Cos’è l’etnia?

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Il termine non ha avuto finora una precisa collocazione scientifica. Una prima analisi del quadro etnico italiano

Dopo aver cercato di chiarire (Etnismo e razzismo,”Etnie”, maggio 1980) come il riconoscimento e lo studio della diversità tra gruppi umani non abbia nulla a che fare con il razzismo e, anzi, non sia altro che un passo avanti nell’arricchimento culturale e nel rispetto reciproco, continueremo ad avventurarci nei meandri dei tabù nostrani; tabù dettati dal nuovo principio del coniuge et impera, e utili solo alla mitologia colonialista della statalità accentratrice.

L’etnia

Vediamo dunque di introdurre un problema elegantemente aggirato dagli esperti di realtà locali e di minoranze in genere: quello relativo alla vera essenza scientifica e tassonomica di un’etnia (vocabolo spesso usato a sproposito) e, insomma, dei caratteri che differenziano e isolano un popolo o una nazione. Finora, la materia è stata trattata in termini genericamente culturali, spesso indulgenti a un certo folklorismo, e le varie suddivisioni accademiche dei gruppi umani hanno conosciuto procedimenti unicamente linguistici. In generale, la teoria accettata e propagandata da appassionati molto superficiali è la seguente, almeno per quanto riguarda la penisola: dato un corpo maggioritario di “Italiani” che alligna dalle Alpi a Lampedusa, e che parla un certo numero di dialetti (da salvaguardare, per carità!), esistono poco meno di tre milioni di “alloglotti” i quali, in ordine alfabetico, diconsi Albanesi, Arpitani, Catalani, Grecani, Ladini centrali, Ladini friulani, Occitani, Sardi, Serbo-Croati, Sloveni, Tedeschi (sic). Nulla di più errato; tale concezione fa acqua da ogni parte per motivi che articoleremo in tre passaggi successivi:
1) è moralmente e politicamente inaccettabile legare il sacrosanto diritto all’autodeterminazione di qualsiasi gruppo all’autoritarismo di una valutazione accademica velleitaria, sostenuta dalla palese aspirazione di conservare, nonostante tutto, i sacri confini della Patria;
2) la stessa sostanza della teorizzazione tecnico-linguistica è inesatta: l’italiano non è che un derivato del toscano, il quale è a sua volta solo una delle lingue neolatine di base formatesi nella penisola e in parte d’Europa (rapporto parallelo, in pratica, e non genealogico);
3) la lingua è solo l’aspetto appariscente di una più complessa connotazione complessiva del gruppo che ne fa uso.
Proprio quest’ultimo punto ci suggerisce l’ovvia considerazione che una molteplicità di fattori, alcuni dei quali genetici, contribuisca alla costituzione finale di una comunità omogenea che può variare il suo patrimonio linguistico nello spazio di qualche anno, ma non certo il suo bagaglio comportamentale, se non nell’arco di centinaia d’anni o mediante forte ibridazione.
Non si può fare a meno di pensare a popoli (Inglesi e Statunitensi, Spagnoli e Sudamericani, eccetera) i quali, pur parlando la medesima lingua, si differenziano enormemente tra loro per caratteri che non faticheremo a definire “etnici”; la lingua, dunque, è solo un terzo stadio (peraltro insostituibile) che segue, nell’ordine, la base genetico-antropologica e la stratificazione culturale di un insieme umano preso nei suoi valori medi.
Per ricorrere al vocabolario dell’informatica, potremmo dire che in hardware di differente progettazione si inserisce l’influenza apprenditivo-ambientale con i suoi risvolti socio-culturali (il software) e con le sue molteplici forme espressive. I rapporti sono tutt’altro che casuali e, anzi, con una progressiva biunivocità di influssi e una continua parastratificazione, determinano una assetto generale che non definiamo né “razza” né “cultura”, ma un insieme inscindibile e assai più completo dei due apporti: l’“etnia”, per l’appunto.

Il diagramma evolutivo

Ecco, dunque, come l’elemento fisico si inserisce indissolubilmente nel complesso strutturale degli individui e della loro somma statistica. Non è necessario, in questa sede, ricorrere alle numerose e ardue prove di stretta osservanza scientifica: basterà ricordare come la differente fisiologica di uomini e donne ne condizioni una parte del comportamento (senza però alterarne l’assoluta parità intellettiva o i diritti morali!), o come l’hardware dei gemelli monozigoti vanifichi spesso qualsiasi intervento ambientale.
Tutto ciò non ha niente a che vedere con la cosidetta sociobiologia, ma è solo il frutto dello studio evoluzionistico del genere Homo nella sua crescita da abilis, a erectus, a sapiens; purtroppo la scienza umana, di volta in volta asservita ai regimi e alle mode, e troppo spesso combinata con l’ideologismo, ha segnato una battuta d’arresto proprio a causa di quelle aberrazioni che si sforza di combattere: nell’opera di certa sociologia e nella reattività al fattore fisico vi è, dunque, un’emotività in certo qual modo “postbellica”…
Essa altro non ottiene che gratificare De Gobineau, Rosenberg e compagni di un’influenza immeritata sulla razionalità e sulla freddezza scientifica di molti studiosi, a tutto vantaggio dei nuovi razzisti “snazionalizzanti”.
Ma torniamo a quell’Italia che noi, con il Metternich ma per motivi opposti ai suoi, ci compiacciamo di considerare una semplice espressione geografica.

Le nazioni italiane

Secondo il criterio etnico complessivo, possiano dividere i “virgulti di stirpe imperiale” in due gruppi principali, assai vasti e non sempre internamente omogenei: uno che chiameremo genericamente “centro-europeo” e un altro che denomineremo, altrettanto genericamente, “mediterraneo” (vi sono anche i Sardi che, per la consueta originalità etnica, fanno gruppo a parte).
Nel primo, tanto per non essere accusati di snobbare il fattore idiomatico, si parlano le lingue: celto-cisalpine, veneta, francoprovenzale, provenzale, ladina, slovena e germaniche; nel secondo, tutte le lingue del gruppo italo-mediterraneo, più l’albanese e il grecano, con qualche isola celto-latina e slava.
Tali proposte di classificazione (e sottolineo “proposte”) non sono poi gratuite come sembrano, né vogliono seguire le orme di ben altri autoritarismi tassonomici: se, infatti, arriveremo un giorno alla costituzione di un’Europa dei popoli, si porrà il problema di come organizzare territorialmente le amministrazioni nazionali, e sarà ben necessario avanzarle, queste proposte. Non sappiamo se e quando un simile sogno di libertà e di civiltà potrà realizzarsi, ma è certo che dovremmo cominciare a discuterne fin d’ora. Riguardo alla situazione che ci interessa da vicino, chiunque può verificare la profonda dicotomia di base tra i due grandi raggruppamenti etnici spacciati per monolitica e indiscindibile stirpe, cresciuta all’ombra del Campidoglio; una dicotomia che coinvolge in modo appariscente caratteri di pura competenza antropologica, come la morfologia e i gruppi sanguigni, ma soprattutto la millenaria diversità di storia, lingua, cultura e comportamento.
Proprio della forzata convivenza e delle tragedie che ne sono derivate per entrambi i gruppi parleremo nel prossimo appuntamento, affrontando quello che è, probabilmente, il più formidabile tabù di un secolo di storia.

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