L’ipocrita campagna per mondare il turco dalle parole occidentali

Filed in antroponomastica, linguistica, turchia by del 09/07/2017

Quanto conta un nome? Parecchio. Rischiate di offendere un turco chiamando la maggiore città del suo Paese “Costantinopoli” invece di “Istanbul”. Il vostro amico turco probabilmente non sa che il vocabolo “Istanbul” è una modificazione di eis tin polin, che significa “verso la città”… in greco.
Consideriamo il mio caso. Sono nato ad Ancyra, con un nonno della Georgia che si stabilì inizialmente a Rhizios. Mia madre era un’orgogliosa calcedonica. I miei genitori riposano ad Aivali. L’infanzia l’ho trascorsa a Smirne e ho fatto il servizio di leva ad Amaseia. Sono stato militare a Cevlik. Oppure parliamo del presidente Recep Tayyip Erdogan, che è di Potamia. Il suo predecessore, un altro islamista, è di Cesarea. I suoi tre predecessori arrivavano, in ordine cronologico, da Akroenos, Sparta e Maldiye. I turchi devono in buona parte la loro indipendenza a una vittoria militare a Gallipoli. Un’altra grande giornata nella storia della Repubblica Turca è stata l’atterraggio di Ataturk a Sampsus, dove ha dato il via alla guerra di indipendenza. E la prima capitale degli ottomani era Prousa.
Non uno dei suddetti toponimi è turco. Persino il termine contemporaneo per indicare il patrio suolo, “Anadolu” (Anatolia), deriva dalla parola greca Anatoli (oriente).
Tuttavia, in un Paese profondamente polarizzato, il linguaggio non è soltanto il linguaggio. È stato parte integrante della campagna di Erdogan per rendere la Turchia più islamica e più turca. Da notare che nel 2014 Erdogan ha tenuto lezioni su un idioma che non comprende, non parla, non legge, non scrive. “Una volta avevamo una lingua [l’ottomano] perfettamente adatta alla scienza”, ha lamentato. “Poi è scomparsa nel volgere di una notte [la rivoluzione alfabetica di Ataturk]”. Nel 1923, solo il 2,5% dei turchi era alfabetizzato, di cui appena una piccola frazione parlava ottomano.
Per vari aspetti, il suo appassionato desiderio di resuscitare un idioma morto appare ideologico e orwelliano. Oggi, con l’ottomano ormai dimenticato da tempo, Erdogan vuole ripulire il turco dalle “parole straniere”. Perché? Perché “sulla Turchia grava una minaccia mortale dalle ‘leziosaggini’ straniere”.
Erdogan ha recentemente affermato: “Da cosa partono le aggressioni contro le culture e le civiltà? Dalla lingua”. Ha poi ordinato di rimuovere la parola straniera “arena” da tutte le sedi sportive del Paese. La maggior parte delle “arene” si stanno così trasformando in “stadi” o “parchi”, cioè altri vocaboli non turchi.
La rivoluzione linguistica di Erdogan è problematica per una serie di ragioni. Per cominciare, il suo concetto di “straniero” riflette l’ideologia islamista che lo domina. Wikipedia scrive che straniera è “una lingua o una parola indigena in un altro Paese”. In base a tale definizione, Erdogan non ha torto nell’affermare che “arena”, “mall”, “computer”, “tower” e “check-up” sono parole straniere. Ma che dire allora di “Tayeb”, il nome del presidente, che significa “buono” o “gentile” in arabo?
Nel 2012, dei 27 ministri del suo governo, 20 avevano comuni nomi arabi, 2 la versione turca di un nome arabo e solo cinque un nome turco. Persino il primo drone indigeno, costruito e presentato con grandi festeggiamenti, portava un nome persiano: Anka (fenice).

Erdogan-lingua-turca
Allora, come la mettiamo con l’atteggiamento di Erdogan nei confronti delle parole straniere? Vanno bene se provengono da determinate culture musulmane, ma sono aliene quando appartengono a culture islamiche remote, come gli Hui della Cina o altri gruppi in Indonesia, Malesia e India. Erdogan, insomma, non ci vede nulla di forestiero nell’arabo e persino nel persiano.
Nel 2011 Favlus Ay, un cittadino turco di origine assira, si è rivolto a un tribunale per cambiare il suo cognome (che in turco sta per “luna”) in Bartuma, che ha lo stesso significato in un linguaggio siriaco. Il tribunale ha rifiutato la richiesta, ma Ay ha tenuto duro. Alla fine si è appellato alla Corte Costituzionale chiedendo l’abrogazione dell’articolo 3 della legge sui nomi delle famiglie, la base giuridica sulla quale gli avevano negato il cognome Bartuma. Questo articolo vieta l’uso di cognomi “appartenenti a nazioni e razze straniere”. La corte minore lo ha citato nell’opporsi all’appello di Ay, definito “contrario l’unità nazionale”. Anche la suprema corte ha respinto la domanda di annullamento dell’articolo 3 sui nomi delle famiglie, sempre con l’intento di salvaguardare l’unità nazionale.
Si potrebbe pensare che il divieto e la sua base giuridica siano ridicoli. Di fatto l’intera vicenda, vista un po più dall’alto, appare ancora più assurda del divieto stesso. Il presidente della corte suprema che ha deliberato contro l’uso dei nomi stranieri si chiama Haşim Kılıç. Hasim (Hashim) è un comune nome maschile arabo. Quindi, un nome assiro sembra appartenere a una “razza straniera”, mentre uno arabo no. Sono turchi, gli arabi? Parlano la stessa lingua? Appartengono alla stessa etnia? Le risposte le conosciamo tutti.
L’impegno islamista per liberare il turco delle parole occidentali è fondamentalmente ipocrita. Erdogan e altri alti papaveri di Ankara vengono scarrozzati su automobili costruite in occidente; utilizzano telefoni cellulari, applicazioni e software occidentali; acquistano armamenti occidentali per difendere il loro Paese; indossano abiti e cravatte occidentali… ma odiano le parole occidentali!
Ma, guarda caso, la parola turca per “ipocrita” è davvero turca.

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