Il Friuli e lo straniero

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Venezia, Francia, Austria e, ultima, l’Italia “romana”: sei secoli di dominazioni concludono il nostro breve viaggio nella storia della regione.

Nel XV secolo (1), la Patria friulana, faticosamente costruita in oltre due millenni dal caso che regola le complicate e ineffabili commistioni di popoli e culture, aveva ormai da tempo acquistato una propria identità e una coscienza nazionale. A partire dal 1420, un’evoluzione storica meno travagliante della precedente, ma sicuramente meno formativa, determinò l’onta dell’oppressione politica, dello smembramento territoriale e della repressione linguistica fino ai giorni nostri. Dal 1420, e per quasi vent’anni, Ludovico di Teck − ultimo patriarca del Sacro Romano Impero − tentò in tutti i modi di cacciare i Veneziani e far ritorno in patria, ma ottenne solo d’incrementare i lutti e le rovine del già provato Friuli. Due volte attaccò il nemico alla testa di truppe mercenarie ungheresi e due volte fu respinto (1422 e 1431). Ambo le parti si abbandonarono ad ogni sorta di atrocità su prigionieri e popolazione inerme. Queste calamità parvero peggior cosa ai Friulani della presenza politica veneta: il patriarca fini per ritrovarsi isolato e dovette abbandonare ogni ulteriore velleità restauratoria. Al suo successore − Ludovico Trevisan, uno straniero nominato dal papa Eugenio IV − toccò l’onere (e l’umiliazione) di trattare con Venezia il passaggio più o meno totale dei poteri temporali alla repubblica, mentre il primato spirituale veniva conservato. II radicale mutamento sconvolse gli equilibri politici interni e scardinò tutte le istituzioni amministrative che erano legate al potere statale del patriarcato. Fonti risalenti all’inizio del ‘400 lamentano che il Friuli era in preda ad un grave decadimento spirituale e sociale, e il clero medesimo, abbandonato a se stesso, non era più ciò che si dice un fulgido esempio di rettitudine. Si trattò, nondimeno, di un periodo non privo di una certa tranquillità, almeno per coloro che non dovevano sostenere un’antica e interminabile lotta contro la fame e le malattie. Un certo qual influsso mercantile della vicina Venezia determinò l’ascesa delle borghesie cittadine a scapito dell’aristocrazia feudale; la stessa, ormai in larga misura privata di funzioni politiche, cercò fortuna nelle carriere militari sotto differenti vessilli e nelle lotte contro i Turchi.

Proprio i Turchi si resero colpevoli di sanguinose invasioni, e corsero la regione in non meno di quattro occasioni, dal 1472 al 1499. Caduta Costantinopoli (difesa ormai solo da Genovesi e Veneziani) i razziatori avevano occupato tutte le province balcaniche e minacciavano d’appresso i confini di S. Marco. Come sempre fu la gente friulana a farne le spese, in quanto proprio attraverso l’Isonzo i lontani parenti degli Ungari fecero la loro apparizione nei possedimenti veneziani. Nell’incursione del novembre 1477, gli scorridori akyngy arrivarono fino al Piave, causando la perdita di circa 15.000 persone tra uccisi e prigionieri, e dando alle fiamme una novantina di paesi del centro; nell’ottobre 1499 gli akyngy si spinsero fino al Livenza e la stessa sorte toccò ad altre 10.000 anime; 132 villaggi (quasi tutti nel Friuli occidentale) furono incendiati (2) .

Se la minaccia turca si esaurì con il 1499, non più tardi dell’anno seguente si gettarono le basi per una nuova guerra, questa volta tra la Serenissima e l’Austria, i due giganti che comprimevano la nazione ladina in una morsa rapace e bellicosa: Leonardo, ultimo conte di Gorizia, alla sua morte avvenuta nel 1500, aveva lasciato la landa goriziana alla casa d’Austria, il che comportava per Venezia l’installazione di un cuneo di potere straniero in una zona strategicamente assai delicata. Dopo inutili trattative, nel 1508 scoppiò il conflitto. Venezia, dopo un avvio fortunato, fu sgominata (Agnadello, 14 maggio 1509) dalle truppe della Lega di Cambrai, una sorta di armata internazionale promossa da Giulio II cui aderivano quanti, come lui, erano timorosi del prestìgio e della potenza della città lagunare. La proverbiale abilità veneta nelle arti della diplomazia riuscì successivamente ad incrinare la compattezza delle alleanze e ad isolare il nemico numero uno, Massimiliano I d’Austria. Ciò ottenuto, la repubblica gli strappò con le armi alcuni dei territori precedentemente perduti, riuscendo, come si dice, a salvare il salvabile. Con gli accordi conclusivi di Noyon (1516) Venezia perse comunque, oltre a Gorizia, Gradisca, Cormòns e Aquileia, anche i paesi del medio ed alto Isonzo (Tolmino, Caporetto, Plezzo) e le importami miniere di mercurio di Idria.

Gran parte della cronaca storica vuole che, nel corso della guerra, in Udine scoppiasse la cosiddetta “rivolta dei contadini” (1511), durante la quale il proletariato, evidentemente entusiasta della politica fiscale veneziana, avrebbe assalito le sedi dei nobili filoimperiali. Si è forse voluto fare dell’episodio un vessillo di italianità in opposizione all’‘austriaco cattivo” che, in definitiva, non si comportava né meglio né peggio del nemico (gli stessi sostenitori di tale versione sono poi misteriosamente concordi nel riconoscere al fisco veneziano un regime di vera e propria brutalità). In realtà si trattò di una “sommossa di facinorosi avidi di violenza e di saccheggio, aizzati per scopi politici da Antonio Savorgnan” (3) , una spia di Venezia. Le brutalità tra “zamberlani” filoveneti e “strumieri” filoimperiali non riguardavano la volontà del popolo friulano che si trovava preso in mezzo ai due contendenti, da nessuno dei quali aveva nulla da guadagnare. Gli accordi di Noyon, in definitiva, determinavano l’esistenza di due tronconi di Friuli, attraverso i quali correva un confine tormentato e impreciso che fu sempre cagione di attriti per le due potenze e di avvilimento spirituale e politico per le comunità divise. Neppure il  XVI  fu, in verità, un secolo felice, vuoi per le continue lotte intestine, vuoi per l’infierire di calamità naturali. Un tangibile decremento demografico apportò una diminuzione di circa un quarto della popolazione, causata soprattutto dalla terribile peste, di cui si contano non meno di nove epidemie nel solo ‘500; fu necessario ripopolare alcune zone rurali con contadini veneti, nel settore veneziano, e slavi, in quello austriaco. All’indigenza e all’abbandono generali contribuì l’eccessiva fiscalizzazione da parte del governo dei dogi, le cui finanze venivano prosciugate dagli interminabili conflitti con i Turchi (4) .

Malattie, mortalità infantile e denutrizione diedero il via alla piaga dell’emigrazione, un fenomeno doloroso che perdura tutt’oggi con desolante continuità (5) . Anche spiritualmente il momento fu assai travagliato (6) e lasciò spazio a nuove tendenze religiose riformistiche derivanti dalle esperienze protestanti e anabattiste d’oltralpe; l’Inquisizione si studiò di combattere ogni eresia con le sue note e odiose procedure, ma si accanì particolarmente contro certe manifestazioni del mondo contadino che potevano dare adito al sospetto di stregoneria. Si trattava, certo, di una politica neppure molto sottile di soffocamento del patrimonio autonomo del mondo rurale, ben distanziato dalla cultura cittadina e medioborghese perfettamente integrata nel meccanismo del nuovo potere etnoeconomico.

Nel ’600 e nel ’700 si registrarono ben pochi avvenimenti di rilievo, e comunque mai positivi per lo smembrato Friuli. Una piccola quanto funesta guerra si scatenò tra Austriaci e Veneziani tra il 1615 e il 1617 per il possesso della fortezza arciducale di Gradisca, sull’Isonzo, una piazzaforte di chiara importanza strategica per le difese austriache. La miccia fu accesa dall’incursione in territorio veneto-friulano da parte di una tribù di Slavi alto-adriatici dediti da tempo immemorabile alla pirateria: gli Uscocchi. Avendo Vienna appoggiato più o meno apertamente questi elementi di disturbo, ne nacque un conflitto (detto appunto “guerra di Gradisca”) che si concluse con un armistizio seguito, nel 1618, da un accordo tra le parti alla cui stesura non furono estranee anche Francia e Spagna. Esso sancì la sostanziale inutilità dello scontro, non avendo potuto i contendenti mutare lo status quo precedente. Non vi furono, per il resto, altri scossoni di carattere bellico fino alla fine del ’700; rimasero però insoluti i gravi problemi che affliggevano la nazione ladina, ed erano problemi materiali (economia ridotta, brigantaggio, ecc.) e spirituali (assopimento culturale, frattura tra il Goriziano e l’Udinese) molto profondi e – si può dire – ormai endemici. La stessa Serenissima si era adagiata in una chiusa neutralità e la sua progressiva decadenza, anche economica (7) , coinvolgeva direttamente il Friuli, le cui risorse agricole e commerciali erano decisamente inferiori a quelle delle altre regioni padane e prealpine (8) .

In conclusione, durante il dominio veneto la cultura friulana restò entro gli angusti limiti del provincialismo, Venezia favorì l’istruzione della sola classe abbiente, mai quella dei ceti popolari. Non è errato affermare, inoltre, che l’etnia fu preservata solo nel Friuli austriaco: qui, infatti, la cultura locale era tenuta in maggior conto e, nella registrazione anagrafica, si considerava anche la nazionalità friulana, distinguendola da quella italiana. I sacerdoti, poi, predicavano in ladino, il che non avveniva spesso nel settore occidentale. La periferizzazione culturale della nazione fu completata dalla soppressione del patriarcato di Aquileia che aveva resistito almeno come focalizzatore della ideale comunità religiosa dell’intero Friuli.

Francia e Austria

La storia del Friuli post-patriarcale è strettamente legata all’indigenza dell’economia rurale e allo sfruttamento da parte del padronato agrario. La stessa carenza di beni minerari e la condizione spesso acquitrinosa del terreno sfavorivano lo sviluppo industriale; ma i motivi principali del mancato decollo economico nel XVIII secolo vanno anche ricercati nello scarso associazionismo della gente friulana, nella latitanza di Venezia per tutto quanto non fosse di ordine fiscale e militare, nonché nell’inettitudine di una classe nobiliare, diretta discendente di un feudalesimo mai morto, che, come notava nel 1797 Carlo Goldoni (“non c’è provincia in Italia che abbia tanta nobiltà come questa”), era particolarmente invadente. Nel 1740, dei 173.693 ettari di proprietà privata, 43.985 appartenevano all’aristocrazia friulana e 42.630 erano di proprietà di cittadini veneziani: come dire che il 50% delle terre coltivate era in mano ad una casta latifondista che imponeva uno spaventoso sfruttamento alla classe contadina (più dell’80% della popolazione), costretta a procacciarsi faticosamente la sussistenza con metodi tecnici di produzione simili a quelli di tre secoli prima. La vendita alla nobiltà (specialmente veneta) delle terre comunali aveva poi peggiorato sensibilmente la situazione.

Quanto alle tasse di Venezia, esse erano semplicemente irragionevoli, giungendo al punto di spremere anche chi non possedeva più nulla: uno dei principali cespiti di introito era il dazio sul tabacco che rendeva, dopo il 1784, almeno 600.000 ducati l’anno. La tassazione era per di più data in appalto, con l’ovvia conseguenza di aumentarne il carico a favore di esattori senza scrupoli. A quel punto l’unica via d’uscita era darsi al banditismo, e banditismo era considerato dalle autorità il solo sfuggire alle tassazioni. Un’altra trovata, questa volta di conio clericale, era il versamento del quartese (contribuzione in natura) ai parroci: costoro esigevano annualmente il pagamento in grano e granoturco, paralizzando cosi la rotazione delle colture e impoverendo i terreni. Siffatte misure erano tanto più spregevoli se si considerano gli effetti deleteri sulla salute fisica e psichica delle popolazioni: nell’800 il grave stato di avitaminosi che affliggeva i nuclei familiari contadini si risolse in una funesta diffusione della pellagra. La pellagra, detta anche scorbuto alpino, è una malattia generata dalla carenza di vitamine e da un’alimentazione insufficiente: il suo evolversi è segnato da gravi disturbi all’apparato digerente, pelle che si ispessisce e si disquama, forme demenziali che spingono talora al suicidio, il tutto con un indice altissimo di mortalità: ne furono colpite 20.000 persone in tutto il Friuli e interi paesi si spopolarono. Ad essa vanno aggiunti il vaiolo, la dissenteria, la malaria, la tubercolosi, il colera (che uccise un decimo della popolazione udinese) e il gozzo-cretinismo che colpiva le comunità montane.

La povertà e l’odioso sfruttamento non determinarono nel popolo una vera e propria coscienza politica e rivendicativa, né si pensò di accogliere le armate “democratiche” di Napoleone come liberatrici. Non ve ne sarebbe stata ragione: nel marzo del 1797 le truppe del generale Bernadotte sconfissero al Tagliamento gli Austriaci dell’arciduca Carlo e, con una Serenissima ormai imbelle spettattrice, si riversarono nelle terre friulane, dedicandosi allegramente a stupri e saccheggi. Fu un’occupazione di breve durata: il 17 ottobre dello stesso anno la pace di Campoformio riassegnò il servo friulano al padrone austriaco. Nel 1805 una nuova invasione francese riassoggettò il Friuli, incorporandolo in parte, con grande spregio della sua integrità, nelle province illiriche, anche perché simili organizzazioni territoriali non tenevano conto degli uomini, ma solo delle esigenze militari. Nel 1814, con un ennesimo capovolgimento, la regione passò di nuovo al dominio di Vienna (9) .

Italia e Austria

La ventata restauratoria del 1815 si abbatté anche sul Friuli. La fiscalizzazione (cui la regione pagava un quinto delle tasse dell’intero impero asburgico) fu inasprita e furono reintrodotti alcuni privilegi del clero e della nobiltà. Solo nel 1862 l’amministrazione austriaca si decise ad abolirli, quando ormai i malanni dell’agricoltura erano definitivamente incurabili.

Il nuovo volto dell’Austria si presentò condizionato dalla coscienza della sua precarietà; non a caso l’occidente friulano fu assegnato al Lombardo-Veneto mentre il Goriziano restava parte integrante degli “stati ereditari”: la frattura tra i due Friuli perdurò in termini, per così dire, psicologici, appoggiandosi maggiormente l’Asburgo a quei territori che riteneva di più sicuro mantenimento. Gorizia, infatti, gravitava intorno alle istituzioni culturali di Vienna, l’Udinese a quelle venete. Nel ’38, per dì più, il Mandamento di Portogruaro fu staccato dal Friuli e incluso nella provincia di Venezia. Nel 1848, l’eco della rivolta esplosa a Venezia raggiunse anche le città foro- giuliesi. I liberali udinesi aizzarono una sollevazione che ebbe ragione, senza troppa fatica, dei presidi austriaci. In marzo si costituì un “Comitato Provvisorio del Friuli” con a capo il conte Antonio Caimo-Dragoni. Non più tardi del mese seguente, il generale Nugent riusciva a riorganizzare le file delle sue truppe e a sedare la rivolta che, nel frattempo, si era estesa ad altre zone della regione. Una parentesi. Questa del risorgimento è storia che abbiamo imparato sui banchi di scuola: teoricamente non è più neppure “storia del Friuli”. Eppure, se non vogliamo cullarci nel conformismo educativo, viene spontaneo chiederci se tutto quanto ci hanno raccontato risponde a verità. Era dunque così tremendo il giogo austriaco? Le genti friulane fremevano realmente dal desiderio di lottare e morire per un”‘Italia unita”?

Diciamo subito che gli storici friulani sono tutt’altro che unanimi al riguardo: le opinioni spaziano dall’austriacismo di Giuseppe Marchetti e Checo Placerani (non a caso preti) all’italianismo delirante di Pier Silverio Leicht, passando attraverso le posizioni più realistiche di Ellero, di Cremonesi, di Menis e di tutti quegli studiosi che sono il vanto di un ideale Friuli nazionale, sdegnoso di ogni influenza straniera. Si veda, ad esempio, Marchetti, riguardo alla qualità dell’amministrazione asburgica: “Il governo dell’Austria, con tutti i suoi difetti, fu il più sapiente, il più previdente, il più tollerante, il più ordinato che il Friuli abbia mai avuto. Gli storici patriottici impazziscano pure a ricercare fatti che permettano loro di parlare di crudeltà, di oppressione, di corruzione: non riusciranno a documentare altro che qualche incidente di quelli che capitano sotto qualsiasi governo. Noi che abbiamo avuto e che abbiamo ancora la sorte di vedere il comportamento dei governi successivi con i loro avversari, noi che abbiamo visto come lavora la polizia italiana di dopo, non ci sentiamo proprio di parlare di oppressione da parte di quella austriaca. (10) Sempre secondo Marchetti, per comprendere i fatti del ’48 bisogna tenere presente tre cose: 1) la politica “sdrindulade” dei primi tempi di Pio IX che aveva sconcertato i preti e i cattolici;

2) la rivoluzione di Vienna che lasciava senza direttive le autorità militari e civili;

3) il fatto che in tutto il Friuli il generale Auer disponeva solo di quattro battaglioni di fanteria formati, in parte, di Friulani, Lombardi e Veneti, e una sezione di artiglieria con sei cannoni. Le forze erano divise tra Udine, Osoppo e Palmanova, senza alcuna speranza di rinforzo. Al di là degli eccessi filo-austriaci del Nostro, bisogna convenire che il movimento a favore dell’Italia era ben poca cosa. Tra le file degli insorti militavano intellettuali fanatici, agenti dei Savoia ed ex soldati napoleonici di dubbia fama. Secondo G. Ellero (11) , in definitiva, ai Friulani non importava niente delle beghe tra stati stranieri. Non per nulla, all’ingresso delle truppe regie in Udine, “non vi fu la più piccola traccia di manifestazione, come se si fosse trattato di una pace fra la Cina e il Giappone”. Sono parole di Quintino Sella… Lo stesso plebiscito (22 ottobre 1866) con il quale si decise l’annessione all’Italia presenta non pochi lati oscuri. Vediamo qualche dato. Secondo G. Francescato e F. Salimbeni “anche in Friuli il plebiscito, che non aveva mancato di destare qualche preoccupazione presso il governo italiano, si concluse con un risultato che non consentiva dubbi: solo 36 no su un totale di 105.473 votanti e 15 voti nulli.” (12)  P.S. Leicht, da parte sua, scrive: “Nel 21-22 ottobre con 144.988 voti favorevoli contro 36 soli contrari la provincia di Udine affermava solennemente il suo fermo volere di unirsi al Regno d’Italia.” (13) A parte l’enorme divario delle cifre (circa 40.000 persone), è indispensabile sottolineare quanto segue: 1) in una votazione allargata a migliaia di individui è quanto mai improbabile registrare solo 36 schede contrarie (si pensi che gran parte del clero era filo-austriaco); 2) testimonianze orali e documentazioni parrocchiali in gran copia riferiscono che in interi paesi non si è votato; 3) è razionalmente da escludere che ad un accertato disinteresse (talora ostilità) nei confronti del regno abbia corrisposto una così incredibile adesione. In definitiva, l’unica forza favorevole all’annessione era la borghesia. Avida e militarista, si attendeva di ricevere aiuto dal liberalismo italiano per combattere le strutture privilegiate clericali e nobiliari, con un occhio anche ai possibili profitti derivanti dall’appoggio alla politica espansionistica nei Balcani. Manifestando la propria italianità essa sperava anche di guadagnarsi una conveniente autonomia. Non fu, insomma, un’inclinazione etnica, quella degli annessionisti, ma puro calcolo d’interesse. Le cose andarono diversamente: la prima guerra mondiale portò le schiavitù militari, la cancellazione di ogni speranza autonomistica e soffocò i primi vagiti dell’industria friulana, facendo regredire, con l’era fascista, la situazione economica e sociale ai precedenti livelli feudali.

L’avvento dell’Italia, seguito al plebiscito, fu salutato dall’inizio di un colossale movimento migratorio. Le cause vanno ricercate nella politica fiscale del nuovo regime che si accanì nella tassazione della scarsa produttività friulana, con il dazio sulla seta, l’imposta sul macinato, sul tabacco e sul sale (tanto che i contadini fecero spesso uso del dannoso sale da bestiame). Ogni comune perse almeno il 40% dei suoi abitanti, emigrati verso il resto d’Europa, nelle Americhe e in Argentina. L’Italia aveva (ed ha) interesse a favorire il fenomeno come valvola di sicurezza per l’eccesso demografico e utile introito tramite le rimesse degli emigranti. La diaspora stagionale aveva dimensioni ancora più impressionanti e spingeva gli uomini (ma spesso anche le donne e i bambini) oltre le frontiere austriache, tedesche e perfino russe (come in occasione dei lavori della Transiberiana). Fra il 1885 e il 1914 si calcola che gli emigranti ammontassero a quasi 100.000 unità; gli stagionali furono, nel 1911, 36.000 secondo i dati ufficiali, ma il censimento rilevò l’assenza misteriosa di quasi 92.000 persone! Il conflitto mondiale ebbe tragiche conseguenze per il Friuli, trascinato nella cruenta avventura da interessi stranieri e dalla follia militaristica. I pochissimi interventisti, immigrati per lo più da Trieste, strombazzavano sul “Giornale di Udine” le loro idee guerrafondaie, con il seguito che ci si può aspettare da una nazione invasa e ancora intenta a leccarsi le ultime ferite. A ciò si aggiunse una marea di emigranti (80.000) che dovettero rientrare in anticipo da Germania, Austria e Ungheria, con conseguenze catastrofiche per l’economia. L’impegno del governo fu all’uopo scarsissimo, e non è azzardato supporre che – fatto storicamente non nuovo – la guerra potesse anche rappresentare un provvidenziale diversivo. All’inizio del conflitto, mentre orde di soldati si attestavano sulle Alpi Carniche, Giulie e sull’Isonzo, le “itale genti” del Friuli furono vessate da persecuzioni politiche e repressioni poliziesche: sotto sotto il governo sapeva bene, al di là degli sproloqui nazionalistici, di non potersi fidare incondizionatamente delle popolazioni locali; numerosi preti, specialmente goriziani, furono deportati, furono evacuati interi paesi in Carnia, gente inerme fucilata per il solo sospetto di filo-austriacismo. La tragedia bellica si concluse con la rovina completa del sistema economico: per ironia della sorte, nessuna regione della penisola potè lontanamente paragonare il proprio tributo alla guerra con quello del Friuli, teatro delle più sanguinose battaglie. L’unico aspetto positivo fu l’abolizione dell’ormai secolare confine tra Udinese e Goriziano. L’impegno del governo nella ricostruzione fu minimo, e l’inettitudine e la corruzione romane non fecero che peggiorare la situazione. In quel periodo si ricominciava a sentire qualche sano desiderio autonomistico: “Il Lavoratore Friulano” del 16 settembre 1919 osava scrivere: “Che il Friuli per svilupparsi abbia bisogno di svincolarsi dai ceppi del centralismo monarchico e corruttore è una persuasione ormai di moltissimi. E mai come in questi ultimi mesi ho sentito ripetermi da persone di varia cultura e condizione il desiderio augurale di una Repubblica Friulana.”

Il briciolo di efficienza rimasta all’amministrazione italiana fu impiegato per lo più nella caccia agli austriacanti, particolarmente attiva contro il clero rurale. La persecuzione continuò con rinnovato vigore sotto il regime fascista e, anzi, vi si aggiunse il desiderio isterico di Mussolini e della sua cricca di liberarsi degli allogeni (Slavi e Germanici); allo scopo giunse al punto di costituire la provincia unica per meglio stemperare gli allogeni stessi che erano in buon numero nella provincia goriziana. Non fu estraneo alla decisione il particolare orientamento politico di Gorizia rispetto al restante Friuli: “l’Isontino era allora indubbiamente una delle zone più rosse d’Italia” (Medeot). Il regime littorio, tutt’altro che bene accolto dai Friulani, riuscì però a prenderli comodamente in giro offrendo loro il blasone di estremo baluardo dell’italianità. Come nota G. Ellero, “il fascismo seppe intrappolare i Friulani con il mito del ‘munito fortino’ al confine orientale ed esaltando le loro virtù guerresche. In fine dei conti, assegnando ai Friulani il compito di italianizzare gli allogeni, il fascismo finì per indurli a italianizzare anche loro stessi.” (14) Non uso a mimetizzare la follia decisionale come fanno i nostri attuali governi, il fascismo ne esaltava addirittura i caratteri: “Il campo dell’emigrazione” delirava un politico dell’epoca “era stato devastato dai socialisti e dai popolari: devastazione morale ed economica, perché si era negata al fenomeno emigratorio la sua imperiosa necessità nazionale. Noi lavoriamo perché gli emigranti friulani possano migrare in nuclei compatti, quasi colonie dei nativi paesi.” Una sorta di industria dell’emigrazione, insomma, una macchina che impacchettava e spediva all’estero i “figli della patria” perché il loro umore non rappresentasse motivi di imbarazzo o di discordia… Durante il ventennio l’identità etnica fu perseguitata in tutti i modi possibili, proibendo l’uso del ladino-friulano persino nelle osterie: la propaganda si servì della Società Filologica Friulana per convertire l’orgogliosa natura di una nazione al rango di folklorismo dialettale da Italia periferica. Dopo l’8 settembre 1943 il Friuli fu incorporato nell’Adriatisches Kustenland tedesco, entrando praticamente a far parte del Reich: vi si trasferirono le sinistre organizzazioni repressive come l’RSHA e il turpe Einsatzkommando diretto da Globocnick, il generale delle SS sterminatore di ebrei. Il Supremo Commissario Friedrich Rainer, austriaco ostile all’Italia, tentò di far leva sulle differenze di carattere etnico per inimicare Friulani e Italiani, giustificando cosi la presenza tedesca nel territorio; in un telegramma a Ribbentrop, Rainer affermava che, su una popolazione di 700.000 persone, gli Italiani erano 100.000, gli Sloveni 200.000 e 400.000 i Furlanern. Verissimo se non quanto alle cifre, almeno come principio. Galliano Fogar, esperto della resistenza in Friuli, riporta questi dati come se si trattasse di una barzelletta, rilevando che i Friulani non si lasciarono gabbare dalla blandizie nazionalsocialista: “L’austro-nazismo di un Rainer e di un Globocnick, accoppiando al sistema delle mezze verità quello delle invenzioni e delle teorie etnico-razziali hitleriane, presentava il Friuli e la Venezia Giulia come un miscuglio di popoli rovinati dall’incapacità dello stato italiano. (…) L’insurrezione partigiana friulana che crea le premesse militari e politiche della zona libera in Carnia, rappresentò per i tedeschi la più amara delle sorprese.” (15) Ciò sta solo a dimostrare che sia Fogar che i nazisti, per motivi ovviamente opposti, hanno fatto una gran confusione tra etnismo e tendenze politiche: italianità o non-italianità non significavano in ogni caso adesione all’infausta presenza tedesca. Al seguito degli invasori affluirono anche truppe cosacche e asiatiche di collaborazionisti che si macchiarono di infami violenze nei confronti della popolazione inerme, specialmente in Carnia. L’amministrazione tedesca, dal canto suo, sfruttò e prosciugò le povere risorse naturali della regione, distruggendo il patrimonio boschivo con tagli incondizionati; furono elargiti permessi di taglio a imprenditori senza scrupoli tanto che, secondo un documento del ’43 citato dal CNL, “i boschi venduti con tale sistema sommarono a diverse migliaia di metri cubi ed il danno subito dalla Carnia a molti milioni”. Tra la primavera e l’estate del 1944 i partigiani riuscirono a cacciare nazisti e fascisti da gran parte dell’Alto Friuli. Le due principali formazioni operative erano la Brigata Osoppo (animata da forze di DC, Pd’A, PSI e PLI) e la Brigata Garibaldi, di ispirazione comunista. Grazie all’azione congiunta dei due gruppi, il movimento partigiano si trovò padrone di un vasto territorio in cui venne insediato un governo del CLN. Molto sentita dalla base popolare, la nuova Zona Libera era più estesa della stessa repubblica dell’Ossola.

Nell’ottobre del ’44, la controffensiva nazista portò con sé gli orrori della repressione, affidata alla truppaglia asiatica; quasi che l’antico fantasma ungaro si fosse risvegliato, le bande cosacche e caucasiche si scatenarono in un’orgia di stupri, saccheggi, uccisioni e sadismi, sotto lo sguardo benevolo delle SS e dei repubblichini: “Al termine dell’occupazione il bilancio delle violenze in Carnia, escluse le altre tartassate zone montane delle Prealpi teatro di stragi e crudeltà, ed escluse le perdite e le sofferenze dei partigiani, annoverava la morte di 150 uomini, donne e bambini, violenze carnali ad oltre un centinaio di donne e bambine, numerose centinaia di vecchi, donne e ragazzi seviziati e percossi, la deportazione in Germania di circa 1.000 civili, la distruzione di oltre 900 edifici, il saccheggio di migliaia di case, con 6.000 persone private di tutti i loro beni, la perdita di circa 10.000 capi di bestiame e di migliaia di animali da cortile, la perdita di 15.000 tonnellate di fieno e di altrettante di legna, la devastazione e l’incendio di numerosi boschi. Denutrizione, malattie, privazione di medicinali, aggravarono le condizioni della popolazione”. (16) La fine della guerra acuì quella dicotomia di tendenze che già si era manifestata nei dissidi tra la Garibaldi e l’Osoppo; non solo divergenze politiche, infatti, ma la stessa visione del riassetto post-bellico alimentavano la polemica tra le componenti della resistenza legate al centralismo marxista e coloro che intravedevano una possibilità di riscatto nazionale friulano. Già nel ’45 si costituiva una “Associazione per l’autonomia friulana” che ebbe vita breve; anche se apparentemente incredibile, la stessa Società Filologica Friulana si schierò l’anno seguente dalla parte di una soluzione autonomistica, caldeggiando la ricostruzione della “Patria” entro i confini tradizionali. Ancora nel 1946, il giornale “Patrie del Friul” dava vita ad un gruppo di intellettuali friulanisti stretti intorno a Giuseppe Marchetti. Il primo vero partito autonomista nacque nel ’47: il “Movimento Popolare Friulano” si unì a Valdostani e Sudtirolesi (dichiarazione di Desenzano) nella richiesta di un’indipendenza culturale e amministrativa. Ma la comprensione che si poteva ottenere dalle autorità friulane era direttamente proporzionale all’appoggio esterno: “soli al mondo”, senza una Francia o un’Austria con le quali potessero minacciare un anschluss, i Friulani non incutevano timore al potere, ancora occupato a risolvere il problema di Trieste, in ballottaggio tra Italia, Jugoslavia e indipendenza. A ciò va aggiunto il Moloch politicistico italiano che fagocitava con le sue retoriche e le sue lusinghe molte personalità della vita pubblica friulana. Lo stesso Tiziano Tessitori, ispiratore dell’MPF, festeggerà il fallimento del movimento nel 1950, passando armi e bagagli alla Democrazia Cristiana. Nel 1964 (a dieci anni dalla riannessione di Trieste) l’ultimo insulto: la creazione di un “ibrido etnico-economico chiamato Friuli-Venezia Giulia” (17) con il quale, ufficialmente seppellita ogni rivalsa friulana, lo stato si assicura la repressione delle spinte allogene. Duemila anni di storia si arrendono di fronte alla politica romana.

Note

(1) Per il periodo storico precedente al 1420, si veda Roberto C. Sonaglia, Il Friuli dei Patriarchi, in «Etnie», 1983, n. 5

(2) Il Friuli era indifeso di fronte a queste invasioni al punto che G. Piloni (Successi della città di Belluno, 1607) riportava un elenco compilato da una commissione di esperti con indicazione dei luoghi da attrezzare per impedire l’accesso ai Turchi; erano tutti tra il Veneto e il Friuli, considerando, quest’ultimo, territorio di caccia dei razziatori.

(3) Arduino Cremonesi, com. pers. Antonio Savorgnan che aveva aizzato la plebaglia contro i suoi avversari accusandoli di collusione con l’esercito imperiale, passò proprio lui al nemico nell’estate di quell’anno. Fu assassinato a Villach da quattro gentiluomini friulani. Sembra che il castello di S. Daniele fosse messo al sacco a causa dell’esercizio, da parte del castellano, dello ius primae noctis (Beinat).

(4) Venezia ricavava dal Friuli rendite comunali di 7.500 ducati, mentre non ve ne spendeva più di 3.000 (Gaspari).

(5) Carestie, pestilenze, assalti di lupi, terremoti e persino invasioni di cavallette furono tra i disastri che si abbatterono sulla regione con grande frequenza. Nessuna meraviglia che gli uomini cercassero fortuna altrove: “Dalla regione friulana, cernide, galeotti (uomini che s’ingaggiavano a servir volontari nelle galère), conduttori di quercie per l’arsenale, e sarti e panettieri e facchini e terrazzai calarono in si gran numero e per tanto tempo a Venezia, da generalizzare il loro nome di ‘furlani’ a tutti gli uomini che qui convenivano dal di fuori e che lavoravano al par di loro in faticosi mestieri” (Marchesini).

(6) È importante notare come il Friuli non fosse mai uscito da una situazione feudale e non avesse mai conosciuto un procedimento di crescita sociale attraverso il periodo comunale e le esperienze rinascimentali di altre nazioni della penisola.

(7) L’Austria aveva giocato la carta del porto di Trieste per spezzare l’egemonia mercantile veneziana dell’Adriatico. La città aumentò dai 5.000 abitanti nel 1720 ai 30.000 della fine del secolo.

(8) Alla metà del ’700 il Friuli veneto contava circa 300.000 abitanti (40 ab./Kmq), con un rilancio demografico assai scarso (+15% in un paio di generazioni, tra il 1750 e il 1820) (Mainardi).

(9) Baldassarre Rasponi, arcivescovo di Udine, così scriveva nel maggio 1808 rivolgendosi ai parroci: “Costruiti sotto le cure immediate dell’imperatore Principe Eugenio Napoleone, dei luminosi paterni esempi fedelissimo imitatore, ci troviamo in tale politica situazione che la Coscrizion militare, e il militare servigio sono divenuti, per così dire, l’anima del governo non meno che della pubblica universal sicurezza. Chiaro perciò essendo, che a sudditi s’appartiene il fedelmente prestarsi, e senza querele a tali Governative misure, che certamente al pubblico bene sono dirette, quantunque costar debbano ai privati incommodi e dei sacrifici.” E il suo successore, Emanuele Lodi, esattamente 13 anni dopo: “…coloro (i Francesi) in somma, che quasi orribile terremuoto, avevano ormai per consenso comunicato all’Italia tutte le scosse, e le rovine, sparirono finalmente all’irresistibile soffio di quell’Onnipotente, che benedisse i magnanimi sforzi, e le armi invitte del veramente Apostolico Imperatore, e re Francesco I, nostro Cesare ad un tempo, Padre, e difensore.”

(10) Giuseppe Marchetti, Cuintristorie dal Friul, Udine, 1975.

(11) Gianfranco Ellero, Storia dei Friulani, Udine, 1974.

(12) G. Francescato-F. Salimbeni, Storia, lingua e società in Friuli, Udine, 1976.

(13) P.S. Leicht, Breve storia del Friuli, Udine, 1951.

(14) G. Ellero, op. cit.

(15) Galliano Fogar, Le zone libere in Friuli; in Le zone libere della Resistenza italiana e europea, Novara, 1974.

(I6) Ibidem

(17) Atti del congresso 1979 del Movimento Friuli.

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