Dai leader tricolori ai giornaloni di regime, la farsa dell’immigrazione

Dunque. Il presidente della Camera di uno Stato che molti indipendentisti cancellerebbero dalle carte geografiche, ma che pretende di essere un Grande Paese, sostiene che i dodici cristiani gettati in mare sarebbero stati uccisi non per motivi religiosi, come invece raccontano i testimoni: “Non credo che a bordo queste persone abbiano fatto una discussione teologica. La responsabilità penale è individuale: chi uccide dev’essere punito adeguatamente, ma il problema va inquadrato in modo lucido e occorre capire che le semplificazioni non aiutano la comprensione”.
Le reazioni a questo sproposito coinvolgono l’intero bagaglio interiore, psicologico e culturale di una persona per bene: indignazione per quello che è stato definito “ignobile sarcasmo”; perplessità sulla statura di gente che, malgrado le alte cariche ricoperte, non si accorge che in tutto il mondo sono migliaia i cristiani massacrati per motivi religiosi; incredulità verso chi sta rompendo l’anima per trasformare la Crusca in un MinCulPop sessualmente corretto, e poi flirta con orde che annientano la donna e danno la caccia agli omosessuali (e non mi riferisco all’ISIS).
Verrebbe insomma la voglia di limitarsi a insultare questa casta; non certo metterla sul piano di una pacata critica fondata sull’evidenza logica, sapendo benissimo che l’establishment romano non ha alcun contatto con la realtà, né alcuna capacità di elaborare concetti profondi che non siano slogan irritanti, stucchevoli e insultanti per i suoi sudditi. Ma ogni tanto bisogna, purtroppo, darsi il coraggio di affrontarle e metterle in discussione come se fossero cose serie. Per esempio: “Non credo che a bordo queste persone abbiano fatto una discussione teologica”. No, non l’hanno fatta. I maomettani – anche quelli veri, arabi, turanici e iranici, e non questi outsider dell’Africa nera – non discutono di teologia, ripetono a memoria un testo e fanno quello che gli viene ordinato di fare.
La mancanza di un’approfondita disamina teologica tra i compagni di gommone, invece, sarebbe indicazione che un gruppo di gentiluomini (o risorse) ne ha massacrato un altro per divergenze sportive o per puro passatempo. Allora, poniamo che io mi trovi per caso su uno yacht al largo della Costa Smeralda che ospita Nichi Vendola e altri undici adoratori del migrante islamico, e sempre per caso abbia un kalashnikov e, ancora per caso, faccia secchi tutti costoro e li butti in mare: ve lo immaginate il presidente della Camera commentare: “Non credo che a bordo queste persone abbiano fatto una discussione politica”?
L’uscita dell’alta carica istituzionale non è certo un caso isolato, è soltanto una manifestazione particolarmente inelegante di un concetto ampiamente abusato dai media di tutto il mondo occidentale, quello di negare sempre e comunque che l’islam sia colpevole di tutto ciò che combina. I settantaduemila movimenti di tagliagole che insanguinano quattro o cinque continenti non appartengono all’islam, anzi lo danneggiano. La miriade di Stati nazifascisti che praticano la sharia non sono islamici. I terroristi che agiscono da soli o in coppia non sono islamici, ma soltanto singoli individui mentalmente disturbati. Non sono islamiche le maree di immigrati che fanno le ronde nelle nostre città europee e danno la caccia agli omosessuali. Persino chi dovrebbe occuparsi per primo dei suoi fedeli piagnucola per la violenza e non osa mai nominarne gli autori. Scampato pericolo: il vero islam son quattro gatti che contendono a scintoisti e mazdeisti il 14° posto nella classifica delle religioni.

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Bello giocare col velo quando non sai neanche cosa significa: la giornalista di origine marocchina Souad Sbai critica così il femminismo a due velocità di chi si batte per le desinenze in “a” e poi si prostra di fronte all’islam.

La responsabilità penale è individuale: chi uccide dev’essere punito adeguatamente”. Questa è una chicca. Sembra una frase buttata lì alla viva il parroco, ma c’è dietro tutto l’armamentario ideologico dei “due pesi e due misure”. È fondamentalmente la politica dell’ethnically correct, per cui non si devono mai attribuire a un gruppo etnico le malefatte dei suoi componenti. L’obiettivo è semplice, non conterebbe neppure spiegarlo: se io importo masse di stranieri in un Paese, devo farli accettare volente o nolente al suddito, e quindi mascherare i reati, diluirli nella popolazione totale in modo che la responsabilità sia collettiva. Questo è precisamente sinonimo di fallimento nella repressione legale dei reati, perché – piaccia o no a lorsignori – molti di essi sono di stampo etnico, sono cioè caratteristica di certe comunità umane. La cosa è tanto più vera se pensiamo che (è ufficiale) un’infinità di individui migrano in Italia proprio allo scopo di commettere reati con la certezza dell’impunità. Certezza offerta, anche, da questa idiozia di affrontare problemi pressoché geopolitici come se fossero questioni individuali.
Di nuovo, affidiamoci alla logica soffolta dall’osservazione empirica, e pensiamo a un quartiere di autoctoni messo a ferro e fuoco dalla presenza di un campo nomadi, in cui il tasso di delinquenza è prossimo al 100%. Il problema lo risolviamo indagando singolarmente 800 persone con documenti falsi, o affrontiamo la questione nel complesso?
Questa era la cattiva notizia. La pessima è che non è vero, è solo teoria; in realtà, se appartengono a certe etnie d’importazione, le autorità tricolori non affrontano affatto i delinquenti come se fossero individui: non li mettono in carcere e spesso neppure li arrestano.
Tuttavia, ciò che questa gente proprio non è in grado di comprendere è che l’islam non è un’etnia o una razza, ma una corrente di pensiero, un’ideologia, una religione, chiamatelo come vi pare. Quindi, sgomberato il campo dal sospetto di razzismo, aerato il locale dall’ethnically correct, resta nuda e sfrontata la beffa dei due pesi e due misure. Ossia, se i criminali sono maomettani, l’associazione per delinquere diventa un’abnormità giuridica, ma se sono siciliani si chiama mafia, e quelli che hanno combattuto “i nazifascisti” nel complesso avrebbero dovuto valutare caso per caso, affrontare ogni singola Waffen-SS e stabilirne le responsabilità mentre attorno fischiavano i proiettili; insomma, non fare (mi si passi la battuta) d’ogni erba un fascio.
Che poi sentir dire da gente che vive attaccando intere categorie umane… i fascisti, i reazionari, i leghisti, i ricchi, i populisti, gli svizzeri, i particolaristi, i padani, le multinazionali… che le responsabilità sono individuali fa ridere.

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Ayaan Hirsi Ali è l’intellettuale somala che difende le donne dal fondamentalismo islamico. È sciocco – scrive nel suo ultimo libro – “insistere, come fanno abitualmente i nostri leader, sul fatto che le azioni violente degli islamisti radicali possano essere separate degli ideali religiosi che li ispirano”.

Il problema va inquadrato in modo lucido e occorre capire che le semplificazioni non aiutano la comprensione”. A prima vista sembra un semplice riempitivo, tipo “cioecazzo compagni” o “un certo tipo di discorso”, buoni da mezzo secolo. Più probabilmente è una semplificazione – con quel tanto di arroganza e sopportazione di chi ben sa nei confronti del popolo bue – del concetto già espresso: sembra che l’islam stia minacciando il resto del mondo ma non è mica vero.1)
Fiancheggiatori di questa filosofia ce n’è un manipolo, anche se appartengono tutti alla Società Civile (quella cioè da cui siamo esclusi noi cittadini nella totalità), intellettuali e giornalisti in testa. Il “Fatto quotidiano”, per esempio, mette in prima pagina, addirittura in sopratestata, questo strillo: La Binetti (Ap): “Cristiani affogati, un orrore senza fine”. Ma forse l’orrore è che in mare muoiono migliaia di uomini, che siano cristiani, musulmani o atei.
Sì, certo. L’orrore non è che si bruci “una chiesa”, ma che si bruci “un luogo di culto”. Peccato che nessun cristiano abbia mai bruciato una moschea. L’orrore non è che un Paese aggredisca i suoi vicini per imporre folli ideologie, ma che gli uomini si combattano. E allora piantatela di festeggiare il 25 aprile.
Sulla “Stampa”, sempre in prima pagina, Massimo Gramellini pontifica:

Un certo pessimismo che ama travestirsi da realismo porterebbe a dire: come si potranno integrare con la nostra cultura quei migranti che durante la traversata verso l’Europa hanno buttato a mare i compagni di sventura di religione cristiana? E a cosa serve espellerli, se tanto si rimetteranno subito in coda per tornare? L’unica alternativa possibile allo scoramento ci viene suggerita dal comportamento dei cristiani superstiti di quel barcone. Invece di accettare la rissa, si sono stretti l’un l’altro in una catena umana che li ha ancorati allo scafo, impedendo agli aggressori musulmani di buttarli di sotto con i loro fratelli. Non esistono altre ricette, nemmeno per noi. Fermare la migrazione di masse disperate e motivatissime è praticamente impossibile, a meno di invadere i loro Paesi di provenienza e scatenare una guerra che produrrebbe ulteriori sconquassi.

Qui il giornalista non è stato attento alle istruzioni governative, ha provato a distinguere tra cristiani e musulmani. Ma il risultato è ugualmente godibile. Dapprima si domanda l’ovvio, quello che ci chiediamo tutti; anzi attribuisce la domanda a un pessimista travestito da realista (cioè un coglione), che si chiede come una gommonata di assassini islamici – verosimilmente un campione rappresentativo di centinaia di gommonate – porterà risorse e sicurezza in un Paese pieno di cristiani e di donne. La risposta è lampante. Evitando di accettare la rissa (abolendo la polizia?), stringendoci l’uno all’altro (contro il diverso?), impedendogli di buttarci di sotto (ma possiamo almeno prendere il porto d’armi?).
Dopo la soluzione sociale, ecco la brillante analisi geopolitica: non esistono ricette per fermare le migrazioni di massa, a meno di non invadere i loro Paesi… Limitarsi a proibire gli sbarchi come fa l’Australia, no eh? Non risulta che Canberra abbia dovuto dichiarare guerra al sud-est asiatico per non avere un solo clandestino sul suo territorio (e zero morti in mare, caso mai a qualcuno interessasse). 2) Ostico da comprendere? Il compitino si chiude come segue:

È mancata la presa d’atto che questo problema non si può risolvere ma solo assorbire, purché lo si affronti allo stesso modo da Copenaghen a Lampedusa. Contro l’ondata incontrollabile serve una catena umana ideale. Una forma di resistenza basata sulla solidarietà e sul buonsenso, che è cosa assai diversa dal senso comune.

Ho chiesto aiuto a un traduttore dal giornalese e me l’ha spiegata così: a parte il conflitto tra buon senso (quello che hanno alla Stampa e al Corriere) e senso comune (il resto della popolazione), significa che non dobbiamo reagire (risolvere il problema) ma prenderlo in saccoccia (assorbire).
L’antologia giornalistica potrebbe continuare con il suo misto di horror e umorismo involontario, ma troviamo anche impagabili tocchi di grottesco, come questo commento – sempre al fattaccio del gommone – di Aldo Cazzullo sul Corriere: “Sapevamo che i cristiani sono perseguitati in Africa e in Medio Oriente; non che l’odio fosse così profondo”. Dormito bene?
Sul fronte del sonno, Cazzullo è in buona e vasta compagnia. Secondo Pietro Sansonetti, il problema migranti viene sollevato unicamente per motivi elettorali appena si avvicinano le votazioni… Sansonetti, opinione personale, non è il solito pennaiolo radical chic e quasi sicuramente crede a quello che scrive. Ma dev’essersi destato assai di recente da un coma farmaceutico per non essersi accorto delle sollevazioni popolari – cioè delle popolazioni locali, non di Salvini – di questi ultimi anni contro le violenze di clandestini, musulmani, zingari e compagnia bella.

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D’altra parte tutto ormai sembra studiato per aiutare questi tagliagole a impadronirsi delle nostre terre, come se un piccolo esercito di Quisling potentissimi lavorasse giorno e notte per favorire l’avvento di un Quarto Reich tribale. Il Papato 2.0, per esempio, è ormai intriso di collaborazionismo, e i suoi alti esponenti non mancano di rimarcarlo quotidianamente. Dice monsignor Giancarlo Perego, intervistato da “Repubblica” in merito a questo noioso incidente:

Credo si tratti di una tragedia nella tragedia. Siamo davanti a un dramma frutto più che altro della disperazione. Semplicemente si deve dire che sui barconi queste povere persone purtroppo a volte si portano dietro anche le divisioni e le miserie che vivono nei propri Paesi.
La tragedia della notte del 14 aprile, come tante altre tragedie del mare, altro non è che un terribile dramma della disperazione e della miseria umana. Non enfatizzerei il dato dell’odio religioso.
Come azione immediata credo che ci sia bisogno di una maggiore accoglienza in alcune regioni del Nord dove oggi viene accolta una persona ogni duemila abitanti. Con una discrezionalità che non ci può essere all’interno della tutela di un diritto. Non si può scegliere, insomma, se dare o non dare dignità a un richiedente asilo.

Il lettore esperto di cose etniche avrà subito individuato il riaffiorare della “guerra tra poveri”, l’eterna corbelleria linguistica etnicamente corretta per cui, quando ci sono di mezzo persone non ricche, l’aggressore e l’aggredito, la vittima e il carnefice, l’onesto e il delinquente, l’autoctono e l’ultimo arrivato, sono assolutamente sullo stesso piano. Qui monsignore usa le espressioni dramma della disperazione e miseria umana, dando sfogo a quello che per noi etnisti è il “vero” razzismo: considerare alcune comunità umane talmente selvagge da non essere responsabili per i loro delitti. Segue poi, immancabilmente, l’attacco ai padani cattivi che non vogliono essere sommersi dall’ennesima marea, dall’ennesima spintarella che li avvicina al baratro dell’annientamento etnoculturale.
Resta sempre aperto e insoluto il grande interrogativo: cui prodest questo collaborazionismo, omicida verso di noi ma, alla fin fine, anche suicida per lorsignori? Perego probabilmente non è interessato al petrolio e forse non crede più da tempo che gli africani risolveranno la crisi delle vocazioni. Sarà perché è il direttore generale della ricchissima Fondazione Migrantes?
Un po’ più chiare sono le possibili motivazioni dei politici. Ne avevamo il sospetto almeno dalla fine degli anni ‘80, ma ora, dopo le confessioni dei laburisti inglesi, sta diventando quasi una certezza: la modificazione antropologica della popolazione praticata con metodo quasi scientifico, se seguita dall’affermazione dello ius soli, o in altre parole dal diritto elettorale degli stranieri, potrebbe assicurare un potere definitivo ai partiti che favoriscono l’immigrazione.
La Fondazione Leone Moressa, il cui fine è convincerci che questa invasione rappresenta un’insostituibile risorsa, ha fatto un sondaggio tra gli stranieri (che sarebbero 5 milioni) chiedendo cosa voterebbero se ne avessero l’opportunità. La Fondazione ha affidato a “Repubblica” il compito di pubblicarne gli eloquentissimi risultati:

Amano Sergio Mattarella, promuovono Matteo Renzi, guardano con fiducia a Maurizio Landini. Se potessero, gli immigrati saprebbero bene per chi votare: africani e asiatici a sinistra, i cittadini dell’Est Europa a destra. Pd e Movimento 5 Stelle la farebbero da padroni. La Lega Nord sarebbe ridotta al lumicino.
Tra i singoli partiti domina la scena il Pd di Renzi, con il 43,7% delle preferenze. Nettamente staccato, in seconda posizione, il Movimento 5 Stelle (18,8%), che precede Forza Italia (10,9%). Si avvicina alla soglia del 10% l’Ncd, che conferma un certo apprezzamento degli immigrati per il ministro Alfano. Oltre il 9% sceglie Sel, mentre in coda, come era prevedibile, finiscono due partiti tradizionalmente critici verso l’immigrazione: Fratelli d’Italia (4,6%) e Lega Nord (2,8%).

Ora, a noi non importa nulla di destra e sinistra italiane, poiché da 36 anni ci battiamo per l’indipendenza delle nazioni senza stato. Ma una cosa è certa. Con le invasioni dal terzo mondo programmate dall’establishment tricolore, possiamo dire addio all’autodeterminazione delle nostre terre e alla possibilità di diventare, ciascun popolo, padrone a casa propria. Se poi l’invasione è islamica, possiamo dire addio anche alla pelle.

 

N O T E

1) Interessante l’analisi di Antonio Socci: “Oggi la Sinistra progressista vuol farci credere che il terrorismo non c’entra niente con l’islam. E ignora le stragi (soprattutto di cristiani) che hanno costellato tutta la storia dell’islam e della sua sanguinosa espansione. Si arriva al punto di capovolgere la storia e far passare i cristiani per aggressori evocando a rovescio le crociate (le quali tentarono semplicemente di limitare i danni dell’invasione islamica di terre cristiane). L’ignoranza storica si accompagna alla cecità ideologica, perché l’islam, più che una religione come il cristianesimo, è una teologia politica come il marxismo (…)  L’islam infatti comporta un’ideologia totalitaria simile al comunismo, ma anche al fascismo e al nazismo (Eric Voegelin ha ampiamente mostrato che sono diverse maschere riemergenti della gnosi)” (da “Libero”).
2) Chi sostiene che il blocco navale è inutile (il flusso è comunque inarrestabile) e crudele (le morti aumenterebbero a dismisura) o non ha il senso della logica o è davvero corresponsabile delle stragi. Intanto, questi flussi hanno poco di naturale, sono governati fin dai villaggi di partenza, attraversano zone delicate in cui un migrante “sciolto” farebbe poca strada, e sulla costa hanno una perfetta logistica marinara che opera quasi in sinergia con i soccorritori. Al di fuori di questa organizzazione criminale – che esiste soltanto perché qualcuno, qui, ha promesso alberghi a 5 stelle a chiunque si presenti, laddove gli spagnoli fanno intravedere l’inferno ai clandestini – nessuno sarebbe in grado di avvicinarsi, nonché alle nostre coste, addirittura a quelle nordafricane. Questo per l’inarrestabilità del flusso.
Quanto alla crudeltà del blocco, per cui un’imbarcazione non passa e può soltanto tornare indietro o affondare, nessuno scafista dell’organizzazione metterebbe più piede in mare. Certo, così si romperebbe il giocattolo di chi sulle due sponde sta guadagnando da questo commercio.

 

lesobservateur

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