di Belfast (Andersonstown, le “Falls”…) incontrarono ben poca resistenza a causa della smobilitazione dei Volunteers. Solo qualche reduce delle antiche campagne dell’IRA  e alcuni giovanissimi “estremisti”  salirono sui tetti per difendere la gente (a schioppettate, s’intende). Le armi utilizzate nella circostanza erano poco più che residuati bellici ma così cominciava la leggenda dei Provos (IRA Provisional- PIRA).
Abbandoniamo ora i quartieri in fiamme di Belfast (e il contenzioso, ormai datato, tra OIRA e PIRA) per riapprodare in terra di Francia dove avevamo lasciato la spedizione di Edoardo III sbarcato nel 1339. Il suo agguerrito esercito era costituito in gran parte da mercenari, scarsamente interessati alle pretese inglesi sulla corona francese.
Astutamente l’esercito francese evitò lo scontro decisivo finché il re inglese, esauriti i fondi, non si trovò abbandonato dai suoi prezzolati combattenti. A quel punto Edoardo, costretto a dar battaglia in condizioni di inferiorità, dimostrò di aver ben appreso le lezioni impartite dagli irriducibili gallesi al suo esercito. Appiedò i pochi cavalieri rimasti (proprio come accadrà ad Azincourt) inserendogli tra gli arcieri, sia come forma di “incoraggiamento” che di controllo.
I micidiali tiri degli Archi Lunghi provocarono circa 1500 morti tra la cavalleria francese (le perdite inglesi non furono più di un centinaio) e, cosa inedita all’epoca, gli arcieri non fuggirono di fronte alla carica dei cavalieri ma continuarono a scagliare dardi.
Si trattò di un cambiamento radicale rispetto alle “tradizioni” della fanteria medievale e dopo Crecy “niente fu più come prima”. Non solo le cotte di maglia vennero sostituite dalle corazze, ma gli arroganti cavalieri (soprattutto i più spilorci, vista la vulnerabilità dei costosi cavalli) presero a combattere spesso a piedi, nonostante la cosa potesse apparire “declassante”.
Cari i miei lettori, se questo disquisire sull’arco lungo e le due-tre battaglie che lo resero celebre dovesse apparirvi eccessivo e sproporzionato, ricordo che sono migliaia le pagine prodotte da storici e affini sull’argomento. Ma quasi tutte per celebrare l’innovazione introdotta nell’arte della guerra dall’arco lungo (e di riflesso nella società civile), considerato un “frutto della genialità tecnica e strategica degli inglesi”. Senza concedere un riconoscimento, per quanto tardivo, agli unici che potrebbero legittimamente rivendicarne il brevetto, i gallesi appunto.
È anche vero che i “piccoli popoli” (gallesi, baschi, galleghi,  bretoni, corsi, irlandesi, sardi…) minorizzati e oppressi dai potenti Stati-nazione non si sono mai particolarmente distinti per la loro volontà di dominio; combattenti valorosi quando si tratta di difendere la propria terra e la propria identità, non si sono scomodati più di tanto per andare a conquistare, colonizzare, sfruttare altri popoli e nazioni (sia in Europa che nel cosiddetto terzo Mondo).
Comunque sia l’esempio dell’arco lungo, inteso come prodotto della “cultura materiale” gallese espropriato dagli inglesi (per poi utilizzarlo su “scala industriale”), era propedeutico al tentativo, meno scontato, di dimostrare che la cultura dominante si è impadronita anche dell’immaginario tradizionale (o almeno ha tentato di farlo: manipolando, alterando e mistificando).

La testa del guerriero: propaganda, riciclaggio o intossicazione?

Azzardo umilmente un’ipotesi: i gallesi potrebbero essere stati espropriati anche sul piano del patrimonio mitico collettivo, quello celtico originario.
Prendiamo un classico: I Quattro Rami del Mabinogion. Non mi aveva mai convinto la faccenda della testa di Bendigeidfran sepolta nei dintorni di Londra: vistosi irreparabilmente in via di decesso l’eroe gallese ordinò ai suoi seguaci di decapitarlo. La testa, come da tradizione, rimase fresca, rosea e vitale. Inoltre conservò l’uso della parola e ordinò di venir tumulata sotto un misterioso “Monte Bianco” della campagna londinese, nei pressi dell’odierna capitale. 3) Difficile stabilire dove finisca la trascrizione della leggenda originale e inizi l’interessata manipolazione.
Chi a Londra deteneva il potere sembra si sia ritrovata, bella e pronta per l’uso, una dimostrazione della sostanziale continuità tra dinastie (celtiche, sassoni, normanne), garantita dalla permanenza del luogo fisico depositario del carisma regale-nazionale. Dove per Nazione si intende “Regno Unito” con l’Inghilterra egemone (“United we stand; divided we fall”).
L’epoca della stesura è quantomeno sospetta, dato che i Quattro Rami risalgono al sec. XIV (tra Crecy e Azincourt, vedi anche il curioso particolare della testa sepolta “con lo sguardo rivolto alla Francia”) e sono l’opera di bardi in servizio alle corti normanne insediate nel Galles.
È umanamente comprensibile che questi cortigiani, per compiacere i loro datori di lavoro e guadagnarsi un tozzo di pane, rivestissero con “panni cavallereschi” le imprese delle barbare divinità e dei grossolani eroi dei celti. Ma temo si siano spinti anche oltre, fornendo mattoni alla costruzione ideologica dei dominanti (ossia all’ideologia dominante). Naturalmente non si può escludere a priori che anche nella versione originaria si parlasse proprio di Londra. Prima che i sassoni vi mettessero piede l’intera “Albione” era abitata dai celti. Poi dovettero fuggire in Irlanda o In Bretagna (e per questo il bretone è ancora sostanzialmente comprensibile dai gallesi, e viceversa) o rifugiarsi nella roccaforte del Galles.
Ma comunque la cosa stride, “puzza” di manipolazione. Almeno la sorella Branwen, persona alquanto sfortunata, aveva avuto il buon gusto di farsi inumare nell’isola di Anglesey.
E poi, se proprio un monte doveva essere il degno monumento funebre per il valoroso guerriero decollato (Bendigeidfran), andava benissimo anche il classico Snowdon. Non viene forse considerato il più plausibile tra i luoghi descritti come estrema dimora di Re Artù? 4)
Quanto a questo, è assai probabile che il ciclo originario di Artù derivi dalla sovrapposizione (legittima in quanto interna alla tradizione culturale celtica) tra le imprese di un capo guerriero celta del V o VI secolo d.C. che combatteva contro gli invasori e una primordiale divinità – Artor – il cui culto era diffuso anche in Gallia. I rifacimenti successivi (sia la Storia dei re di Britannia di Goffreddo di Monmouth che l’opera di Robert Wace) rappresentano un ulteriore, raffinato esempio di “contaminazione” del XII secolo e risentono pesantemente della necessità di legittimare una presunta continuità tra le dinastie autoctone e quelle degli invasori (prima sassoni poi normanni).

La spada nella roccia

La stessa vicenda della “Spada nella Roccia” deve aver subìto una serie di interessate manipolazioni, al punto da venire abitualmente proiettata in un improbabile scenario medievale di maniera, sfondo ideale  per ribadire che la monarchia veniva restaurata per volontà divina, onde ristabilire l’ordine interno e l’unità del Regno.
Sarebbe interessante stabilire se queste versioni “rivedute e corrette” della vicenda arturiana abbiano fornito (fin dal XIII secolo) un “modello operativo” a Edoardo I o ne rappresentino invece una velata trascrizione apologetica. Il re inglese in questione riuscì appunto a mettere ordine tra i suoi turbolenti vassalli, indispensabile premessa per riconquistare il Galles annettendolo con lo statuto di Rhuddalan (1284). Proprio dai conflitti tra baroni e Corona avevano tratto vantaggio i gallesi, tanto da conquistare un periodo di autentica indipendenza con Llewelyn I e Llewelyn II, due “epigoni” di Artù molto più autentici, plausibili e legittimi.
Non solo dell’inglese al 100% Edoardo, ma anche di quell’Enrico Tudor originario del Galles che divenne re d’Inghilterra nel 1485. 5) Anche ammesso che avesse qualche litro di sangue gallese in corpo NON fa ugualmente testo (così come non fanno testo un corso imperatore dei francesi e un sardo ministro dell’Interno o presidente della Repubblica Italiana).
Quanto ai soidisant “Principi del Galles”, sono tali ovviamente solo pro-forma. Sembra invece siano, purtroppo, proprietari dell’intera Cornovaglia (quasi, diciamo), la pittoresca contrada celtica denominata fino al IX secolo “Galles occidentale”.

Religione oppio dei popoli? Certo, ma anche con qualche effetto collaterale positivo…

Un accenno poi bisogna farlo al ruolo fondamentale che ebbe la Riforma protestante per la conservazione del cymraeg, la lingua nazionale gallese. Nel 1580 (altre fonti riportano il 1588) il vescovo Morgan tradusse e fece pubblicare la Bibbia in gallese, un fatto che risulterà di importanza capitale per la sua stessa sopravvivenza e per la produzione di una vera e propria lingua letteraria unificata (fortemente influenzata dall’ambiente puritano). Non mi pare pedanteria rilevare che nello stesso periodo (tra il 1570 e il 1590) i conflitti religiosi tra cattolici e protestanti in Iparralde (Euskadi Nord, sotto amministrazione francese) favorirono lo sviluppo di una notevole letteratura cristiana in euskara.
E oggi? Intanto, soprattutto nel corso degli anni ottanta del secolo scorso, in Galles sono arrivati i giapponesi (Nissan, ma non solo): a comprare terreni, investire capitali e (se dovessimo dar credito ai prezzolati uffici-stampa) “portare benessere alla vallate sottosviluppate”. Una modernizzazione neocoloniale (o un anticipo di globalizzazione) che ben presto ha cominciato a svelare l’altra faccia del “progresso”. Per esempio con la chiusura di molte miniere (come a Marthyr Vale e a Oakdale) e conseguente disoccupazione. Ma con questo siamo ormai negli anni della stramaledetta Lady di Ferro (che il diavolo se la goda, ora!) e quindi per ora mi fermo qui.

 

N O T E

1) The Dragon and The George, del 1976, è un romanzo fantasy dello scrittore americano Gordon R. Dickson (1923-2001). L’edizione italiana è Il Drago e il George, Editrice Nord, 1980.
2) Naturalmente la lotta per l’autodeterminazione del popolo gallese non ha mai conosciuto l’asprezza di quella irlandese o basca. Ci fu comunque un episodio di forte insubordinazione negli anni trenta del secolo scorso. Nel 1935 il governo inglese decise di costruire una scuola militare per la RAF a Penyberth (una base, sostanzialmente) provocando le proteste della popolazione e manifestazioni di massa.
Vedendo che comunque i lavori proseguivano, tre quarantenni ben inseriti nella loro comunità (Lewis Valentine, Saunders Lewis e D.J. Williams: il primo un pastore battista, gli altri due insegnanti e scrittori) decisero di passare all’azione diretta. L’8 settembre 1936 incendiarono completamente la “Scuola di Bombardamento Aereo” di Penyberth. Il clamoroso gesto passò alla storia, quella gallese s’intende, come Tan y Llyn (“Fuoco di Llyn”, dal nome della penisola di Penllyn dove sorge Penyberth).
Uno dei tre sabotatori, Saunders Lewis, era tra i fondatori del Plaid Cymru (nel 1925).
3) A riportare il mito celtico delle teste tagliate parlanti in epoca moderna ci ha pensato l’irlandese Pat O’Shea con The Hounds of the Morrigan.
4) Altre versioni danno per certa la collina di Glastonbury, nel Somerset, appena oltre i confini del Galles occidentale, in prossimità della Cornovaglia. La variante “Etna” mi sembra alquanto fantasiosa e apocrifa. Almeno nel caso di Artù, quindi, la tradizione popolare gallese si è riappropriata dell’identità, celtica, di un suo eroe nazionale (per quanto mitico, ma con qualche fondamento storico: avrebbe combattuto contro i sassoni) ponendolo a estrema dimora nel suolo che gli spetta. Stesso destino, più recentemente, per la tavola rotonda. È sempre più diffusa (a livello di immaginario collettivo, chiaro) la convinzione che il glorioso manufatto si trovi sepolto sotto qualche tumulo gallese (magari in un sidh?). Quanto a quella presunta, esposta a Winchester, neanche la propaganda filoinglese più smaccata riesce più a nascondere che si tratta di una imitazione risalente al medioevo.
5) Avrei volentieri fatto a meno di questa nota (dolente). Ritengo tuttavia doveroso ricordare che tra gli antenati dell’Enrico Tudor, una sfilza di gallesi collaborazionisti, troviamo anche quell’Owen, prima cortigiano di Enrico V e poi convivente della regina Caterina (rimasta vedova non del tutto inconsolabile). Owen, inoltre, si trovava anche ad Azincourt, pare come scudiere. È notorio che fu proprio un suo nipote (figlio di uno dei tre avuti da Caterina con Owen) a reclamare con successo il trono e a regnare come Enrico VII (o almeno così credo, se non mi sono perso qualche puntata di questa versione gallese di Radici).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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