L’elmo di Scipio

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Vittorio Emanuele II padre della Patria? Sì, ma a modo suo: una specie di capovillaggio gallico che sarebbe piaciuto ai creatori di Asterix. E che per i romani non nutriva il minimo affetto.

Fratelli d’Italia / l’Italia s’è desta / dell’Elmo di Scipio / s’è cinta la testa. Ma per Vittorio l’elmo di Scipio poteva al massimo servire per una spaghettata. Usava testualmente dire: «L’elmo di Scipio? Servirebbe meglio a cucinarci la pastasciutta».
Vittorio, il primo sovrano della nazione unita, re e padre di tutti quei “fratelli d’Italia” chiamati a raccolta dalle iperboli di quell’inno. Già un re precedente di qualche secolo, Alboino, aveva voluto passare alla storia spicciola utilizzando stoviglie di tipo particolare. Ma, almeno, si trattava del cranio di un nemico, non come in questo caso di un simbolo della nazione rappresentata. C’è da capirlo, però, quel Vittorio. In fondo per lui non si trattava altro che di una nazione piena di etnie disdicevoli, oltre che di tanti, troppi romani. “Il re”, scrive Silvio Bertoldi, “disprezzava l’onda di retorica così cara agli italiani. Le feste e gli applausi che lo accompagnavano durante le visite di Stato alle varie città del regno lo rendevano furioso. Così come lo rese furioso doversi trasferire a Roma, città che non amò mai, lui vecchio piemontese legato alle sue montagne valdostane.” Legato alle sue radici, affondate nella Gallia Cisalpina e impregnate di celtismo?
Si, volendo. E nella più schietta tradizione celtica. Vale a dire, con un affetto viscerale, esclusivo per il proprio villaggio, un affetto tollerante, con punte di sbuffante degnazione, per i villaggi vicini e affini, e con antipatia senza riserve e maldissimulato disprezzo per il resto dell’umanità nata fuori dai familiari recinti della propria etnia.
Non troppo dissimile dagli eroi di quel “village peuplé d’irréductibles Gaulois” resi noti e incancellabili da Goscinny e Uderzo, per intenderci, e senza voler mancare di rispetto a nessuno. Un cisalpino Abraracourcix, il capo della tribù e del villaggio, “majestueux, courageux, ombrageux”. Per cominciare, già nell’aspetto. Altezza torreggiante, girovita esorbitante, baffoni chilometrici. “Il re è un uomo di trent’anni, non bello, con un aspetto da Ercole, la guerra è il suo elemento”, lo descriveva Giorgio Pallavicino nel 1850 in una lettera a Daniele Manin.
La guerra, menare le mani. Ecco ancora un altro lato in comune con quei lontani confratelli gallici. “Faccia fare qualche preghiera ai suoi subordinati”, supplica una sua lettera indirizzata a un druido di metà ‘800, padre Isnardi, “onde ottenermi presto questa tanto desiderata guerra”. E al Cavour, l’8 aprile del 1959: “Sono tutto sudato dalla rabbia. Vorrei già sparare il cannone questa sera”. Il suo aiutante di campo, generale La Rocca, conferma se ancora ce ne fosse bisogno: “Era sempre impaziente di slanciarsi nella mischia. Il suo maggior piacere era quello di precipitarsi addosso al nemico”. Come Asterix e Obelix, appunto.
Altra passione dominante spartita con gli eroi di quel piccolo villaggio dell’Armorica: la caccia, i cinghiali. “Qui vado a caccia alla più non posso”, esulta in una lettera del 2 gennaio 1840 a un suo precettore, “dentro le spine o nell’acqua fin sopra la testa, l’altro giorno ci perdo quasi la testa, perché se non si fa così non vi è divertimento.” A caccia, il re se ne sta via giorni, quando non settimane, e nessuno sa dove sia. E guai a cercarlo. Tanto peggio se si tratta di importanti affari di stato. Il d’Ideville racconta della ricerca disperata condotta da un ufficiale d’ordinanza inviato dal primo ministro con un messaggio urgentissimo per il re. Il malcapitato corriere cercò il sovrano per giorni, vagando a casaccio, finché lo scoprì sulle montagne di Pinerolo, quasi al confine con la Francia. E ne ricevette un’accoglienza irritatissima. Sempre che non si ficcasse in saccoccia, senza leggerli, i messaggi urgentissimi e importantissimi. Come accadde in Valsavaranche con un messaggio del Sultano relativo a un intervento contro la Russia. Bazzecole, se confrontate con l’importanza di una caccia al cinghiale.
Catturato il suino, grande banchetto sociale all’aperto in totale assenza di etichetta, marchesi e generali mescolati a capi battitori, ospiti occasionali, cacciatori incontrati per strada, valligiani. Mancava solo il bardo Cacofonix, legato a un albero e imbavagliato.
Terzo e tutt’altro che ultimo punto in comune con gli indomiti eroi del piccolo villaggio gallico: Roma e i romani? Puah! Il 20 settembre 1870 i bersaglieri erano entrati nell’Urbe da Porta Pia, il 31 dicembre aveva avuto luogo l’ingresso ufficiale del re. Vittorio giunse nel pomeriggio. Visitò di malumore la città di Scipio, ma si rifiutò di attraversare il ponte per recarsi in Trastevere. E in quella stessa sera se ne tornò in treno a Firenze per trascorrervi la notte. Quanto aveva visto gli bastava e avanzava. Ancora più inequivocabile il suo mentore, Asterix-Cavourix, nella sua antipatia per le “altre etnie” (ma non per i loro territori). Proprio non ce l’aveva fatta a visitare le province appena conquistate. Era arrivato fino a Firenze, aveva fatto dietro-front, se ne era tornato di corsa alla sua amata città dei Taurini. Commentando, come è noto, con il segretario: «Che fortuna, caro Massari, avere fatto l’Italia prima di averla vista».
Lungibaffuto, largopanciuto, cipiglio feroce, prurito alle mani, cinghiale in spalla, partito da quel villaggetto gallico che era il Piemonte alle calcagna dello scaltro Asterix-Cavourix, senza mezzi, senza piani, forse persino senza voglia, ecco Vittorio-Abraracourcix mangiarsi foglia a foglia l’Italia tutta, pur così scondita com’era. Riservandosi l’invisa Roma come sostanzioso dessert.
E l’elmo di Scipio come trofeo e come stoviglia.
Lo stesso Abraracourcix non si sarebbe mai sognato di realizzare tanto.

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