Una enclave buddista in Europa: il popolo calmucco

Filed in calmucchi, russia, storia, storia delle etnie by del 11/10/2017
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Lungo l’antica via della seta, nelle più remote propaggini del continente europeo, a destra del basso corso del Volga e affacciata sul Mar Caspio, si estende su un territorio steppico e arido l’isolata regione della Calmucchia, appartenente a livello amministrativo alla Federazione Russa. Il nome completo della regione è Repubblica di Calmucchia, essendo uno degli 85 soggetti federali 1) che costituiscono lo Stato russo, e possiede la specifica denominazione di Repubblica, titolo che, in base alla Costituzione del 1993, le conferisce discrete libertà rispetto ad altre entità che non vantano questa dicitura.
Le 22 repubbliche all’interno della Federazione sono nominalmente autonome e possono pertanto redigere una propria costituzione, eleggere direttamente un presidente e un parlamento e riconoscere una lingua ufficiale accanto a quella russa: sono state pensate soprattutto per rappresentare la patria di specifiche minoranze etniche. Anche per quanto riguarda la Calmucchia infatti ci troviamo di fronte a un territorio abitato in prevalenza da un popolo non russo, i calmucchi, le cui origini anzi sono decisamente lontane, distanti sia geograficamente sia culturalmente. I calmucchi, dunque, portano in dote un elemento estremamente particolare, figlio della loro tradizione, che rende a tutti gli effetti l’intera regione una realtà per certi versi straordinaria e incredibilmente atipica: essi infatti professano il buddismo tibetano, sicché la Repubblica di Calmucchia rappresenta l’unico territorio su suolo europeo che segue questa religione a livello ufficiale e nazionale.

Repubblica-Calmucchia

La Repubblica di Calmucchia nella Federazione Russa.

Chi sono i calmucchi?

Per provare a spiegare la particolare eccentricità etno-culturale e religiosa, è necessario ripercorre la storia degli uomini che da secoli popolano questa affascinante terra, analizzandone avvenimenti e gesta che hanno segnato l’evoluzione del gruppo etnico, le cui vicende e risvolti più recenti hanno interessato e in parte influenzato l’intera scena politica nazionale russa.
I calmucchi sono una popolazione asiatica di origine mongolica proveniente da una vasta area a cavallo tra gli attuali Kazakistan, Russia (Siberia meridionale), Mongolia e Cina. La grande ampiezza del territorio in cui il gruppo viveva fin dagli albori della sua storia ci permettono di introdurre la sua caratteristica principale: la mobilità. Stiamo infatti parlando di un popolo nomade decisamente incline agli spostamenti e ai viaggi, elemento ricorrente nel percorso calmucco, tanto da poterla addirittura considerare una vera comunità ponte tra oriente e occidente, tra Asia ed Europa.
Nel dettaglio, i calmucchi sono un gruppo del ramo mongolico occidentale e si sono costituiti nei secoli come il braccio europeo degli oirati (“confederati”). 2) In epoca medievale abitavano ancora sostanzialmente nei territori d’origine, muovendosi in continuazione tra Kazakistan, Mongolia Esterna 3) e Cina nord-occidentale, in particolare nella regione della Zungaria. In seguito al definitivo collasso della dinastia Yuan intorno al 1368, gli oirati si distinsero come i principali antagonisti dei mongoli orientali, della dinastia Ming e successivamente di quella Qing, in una cruenta lotta per il controllo dei territori circostanti, in particolare il dominio sulla Mongolia Interna ed Esterna, che durò quasi 400 anni.

Canato-calmucco

Canato calmucco del XVII secolo.

Contemporaneamente, nella prima metà del XIV secolo i mongoli occidentali si designarono come oirati dorvod (“alleanza dei quattro”), in quanto formarono una coalizione composta dalle quattro principali tribù di mongoli occidentali: hosuud, coros, torghuud e dorvod. Costoro riuscirono a emergere tra tutti i vari clan, collocandosi come reale alternativa ai mongoli orientali, diretti discendenti patrilineari dell’eredità di Gengis Khan. Gli oirati dorvod, divenuti leader indiscussi dell’alleanza, per portare a termine i loro obiettivi militari presero l’abitudine di incorporare spesso tribù vicine (o parti di esse), in modo da rinfoltire le fila dell’esercito mongolo: questa situazione comportava una notevole oscillazione dei componenti dell’alleanza, con i clan più forti e numerosi che a turno dominavano o addirittura assorbivano completamente quelli più deboli e piccoli. Alcune di queste tribù minoritarie facenti parte della confederazione erano gli hoit, i bajad e i mangit, ma anche tribù turciche della regione come telenguet e sori, che si allearono successivamente con gli oirati dorvod.
Tutte queste tribù viaggiavano errando per le pianure steppiche ed erbose dell’Asia interna occidentale, tra il Lago Balqas, nell’attuale Kazakistan orientale, e il Lago Bajkal in Russia, a nord della Mongolia centrale. In questa zona piuttosto estesa erano soliti piantare le loro particolari tende, le yurte, elemento tradizionale e simbolico della cultura calmucca, e dedicarsi all’allevamento di mandrie, greggi, cavalli, asini e anche cammelli.
Tra i secoli XV e XVI diedero vita a un vasto impero, il più forte dell’Asia centrale; all’inizio del XVII secolo invece si verificò una netta scissione tra zungari e torghudd. I primi si stanziarono prevalentemente in quella che divenne la Zungaria – area della Cina nord-occidentale corrispondente alla metà settentrionale dell’odierna provincia autonoma del Sinkiang – e crearono un impero che si estendeva tra Xinjiang e Mongolia occidentale, in perenne conflitto con la dinastia Manciù, e fronteggiarono in seguito anche l’espansione russa.
Questa fase segna l’evoluzione dello storico conflitto tra tribù di mongoli occidentali e Cina iniziato nel XIV secolo che ebbe termine solamente nel 1757 con lo sterminio degli oirati in Zungaria, ordinato dall’imperatore Qianlong, il quale si era sentito tradito dal principe Amursana dei khoit, nobile oirato che aveva accettato la sottomissione all’autorità manciù in cambio della nomina a Khan. Con l’eccidio degli Zungari non solo terminava uno scontro secolare tra civiltà diverse, ma cadeva anche l’ultimo gruppo mongolo che era riuscito a  resistere al vassallaggio alla Cina. Con la morte dell’ultimo Khan oirato, Dawaci, nel 1759, Qianlong decretò la fine delle campagne zungare. I torghuud invece si fusero con i dorvod ai quali si sostituirono come ruolo di tribù guida tra gli oirati; e il loro capo, il mitico Khoo Orlog, decise di intraprendere una migrazione di massa di tutta la popolazione spostandosi, sempre all’inizio del XVII secolo, verso occidente.
Nonostante i racconti della ricca e fiorente letteratura calmucca, che ha il suo fiore all’occhiello proprio nelle saghe mitologiche dei grandi sovrani eroi,  l’esodo non fu dovuto a una lotta intestina con la tribù khoshuud, ma indicò una precisa volontà  del sovrano e di una buona parte del suo popolo di andare a cercare fortuna altrove.
I torghuud con i rimanenti dorvod, ai quali si unirono anche i clan khoshuud e olood, intrapresero un grande viaggio nel cuore dell’Asia giungendo fino alle steppe dell’Europa sud-orientale intorno al 1630. Queste zone non erano disabitate ma dominate dalla presenza delle temibili orde nogai, 4) che tuttavia sotto la spinta e la notevole pressione dei guerrieri oirati abbandonarono la loro patria rifugiandosi in Crimea e lungo il fiume Kuban. Gli oirati così si insediarono prima nei territori intorno al mare d’Aral, quindi lungo il basso corso del Volga, in particolare nell’area di Astrachan, a sud del delta del più lungo corso d’acqua europeo. I loro possedimenti comprendevano però un territorio decisamente più esteso che andava dal Mar Caspio, agli Urali, al fiume Terek, addirittura fino all’area centro-asiatica corrispondente all’incirca all’antica patria, dove vivevano ancora alcuni gruppi oirati che erano rimasti in quei luoghi, con i quali i rapporti erano ottimi, saldati da un profondo legame culturale.
Fu così che praticamente tutte le altre tribù nomadi delle steppe europee e dell’Asia centro-occidentale furono assoggettate senza difficoltà e divennero vassalle del Khan calmucco. I calmucchi crearono un canato e si allearono con la Russia, che accettò serenamente la loro presenza soprattutto per motivi strategici, in quanto i nuovi arrivati si erano stanziati in territori di confine e andavano così a costituire un vero e proprio stato cuscinetto, utilissimo contro le pericolose incursioni delle tribù caucasiche, prestandosi dunque come fondamentale baluardo di protezione del cuore dell’impero russo. Questa preziosa alleanza giovò anche agli stessi oirati calmucchi i quali prosperarono per circa due secoli, in particolare durante il regno di Ayuki Khan, che ottenne il titolo di Khan addirittura dal sesto Dalai Lama.

calmucchi - Ubashi-Khan

Ubashi Khan.

La situazione mutò drasticamente verso la fine del XVIII secolo, quando la continua e crescente interferenza russa negli affari locali dei calmucchi spinse l’allora Khan Ubashi, nipote di Ayuki, a progettare un nuovo spostamento di gruppo: il ritorno verso la vecchia patria in Asia centrale. Su suo ordine circa 200.000 calmucchi intrapresero un’incredibile marcia in direzione dei luoghi d’origine, che si concluse sette mesi più tardi quando una buona parte degli esuli riuscì a raggiungere gli avamposti dei “parenti” oirati in Manciuria, sulle rive del lago Balkhas e del fiume Ili, nel Turkestan cinese. 5)
Soltanto un piccolo contingente di calmucchi non portò a termine l’impresa, ma perì durante la traversata a causa delle numerose insidie come il freddo, la fame, gli stenti e gli attacchi dei predoni. La credenza secondo cui la maggior parte dei migranti calmucchi morì nel corso della marcia e furono solamente in pochi a raggiungere la Manciuria, è un’invenzione creata ad arte dalla propaganda della Russia imperiale. Indiscutibile è invece che non tutti gli oirati stanziati nei territori europei seguirono i compagni nel ritorno in Asia: alcuni rimasero bloccati durante il tragitto poiché non furono in grado di attraversare il Volga e l’Ural; altri non iniziarono nemmeno la marcia rinunciando a ricongiungersi al proprio Khan nelle terre natie, preferendo rimanere nella loro nuova casa europea e assoggettandosi all’impero. Coloro che decisero di restare si sottomisero all’autorità zarista prima e quella comunista sovietica successivamente, senza perdere tuttavia la loro particolare identità culturale di gruppo e i principali usi e costumi tradizionali: si considerarono i veri calmucchi, ovvero gli oirati d’occidente.

Nell’URSS, deportazione e ritorno

L’identità forte e caratteristica e le tradizioni del popolo calmucco non sono mutate significativamente durante le varie dominazione russe, dimostrandosi, anzi, radicate in un sostrato culturale collettivo preciso e definito che ha permesso una continuità con il passato e garantito una sopravvivenza del gruppo, mai assimilato all’etnia predominante né tanto meno fuso. Il nomadismo, principale carattere sociale distintivo del popolo, nel corso del XIX secolo è tuttavia cominciato a venir meno fino a scomparire. All’interno dell’impero, i calmucchi hanno iniziato gradualmente a costruire insediamenti fissi, abbandonando la modalità itinerante ben rappresentata dalle evocatrici yurte rotonde e facilmente trasportabili.
Sulla spinta dei cambiamenti e dei progressi storico-sociali, influenzati dal nuovo contesto geopolitico di stampo decisamente europeo in cui dovettero inserirsi, gli oirati d’occidente edificarono case e templi, e soprattutto si dedicarono ad attività stanziali come l’agricoltura e l’allevamento sedentario, ancorandosi sempre più alla loro “nuova” terra, quella che a breve sarebbe diventata la regione dei calmucchi o, più semplicemente, Calmucchia.

gulag
La Calmucchia ricevette lo status di oblast autonomo il 4 novembre 1920 e divenne addirittura repubblica autonoma nell’ambito della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa il 22 ottobre 1935. I calmucchi formavano una consistente minoranza etnica all’interno del nuovo Stato e tendevano generalmente a evitare il mescolamento con la popolazione russa. Come la maggior parte delle minoranze, non vivevano una situazione idilliaca, vennero spesso spodestati dai loro territori, nei quali erano insediati da secoli, da coloni russi e immigrati tedeschi; inoltre, durante i periodi sia zarista sia comunista vennero sottoposti a un durissimo regime di governo nel quale le loro libertà furono molto limitate.
Il malcontento dei calmucchi non si tradusse mai in aperte manifestazioni di protesta nei confronti dell’autorità centrale né in violente rivolte, tuttavia l’astio del governo socialista nei loro riguardi fu sempre costante e raggiunse livelli estremi durante la seconda guerra mondiale. I comunisti non vedevano già di buon occhio i calmucchi i quali nel 1918, al tempo della guerra civile, si erano schierati con l’Armata Bianca contro l’Armata Rossa bolscevica. Durante il secondo conflitto mondiale la tensione aumentò parecchio: la collettivizzazione forzata aveva rappresentato un incredibile disastro sociale, economico e culturale, non essendo stata minimamente accettata dall’indole calmucca, senza contare gli ostacoli rappresentati dall’ambiente secco e privo di vegetazione. Il governo centrale veniva ora visto con notevole disprezzo, tanto che una piccola parte dei calmucchi, pur non schierandosi apertamente, collaborò con gli invasori tedeschi analogamente ai tartari di Crimea.
Il risentimento locale per la dominazione comunista si tradusse nella formazione del Kalmucken Kavallarie Korps, un’unità di cavalleria al servizio delle SS che aveva il compito di pattugliare e controllare l’area. Il tradimento non venne gradito da Stalin: nel 1943, il dittatore decise di revocare immediatamente lo status di repubblica alla Calmucchia, che passò sotto il controllo diretto del governo centrale; e soprattutto, cosa più grave, a partire dal 1944 fece deportare l’intera nazione calmucca senza alcun preavviso in Siberia, su carri bestiame e in pieno inverno.
La punizione fu durissima, estremamente crudele, considerando che i calmucchi alleati dei nazisti costituivano solo una minima parte dell’intero popolo di origine mongolica. La metà dei deportati morì durante il viaggio o nei successivi anni di esilio, costretti a vivere isolati disseminati per la Siberia, dal nord all’estremo oriente passando per il Kazakistan, in condizioni igienico-sanitarie pessime. I calmucchi, abituati alle steppe dell’Europa meridionale, non si adattarono alle nuove condizioni climatiche decisamente più rigide, né li aiutò l’obbligo di vivere in villaggi che assomigliavano a veri e propri lager nei quali i calmucchi furono costretti a compiere i lavori più duri.
Le stesse donne lavoravano in condizioni terribili nelle miniere o traportando legname in un clima gelido: ciò ha comportato enormi problematiche sanitarie anche per le generazioni successive, in quanto le donne nate negli anni Cinquanta hanno riscontrato patologie genetiche comuni – dalle allergie ai tumori del sangue – manifestatesi fino a due generazioni dopo, molto probabilmente derivate proprio da queste precarie condizioni di vita.
Si è calcolato che in totale vennero deportati circa 110.000 calmucchi: un’operazione di pulizia etnica sconosciuta ai più che, come accade in questi casi, ha coinvolto civili innocenti. Con la dispersione nell’immensa e desolata Siberia, oltre all’inevitabile declino demografico, anche la lingua e la cultura hanno subìto una decadenza irreversibile.
Solamente 13 anni più tardi, nel 1957, Nikita Chruscev autorizzò ufficialmente il ritorno dei calmucchi nei territori che da secoli avevano occupato prima della deportazione. Il 9 gennaio dello stesso anno la Calmucchia tornò così a essere nuovamente un oblast autonomo e il 29 luglio 1958 una repubblica autonoma della RSSF.
Anche gli anni immediatamente successivi al rientro non furono facili, poiché i territori erano stati occupati da altri immigrati russi e ucraini che si erano appropriati di case e terre coltivabili, e non se ne andarono. Così molti cittadini calmucchi dovettero ricostruirsi e riadattarsi a nuove condizioni e stili di vita, iniziando a svolgere anche lavori differenti rispetto a quelli tradizionalmente legati all’agricoltura. Per di più, una cattiva pianificazione agricola e progetti di irrigazione non efficienti contribuirono all’aumento della desertificazione nella regione, causando l’incremento di problematiche ambientali e gravi crisi economiche.
Il governo fece costruire numerosi complessi industriali, impianti che avrebbero dovuto rilanciare l’intero settore produttivo locale, ma non risultando redditizi vennero abbandonati. La dissoluzione dell’Unione Sovietica comportò ulteriori danni al settore economico, che si rifletté anche sulla popolazione della Calmucchia, landa sempre più priva di risorse e di servizi adeguati, dove regnavano i problemi sociali e cresceva il fenomeno dello spopolamento con gli abitanti che preferivano la via dell’emigrazione verso i grandi centri urbani della Russia settentrionale.
Dopo la caduta dell’URSS, dal 31 marzo 1992 la Calmucchia ha continuato a godere del riconoscimento ufficiale di repubblica anche all’interno della neonata Federazione russa. Nel 1993 è stato nominato presidente Kirsan Iljumzinov, il quale ha avviato un ampio ma decisamente controverso programma di riforme volto a migliorare le condizioni di vita locali, che di fatto non ha risolto le difficoltà dei calmucchi.

Calmucchi-cantastorie

Un cantastorie narra lo Jangar.

Lingua ed etnonimici

La popolazione calmucca ha da sempre parlato il calmucco, idioma estremamente affine alla lingua mongolica di cui fa parte. Il calmucco appartiene infatti ramo altaico della grande famiglia linguistica uralo-altaica, nel sottogruppo orientale tra quelle mongoliche. Robert G. Gordon Jr l’ha dunque classificato nel gruppo ojrad-khalkha, mettendo in luce le strettissime correlazioni con il mongolo dal quale avrebbe tratto origine. Altri linguisti invece, tra cui Nicholas N. Poppe, hanno collocato il gruppo di idiomi calmucco-oirati nel ramo occidentale delle lingue mongole, sostenendo la teoria che il gruppo si sia sviluppato in modo sostanzialmente autonomo e debba quindi essere considerato a parte.
Un ulteriore passo fatto dallo stesso Poppe propone che le stesse lingue calmucche e oirate, nonostante presentino pochissime differenze fonetiche e morfologiche, siano due idiomi diversi. Le discrepanze più rilevanti si trovano nel lessico: il calmucco, con il passare dei secoli, ha incorporato anche parole di origine russa e tatara, e soprattutto per questo motivo dovrebbe essere ritenuto una lingua a sé, separata da quella oirata. Questa posizione è comunque minoritaria all’interno del panorama di studi etno-linguistici. Confrontando il calmucco e il mongolo, è impossibile non comprenderne l’eccezionale somiglianza e negare una stretta parentela tra le due, se non una diretta discendenza. Le difformità risiedono principalmente nella fonetica: le forti e dure consonanti occlusive del mongolico lasciano spazio ad altrettante leni nel calmucco, mentre le vocali labiali generalmente sono associabili ai suoni palatalizzati del mongolico.
I calmucchi, al momento della grande migrazione transcontinentale che li ha portati dal cuore dell’Asia all’Europa caspica, erano divisi come detto in numerose tribù che parlavano dialetti tra loro molto simili, confluiti in un unico idioma che si è sviluppato in maniera indipendente nella nuova patria, subendo contaminazioni esterne che hanno plasmato il calmucco odierno parlato nella Repubblica.
All’epoca dei primi flussi migratori i dialetti tribali più importanti erano torghuud, dorvod e buzava, che a grandi linee coincidevano con i rispettivi clan più influenti; dialetti minori si identificavano nell’hosuud e nell’oold. A livello di distinzioni linguistiche generali le variazioni non erano così significative da poter parlare di lingue differenti. Una considerazione interessante è comunque quella che vede la lingua russa influenzare il calmucco (chiamato anche oirato del Volga) in misura inferiore rispetto agli idiomi parlati da altre minoranze etniche all’interno dello Stato, a causa del carattere nomade dei calmucchi, elemento peculiare, che ha permesso di distinguerli da chiunque altro, testimonianza di una società composta da tribù pastorali itineranti che per secoli ha ripudiato la sedentarietà.
Sorte differente è toccata a una costola dei calmucchi, discendenti anch’essi da dordov e torgud, che dalla regione del Volga raggiunsero il distretto di Sal’sk nella valle del Don, dove proprio per via del dialetto leggermente diverso iniziarono a essere chiamati “buzava” o calmucchi del Don. Il dialetto buzava infatti si è sviluppato in seguito a un rapporto di ferrea interrelazione con i russi, venendone profondamente influenzato e in parte addirittura modificato. In questa specifica area nel 1978 il governo zarista riconobbe i calmucchi come “cosacchi del Don”, 6) a livello amministrativo e militare. L’eccezionale presenza di parole di origine russa nel dialetto buzava, soprattutto se paragonato all’oirato del Volga, testimonia la palese integrazione di questo ramo del gruppo nella società slava della zona del Don.
La lingua calmucca, così come la cultura, hanno subìto un doloroso processo di arresto e dismissione a partire dalla seconda guerra mondiale: tutti, anche coloro che erano impegnati a combattere al fronte nelle fila dell’esercito sovietico, furono esiliati e confinati in Siberia e in remote propaggini dell’Asia centrale, sparpagliati e dispersi in territori enormi ed isolati, dove fu loro vietato parlare la propria lingua nei luoghi pubblici. Il calmucco addirittura non venne più ufficialmente insegnato alle nuove generazioni, avviando un declino culturale e linguistico inesorabile. Durante il periodo di confino i calmucchi furono dunque obbligati a parlare russo, tanto che al momento del loro ritorno in Calmucchia nel 1957 parlavano e pubblicavano libri essenzialmente in russo. Le nuove generazioni avevano imparato come prima lingua quella russa e non quella della loro reale patria.
L’inevitabile decadenza dell’intero impianto etnico calmucco ha suscitato grande preoccupazione tra i cittadini e gli intellettuali, che hanno iniziato a intravedere la triste ma concreta possibilità di estinzione soprattutto dell’idioma natìo. Recentemente sono stati avviati progetti e politiche mirate da parte del governo della Repubblica per tentare il recupero e la rivitalizzazione della lingua: sono state approvate leggi riguardanti l’utilizzo dell’idioma sulle insegne dei negozi, dove i termini “entrata” e “spingere/tirare” devono obbligatoriamente essere scritti in calmucco e non in russo. Tuttavia anche questo processo ha subito una brusca frenata negli ultimi anni: per esempio, la compagnia di teleradiodiffusione russa ha sensibilmente tagliato il tempo dedicato ai programmi esclusivamente in lingua calmucca, sia in radio sia in tv, preferendogli programmi in inglese per ridurre i costi di produzione.
Attualmente i parlanti sono circa 500.000 distribuiti tra Repubblica di Calmucchia, Mongolia e Cina.
Per quanto riguarda il sistema di scrittura, nel XVII secolo un monaco lamaista della tribù hosuud, Zaya Pandita, inventò un alfabeto chiamato Todo Bichig ovvero “alfabeto chiaro”, basato su quello classico mongolo adattato sulla lingua oirata. Verso la fine del XIX secolo e nei primi anni del XX il Todo Bichig cadde sempre più in disuso e i calmucchi lo abbandonarono definitivamente nel 1923 quando introdussero l’alfabeto cirillico russo. Intorno agli anni trenta alcuni studiosi dell’idioma calmucco iniziarono a utilizzare una sorta di alfabeto latino leggermente modificato, che non ebbe tuttavia un’ampia diffusione: al giorno d’oggi sono usati entrambi, anche se con una netta preferenza per quello cirillico. Nella versione scritta il calmucco presenta forti somiglianze anche con elementi propri delle lingue ugriche e turche, facenti entrambe della grande famiglia uralo-altaica, le prime del ramo uralico, le seconde altaico.
Il termine “calmucco” è di origine turca e significa “resti”, “restare”; i russi iniziarono a utilizzarlo per designare le tribù immigrate nei territori del basso Volga intorno al XVI secolo, avendolo appreso dai tatari. Quanto a oyirad (oirati), è invece di origine mongola e i russi cominceranno a usarlo solamente qualche secolo più tardi. La genealogia e l’evoluzione di “calmucchi” è sostanzialmente avvolta nel mistero, tanto che possiamo osservare come la parola venga citata da più fonti nel corso dei secoli, ma tutte diverse e senza un filo conduttore o uno schema di continuità logica. Si ipotizza che tribù turche lo avrebbero utilizzato già dal XII secolo, mentre la prima persona ad averlo ufficialmente associato agli oirati sarebbe il geografo arabo Ibn al-Wardi nel XIV secolo. In quello successivo furono i khoja di Khasgaria a impiegarlo per descrivere gli oirati. Dalle fonti russe scritte risulta comparire dal 1530, spesso associato al termine tatari (“tatari colmacchi”). Negli stessi anni il cartografo Sebastian Muenster tratteggiò il territorio dei “kalmuchi” in una mappa della sua Cosmographia, pubblicata nel 1544.
Gli stessi calmucchi in epoca medievale e moderna sembrano privilegiare l’autodefinizione di oirati, non accettando inizialmente il termine calmucchi. Gli studi per rintracciare l’esatta etimologia sono stati molteplici, dal celebre orientalista Peter Simon Pallas fino ai ricercatori odierni. Il significato del nome è stato traslato, per renderlo più adatto a una popolazione, in quello di “coloro che sono rimasti” trovando riscontro in numerosi episodi delle vicende calmucche.

calmucco-todo-bichig

Manoscritto in Todo Bichig del XIX secolo. Questa scrittura si sviluppa in colonne verticali che vanno dall’alto al basso e da sinistra a destra. Ciascuna lettera ha una forma particolare a seconda di dove è collocata all’interno di una parola. Esistono segni speciali per indicare alcune combinazioni di lettere.

Alcuni hanno sostenuto che il nome sia stato dato agli oirati in un periodo precedente alla migrazione europea, quando il gruppo decise di restare nella regione dell’Altaj, territorio situato nella Siberia meridionale incastonato tra i confini con Kazakistan, Cina e Mongolia, grosso modo nelle loro terre ancestrali, mentre altri tribù turciche limitrofe scelsero di emigrare verso ovest. Un’altra ipotesi fa riferimento al fatto che i calmucchi fossero già gli unici buddisti a vivere in un’area a netta prevalenza musulmana. Infine altri studiosi sono convinti che il nome venne attribuito agli oirati successivamente in relazione al ritorno voluto da Ubashi nella madrepatria centro-asiatica nel XVIII secolo, quando una fazione decise invece di rimanere nelle steppe europee non seguendo il proprio Khan. Nessuna di queste teorie è stata comprovata in maniera completa e definitiva riuscendo a prevalere nettamente sulle altre, in quanto risultano tutte fondate o correlate a fatti storici che hanno scandito le vicende di questo popolo.
Una cosa certa, invece, è la consapevolezza da parte dei mongoli orientali di non considerare affatto gli oirati come mongoli, nonostante le evidenti affinità etno-culturali. Lo stesso nome “mongoli”, il titolo di “Khan” e la prestigiosa eredità storica derivante da tali epiteti veniva vista dai mongoli orientali come una prerogativa esclusiva di se stessi, da associare solamente alle tribù khalkha, chahar e tumed, in quanto ritenuta un diritto di nascita, dato che solo le loro discendenze risalivano direttamente alla dinastia Yuan mongola e al suo progenitore, il celebre e mitico Gengis Khan. Una pretesa in vigore fino alla prima metà del XVII secolo, con tutti i clan orientali che usufruirono dei suddetti titoli godendo dei benefici da essi derivanti, in particolare in ambito di prestigio politico. In realtà – anche se in quella fase non poterono fregiarsi dei titoli di “nobiltà” a causa dell’indiscussa supremazia dei parenti orientali – gli stessi oirati erano ben consapevoli dell’esistenza di un solido legame tra loro e i vicini, e soprattutto con Gengis Khan, poiché Khasar, fratello del leggendario condottiero, si era distinto ottenendo il comando della tribù hosuud.
A partire dalla seconda metà del XVII secolo, anche gli oirati cominciarono a vantare la diretta discendenza dall’antico leader e a impiegare apertamente i termini khan e canato per i loro capi e le loro organizzazioni socio-governative. Quando i mongoli occidentali iniziarono ad autodefinirsi oirati dorvod, come risposta i gruppi orientali si definirono mongoli dochin, ovvero “quaranta mongoli”, a testimonianza della convinzione di possedere 40 tumen (unità di cavalleria composta da circa 10.000 cavalieri) a differenza dei soli 4 tumen posseduti dai dorvod. Semplicemente si trattava di un altro modo per distinguersi dagli oirati.
Tuttavia attorno al 1690 furono proprio i costanti attacchi, violenti ed efferati, degli zungari (i successori dei poco considerati oirati dorvod) a costringere i principi dei più importanti clan mongoli orientali ad accettare la sottomissione del proprio popolo, stanziato nella Mongolia esterna, alla Cina Manciù in cambio di protezione. Un ulteriore collegamento tra mongoli occidentali e Gengis Khan è stato evidenziato da Paul Pelliot, che tradusse torghuud con garde de jour, in quanto il loro nome doveva derivare dal ricordo del corpo di guardia personale del sovrano. L’ipotesi alternativa è che il nome torghuud sia riconducibile ai keraiti – tra i quali esisteva una guardia quotidiana del capo (garde de jour) – una delle più antiche tribù turco-mongole originarie degli oirati insieme ai najman e ai merkit, che erravano per l’Asia interna occidentale prima della conquista di Gengis Khan.
In conclusione qualunque sia il nome (calmucchi, oirati, khalkha, buriati…) e l’origine, è pacifica e innegabile una strettissima relazione di parentela tra tutte le popolazioni di lingua mongola, dal momento che condividono caratteristiche fisiche simili identificabili nei tratti mongoloidi, parlano idiomi decisamente affini tra loro, aderiscono in genere al buddismo tibetano e hanno conservato per secoli usi e costumi tradizionali simili, nonostante miriadi di guerre fratricide ed esodi di migliaia di chilometri.
Proprio la recente pubblicazione di una ricerca genetica ha corroborato l’origine mongola dei calmucchi, sottolineando le somiglianze genetiche e constatando che la migrazione dei calmucchi ha coinvolto un numero imponente di persone che, rispetto ad altri gruppi euroasiatici provenienti dalle steppe siberiane, una volta giunte nei nuovi territori non si sono mescolate né fuse completamente con i russi e gli altri est-europei.

Nomadismo, yurte e lamaismo: pilastri della società calmucca

Il carattere principale dell’impianto culturale della popolazione calmucca è stato per secoli il nomadismo, elemento che ha plasmato una particolare tipo di organizzazione socio-politica propria del gruppo. Fin dai tempi più antichi tutti i clan oirati hanno condotto vita nomade, concentrando di conseguenza l’economia interamente sull’allevamento itinerante di buoi, pecore, cavalli, asini e cammelli, a seconda di cosa fosse più conveniente in base alla latitudine alla quale si trovavano in quel momento, e sulla caccia e pesca. Lo testimonia in modo significativo uno dei proverbi più diffusi: “Dove tu hai acceso il fuoco, là è la tua casa, dove tu hai legato il cavallo, là è il pascolo”. Solo una volta incorporati nell’impero zarista e nello Stato russo, i calmucchi sono lentamente passati a uno stile di vita sedentario, dedicandosi anche all’agricoltura. Sempre all’epoca delle migrazioni invece era meglio distinguibile la frammentazione in tribù, dove ogni clan era governato da un capo anziano.
Alcune decine di famiglie che si riconoscevano discendenti da un capostipite comune erano solite organizzarsi confederandosi e spostandosi insieme per la steppa, costituendo così una vera e propria comunità nomade unita, chiamata dhoton. L’unione di diversi dhoton andava a comporre una più ampia comunità di tribù (ajmak), alcuni ajmak formavano un ulus. Questa stratificazione gerarchica tra i diversi livelli aggregativi che ricordano una matrioska – tra i quali emergevano le figure del capo dell’ajmak, rappresentato da un giovane ereditario zajsang, e a capo dell’ulus il principe-condottiero chiamato nojon – perdurò in territorio russo fino al 1892.

Calmucchi-yurta
I calmucchi vivevano in particolari e originali yurte denominate kibitka: si trattava di tende di feltro stese su un’intelaiatura di legno con una forma cilindrica ma con la cima conica, di facile montaggio e smontaggio, in quanto dovevano essere piantate in una zona per breve tempo e soprattutto andavano trasportate agevolmente anche per lunghi viaggi.
Durante l’inverno i calmucchi sceglievano un luogo ideale, per posizione e risorse, e trascorrevano l’intera stagione tenendo il bestiame al riparo in un apposito spazio chiuso e recintato e vivendo in abitazioni primitive realizzate con mattoni di terra (argilla miscelata con concime e paglia). L’arredamento interno di una yurta non era particolarmente elaborato: un letto basso accanto al quale stava una cassa dove venivano conservati gli oggetti di valore e gli altrettanto preziosi idoli burchan, di fronte un tavolo di modeste dimensioni dorato e intagliato con tazzine d’argento o rame, dal profondo significato rituale.
Al centro della tenda sorgeva il focolare, luogo sacro e anch’esso straordinariamente simbolico, e la caldaia dove si cuocevano i cibi. Il fumo usciva grazie a un’apertura posta nella parte superiore che fungeva anche da illuminazione facendo filtrare la luce naturale. La yurta rappresentava l’oggetto materiale più importante della cultura calmucca quanto a presenza e utilizzo, ma aveva un altrettanto fondamentale valore simbolico, incarnando alla perfezione il carattere nomadico che era alla base e reggeva l’intera organizzazione sociale.
Per quanto riguarda il vestiario gli uomini erano soliti indossare una camicia di tela e sopra un besmet, un soprabito allacciato in vita da una cintura di cuoio, alla quale era attribuita notevole importanza sociale. Durante la stagione invernale sopra il besmet veniva messa una pelliccia di montone molto pesante, adatta ad affrontare le intemperie delle zone più fredde, insieme a stivali alti e ferrati. Le donne indossavano una lunga blusa e larghi calzoni con particolari berretti gialli bassi con una visiera nera chiamati machass, rimpiazzati nei giorni di festività da altri di stoffa lucida dorata con una frangia rossa.
I cibi più consumati erano ovviamente i prodotti della caccia e della pesca, tra cui il più prelibato era il castrato, spesso accompagnato da grandi quantità di tè. Gli uomini si occupavano della caccia, della custodia del bestiame e, con la crescente sedentarizzazione, dell’agricoltura, mentre le donne prettamente delle attività domestiche.
La società calmucca era da sempre fortemente patrilineare; la poligamia, nonostante fosse permessa e tollerata, non veniva tuttavia mai praticata.
Quanto alla letteratura i calmucchi ne hanno sviluppata una propria di notevole interesse a partire dalla tradizione orale dei tempi antichi che prediligeva l’epopea eroica, incentrata su leggende che narravano le incredibili gesta degli eroi popolari attraverso grazie ad appositi cantori. Notevole anche il patrimonio scritto composto da codici legali, resoconti storici, poesie, ma soprattutto dal poema Dzangar, il più celebre e significativo.
A differenza del nomadismo che per secoli ha condizionato l’organizzazione sociale del gruppo fino al raggiungimento della sedentarietà, l’àmbito religioso, che costituisce l’altro aspetto fondamentale dell’intero complesso culturale, è ancora profondamente vivo: rappresenta una significativa e curiosa eccezionalità considerando il contesto europeo nel quale la Repubblica di Calmucchia è inserita. I calmucchi infatti professano da secoli il buddismo tibetano lamaista, e la loro regione risulta pertanto l’unica in Europa in cui la maggioranza della popolazione segue questa religione. Inizialmente, prima della loro conversione di massa, erano animisti e praticavano lo sciamanesimo. Nella prima parte del XVII secolo abbracciarono il buddismo Vajrayana e ne sono tuttora ferventi seguaci, attenendosi agli insegnamenti del lignaggio Gelugpa, ovvero la “via virtuosa”.
La Gelugpa, nota in particolare in occidente come setta dei berretti gialli, nome invece poco utilizzato dagli stessi fedeli e dai tibetanologi, è una scuola di buddismo tibetano fondata dal lama Tsongkhapa nel XIV secolo riformando interamente la disciplina monastica e introducendo le grandi dottrine del Mahayana e Vajrayana. Le novità consistevano in una maggiore rigidità nell’ambito della vita monastica, abiurando la pratica di certi costumi come il matrimonio e l’assunzione di sostanze alcoliche, insieme a una generale riduzione dei rituali e del tantrismo (insegnamenti spirituali fondati su principi quali immanenza, trasmissione e segretezza). Il Vajrayana preferì concentrarsi sull’approfondimento discorsivo, sugli esercizi di logica e sulla meditazione.
I calmucchi ancora oggi amano definirsi lamaisti suggellando esplicitamente un ferreo legame con la figura centrale dal Dalai Lama: l’origine di questa fortissima relazione può essere rintracciata negli stretti contatti che gli oirati cominciarono a intessere, sempre nel XVII, secolo con il Tibet oltre che con la Mongolia. Attualmente la scuola di Gelugpa incorpora il 90% del monachesimo tibetano che non segue alcun tipo di ordine gerarchico: in ogni comunità di fedeli l’ordinazione è basata sul grado di anzianità, e lo stesso Dalai Lama non rappresenta una sorta di “papa” buddista, ma è semplicemente il capo spirituale dei gelugpa.
In generale la religione buddista non persegue la volontà costrittiva ed esasperata di unità all’interno della fede, ma tollera numerose tradizioni, strade e vie per provare a raggiungere l’illuminazione. Ciò che invece non è proprio consentito è qualsivoglia genere di intolleranza nei confronti degli altri, in quanto principio contrario allo spirito fondamentale del Dharma, la regola, la legge universale naturale. Infatti a questa fede va indubbiamente riconosciuta la preziosa qualità dell’apertura, dell’armonia e del dialogo, in condizioni di reciproco rispetto, anche con altre religioni profondamente differenti.
La stragrande maggioranza dei calmucchi è buddista; esistono comunque esigue minoranze che non praticano il lamaismo: i calmucchi-sarti, residenti nel Kirghizistan, professano l’islamismo, in Russia invece una piccola parte si è convertita al cristianesimo ortodosso nel XVIII secolo, altri sono diventati musulmani o ebrei, quest’ultimi adottando in particolare la forma di giudaismo definita caraita.

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Il Tempio d’Oro a Elista.

La Repubblica di Calmucchia: un rilancio problematico

Le terre del basso Volga dove anticamente erano emigrati gli oirati costituiscono ancora oggi l’area della Repubblica di Calmucchia, estesa per circa 75.000 kmq, che fa parte del circondario federale meridionale della Federazione Russa. La Repubblica confina a sud con il Daghestan, 7) a sud-ovest con il territorio di Stavropol, a ovest con l’oblast di Rostov, a nord-ovest con quello di Volgograd, a nord-est con quello di Astrachan e a sud-est è bagnata dal Mar Caspio. È inserita nella regione economica del Volga che scorre nei pressi della zona nord-orientale del territorio segnandone in una piccola parte il confine con Astrachan.
La Calmucchia appare marcatamente divisa in due differenti zone: quella occidentale dominata dalla presenza dei Colli Ergheni, sollevamenti terziari di modeste dimensioni (massimo 200 m) dove sono frequenti i depositi di löss e cernoziom; la sezione orientale è invece interamente pianeggiante, coperta da depositi lacustri e fluviali aralo-caspici del post pliocene e termina nella parte occidentale della depressione caspica.
Nonostante la Calmucchia sia situata non lontano dai grandi fiumi russi, il cuore del suo territorio si mostra invece steppico, con numerosi tratti addirittura in via di desertificazione. I corsi d’acqua presenti si esauriscono rapidamente e molti altri, insieme a piccoli laghi e stagni salmastri nei pressi del Caspio, risultano quasi totalmente prosciugati, incrementando ulteriormente il problema della scarsità idrica. Il clima è dunque arido e secco e in alcune zone desertico, con notevoli sbalzi di temperatura e grande siccità. La vegetazione appare scarsa, una mescolanza di specie proprie della Russia meridionale e dei deserti dell’Asia centrale.
Le difficili condizioni geo-morfologiche e climatico-ambientali non hanno aiutato gli abitanti e il loro sviluppo economico, in un territorio scarso di risorse naturali. Nel secondo dopoguerra il ritorno dei calmucchi dalla Siberia non fu facile: il governo centrale scelse un piano di sviluppo industriale che costellava il territorio di grandi fabbriche da affiancare alle uniche fonti produttive regionali, consistenti nell’agricoltura e nell’allevamento, per rilanciare l’economia della Repubblica. La pianificazione collettivista non ebbe fortuna e finì per peggiorare le problematiche economiche: una progettazione agricola e irrigatoria decisamente sbagliata si rivelò addirittura controproducente anche a livello ambientale e sociale, accelerando la desertificazione del suolo e alimentando un costante spopolamento che rese definitivamente la Calmucchia una realtà desolata e deprimente, carente di materie prime, infrastrutture e servizi.

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La scacchiera all’aperto costruita nella capitale Elista.

Dopo il crollo dell’URSS e la nascita della Federazione Russa si è assistito a un ulteriore tentativo di rivitalizzazione dell’area intrapreso soprattutto dall’azione politica del magnate Kirsan Iljmzinov, ricco uomo d’affari che nel 1993 è stato eletto presidente della Repubblica di Calmucchia. Originario della regione, si era distinto subito dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica come imprenditore nel campo delle risorse energetiche (petrolio e gas naturale), diventando in pochissimo tempo uno degli uomini più potenti dello Stato. Personaggio controverso e oltremodo eccentrico, ha sostenuto più volte di essere stato prima rapito e poi liberato dagli ufo, si è impegnato per avviare programmi di completa rigenerazione dell’apparato economico locale quanto di recupero della cultura calmucca, nella lingua e negli usi e costumi tradizionali. Un suo slogan, indicativo per comprenderne personalità e strategie, recitava la volontà di dotare ogni pastore di un cellulare entro la fine della legislatura, inserito direttamente nel programma elettorale come una vera e propria promessa.
Le riforme principali hanno riguardato il tentativo di riconversione delle numerose fabbriche del periodo sovietico in nuovi spazi funzionali alle attività agricole, da sempre unico motore produttivo locale, e nel terziario, soprattutto nel turismo. Sono stati fatti investimenti anche nel secondario volti a sviluppare il settore energetico, ma con scarsi risultati. Tutte queste iniziative hanno rappresentato sostanziali fallimenti e l’operato del presidente non ha propriamente riscaldato gli animi dei cittadini, che hanno iniziato a considerare le sue promesse fini a se stesse se non fasulle e i suoi piani assurdi e insensati.

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Ragazze calmucche indossano vestiti ispirati ai pezzi degli scacchi.

Iljmzinov, che dal 1995 è anche presidente della FIDE (la principale organizzazione scacchistica internazionale), ha speso cifre imponenti per realizzare a Elista, capoluogo della Repubblica, la “città degli scacchi”, un quartiere interamente trasformato in villaggio residenziale dominato dalla presenza di lussuose abitazioni, tra le quali si stagliano piccole statue che raffigurano i pezzi della scacchiera insieme a un vero e proprio palazzo degli scacchi che sovrasta la scena. Quest’opera è stata concepita per testimoniare ed esaltare l’hobby preferito dei calmucchi, vero sport nazionale e carattere distintivo della popolazione, in occasione delle olimpiadi di scacchi del 1998 e rappresenta il principale intervento attuato dal presidente.
Chess City ha conferito a Elista l’effimero titolo di capitale mondiale degli scacchi, e secondo molti cittadini ciò sintetizza perfettamente lo spirito del presidente, impegnato a promettere all’apparenza grandi interventi che si traducono però in risultati più formali che sostanziali per migliorare le condizioni socio-economiche del territorio. Alcuni hanno addirittura sostenuto l’inutilità della città degli scacchi, ritenuta invece da Iljumzinov il gioiello del suo operato e un punto di partenza per lo sviluppo. Dal governo fanno sapere che gli scacchi costituiscono davvero uno dei motori per risollevare l’intera area, sia come attrattiva turistica sia come strumento di “potenziamento intellettuale” per le nuove generazioni, obbligate a praticarne l’arte anche a scuola. Al contrario i suoi oppositori, forti degli scarsi risultati che ha dato negli anni questa linea politica (emblematiche le scacchiere pubbliche spesso deserte e il bassissimo numero di visitatori), dispongono di valide ragioni per bollare queste iniziative come mere dimostrazioni propagandistiche.
Iljumzinov ha indubbiamente contribuito al recupero di numerosi edifici religiosi, investendo molto nella costruzione di più di trenta templi buddisti che sono sparsi su tutto il territorio della Repubblica, tra i quali svetta quello di Elista, il più grande e incantevole d’Europa. A partire dal 1941 i buddisti calmucchi avevano dovuto subire le persecuzioni di Stalin, e templi e monasteri erano stati chiusi o distrutti. Negli ultimi anni, invece, il processo di rivitalizzazione della cultura tradizionale ha ripreso vigore per poi fermarsi nuovamente, soprattutto in ambito linguistico. I calmucchi sono ancora oggi quasi totalmente buddisti e professano liberamente la loro religione senza impedimenti né restrizioni. Nonostante le difficoltà per salvaguardare la lingua calmucca da parte delle autorità centrali, una schiera di giovani risulta comunque ancora interessata a recuperare le proprie tradizioni e imparare il calmucco: nel tempio buddista di Elista vengono frequentemente organizzati corsi di lingua gratuiti. Iljumzinov, rimasto in carica fino al 2010, ha anche finanziato l’edificazione di una cattedrale cattolica, costruito una moschea, una sinagoga e alcune chiese ortodosse.
Negli ultimi anni la situazione della Calmucchia non è significativamente migliorata: l’economia continua a essere incentrata sul settore primario con la coltivazione di cereali e foraggi, l’allevamento ovino e la pesca, mentre le uniche risorse minerarie (carbone, petrolio e gas naturale) non sono presenti in quantità tali da trainare l’intero apparato produttivo. Il settore secondario appare ancora poco sviluppato, fatta eccezione per le industrie alimentari e tessili, concentrate esclusivamente nel capoluogo, e quelle per la trasformazione del pesce a Kaspijski, seconda città più importante della regione dopo Elista, affacciata sul Mar Caspio.
Numerose sono ancora le fabbriche abbandonate nella steppa che, insieme a fattorie e villaggi disabitati, testimoniano l’esodo, tuttora attivo, dei calmucchi verso i grandi centri della Russia occidentale, fotografando uno scenario desolante in un paesaggio malinconico e spopolato.
I dati relativi al turismo non hanno fatto registrare significativi progressi: le uniche iniziative che attraggono visitatori sono le festività legate al folklore locale, allorché la gente celebra l’attaccamento alla tradizione cimentandosi in antiche danze. L’evento più importante è sicuramente il festival dei tulipani di Elista che attira artisti e musicisti ed è dedicato a questi fiori diffusissimi sul territorio: per ammirarli vengono organizzati specifici tour, in particolare in aprile e maggio, nelle apposite aree protette. Esistono infatti diverse riserve naturali, nelle quali vengono comunque praticate caccia e pesca.
La Repubblica è oggi costituita da 13 rajon (distretti) e un circondario urbano, con solo 3 centri abitati che si possono fregiare dello status di città, a testimonianza di una realtà ancora profondamente agreste e rurale. La Calmucchia conta circa 280.000 abitanti di cui più della metà sono di origine calmucca, mentre i rimanenti sono di etnia “russa”. In questo contesto complicato e tetro è da segnalare invece un recentissimo tentativo di collaborazione commerciale: nel febbraio di quest’anno una delegazione di imprenditori veneti si è recata a Elista per incontrare un impresario locale, Juri Megmerov, e iniziare una cooperazione riguardante progetti comuni d’investimento e sviluppo nel settore agro-caseario. I veneti sono stati successivamente accolti anche dalla ministra dell’Economia e dello Sviluppo che si è dichiarata entusiasta dell’iniziativa e favorevole alla collaborazione straniera per risollevare l’economia calmucca, che nel 2016 ha mostrato flebili segnali di risveglio con un incremento del 7,6% nella produzione agricola e del 9,6% in quella industriale.

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Il ministro dell’Economia, Zoya Sandzhieva.

Per assicurare una crescita costante e duratura sarebbero necessari imponenti cambiamenti strutturali soprattutto nell’ambito della gestione statale, parallelamente per l’appunto a partnership e investimenti dall’estero. Il governo si sta dunque adoperando per aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione in modo da creare condizioni più favorevoli per gli affari giungendo finalmente a risultati concreti. Radicata è la convinzione che la situazione in quanto a risorse endogene non sia così tragica, ma le poche potenzialità siano state decisamente mal gestite: settore agroalimentare ed energetico, ma anche industria leggera e turismo, potrebbero garantire, se sfruttati nel modo corretto, buoni punti di partenza per un rilancio economico complessivo. Nel caso degli imprenditori veneti l’auspicio del governo calmucco è quello dell’avvio di progetti congiunti a partire dall’industria alimentare (considerando la produzione locale di materie prime di alta qualità come pelle, lana e carne) per poi, in caso di esiti soddisfacenti, spostarsi anche verso industria leggera ed energie rinnovabili. Sicuramente questo progetto rappresenta un passo avanti rispetto al recente passato e potrebbe finalmente smuovere e accendere il motore calmucco, contribuendo eventualmente al miglioramento delle condizioni di vita di un popolo che ha già sofferto terribilmente in passato e vive in un territorio modesto in termini di risorse.
Non ci è dato sapere se in un futuro prossimo potremo parlare della Calmucchia come di una regione dinamica, densamente popolata, florida e con adeguate strutture e servizi, allontanando le classiche immagini di luogo periferico, lontano dai centri urbani e dal potere occidentale, desolato, semidesertico, malinconico e misero. Comunque vada, difficilmente verrà meno l’innegabile fascino della popolazione calmucca che, con le sue origini lontane nel tempo e nello spazio, la sua storia quasi millenaria e la sua “lontana” religione, si presenta come una manifestazione culturalmente unica e irripetibile nel territorio europeo.

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Bandiera della Repubblica calmucca.

 

N O T E

 

1) La Federazione Russa, in base alla Costituzione del 1993, risulta formata da 85 soggetti federali: 46 oblast (regioni, tipologia più comune, ulteriormente suddivisi in distretti chiamati rajon, eleggono il governatore locale), 22 repubbliche (nominalmente autonome, con le maggiori libertà politiche), 9 kraj (simili agli oblast, di norma territori di frontiera), 4 circondari autonomi (dedicati a minoranze etniche e dipendenti direttamente da un oblast o un kraj di cui fanno parte), 1 regione autonoma (Oblast autonomo ebraica) e 3 città federali (Mosca, San Pietroburgo e Sebastopoli, le città più importanti che funzionano come regioni separate).
2) Oirati è il nome con cui si è soliti identificare le popolazioni, native dell’Asia centrale, di stirpe mongolica che all’inizio del XVII secolo emigrarono in massa raggiungendo le steppe della Russia europea, dove assunsero il nome di calmucchi. Costituiti da numerose tribù, nel loro insieme vengono anche definiti mongoli occidentali, per differenziarli da quelli orientali, i veri discendenti di Gengis Khan.
3) La Mongolia Esterna era una regione amministrativa al tempo della dinastia Qing e corrispondeva a grandi linee al territorio dell’odierno Stato della Mongolia. Il termine non è da confondere con “Mongolia Interna”, che è invece ancora oggi una regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese confinante con lo Stato della Mongolia e con la Federazione Russa.
4) I nogai sono una popolazione di origine turca, chiamati anche mongoli caucasici, che al momento dell’arrivo degli oirati era stanziata nei territori del basso Volga. La pressione degli oirati li costrinse a spostarsi a sud nell’attuale Daghestan, dove vivono ancora costituendone una minoranza etnica. Discendenti dai kipchaki, si fusero con i conquistatori mongoli orientali formando l’Orda Nogai. Parlano il nogai, di derivazione turca e sono di fede musulmana sunnita.
5) Il Turkestan è una regione storica dell’Asia centrale, tradizionalmente abitata da popolazioni di origine turca. Si suddivide in occidentale e orientale (o cinese) che coincide con la regione autonoma uigura dello Xinjiang, nella Repubblica Popolare Cinese. Nel suo complesso la regione ha carattere sovranazionale in quanto abbraccia diversi Stati odierni come Afghanistan, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Iran.
6) Con il termine cosacchi si fa riferimento a un’antica comunità militare dell’Europa orientale che abita le steppe situate tra Russia e Ucraina. Inizialmente la parola indicava solamente le popolazioni nomadi tartare di origine mongola delle steppe della Russia meridionale, successivamente venne estesa anche ad altri gruppi russi e ucraini stanziati lungo il basso corso del Don e del Dnepr. I cosacchi non si configurano come un gruppo etnico vero e proprio, ma comprendono tribù con origini differenti che possono essere equiparate per un’organizzazione sociale comune, fondata sugli artel, comunità militari e di mestieri, basate su princìpi di uguaglianza e autonomia amministrativa riconosciuta dai governi centrali.
7) Il Daghestan è la più grande e popolosa repubblica russa del Caucaso settentrionale: occupato dai mongoli dell’Orda d’Oro e successivamente dagli ottomani ha subìto un processo di islamizzazione, si è da sempre caratterizzato come un territorio conteso da grandi potenze. Strappato dai russi agli ottomani dopo conflitti secolari, ha mantenuto la sua indole islamica soprattutto grazie alla folta presenza di turchi azeri e tati, gruppo etnico di origine iraniana. I legami con la comunità islamica sono ancora molto forti, tanto che sono noti il coinvolgimento di alcuni gruppi in attività fondamentaliste per l’influenza anche della confinante Cecenia. Per questi motivi il Daghestan rappresenta uno dei punti di faglia geopolitici più caldi del pianeta.

 

 

 

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