Gli egizi e la medicina

Filed in archeologia e paletnologia, egizi, storia by del 13/03/2017
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Alla base degli studi della nomenclatura anatomica, patologica e fisiologica degli antichi egizi sono le opere fondamentali di H. Grapow (Grundriss der Medezin der alten Aegypter), edito a Berlino fra il 1954 e il 1962 in otto volumi, e di G. Lefebvre (Tableau des parties du corp humain mentionnées par les Égyptiens, Cairo, 1952), che basarono i loro studi sui papiri e su una molteplicità di documenti indiretti, rilievi, mummie, eccetera, spesso rilevando varianti di terminologia nel tempo, forme diverse di scrittura visiva, anche se spesso con identica resa fonetica.
Gli egizi seguivano nelle loro trattazioni mediche un ordine pressoché geografico, partendo dall’alto, cioè dal capo, e proseguendo descrittivamente fino ai piedi. Nell’ordine vengono perciò la testa, il collo, il tronco superiore e inferiore, il ventre, gli arti superiori, gli arti inferiori, oltre a un certo numero di classificazioni di ordine generale, in cui si riscontrano i termini indicanti parti interne del corpo umano o parti di estensione generale come la pelle, i vasi, i liquidi.
Il termine get indica generalmente il corpo, anche se non si trova un uso specifico nei papiri, e la frase sak en getek si traduce comunque come il figlio tuo del tuo corpo.
Si usa anche l’espressione hau che ricorre nella storia di Sinhue, negli Ammonimenti, nel papiro Westcar.
Lo scheletro si chiama kes, e kesu al plurale per “ossa”.
La pelle, che avvolge il corpo con ossa muscoli e nervi, anche se gli egizi non fanno mai menzione diretta di questi ultimi, si chiama inem, il sudore fedet.
Leggiamo in Diodoro Siculo il modo di procedere dell’imbalsamatore alle prese con il cadavere, operazione quanto mai simile a quella compiuta dall’anatomista.

Il dissezionatore, tenendo in mano una pietra di Etiopia (coltello di selce) fa una incisione di grandezza determinata. Ciò fatto, egli si mette in salvo di tutta fretta, inseguito dagli assistenti che gli lanciano dei sassi e gridano ingiurie per attirargli addosso la vendetta (divina) per il crimine (implicitamente compiuto sul morto, col valore rituale, ovviamente), perché gli egizi hanno orrore di colui che profana il corpo di uno dei loro e lo colpisce o violenta in qualsiasi modo.

Dopo l’apertura del cadavere, che avveniva nella parte sinistra, solitamente, con una profonda incisione che correva dal fianco all’inguine, si procedeva all’estrazione delle viscere e alla loro preparazione per l’eternità. Tutto questo lavoro dava al medico il modo di conoscere buona parte degli organi interni, anche se spesso non era in grado di valutare esattamente ciò che vedeva.
La terminologia anatomica egiziana è tuttavia piuttosto vasta ed evoluta, in particolare nel papiro Ebers, che per molti aspetti è una miniera inesauribile di informazioni. Liste anatomiche si trovano anche in testi di carattere religioso o magico, per lo più connessi con il culto funerario, nei testi delle Piramidi, della V e VI dinastia, sui sarcofagi e nei rotoli papiracei del libro impropriamente detto dei morti che raggruppa le formule necessarie al defunto per ben tutelarsi nel mondo occidentale, regno di Osiride.
Il modo di procedere può essere talvolta curioso. I testi ci danno i vocaboli indirettamente. Non si dirà che la testa è la parte che sta sopra il collo, ma si troveranno frasi che parlano della corona posata sulla testa del dio, o del re, oppure formule in cui le parti del corpo di un defunto vengono identificate con quelle di un dio, come ad esempio “la tua testa è la testa di Horo, la tua nuca è la nuca di Osiride, la sommità del capo è Ra” e via dicendo. Con raffronti opportuni si riesce a stabilire un certo collegamento di termini e a valutarne il giusto significato lessicale.

 

La conoscenza dell’anatomia

I papiri medici e gli altri documenti indiretti, archeologici e umani, primi fra tutti le mummie, ci permettono una indagine abbastanza estesa, pur se lacunosa, sulle conoscenze che gli Egizi avevano della patologia, fisiologia e struttura anatomica del corpo umano relativamente ai vari apparati, digerente, circolatorio, respiratorio, urinario, ghiandolare, nonché delle diverse forme morbose, anche epidemiche.
Lo stomaco viene esaminato nel papiro Ebers, che contiene anche cure specifiche riferite alla parte, anche se talvolta si ha l’impressione che si curi lo stomaco per affezioni dipendenti da altri organi, il fegato, il cuore, i polmoni.
Nel papiro Ebers si trovano istruzioni su come procedere alla palpazione addominale e sulla deduzione delle diagnosi dai sintomi riscontrati, legati soprattutto alla durezza e alla temperatura della parte palpata.
Un ventre gonfio di liquidi viene definito come un otre pieno d’olio che si muove palpandolo. Le descrizioni permettono di riconoscere l’emorragia gastrica, il cancro, definito come tortura dello stomaco e, probabilmente, assimilabile nella descrizione anche all’ulcera gastrica.
Questa “tortura” viene considerata dal medico antico molto grave, come lo è oggi d’altro canto, e la frase che il medico pronuncia è “curiamoci di lui, non lo si abbandoni”.
I testi medici sono sempre scritti come delle istruzioni date in prima persona. La forma più comune è quella dell’istruzione diretta:

Se esamini un ammalato che soffre allo stomaco ed egli si sente le membra pesanti, come se fosse molto stanco, tu porrai le mani sopra il suo stomaco e se lo troverai duro (pieno) sotto le tue dita, dirai in proposito che è un ritardo nella digestione (pigrizia di digestione). Preparerai per lui un rimedio che lo possa liberare: noccioli di datteri, da impastare e filtrare con birra e il suo appetito ritornerà normale. Se dopo questa cura l’esaminerai di nuovo e sentirai fresco il ventre e caldo il fianco allora dirai che la sua lentezza di digestione è finita.

I noccioli di datteri tritati e filtrati compaiono in diverse ricette. Altri ingredienti base per le ricette, in particolare per quelle purgative, menzionate anche da Herodoto, sono i comuni grani di ricino da masticare o da inghiottire con della birra (Ebers, 25). Anche l’olio e il miele vengono usati come emollienti, questo secondo anche in molte cure riferite ad affezioni bronchiali, e così i frutti di sicomoro macerati nella birra.
A tanti emetici corrisponde invece una assenza totale di cure anti-diarreiche, come se questo disturbo fosse estremamente poco diffuso in un paese ove invece regnava incontrastato il clistere a base di sostanze rinfrescanti.
Il papiro Chester Beatty dà ricette a base di uva, carrube e fichi.

Altro rimedio per eliminare un riscaldo dell’ano: uva secca 1/16, foglie di melone 1/16, datteri freschi 1/8, «ahet» 1/32, acqua. Lasciare esposto alla rugiada notturna e prendere per quattro giorni e un terzo. (Ch.B.23;VII,6-8).
Altro rimedio: ciò che si fa dopo questo come lavanda per eliminare un riscaldo dell’ano e rinfrescarlo: canapa 1/4, carruba fresca 1/32, acqua di meseta 1/64 -1/64. Iniettare nell’ano per quattro giorni. (Ch.B.24;VII,8-9).

Tutti i papiri medici, il Chester Beatty in particolare, danno molto spazio allo studio dei guai dell’ano, alcuni comuni a quelli noti ai nostri giorni, altri misteriosi o quanto meno non identificabili con chiarezza, anche per una certa difficoltà pratica nel dare un esatto valore alle parole riscaldo e bruciore riferiti alla parte.
Talvolta si tratta di un riscaldo collegato all’emissione di gas e il papiro Ebers (n. 139) propone un rimedio “per far scomparire il calore dall’ano e dalla vescica accompagnato da venti numerosi senza che (il malato) se ne renda conto”.
Vengono menzionati casi di prurito anale e di perdite di sangue (emorroidi).

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Strumenti chirurgici in bronzo di epoca tarda.

Nel papiro Chester Beatty si legge che se il medico trova del sangue dietro il malato e questi ne perde deve somministrare bacche di ginepro. Tritarle e metterle nella rugiada. Poi passarne tutte le membra al malato affinché guarisca. Se invece il medico troverà perdite di sangue e queste durano per cinque giorni il rimedio sarà composto di antimonio, grasso di caprone, pianta ammi. Tritare finemente e fame quattro pallottoline da lasciare esposte alla rugiada notturna per una notte. Poi introdurle nell’ano come supposte. Il papiro Ebers si sofferma anche sulle emorroidi.
I casi di prolasso rettale vengono curati in modo curioso, applicando all’ano per quattro giorni un impasto di farina, sale del nord, olio merehet e miele. Non conosciamo quale fosse il risultato, ma in alcune mummie sono stati notati casi di prolasso.
A tanta dovizia di interesse per l’intestino e per la sua estrema conclusione corrisponde una assenza pressoché assoluta di indicazioni sulle funzioni epatiche e solo nel papiro Ebers vi sono alcune ricette, peraltro piuttosto empiriche.
In una mummia di donna (P.H.K. Gray, 1967, 43, 34-44) sono stati individuati dei calcoli alla cistifellea, caso piuttosto eccezionale. Gray aveva esaminato 133 mummie, ma anche Smith e Dawson, che ne avevano viste almeno trentamila, non avevano trovato che un caso di calcolosi biliare, per la cronaca in una mummia di sacerdote di Amon della XXI dinastia.
Alcune mummie documentano come dicevamo casi di prolasso rettale e si ha anche un caso di appendicite autorisolta, con aderenze tuttavia piuttosto pronunciate, sempre in una mummia studiata da Smith.
La circolazione sanguigna, con qualche defìcienza interpretativa, interessò moltissimo i medici egizi e ne è testimonianza lo spazio dedicato all’argomento dal compilatore del papiro Ebers in un vero e proprio trattatello del cuore e dei suoi vasi. Per gli egizi il cuore aveva un complesso di funzioni non esclusivamente riferite alla vita fisiologica dell’individuo. Nella teologia menfìta il cuore è il motore delle azioni delle braccia, delle gambe, di tutti gli organi, oltre che centro funzionale dei sensi. La decadenza fisica connessa all’età viene perciò messa in relazione con 1’usura del cuore. Sinhue nel testo che narra la sua vita (XII dinastia) afferma nella vecchiaia che i suoi occhi sono grevi, le braccia prive di forza, le gambe rifiutano di muoversi perché il suo cuore è stanco.

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Il cuore egizio è anche centro della vita intellettiva e ha implicazioni morali, sostituendosi in parte alla nostra di cervello, in parte a quella di anima. Il segno che raffigura il cuore compare perciò nei testi scritti con funzioni assai varie e nel discorrere egizio esistono diverse centinaia di espressioni che chiamano in causa il cuore con significato improprio. “Lungo di cuore” sta per gioioso, “corto di cuore” sta per triste, “colui che riempie il cuore” è l’amico o il confidente.        .
Alla morte di un egizio il cuore viene pesato, nella sua funzione di anima contrapposta alla Verità posta sull’altro piatto della bilancia, nella scena del giudizio davanti a Osiri, assistito da Anubi e dalle altre divinità, oltre che da Thot, il saggio scriba divino, che prende nota delle confessioni del defunto sul suo operato in vita.
Il cuore deve dichiarare di non avere il suo possessore bestemmiato gli dèi, maltrattato gli animali, fatto dei torti ai suoi simili, e via dicendo, rivolgendosi nella confessione ai quarantadue giudici divini. Assiste al giudizio anche un essere mostruoso dal corpo composito, testa di coccodrillo, criniera leonina, corpo per metà di equide e per metà di ippopotamo, detto la divoratrice, pronta ad assalire il defunto che riceve un giudizio di condanna. La scena del giudizio, detta la psicostasia, è frequente come vignetta nei papiri contenenti il testo del XXX capitolo del libro dei morti.
Il papiro Ebers, come dicevamo, si diffonde abbondantemente nella descrizione del cuore e dei vasi che da esso si dipartono.

Vi sono vasi (che giungono) a lui da ogni parte del corpo. Quanto a ciò (su cui) ogni medico, sacerdote di Sekhmet, o mago, posa le sue dita, sul capo o sulla nuca, sulle mani o sul luogo proprio del cuore, sulle due braccia o sulle due gambe, o su qualsiasi altra parte, si sente sempre parte di esso (il cuore) perché i suoi vasi (si diramano) a ogni parte del corpo e accade che egli parla (comunica) nei suoi vasi con ogni parte.

Questa parte iniziale già suggerisce l’idea che la medicina egizia avesse una netta nozione dell’importanza e complessità dell’apparato circolatorio nel suo insieme e del suo costante e generale riferimento al muscolo cardiaco come centro motore e direttivo.
Diamo di seguito il contenuto del trattato del papiro Ebers.

Vi sono quattro vasi nelle cavità nasali, due portano il muco e due il sangue. Vi sono quattro vasi all’interno delle tempie che portano il sangue agli occhi; da essi (vasi) derivano tutte le malattie (agli occhi). Quanto all’acqua che ne cola, essa è convogliata dalle pupille. Secondo un’altra versione è il sonno che la provoca negli occhi.
Vi sono quattro vasi distribuiti nella testa che si convogliano nella nuca; sono essi che regolano il riposo (sonno), la calvizie, la caduta dei capelli. Ciò è quanto essi (i vasi) producono alla parte superiore (del corpo).

Fin qui si può osservare che gli egizi avevano nozione del sistema circolatorio, anche se confondevano vene e arterie con i dotti nasali del muco e non avevano nozione della presenza delle ghiandole lacrimali. Si penserebbe che secondo gli antichi il liquido lacrimale si sarebbe formato durante il sonno.
Il passo relativo ai vasi del capo, probabilmente le arterie che i medici egizi erano riusciti a localizzare, fa menzione al riposo, o forse al sonno, identificato anche con gli stati di perdita di conoscenza. Si crea dunque un collegamento fra circolazione e stato di collasso dovuto a cattiva circolazione e irrorazione sanguigna del cervello.
L’osservazione del medico egiziano è forse collegata al fatto che il pallore del viso si accompagna agli stati d’essere citati. Il testo prosegue:

Vi sono quattro vasi (che portano) alle due orecchie, e cioè due vasi sopra la spalla destra e due sopra la sinistra. Il soffio della vita entra nell’orecchio destro, quello della morte nel sinistro, e secondo un’altra idea il soffio della vita entra dalla spalla destra e il soffio della morte dalla spalla sinistra.
Vi sono sei vasi che portano alle braccia, tre a destra e tre a sinistra, portano (anche) alle dita.
Vi sono sei vasi che portano alle gambe, tre alla gamba destra e tre alla gamba sinistra, e discendono fino alla pianta del piede.
Vi sono due vasi (che portano) ai testicoli, sono essi che danno lo sperma.
Vi sono due vasi alle natiche, uno per natica.
Vi sono quattro vasi che vanno al fegato, sono essi che danno l’acqua e l aria (al fegato). Sono dunque essi che gli apportano ogni malattia dal fatto che si riempie di sangue.
Vi sono quattro vasi che portano al polmone e alla milza, sono essi che ugualmente apportano aria e acqua.
Vi sono due vasi che portano alla vescica e sono essi che danno l’urina.
Vi sono quattro vasi che vanno all’ano. Sono essi che portano aria e acqua.
L’ano dà anche uno scarico a ciascun vaso di destra e di sinistra, e nelle braccia e nelle gambe, allorché egli è carico di escrementi.

Evidentemente la descrizione anatomica del sistema è estremamente approssimata e con lacune ed errori non indifferenti, là dove confonde gli ureteri con le vene e così per i condotti spermatici.
Per il fegato è pensabile che i quattro vasi noti all’anatomista egizio, al caso l’imbalsamatore, fossero la vena porta, le due arterie epatiche e il coledoco.
A parte ciò va tuttavia rilevato che alcune osservazioni, per i tempi in cui vennero fatte, sono piuttosto precise. Certe difficoltà di interpretazione del pensiero medico egizio è anche talvolta imputabile alla incapacità di afferrare il giusto senso di taluni passaggi scritti o a limitazioni dello scriba che ne fece le compilazioni.
La fondamentale relazione fra il cuore e tutte le parti del corpo umano affermata quattromila e più anni or sono è già da sola un importante monumento della scienza medica antica.
Vi sono nel papiro Ebers ulteriori ampliamenti della materia.

Quanto all’aria che entra nel naso, essa penetra nel cuore e nei polmoni,
e sono essi che la distribuiscono a tutto il corpo.
Quanto a ciò per cui le orecchie sono sorde, vi sono due vasi che portano alla radice dell’occhio che producono questo. Secondo una diversa opinione è per questo che le orecchie sono sorde, perche i vasi che sono sulle tempie di un uomo producono un ronzio ed è questo che produce l emicrania nell’uomo, per cui essa assorbe l’aria (?).
Quanto all’inondazione del cuore, si tratta di saliva (in eccesso) e tutte le sue parti ne sono indebolite.

Il papiro prosegue su questo tono, mescolando nozioni valide con elucubrazioni difficilmente classificabili.
Si è visto come una certa confusione regni sull’idea che l’aria e l’acqua passino attraverso il sistema circolatorio, soprattutto nel paragrafo 855a del papiro Ebers, già citato, sull’aria che entra dal naso e penetra nel cuore, oltre che nei polmoni.

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La regina di Punt, calcare dal tempio funerario della regina Hatshepsut a Deir el Bahari, esempio di deformazione per iperlordosi (XVIII dinastia).

Nel papiro Smiith (12,1-2) si legge che due vasi si trovano sotto le clavicole, uno dalla parte destra e l’altro dalla sinistra, (e portano) alla gola e alla laringe del malato: essi riforniscono i polmoni.
È questo il riconoscimento anatomico dei bronchi, secondo il medico che quattromila anni or sono si pose il problema.
I vari papiri per, quanto concerne i polmoni, menzionano diverse ricette di rimedi per forme di tosse e, forse, per l’asma bronchiale. È notevole la presenza di sostanze dolci emollienti, fra cui il miele e i datteri hanno la prevalenza nella preparazione di porzioni calmanti. Si fa anche uso di colloquintide, per quanto sia più propriamente purgativa che anticonvulsiva per la tosse.
L’analisi dei reperti anatomici delle mummie non è agevole per quanto concerne i polmoni, che venivano disseccati e riposti in un vaso canopo. La presenza tuttavia di numerosissimi casi di tubercolosi ossea fa supporre che anche quella polmonare potesse essere diffusa fra gli egizi, come pure compaiono casi di silicosi, in soggetti che forse hanno lavorato a lungo in miniere o nelle cavità sotterranee delle necropoli.
Vediamo ora brevemente quali erano le conoscenze che gli antichi egiziani avevano del naso, della gola, delle orecchie, della bocca e, in particolare, dei denti.
Ancora una volta molte informazioni vengono desunte dai papiri e dalla osservazione diretta delle mummie, specie per la parte odontoiatrica, particolarmente influente sulle sofferenze terrene del popolo dei faraoni e dei sovrani stessi.
Vi sono nel papiro Ebers alcune ricette per affezioni nasali fra cui la corizza, o rinite, curata con instillazioni di vino di palma, ma anche con suggestive formule magiche:

Magia per una corizza: scorri (fuori) corizza, figlia di corizza, che fiacchi le ossa, che fracassi il cranio, che molesti il cervello, che rendi infermi i sette fori della testa, servitori di Ra e adoratori di Thot. Ecco che ho portato un rimedio contro di te, una pozione contro di te: del latte di una (donna) che ha avuto un figlio e della gomma aromatica. Recitare quattro volte sul latte di una (donna) che ha avuto un bambino e sulla gomma aromatica. Mettere nel naso (il composto).

In compenso alla magia si sostituisce una rigorosa applicazione di tecnica chirurgica in caso di fratture delle ossa facciali e del naso in particolare, con trattazione specifica nel papiro Smith. Si parla di suture alle lacerazioni della narice con applicazione terapeutica di carne fresca e poi ungendo la ferita nei giorni seguenti con grasso e miele fino alla guarigione.
Questo uso di spalmare le ferite con grasso, generalmente bovino, e miele crea delle perplessità se si pensa che con il caldo la pomata in questione doveva trasformarsi ben presto in un rancido focolaio di batteri di tutti i generi. Per la frattura della cartilagine della parte anteriore del naso si prescriveva l’uso di zaffi di lino sempre imbevuti di grasso per modellare e tenere ferme le parti molli finché la tumefazione e l’infiammazione della parte non si fossero riassorbite.
Analogo trattamento si operava in caso di frattura della parte ossea del naso.
Va notato che in tutti i casi il papiro raccomanda con particolare insistenza di ripulire bene la parte interna del naso dal sangue, dai grumi e dai coaguli che vi si fossero formati. Le cure per i malanni della gola sono per lo più assimilati ai guai dell’apparato respiratorio, e alla tosse in generale, con l’uso dei soliti lenitivi a base di latte e miele. Vi sono tuttavia (papiro Smith) consigli su come operare suture per lesioni alla gola non meglio identificate, ma probabilmente si tratta di lesioni che si aprono all’esterno, sia della trachea che dell’esofago, anche se il testo parla di acqua che esce dalla trachea, con uno dei soliti casi di confusione anatomica.
Non si fa cenno a emorragie, segno che il riferimento va fatto solo per ferite della parte mediana della gola, non interessante i grandi vasi del collo.
L’otoiatria era un poco più evoluta, soprattutto per i vari tipi di otite curata con ricette diverse a seconda dell’intensità del dolore. “Altro rimedio per dolori lancinanti all’orecchio: meliloto (o tribolo, pianta erbacea delle leguminose, con fiore giallo a grappoli, ricco di nettare) e fare una pomata con del laudano. Da mettere nell’orecchio”.
I rimedi più comuni sono comunque unguenti di varia composizione in cui compaiono anche sostanze minerali, terra di Nubia, bile di bue, grani di melone. Vi è anche una ricetta per fumigagioni dell’orecchio, ricordata in un ostrakon al Museo del Louvre, in cui si fa uso di escrementi di coccodrillo e uova di rana, o anche scaglie di tartaruga.
I papiri parlano di orecchi che hanno piccolo udito, citano rimedi per forme purulente e consigliano il coltello del chirurgo per asportare quella parte dell’orecchio esterno che sia andato in cancrena in seguito a ferita.
In effetti, se il danno da trauma non investe la scatola cranica propriamente detta, le ferite dell’orecchio da trattare chirurgicamente si riferiscono quasi esclusivamente al padiglione.
L’osservazione di moltissimi crani ha permesso di stabilire che frequenti erano le affezioni all’osso mastoideo che hanno lasciato una traccia.

Dove il dente duole…

Ma la vera croce e delizia degli egizi furono i denti. Per il male provocato dalla carie si doveva porre nella cavità del dente polvere di incenso oppure una pasta ottenuta con giusquiamo mescolato con pece. Si sfruttava in questo caso la proprietà analgesica e sedativa dei semi del giusquiamo, utile anche come disintossicante e broncosedativo.
Contro la caduta dei denti per discollamento dall’alveolo si usava una pasta ottenuta mescolando polvere di frutto di palma, polvere di piombo (?) e miele da spalmare sulle gengive.
Le infiammazioni delle gengive venivano anche curate con grasso d’oca e miele.
È stato notato (Smith) che la carie era abbastanza rara nelle prime tre dinastie dell’Antico Regno e diviene più frequente nelle seguenti tre, fino alla sesta e oltre, forse per le mutate condizioni sociali della popolazione e per la mutata organizzazione alimentare.
Un’osservazione va fatta in questo senso. Durante un secolo, soprattutto a partire dal regno dei sovrani della quarta dinastia, i grandi costruttori di piramidi, Cheope, Chefren e Micerino, sull’esempio di Zoser della III dinastia, avviene che gli egizi acquisiscono maggiormente una loro coscienza di popolo unito e non disperso lungo la sterminata successione di villaggi sulle rive del Nilo.

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Un cranio egizio di epoca tarda (Sonaglia/Etnie).

Lo studioso tedesco Kurt Mendelssohn (The Riddle of the Pyramids, Thames and Hudson, 1974) ipotizza che la costruzione delle piramidi sia dipesa da un disegno a vasto raggio inteso a dare agli egizi un senso di unità in particolare nella stagione della siccità in cui i lavori dei campi erano fermi. Ciò giustificherebbe il fatto che molte piramidi non servirono mai come sepolcro di un re e che qualche sovrano costruì due o anche tre piramidi, certo impossibilitato a risiedere per l’eternità in tutte.
Se così fu, l’organizzazione statale accentrata si manifestò in questo secolo remoto di attività cinque millenni or sono con una capacità di accentramento smisurata per i tempi in cui si verificò. La riunione di un popolo al servizio di un imprenditore e di un ideale dovette in certo modo avere le sue conseguenze anche sull’alimentazione, non più dipendente dalla singola iniziativa dei nuclei familiari, ma dal potere centrale che doveva provvedere alle folle di sudditi che si dedicavano alla costruzione della piramide.
Tale organizzazione alimentare non poteva certo garantire una varietà di derrate alimentari che fosse pari alla quantità richiesta.
Una alimentazione monotona e costituita soprattutto da verdure e da pane può essere considerata come una delle cause dell’aumento delle malattie dei denti.

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Praticamente tutti i reperti di questo tipo presentano le corone dentarie abrase a causa dell’alimentazione, soprattutto il pane: le farine avevano un alto contenuto di sabbia e polvere di calcare che negli anni molava le cuspidi (Sonaglia/Etnie).

Il pane è il vero problema dei denti egizi. Il pane e l’abrasione meccanica dello smalto.
Questa abrasione ha una sua precisa causa tecnologica. Gli Egiziani facevano grande uso di pane, di cui i rilievi dipinti nelle tombe e i resti trovati fra i doni funerari danno testimonianza di varietà per qualità e forma. Questo pane conteneva una percentuale non indifferente di polvere, di sabbia silicea e calcarea derivante dall’usura delle macine, dal vento che la portava entro i granai mal chiusi, dal terreno su cui si batteva il grano e, infine, dalla sabbia che veniva mescolata in ragione dell’uno per cento al grano onde ottenere una farina più fine.
Quest’ultimo uso venne desunto da notizie riportate da Plinio nella Naturalis Historia, che osservò il fatto presso i cartaginesi.
Si può immaginare l’effetto provocato dalla masticazione di un pane contenente una quantità non trascurabile di sabbia silicea. La documentazione più ampia sui problemi stomatologici è contenuta nel papiro Smith, che raggruppa vari casi, per la precisione sei. Il primo caso si riferisce alla perforazione dell’osso nella regione mascellare e zigomatica considerata come lesione non grave e guaribile, fasciando la parte con della pomata a base di grasso, miele e polvere minerale non ben definita, detta imru.
Una lesione senza perforazione dell’osso si curava invece con l’applicazione di carne fresca e della solita pomata di grasso e miele.
In caso di fratture mascellari, allorché il medico “sentiva scricchiolare l’osso” sotto le dita esploranti, la prognosi veniva considerata difficile, riservata si direbbe oggi, e il curante dichiarava che non era il caso di abbandonare il paziente, usava pomate, si affidava agli dèi e non si sbilanciava troppo.
Viene invece considerata grave e difficilmente curabile la frattura della mandibola.
Il quinto caso riguarda la riduzione delle lussazioni mandibolari, nota anche alla civiltà del Vicino Oriente, e il sesto la sutura del labbro superiore, con raccomandazioni di ordine estetico sul riavvicinamento delle parti separate prima di intervenire, onde salvaguardare l’aspetto finale del paziente.
Il papiro Ebers dà alcune ricette, in particolare per le “ulcere dei denti” che possono essere assimilate alle forme di carie, e per le gengive da riassodare. “Latte di vacca, datteri freschi e carrube secche” in parti uguali lasciati alla rugiada della notte e poi masticate durante nove giorni sono il rimedio fondamentale. Una seconda ricetta prescrive l’uso di un impasto di cinammomo, olio, gomma e miele. L’espressione “rassodare le gengive” deve forse essere interpretata come cura di varie forme di piorrea.
È anche noto un caso di protesi rinvenuto in resti di mummia a Gizah, con un secondo e terzo molare inferiori sinistri legati insieme con filo d’oro ritorto la cui scoperta si deve a B.W. Weinberger (1948).
Le mummie hanno anche permesso l’osservazione di innumerevoli casi di accidenti patologici nelle mascelle, cavità dovute ad ascessi, residuati di forme di infezione che ha causato intaccature all’osso in vario modo.
Uno dei casi più notevoli, a livello storico, di guai alla dentatura è quello del grande Amenofi III (fine della XVIII dinastia) che ebbe gli ultimi anni della sua regale esistenza travagliati da dolori dipendenti da tutta una serie di ascessi.
Per il naturale legame fra l’idea della vita e la sua origine umana il rispetto che gli egizi portavano alle donne, riconoscendo loro anche un notevole potere contrattuale morale nella società del tempo è ben superiore a quanto accade nei vicini stati coevi. Curiosamente questo rispetto risalta persino nelle mummie femminili, in cui gli organi genitali e i seni sono fasciati con particolare cura spesso con uso di tamponi di lino.
Sono anche frequenti le ricette per cure specifiche di affezioni vaginali e uterine, spesso identificate come bruciori e riscaldi non ben differenziati.
Non deve stupire che al tempo i sintomi veri e propri venissero sostituiti dall’effetto primo di sensazione che i sintomi stessi producevano. Diverse forme di metrite vanno sotto la denominazione di “riscaldo” e il rimedio base “per rinfrescare l’utero e far sparire il calore” si compone di grani di spelta e cipero aromatico tritati nell’olio. Questo unguento diluito andava iniettato nella vagina forse con l’ausilio di corni animali cavi che sono stati rinvenuti nelle tombe. L’effetto che produceva era di contrazione dei tessuti.
Un’altra ricetta consigliava di usare viscere di bue (una parte), natron (una parte) e olio (una parte), farne un impasto e introdurlo nella vagina. Ci pare che l’uso del natron fosse un po’ drastico come rinfrescante.
Per dolori e ulcere al collo dell’utero e all’utero stesso vengono diagnosticate situazioni che con molta approssimazione oggi definiremmo cancerogene e il male viene definito come quello che divora l’utero. Lo studio delle mummie ha rivelato tuttavia rari casi di tumori e neoformazioni all’utero ed alle ovaie.
Molte prescrizioni per dolori di presunta origine uterina sono contenute nel papiro Khaun, ma taluni mali non sono chiaramente individuabili e possono dipendere dalla vescica, dai reni, dall’intestino.

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Una pagina del papiro Smith.

Il papiro Khaun contiene anche prescrizioni per evitare il concepimento. Uno degli anticoncezionali è costituito da una sorta di pessario composto con escrementi di coccodrillo e sostanze collagene probabilmente con proprietà spermaticide. Altro rimedio era una pasta di miele e natron con cui spalmare la vagina, altro spermicida acido o ritardante almeno della mobilità degli spermatozoi.
Da parte sua il papiro di Berlino consiglia una fumigagione vaginale. Sembrerebbe più funzionale un tampone di lino da introdurre nella vagina dopo averlo imbevuto di una miscela di gomma o lattice di acacia, colloquintide e polpa di datteri tritati finemente insieme e mescolati col miele. La ricetta è del papiro Ebers (n. 783) che garantisce una sterilità controllata da uno a tre anni.
Lo studioso P. Bardis ha spiegato (Contraception in ancient Egypt, in “Journal Hist. of Med.”, 1967) che la fermentazione del lattice di acacia produce acido lattico, ottimo come spermaticida.
Quanto al parto, diverse mummie ne portano tracce che permettono di ipotizzare situazioni drammatiche, lacerazioni di tessuti, difficili soluzioni, spesso causate dai fianchi stretti delle donne egiziane.
L’allattamento materno era diffuso e lo testimoniano molte figure di donna intenta a questa operazione, ma soprattutto le innumerevoli figurazioni di Iside mentre allatta Horo, frequenti nei bronzetti dei Bassi Tempi di cui tutti i musei possiedono esemplari di vario pregio. È curioso che molte di queste figurazioni si salvarono nei secoli dalla distruzione perché ricordavano agli iconoclasti cristiani la figurazione della madre e del fanciullo cari anche alla tradizione evangelica.
I papiri riportano ricette adatte a far tornare il latte alle madri o alle nutrici che lo avessero perduto. Una di queste ricette del papiro Ebers consiglia di far cuocere una spina dorsale di pesce siluro nell’olio e poi ungerne il dorso alla donna che deve allattare. Ovviamente se i rimedi proposti non avevano effetto, il che doveva accadere non di rado, si faceva ricorso alla solita magia, rimedio universale, e agli amuleti, da porre al collo tanto della madre che del fanciullo.
Se il latte non era di buona qualità e aveva cattivo odore come di pesce marcio, bisognava far attenzione e il buon odore doveva essere simile a quello della farina di carruba, come segno caratteristico (papiro Ebers, n. 798, 796).
Formule potenti d’incantesimo andavano recitate su mammelle infiammate o comunque scombinate. Il papiro Ebers ne contiene diverse.
In ogni caso si poteva ricorrere al latte bovino che veniva somministrato mediante corni cavi forati alla punta, gli stessi coni che servivano altrimenti per le irrigazioni vaginali.
Alla magia si faceva anche ricorso per le nascite premature, e si pronunciavano formule di incantesimo su sette fili di lino (filati da Nephty e tessuti da Iside) con cui si faceva un filatterio a nodi per proteggere il fanciullo nato anzi tempo. Questo filatterio doveva garantire al fanciullo la crescita normale e un buono sviluppo fisico.
Quanto alla previsione di successo, essa si fondava principalmente sulla forza delle grida del pargolo. Se gridava e aveva buoni polmoni per farlo, non c’era da dubitare che potesse cavarsela. Se invece guaiva pietosamente, segno di debolezza, venivano formulate le riserve del caso.
I casi più vari sono contemplati poi nei papiri per quanto riguarda le punture di insetti, le spine e le ossa che potevano andar di traverso in gola, le spine nelle dita e nei piedi, le scottature, supponiamo di primo e secondo grado, i morsi di animali diversi, dal coccodrillo al leone e all’ippopotamo, ma soprattutto gli animali portatori di veleno, quali i serpenti e il terribile scorpione.
Le vipere del deserto, la vipera dalla coda nera e il cobra erano i maggiori spauracchi degli egiziani, il loro morso non perdonava, sacro o meno sacro che fosse. Si consigliavano cataplasmi vegetali diversi, e composti con natron, la cui natura disidratante era sfruttata in vari modi, ma si fidava maggiormente nella solita sfruttatissima magia, e si invocava la dea dalla testa di serpente Meretseger.
Il museo Egizio di Torino conserva una stele dedicata da un uomo che era stato morso dal serpente ed era stato salvato dalla dea serpente. Il miracolato dichiara d’essere un povero diavolo incapace di riconoscere il bene e il male, e perciò colpevole di molti peccati commessi contro la Cima (cioè contro la sacra montagna che sovrasta Tebe). Il castigo era stato un morso di serpente ed egli s’era trovato in balia del veleno e della divinità della Cima. Invocò perciò la Signora della montagna, la dea serpente, ed essa venne a lui a sollevarlo dal male. Diciamo pure che per qualche grazia speciale il serpente aveva poco veleno o non era un serpente dei più pericolosi.
Altrettanto temibili gli scorpioni. Questo elegante e pericoloso animaletto è, per strana sorte, anche una delle più antiche figurazioni geroglifiche e rappresenta il nome del mitico re Scorpione che regnò nei tempi predinastici.
Una dea, Serket (o anche Selkis), ha le sembianze di scorpione, e una confraternita di maghi-guaritori si rifaceva allo scorpione. Tutta una tradizione letteraria si riferisce ai meriti e demeriti di questo animale velenoso che nelle iscrizioni tombali non compare però nella sua forma con la coda munita di pungiglione velenoso, ma più sovente nella forma della specie dello scorpione d’acqua, di gran lunga meno temibile. È anche qui chiaro il richiamo magico. Il defunto non deve trovarsi in presenza di pericoli nell’aldilà nemmeno a livello di immagine disegnata.
Per la stessa ragione per cui numerosi altri geroglifici vengono tracciati senza alcune parti che potrebbero essere nocive o armi contro il defunto sempre sotto il profilo magico. Così il serpente verrà disegnato con il corpo tagliato o colpito da lame acuminate, l’ape sarà senza testa, molti animali saranno privi di zampe, e così senza braccia vengono disegnate le figure umane in funzione di determinativo.
Lo scorpione viene definito come nemico degli uomini e avversario degli dèi. Formule potenti di magia servono per invocare gli dèi in soccorso di chi è stato punto dallo scorpione, colpito da Serket. Ciò nonostante molti egizi morivano per la puntura dello scorpione che si scaldava al sole sulle pietre e avventava il pungiglione contro l’incauto piede nudo che stava per calpestarlo. Su molte mummie l’iscrizione documenta che il defunto è morto di veleno di scorpione e lo stesso accade su numerose stele funerarie.
Meno pericolosi erano, relativamente, i morsi delle belve e degli animali domestici, per mancanza di veleno, quando il ferito non subiva lacerazioni di per se stesse mortali e quando esse non si infettavano.
Uno dei rimedi più comuni consisteva nel medicare la ferita con carne fresca e con cataplasmi di composizione varia. Si usavano grasso animale, miele, foglie di sicomoro, birra dolce, argilla gialla fresca, quest’ultima forse la più utile perché frenava l’emorragia, isolava dalla polvere e dai germi la ferita e la proteggeva.
Le ustioni vengono trattate essenzialmente con sostanze grasse, ma il papiro Ebers fornisce anche la seguente ricetta:

Inizio dei rimedi per le ustioni.
Ciò che si deve fare per la cura nel primo giorno: fango nero. Applicarlo sopra.
Ciò che si deve fare il secondo giorno: escrementi di bestiame di piccola taglia. Da cuocere e ridurre finemente nella birra-semet fermentata, poi applicare sopra (la ustione).
Ciò che si deve fare il terzo giorno: resina di acacia secca, che è stata tritata con orzo tostato e del colloquintide. Mescolare con olio e usare per medicare.
Ciò che si deve fare al quarto giorno: cera, grasso cotto di bue, papiro e carrube. Ridurre il tutto in una pasta e applicarla.
Ciò che si deve fare il quinto giorno: colloquintide (una parte), ocra gialla (una parte), khesa de jujubier (?) (una parte). Tritare finemente con minutaglie di rame, ridurre in pasta e farne una fasciatura.

Vi sono anche prescrizioni meno complicate, per quanto sempre di natura empirica. La magia interviene altrove a confortare il malato.
La cura delle fratture, lussazioni, distorsioni, ecc. non era meno empirica e pericolosa per il paziente. Tuttavia le mummie testimoniano numerosissime situazioni ben risolte di riduzione di fratture agli arti, calcificate più o meno bene evidentemente con l’ausilio di una immobilizzazione provocata con fasciature apposite.
Il papiro Smith dà anche indicazioni sulla procedura da seguire nella riduzione di una frattura alla clavicola e dei movimenti da eseguire, tutto sommato più che accettabili anche oggi sul piano tecnico. Il paziente doveva essere disteso sul dorso con un cuscinetto di tessuto ripiegato fra le scapole in modo da portare la clavicola a sporgere in fuori, finché manualmente si potesse ridurre la frattura.
Se per gli arti il medico egizio si sente di fare del suo meglio, la musica cambia quando c’è di mezzo il cranio. Se il ferito perde sangue dagli orecchi il medico si dichiara impotente, mentre non si spaventa di fronte a un cranio rotto nella parte superiore.
Si legge nel papiro Smith la descrizione del caso in cui il capo è ferito fino all’osso e si vede il cervello attraverso la frattura. Il testo si dilunga nella trattazione di come esaminare la ferita, di toccare l’osso, di valutarne la mobilità. Si apprende che gli egizi avevano una chiara conoscenza delle meningi, del liquido cefalo rachidiano, delle anse cerebrali. Avevano anche diverse cognizioni degli effetti che si producevano come conseguenza delle lesioni al cervello, ma non andavano oltre ciò.
Va osservato, in conclusione, che su un piano chirurgico gli egizi non dovettero brillare eccessivamente. Lo strumentario è assai primitivo ed elementare, coltelli di selce o di metallo, lancette, pinze rudimentali.
Si ha notizia precisa della trattazione “con il coltello” dei tumori del collo, che spesso saranno stati cisti sebacee, ascessi, piccole ferite, di cui si dà istruzione per la fasciatura con l’uso di miele e mirra.
Operazione diffusa era invece la circoncisione, che appare anche nei rilievi tombali dell’Antico Regno, e viene confermata nelle mummie. Il papiro Ebers ne fa cenno e la riferisce all’età ottimale di quattordici anni.
Nulla documenta, invece, la tanto spesso millantata capacità dei medici egizi di trapanare il cranio a livello terapeutico. Le varie situazioni di apertura cranica sono sempre da considerare come varianti della tecnica dell’imbalsamazione che imponeva l’esportazione della massa cerebrale per evitarne la putrefazione.

 

 

 

 

 

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