Giuseppe II e la sua Lombardia

Proseguendo sulla via tracciata data dalla grande madre, il sovrano d’Absburgo lasciò in terra lombarda un’impronta incancellabile e, con l’intendimento esclusivo del pubblico bene e del progresso civile di tutti i suoi popoli, rivoluzionò ogni settore, non solo negli ordinamenti ma anche nella mentalità e nella sensibilità. La sua attività si esplicò ben oltre il campo giuridico, amministrativo,  urbanistico, educativo: fondamentale fu , infatti, il suo ruolo nel mondo della Scienza e della Sanità, completamente riorganizzata e rinnovata.  Pavia divenne il cuore della riforma grazie all’opera di due insigni studiosi e ricercatori: Johantan Peter Frank e Giovanni Alessandro Brambilla.

Era ormai giunta la sera di quel 29 novembre 1780, tra i fumi delle candele e le litanie degli ultimi esercizi spirituali; rendeva l’anima al cielo l’ultima discendente della casa d’Absburg, Maria Teresa. Per lei, primogenita, suo padre – Carlo VI – presentendo la mancanza di altri figli maschi, aveva proclamato con la Prammatica Sanctio la successione al trono, contro la Legge Salica.

Mai scelta si dimostrò più felice: alla morte dell’augusto genitore, nel 1740, Maria Teresa, prima donna a cingere la corona imperiale, dimostrò a tutta l’Europa di avere idee ben chiare a proposito degli affari di Stato (iniziò col fare i conti con una guerra avente come oggetto la successione al trono da lei occupato, che si concluse solo nel 1748 con la pace di Aachen, dalla quale uscì trionfante) e nei successivi 40 anni – tanto durò il felice regno – i suoi popoli ebbero, in benessere e prosperità, quanto mai prima d’allora, tanto da poter oggi affermare che in nome di virtù, fraternità, uguaglianza e libertà riuscì solo a scorrere sangue, mentre nel periodo del cosiddetto assolutismo vennero gettate le basi su cui la nostra più o meno grande prosperità poggia ancora saldamente. Prosperità che necessitava anche e soprattutto di uomini fidati, esperti e decisi, in quella terra strana di Lombardia, quale doveva apparire vista da Vienna: una periferia dell’impero dal clima così insidioso, ma con una popolazione dalle potenzialità immense, se solo fosse guidata saviamente e sicuramente. Come definire il conte Pallavicini, Ministro delle Finanze dello Stato di Milano, se non degno erede – seppur alla lontana – per tenacia ed abilità di quell’antica famiglia cremonese nota sei secoli addietro col nome di Pelavicino (o Pelavicini), che ritenne bene d’addolcire, appena giunta a controllare la città sua d’origine, quel patronimico ormai troppo ingombrante? E che dire invece di Pompeo Neri, sommo giureconsulto, la cui fama travalicò ben presto il Gran Ducato di Toscana, suo paese natale, chiamato, proprio lui, forestiero, a soli 42 anni, a presiedere la Giunta del Censimento? Egli trovò anche il tempo di cercare e stabilire il rapporto medio fra l’oro e l’argento nella monetazione delle Zecche di tutt’Italia (Venezia, Bologna, Roma, Milano, Torino, Firenze, Modena, Napoli, Genova, Lucca), dotando così i governi di un dato certo ed omogeneo da usarsi nelle relazioni finanziarie. Qualche scelta, invece, non si dimostrò appropriata, come quella del conte Cristiani, mandato a Roma a trattare con il Papa il censimento e la tassazione dei beni ecclesiastici, che se ne tornò con un gettito fiscale inferiore del 15% al previsto, descrittoci dal Verri come uomo rozzo, incolto, balbuziente e trasandato nei modi, giunto chissà come così in alto nelle gerarchie statali. Le resistenze di chi vedeva nelle riforme la fine di antichi poteri e privilegi furono tenacissime: la categoria dei Fermieri – gli appaltatori privati delle imposte indirette e dei principali generi denominati appunto di “privativa” – era agguerritissima; la sua potenza si concretizzava anche in casse d’oro e d’argento elargite con dovizia agli alti papaveri di Vienna (si dice che persino Kaunitz avesse ricevuto in omaggio dai Fermieri un servizio d’oro massiccio del valore di 80.000 fiorini). L’alba del 30 novembre 1780 sorgeva dunque su una Lombardia saggiamente governata, ogni giorno più attiva e progredita, ma non ancora compiutamente trasformata nella regione trainante dell’impero, evento auspicabile e possibile. Che sarebbe stato di tutto ciò, senza l’imperatrice? Persino il Re di Prussia aveva tessuto l’elogio della defunta con parole non certo d’occasione: “J’ai donné des regrets bien sincères à la mort de cette grande Princesse; elle a fait honneur à son sexe et au trône; je lui ai fait la guerre, et je n’ai jamais été son ennemi”1. Scoccava così l’ora del figlio Giuseppe, nato nel 1741, simile per molti versi – troppi, secondo alcuni – alla madre: non a caso si era “fatto le ossa” occupandosi di cose militari, lasciando la politica in mani più “esperte”. Nonostante ciò, egli riuscì a fare delle questioni militari lo spunto per approfondire le sue conoscenze in ogni campo: viaggiò attraverso l’Europa più e più volte, spessissimo in incognito, col nome di conte di Falkenstein, visitando ospedali e campi, opifici e salotti, scuole e caserme, chiese e corti, facendosi così un’idea precisa ed aggiornata sulle condizioni delle varie regioni del continente. Le sue idee-guida, che solo in popoli toccati dal benessere e dalla salute risiedesse la forza di uno Stato moderno e che il compito di un regnante fosse quello di operare in funzione solo della prosperità e sicurezza dei suoi popoli, stimolando le loro autonome peculiarità con il cemento di un’amministrazione proba, limpida come cristallo, efficiente ed efficace, erano forse giudicate a corte troppo “radicali”, ma furono senza dubbio il motore interno, inarrestabile, che fece progredire le riforme materne quando queste sembravano rallentare, costrette dalle resistenze degli antichi poteri. La sua prima visita in Lombardia avvenne nel 1769, ed egli vi si trattenne per tre settimane.

Questa è la descrizione fattane dallo storico Pietro Custodi: “Forse il caso e forse la precoce antiveggenza dell’Imperatore Giuseppe II a raffermare gli animi de’sudditi, fu la cagione del primo viaggio che fece quel sovrano in Italia. Partito da Vienna sul fine di febbraio sotto il nome di conte di Falkenstein, che conservò sempre ne’viaggi successivi (…) si trattenne nel ritorno nella sua Lombardia dal 23 giugno al 15 luglio. Egli vi si fece ammirare come amico dell’ordine e della giustizia, desideroso del pubblico bene, nemico degli abusi, di un’attività straordinaria, e singolarmente ricco di utili cognizioni”.2 Nelle sue mani e sulle sue spalle stava l’eredità di mezzo secolo di prosperità. Egli mise subito a buon frutto le esperienze maturate sia durante i lunghi viaggi attraverso l’Europa, sia nell’altrettanto importante e difficile vita di corte, e senza por tempo al tempo incrementò l’opera della madre: venne concessa una certa tolleranza all’esercizio delle religioni diverse dalla cattolica, modificata la legge sui matrimoni, abolita la censura ed emancipati gli Ebrei, eliminata la servitù della gleba nelle province orientali. Nel 1782 il Pontefice Pio VI si recò a Vienna, con l’obiettivo ufficiale di far recedere l’imperatore dalla sua politica ecclesiastica: se non riuscì nell’intento, nondimeno ottenne, forte del suo ascendente sul popolo, di insinuare una maggior diffidenza verso le riforme imperiali, che sempre più profondamente intaccavano vecchi usi ed intralci. Giuseppe II visitò altre due volte la sua Lombardia, trattenendosi più brevemente; alla vigilia del suo primo viaggio emanò, nel dicembre 1783, una lunga disposizione, indirizzata ai capi dei dipartimenti, “sul modo di trattare gli uffici pubblici”, dettagliata illustrazione dei principi e delle norme irrinunciabili per una corretta e pronta amministrazione della cosa pubblica.

Le poche parole messe in chiosa a questo documento bene compendiano la filosofia giuseppina: “Quegli però che non aspira se non all’utilità ed onorifico annesso al suo impiego, e che considera il servizio dello Stato come una cosa accessoria, farà meglio disimpegnarsi a tempo e rinunciare ad una carica per la quale non è degno essendo necessario per il bene dello Stato di avere un’anima fervorosa, e rinunciare totalmente a sé stesso e ai suoi comodi”3 E quali fossero la determinazione dell’imperatore e la sua attenzione per il progresso ed il benessere delle genti da lui visitate durante i suoi viaggi, chiaramente lo esprime in questo passo dell’“Autobiografia” il famoso clinico Johann Peter Frank, al tempo titolare della cattedra di Medicina Pratica e Clinica dell’I.R. Università di Pavia, indi Direttore degli Ospedali della Lombardia Austriaca e del Ducato di Mantova: “Nel dì di Giugno [1785] comparve all’improvviso a Pavia S.M. l’imperatore in compagnia del suo fratello Leopoldo, in tal tempo Gran Duca di Toscana. Dopo che il Sovrano ebbe visitata l’Università, e dopo esservi stato ricevuto da tutti i Professori, si trasferì all’Ospedale, ordinandomi di seguitarlo. In una sala delle donne si avvide l’imperatore di un piccol’uscio laterale, e mi ricercò ove questo conducesse; in due camerette per malati, io gli risposi: volendo il Sovrano visitarle, credei proprio di rappresentargli che quel luogo era assai malsano essendo pienissimo di febbri contagiose: ciò non importa, riprese quel Monarca filantropo, ed entrò nelle suddette camere. L’aspetto di quel pessimo locale fece una tale impressione all’imperatore, che volgendosi a me, esclamò ‘Frank, com’è possibile collocare in un luogo simile creature umane? sull’istante si atterrino queste stanze’: comando che dovè essere eseguito nel giorno successivo; quindi l’imperatore visitò tutto lo Spedale, e volle essere minutamente informato di ogni più lieve particolarità. Erano appena scorse sei settimane, quando arrivò un ordine sovrano da Vienna, che fosse immediatamente riparato a tutti, anche i più piccoli difetti osservati dal Monarca, indicando esattamente i mezzi a ciò necessari”.4 Ma il bello, come suol dirsi, era ancora di là da venire. Nella sua “Storia di Milano” il Custodi, a proposito del 1786, usa la definizione di “torrente di innovazioni” ed è financo troppo prudente nel giudizio: un altro grande lombardo, il Parini, meno condizionato forse, usa quella di “tempesta”.

In effetti il 1786 è l’anno-chiave delle riforme giuseppine, il punto più alto di attività dell’imperatore, la scommessa più impegnativa da giocare, che gli costerà, se non la vita, la considerazione di parte dei suoi sudditi; quei sudditi, soprattutto, in favore dei quali egli mise tutto in discussione, a partire da se stesso. Il magistrato politico camerale, la commissione ecclesiastica, il tribunale araldico, quello di sanità, la commissaria generale e la congregazione dello Stato furono soppresse ed in loro sostituzione creato un consiglio di governo. Il paese venne diviso in 8 province e si costituì a Milano un ufficio generale di polizia. Fu soppresso il Senato, ormai incapace di esistenza propria e vennero profondamente modificate tutte le strutture giudiziarie. Venne ulteriormente proseguita la riforma degli affari ecclesiastici: nuovamente ripartite le parrocchie, creato un seminario generale in Pavia, riformata la legge sui funerali, con l’immediata proibizione delle inumazioni all’interno delle chiese, a ciò sostituendosi la costruzione di cimiteri al di fuori dei centri abitati. Si riordinò profondamente il sistema dei dazi; l’istruzione inferiore venne migliorata con l’introduzione delle scuole normali; si attuò la numerazione e l’illuminazione delle case. Furono poi regolamentati i monti di pietà e l’Università di Pavia ebbe regolamenti più ampi ed infine riorganizzate le farmacie e l’esercizio della medicina e chirurgia. Questo così ampio ventaglio di fatti concreti, compendiato nella decina di grossi volumi contenenti tutti i suoi provvedimenti, pubblicati organicamente a partire dal 1787, non evitarono a Giuseppe II una sorte amara: “Sembra che Giuseppe II avrebbe dovuto essere fra i sovrani il più facile ad essere giudicato, perché fece più fatti; pure fu quello su cui i giudizi rimasero più divisi. Il molto bene che fece e le sue utili riforme, benché duramente eseguite, male accolte, contrastate, e in parte rivocate, furono un seme che fruttificò largamente, e un frutto certissimo e indistruggibile sarà quello per cui la magia e la tirannia delle opinioni vennero dissipate per sempre. Più amara fu la ricompensa raccolta dall’autore di tanti cangiamenti, mentre n’ebbe dispiaceri infiniti”.5 Il 20 febbraio 1790, con la morte del quarantanovenne Imperatore, si chiudeva un decennio di storia lombarda, durante il quale vennero gettate le fondamenta di una prosperità che i due secoli successivi non riusciranno ad estinguere del tutto.

Nascono la medicina sociale e le scuole di chirurgia

Giuseppe d’Absburg riservò alle scienze un amplissimo spazio nel suo sistema di riforme, aspetto questo che a torto viene considerato marginale, rispetto ai suoi interventi negli altri settori della vita sociale. Anche il fratello Pietro Leopoldo, Gran Duca di Toscana, sensibile alle istanze provenienti dai circoli meno conformisti d’Europa, visse esperienze di governo in gran parte simili a quelle del fratello Imperatore, facendo della Toscana uno dei paesi più prosperi del continente, dotato di una legislazione d’avanguardia. A lui si deve l’istituzione dell’“Imperiale e Reale Museo di Fisica e Storia Naturale”, più noto attualmente come Museo della Specola. Di provenienza granducale sono anche libri, strumenti ed apparecchiature dell’Accademia del Cimento. Infine, sempre nell’ambito del Museo, venne organizzata una raccolta di cere anatomiche e si sviluppò una scuola ceroplastica che fece di Firenze un polo di straordinaria importanza per questa arte misconosciuta. Ritornando però in ambito lombardo, l’organizzazione sanitaria era sicuramente la branca della cosa pubblica meno dinamica e più bisognosa di attenzioni, per i primari risvolti sull’economia dell’intera nazione di un sistema sanitario efficiente. Le cure di Giuseppe II furono assidue ed efficaci, frutto di attente visite alle strutture sanitarie di ogni parte d’Europa compiute dal Conte di Falkenstein nei suoi frequertti viaggi. Le vicende di due grandi innovatori, che dovrebbero sedere di diritto nell’olimpo degli illustri Lombardi – Giovanni Alessandro Brambilla e Johann Peter Frank -, possono ben esemplificare la sensibilità giuseppina e l’efficacia delle sue riforme. Due secoli or sono esattamente, l’insegnamento della medicina non poteva dirsi poi troppo diverso da quello dei secoli precedenti, almeno per la filosofia ad esso sottesa. Il metodo sperimentale non doveva poi essere riuscito a scalzare così a fondo gli antichi insegnamenti, se ancora resisteva una “lectura Almansoris”, testo arabo del IX- X sec., nella Pavia del 1765. Non ci si sarebbe stupiti, dunque, di vedere assiso in cattedra il magister commentare l’antico testo, mentre il dissettore incideva il cadavere da basso. E, se il reperto non corrispondeva al passo di Galeno – od, appunto, all’arabo Rhazes, vissuto nel IX-X sec. – pazienza! Il progressivo riordino degli studi medici, iniziato nel 1765 con la sottrazione al Senato dell’istruzione superiore, creando una Deputazione ad hoc, provocò nel 1773 l’emanazione di un Piano Scientifico, in virtù del quale alla congerie di antichi insegnamenti ne venivano sostituiti cinque, organizzati in modo moderno (tre di tipo propedeutico, annuali, e due di carattere clinico, biennali): 1) Anatomia e istituzioni chirurgiche (annuale); 2) Operazioni chirurgiche ed arte ostetrica (biennale); 3) Istituzioni mediche (annuale); 4) Medicina teorico-pratica e clinica (biennale); 5) Chimica, materia medica e botanica (annuale). Le tradizionali letture erano dunque spazzate via; ciononostante, lo scenario che accoglie Johann Peter Frank in quel di Pavia non è dei migliori. Prima di occuparci però degli avvenimenti successivi alla sua venuta in Lombardia (1785) e dei suoi rapporti con Giuseppe II, occorre qualche nota biografica sul personaggio. Nativo di Rodalben, nel Baden-Baden, Johann Peter Frank esercita la professione in prevalenza nella sua regione di nascita e come archiatra del Principe Vescovo di Spira; a Mannheim, nel 1779, dà alle stampe il primo volume della sua più famosa opera: “System einer vollständigen medizinischen polizey”. Questo volume, criticato in Germania (ma non in tutti gli ambienti: il Duca di Württemberg mostrò di apprezzarne i contenuti), non passò inosservato a Vienna, e, quando si trattò di sostituire il famoso Tissot, dimessosi dalla cattedra di medicina pratica dell’Università di Pavia, venne fatto il nome di Frank. Queste poche parole, tratte dall’introduzione del suo “System” possono chiarire più di ogni altro concetto il perché di una scelta precisa e, come vedremo, ostinata: “La sicurezza dello Stato forma l’oggetto della Polizia generale, un ramo considerabile della quale si è quella scienza che, dietro certi principii, ha cura della salute degli uomini viventi in società”.6 Solo nel benessere dei popoli, dunque, sta la forza, la sicurezza, la prosperità dello Stato.

Ecco l’uomo ideale, cui affidare, oltre che una cattedra, seppur importante, quelle riforme che anche nella medicina si rivelavano improcrastinabili. Johann Peter Frank, intanto, aveva ricevuto un’offerta gratificante dall’Università di Göttingen; lui, cattolico, in una Università protestante! Una tale attenzione di stima non poteva essere rifiutata, tanto più che la nomina per Pavia tardava a giungere: così accettò l’incarico. Un anno dopo, però, essendo “tuttora vacante il posto di Professore d’istituzioni di Medicina pratica e di Clinica a Pavia”, il Frank lo accetta, rinunciando a Göttingen ed al suo clima rigido (questa è la versione riportata nella “Autobiografia”). Comunque, clima o non clima, dopo un anno di permanenza a Pavia (ma anche qui il clima non era certo dei migliori), riceve l’ordine di elaborare un nuovo Piano degli Studi per la Facoltà Medica dell’Università di Pavia che egli stila ed applica per quattro anni: le cinque grandi cattedre del 1773 vengono risuddivise ed integrate da nuove materie; viene istituito un Gabinetto anatomo-patologico; inaugurato il nuovo teatro anatomico ed arricchito il museo anatomico, grazie all’opera di Antonio Scarpa; modificato il calendario delle lezioni; riorganizzata la Farmacia.Nominato Protomedico e Direttore Generale della Medicina nella Lombardia Austriaca e nel Ducato di Mantova percorre in lungo ed in largo queste regioni. Frutto di questi viaggi è la riorganizzazione di tutta la Sanità portata a termine nel giro di qualche anno, mentre i volumi pubblicati del suo System continuavano ad aumentare. La morte improvvisa di Giuseppe II, avvenuta il 20 febbraio 1790, aggrava una situazione già difficile, per l’incertezza sulla sorte delle riforme, tanto tenacemente perseguite e tanto rapidamente minacciate. In questo clima di pericolosa incertezza, Johann Peter Frank, dall’alto della sua cattedra, il 5 maggio 1790 indirizza all’imperatore, sia pur rivolgendosi ai Principi in generale, l’invito pressante a proseguire sulla strada delle riforme, in favore del popolo.

Lo fa nulla nascondendo o nascondendosi, a ragion veduta, grazie alle sue visite effettuate in ogni zona della Lombardia, e, seppur riprendendo temi già precedentemente trattati, invoca chiaramente un salto di qualità nelle riforme che tanti vorrebbero già sepolte. “Cerchino pure, i Principi, di allontanare, se possono, dai loro territori i mortali contagi delle malattie che minacciano i loro sudditi; pongano pure in tutte le provincie degli uomini versati nella scienza medica e chirurgica; costruiscano pure ospedali e li amministrino con i migliori auspici; stabiliscano pure norme per l’ispezione delle farmacie ed applichino molte altre misure per la salute dei cittadini! Ma trascurino una sola cosa, cioè di allontanare o render più tollerabile la più importante fonte di malattie, l’estrema miseria dei popoli, e difficilmente si vedrà alcun beneficio dalla legislazione della sanità pubblica.7 […] Se veramente il governo desidera un aumento della popolazione, deve badare a che genitori e figli si sentano sicuri della loro esistenza. Non deve lasciare che i prezzi dei beni di largo consumo si alzino al di là di quanto il lavoro e il sudore possano pagare. Deve abolire la schiavitù che è un’infamia per l’umanità, e deve liberarsi da ciò che più le sta vicino, il fatto , cioè, che i contadini siano privati di ogni proprietà e possesso sia legalmente, sia come risultato di una invincibile povertà. In una parola adempia il voto da re Enrico fatto verso i suoi sudditi! Scacci dalle nostre provincie la miseria dei popoli, principale fonte di malattie! Allora il fertile grembo della madre produrrà forti e numerosi fanciulli; rideranno i campi coltivati da braccia gagliarde; le malattie ritorneranno alle città sfinite dalla corruzione. Torneranno la gioia, la virtù, l’amor di patria e l’antica salute dei cittadini rafforzata dal lavoro”.8 Con l’Oratio Academica “De Populorum Miseria, Morborum Genitrice”, dunque, esplicita fin dal titolo, nasce la medicina sociale, e questo episodio di storia lombarda non resterà evento isolato. Se, come abbiamo visto, la medica “Atene” piangeva, la chirurgica “Sparta” era in situazione ben più drammatica. Ai “ferri” del chirurgo si arrivava di norma dopo anni di sofferenze e di inutili cure, quando il terrore di una morte pressoché certa in seguito all’intervento era sovrastato dai patimenti subiti ed ancora in atto. In quella sorta di àuto-da-fé laico, quale era il complesso apparato chirurgico, drammatico rito di riconoscimento della propria impotenza terapeutica, si espiava l’angosciosa colpa della malattia. Di fronte a questa realtà Giovanni Alessandro Brambilla, nativo di un paese vicino a Pavia, San Zenone Po, si addottorò nell’I.R. Università e nel 1752 si arruolò come Unterchirurg (Chirurgo Minore) nel reggimento di fanteria Hagenbach, stanziato in Lombardia. Cinque anni più tardi, ottenuto a Vienna il brevetto di Chirurgo Maggiore, prestò servizio nel reggimento del  Comandante Franz Moritz Lacy durante la guerra dei sette anni, seguendolo di pari passo negli avanzamenti di carriera. Nominato prima Chirurgo della Guardia Nobile del Corpo delle Loro Maestà Imperiali (Maria Teresa e Francesco I), indi Leibchirurg (Chirurgo Personale) dell’alIora Arciduca Giuseppe, il suo quotidiano contatto con il futuro co-reggente (lo seguì in tutti i suoi viaggi) e la sua provata esperienza, maturata nella carriera militare, gli facilitarono l’elaborazione e l’attuazione di un suo progetto ardito ed ambizioso: creare una scuola per chirurghi, che desse loro non solo un’adeguata preparazione teorico-pratica in campo medico, ma anche li elevasse culturalmente e socialmente, conferendo – e questo doveva apparire come “eversivo” della tradizione consolidata da secoli – un diploma finale di valore equivalente alla laurea in medicina.

Si sarebbe finalmente tolta la chirurgia dalle mani spesso rozze ed inesperte dei barbitonsori (ancor oggi il ricordo di queste antiche mansioni resta nella bicolore insegna dei barbieri, che talora si mostra: in essa le strisce rosse e blu ricordano la colorazione del sangue nei vasi rispettivamente arteriosi e venosi) per elevarla a più alta dignità scientifica, utile per l’intera società. La nomina del Brambilla ad Oberstabschirurg (Chirurgo Supremo di Stato Maggiore) nel 1778 e, l’anno seguente, quella a Sovrintendente Unico al Servizio Sanitario Militare, furono il preludio all’attuazione pratica del suo piano. Prima sede della scuola fu l’ospedale di Gumpendorf, ma tutto vi era da inventare ex-novo: dovevano essere istruiti i professori, dotata la scuola di strumenti adatti. Al primo problema si ovviò mandando alcuni giovani meritevoli a specializzarsi nelle più rinomate scuole chirurgiche del tempo, a Londra e Parigi. La risoluzione del secondo fu opera del Brambilla, che, forte delle sue esperienze, risistemò organicamente e preparò, innovandolo in molta parte, uno strumentario chirurgico completo, che venne anche riprodotto e pubblicato nel 1790 ed ’82 sotto il titolo di Instrumentarium Chirurgicum Militare Austriacum. Per la sua realizzazione si avvalse dell’opera di provetti artigiani, quali il coltellinaio Maillard ed altri, che costruirono anche l’esemplare commissionato dal fratello di Giuseppe II, Pietro Leopoldo, Gran Duca di Toscana, e da lui donato all’Arcispedale di Santa Maria Nuova di Firenze (un altro esemplare è conservato presso il Museo per la Storia dell’Università di Pavia). Inoltre vennero fatte arrivare, sempre da Firenze, una serie di cere anatomiche predisposte sotto la direzione di Felice Fontana, cere che, insieme alla ricchissima biblioteca donata da Giuseppe II, completarono le dotazioni della scuola. In breve tempo Gumpendorf si dimostrò insufficiente ad ospitare tutta l’intensa attività della scuola: venne così costruita alla periferia della città una nuova e più ampia sede (attualmente vi è ospitato l’istituto di Storia della Medicina dell’Università di Vienna) ed il giorno 7 novembre 1785 Giovanni Alessandro Brambilla poteva, inaugurandola, raggiungere l’apogeo della sua carriera, pronunciando l’orazione inaugurale “Sulla Preminenza ed Utilità della Chirurgia”.

In essa, insieme al ricordo triste dello stato anteriore della chirurgia, affidata a “giovani barbieri digiuni perfino dei primi elementi dell’Anatomia, e della Chirurgia, peggio poi della Medicina Dietetica. Son questi i valenti Chirurghi, ai quali affidata ne venne la salute e la vita di più migliaia d’uomini (si riferiva il Brambilla alla situazione dell’Esercito, ma anche per i civili le cose non erano diverse), così portando il destino”,9 viene chiaramente illustrato il ruolo fondamentale dell’Imperatore nel riordino anche di questo settore: a proposito delle più che precarie condizioni degli ospedali della Monarchia “Pressai più volte la Maestà del Sovrano – scrive il Brambilla – perché non avvicinasse il passo per entro a somiglianti edifici, ove l’atmosfera crassa ed infetta per l’ordinario diventa pericolosa, ma l’intrepidezza di Cesare, quale appunto mostrarsi franca ad incontrare ogn’altro pericolo per l’altrui sollievo, non gli lasciava luogo di dar orecchio alle mie ripulse; dicasi inoltre, come quella ingenita compassione, che il Monarca si ha per gl’infermi, lo spingesse a ricercare non solo i piccoli difetti di quegli Ospedali, ma ciò che più monta (sic!), a porre conveniente riparo alle infinite calamità, che vi si incontravano”.10 Una lapide poneva il sigillo a quest’opera insigne dell’imperatore, destinata ad essere a lui intitolata:

Providentia et Auspiciis

Imp. Caes. Josephi II

P. F. Schola medico-chirurgica militum vulneribus et morbis curandis sanandisque instituta theatro anatomico et omni suppellectile salutaris artis, quae manu medetur instructa.

Anno R. S. 1785

La morte di Giuseppe II determinò una rapida eclissi delle fortune del Brambilla, che nel 1795 ritornò in patria; dopo la vittoria delle truppe francesi a Marengo (14 giugno 1800), egli tentò di ritornare a Vienna, ma, giunto a Padova, vi morì il giorno 30 del mese di luglio. Chiunque abbia a che fare oggi, due secoli più tardi, con il mondo della Sanità, sia per necessità che per altri scopi, deve a questi due grandi Lombardi, ed al loro Imperatore, molto più che un ricordo grato: anche sul loro lavoro si è fondato il nostro benessere.

 

La Zecca di Milano

Già durante il periodo teresiano la Zecca di Milano venne risvegliata dall’oblio in cui era scivolata, grazie soprattutto alla riforma del sistema monetario di cui fu mezzo di attuazione primario e validissimo. Nuove macchine e processi di lavorazione al contempo semplificati ed affinati aumentarono la quantità e la qualità delle monete coniate. Solo durante il regno di Giuseppe II, però, la qualità delle lavorazioni si eleverà a tal punto da far meritare alla Zecca Milanese, grazie all’Editto del 25 gennaio 1786, la condizione di privilegio per la coniazione di ogni tipo di moneta della Monarchia. Così, sotto la sigla distintiva “M”, vedranno la luce crocioni, “imperiali” d’Ungheria, “sovrani” di Fiandra, talleri. La moneta qui riprodotta è uno splendido “sovrano” di Giuseppe II. Il busto dell’imperatore, con corona di lauro, è circondato dalla scritta in latino: “Giuseppe II, per Grazia di Dio Re e Imperatore sempre Augusto, Re di Germania, Gerusalemme, Ungheria e Boemia”. In basso, la lettera “M” della Zecca di Milano. Sull’altro lato, lo stemma della casa d’Austria circondato dal collare del Toson d’Oro e, dietro, la croce di Borgogna; il tutto circondato dalla scritta: “Arciduca d’Austria, Duca di Borgogna, Lotaringia e Brabante, Conte delle Fiandre”. Indi la data: 1789.

Note

1 P. Frisi, Elogio di Maria Teresa Imperatrice, Milano 1981, p. 89 nota.

2 P. Custodi, Continuazione della Storia di Milano, Sansoni 1963, p. 450.

3 Disposizione di S.M.I.A. l’imperatore Giuseppe II ai capi de’ dipartimenti, sul modo di trattare gli affari pubblici; data in Dicembre 1783, prima della sua partenza per l’Italia, in P. Custodi op. cit., p. 467.

4 J. P. Frank, Biografia del Consigliere, e professore Gio. Pietro Frank; Milano 1802.

5 P. Custodi, op. cit., p. 472-3.

6 J. P. Frank, System einer vollständigen medizinischen Polizey; cit. in J. P. Frank, La miseria dei popoli madre di malattie, a cura di F. Grondona, Milano 1965, p.l.

7 J. P. Frank, La miseria dei popoli madre di malattie, Milano 1965, p. 27.

8 J. P. Frank, op. cit., p. 49-51.

9 G. A. Brambilla, Orazione Sulla preminenza ed utilità della Chirurgia, Milano 1787, p. 9. l0G.

10 A.Brambilla, op. cit., p. 21.

 

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