Da schiavo a ciao: così nacque il saluto

“Padron mio colendissimo…” usava scrivere una volta; e si terminava con “schiavo Suo umilissimo”.

Non è che questa forma iperbolica si riservasse solo ai potenti della terra: era normale forma di cortesia, usata anche tra persone di pari rango. Nel linguaggio parlato si usava “schiavo Suo” o semplicemente “schiavo” in luogo di “stia bene, arrivederLa”.
La parola schiavo non viene dal latino; per i latini lo schiavo si chiamava servus. Non era affatto maltrattato, ma considerato quasi un membro della famiglia; in genere si impiegavano come servi i prigionieri di guerra, e il padrone già combattente non poteva non riflettere che se fosse stato sconfìtto la sorte di servus sarebbe toccata a lui.
Quando nel tardo impero le legioni di Roma dovettero spesso guerreggiare in Illiria o in Dalmazia contro popoli slavi, s’imparò ad apprezzare i prigionieri slavi come servi fedeli, forti, pazienti e silenziosi. Divennero quindi i più ricercati nelle famiglie patrizie, e il nome slavus o sclavus finì per prendere il significato di servus; com’era nell’antico Egitto, dove i nubiani erano gli schiavi per eccellenza. A riprova dell’identità tra slavus e sclavus sta a Venezia la Riva degli Schiavoni, così chiamata dai dalmati che qui solevano riunirsi cercando lavoro. Poi la lingua veneziana, mangiandosi la v, fece dello sclavus uno s-ciao e alla fine, cadendo anche la s, rimase “ciao”.
Mentre lo sclavus entrava a Venezia pronto a trasformarsi in ciao, il servus varcava le Alpi per entrare nella lingua tedesca, dove tuttora si trova: “Servus” è anche oggi una forma di saluto rispettosa, un tantino di moda, che si può usare non senza una punta di scherzo per significare “La riverisco, La ossequio”. Al contrario il ciao fini per perdere la sua valenza rispettosa per assumere quella di saluto familiare. Noi usiamo il ciao (salvo certi usi regionali particolari) esclusivamente con le persone cui diamo del tu; se ci scappa detto con altri, ci affrettiamo a rettificare, scusandoci: “Volevo dire arrivederLa!”
Ma il ciao non si è fermato in Italia, è emigrato all’estero e ha fatto fortuna, specialmente in America. Quando arrivano in Italia, gli americani la usano più del solito ritenendo di far piacere, considerandola come un saluto correttissimo e rispettosissimo. Non è facile spiegare quando si deve dire ciao e quando no. Nel caso di un noto uomo polìtico americano alla vigilia di un’udienza in Vaticano, fu difficile inculcargli che congedandosi non doveva dire ciao al Papa; fu necessario fargli gli occhiacci al momento cruciale, e il ciao fu trattenuto in extremis.

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