Glottofagia e antropofagia

Da secoli, la repressione linguistica è uno dei principali strumenti di colonizzazione e, talvolta, di cancellazione di un popolo. L’insegnamento fondamentale di Louis-Jean Calvet.

Se è vero che la scienza etnica combatte parte della sua lotta sul terreno della sociolinguistica, Louis-Jean Calvet — autore di Linguistique et colonialisme 1 — può vantare un buon apporto alle lotte anti¬colonialiste e federaliste. Le tesi di Calvet prendono spunto da una vecchia ruggine esistente tra etnisti e linguisti “ufficiali” accusati, questi ultimi, di subordinare la ricerca tecnica a status quo politici e sociali; essi non si preoccuperebbero tanto “di classificare, quanto di ratificare una classificazione precedente, cioè uno stato di fatto: sistematicamente”, sottolinea Calvet, “è la lingua nazionale a essere battezzata ’lingua’ e le lingue non nazionali a essere battezzate ‘dialetti’ (…). Partendo da questo stato di fatto e battezzandone gli elementi costituenti, i linguisti non hanno solo contribuito a consolidare i rapporti di forza esistenti, ma hanno altresì partecipato alla degradazione di alcuni elementi costicalvet-linguistica-copertinatuenti”.
Di quali rapporti di forza si parla? Ovviamente di quelli che intercorrono tra le etnie dominanti e le comunità a esse sottoposte, spesso individuate da ben precise colpevolizzazioni linguistiche. Siamo, in una parola, di fronte al nocciolo stesso dell’etnismo inteso, qui, nel suo aspetto più strettamente legato al software socio-culturale.
Calvet fa risalire la linguistica (e le sue colpe) ben addietro a de Saussure. Come una sorta di peccato originale, il mito di Babele segna, nel ’500, un’affannosa ricerca purificatrice della lingua originale; la supposta discendenza di alcune parlate europee da lingue “nobili” primigenie (latino, greco, ebraico) mostra subito una tendenza a subordinare la filologia a ragioni del tutto estranee, non ultimo il prestigio nazionalistico ricavato da una prosapia d’invenzione. Con il tempo, comincia così a prendere piede una concezione piramidale della linguistica, con le parlate cosiddette nobili alla testa e alla base gli idiomi barbarici.

La lingua come mito

I francesi, stabilito inequivocabilmente che i druidi utilizzavano caratteri greci, si orientano verso la lingua di Omero quale progenitrice (“vale la pena di notare la rapidità del passaggio dal gallico al francese”, rileva Calvet. “Il bretone, per esempio, non viene neppure preso in considerazione”), mentre il fiorentino Giambullari rivendica la provenienza del toscano dall’ebraico attraverso l’etrusco. Inizia così una discriminazione linguistica destinata a privilegiare i popoli più forti: nell’Esagono si parla ufficialmente francese (editto di Villers-Cotterèts, 1539) e negli studi non si fa neppure menzione del bretone o della lingua d’oc; fin da ora, dunque, “o le lingue sono al potere politico, o non sono affatto delle lingue”. E questa è l’amara realtà così come l’ha assimilata acriticamente la linguistica ufficiale, tanto che — come lamenta Giorgio R. Cardona — l’odierna contrapposizione lingua/dialetto derivatane viene applicata “istintivamente, salvo poi razionalizzarla in qualche modo”. Non a caso il toscano diventa lingua “quando lo Stato fiorentino raggiunge il culmine della sua potenza con Cosimo I. Nulla naturalmente è cambiato nei rapporti interni tra il fiorentino e, poniamo, il bolognese; sono cambiati i rapporti di forze, per cui i teorici del fiorentino sono in posizione di poter affermare che la loro è la ‘lingua’, a differenza delle altre varietà” 2.
“Gergo”, “dialetto”, “patois”, sono tutti termini forzati, appositamente utilizzati per connotare non certo sistemi linguistici, ma l’indegnità sociale, politica e spesso antropologica di chi ne fa uso (Calvet sottolinea “il parallelismo esistente tra le coppie lingua/dialetto e civilizzato/selvaggio”). Se la situazione europea, riferita alle cosiddette “colonie interne”, è spesso più sottile che clamorosa, la discriminazione nei confronti dei colonizzati di altre razze è estremamente grossolana. Essi ovviamente parlano solo dialetti (altrimenti sarebbero pericolosamente simili ai bianchi!) e non hanno diritto di definirsi popolo o nazione, ma solo “tribù”; abbiamo così, nota Calvet, 15 milioni di haussa (Africa) che sarebbero una tribù, mentre 120.000 islandesi sono una nazione…
La terminologia è molto importante e sottolinea con efficacia l’uso di questa dicotomia: civilizzato/selvaggio, lingua/dialetto, popolo/ tribù… 3.
Il “diritto di dare il nome” si spinge fino a ribattezzare le comunità ignorando i termini originali. In America, gli amerindi leni-lenape sono diventati delaware dal nome di un lord inglese, i dakota si trasformano in sioux da una deformazione francese e, in Africa, kotoko, bamileké e altri popoli sono unilateralmente definiti “camerunesi” perché i primi navigatori portoghesi hanno scoperto dei camardes, dei gamberi, nei loro fiumi. Ma potremmo operare un avvicinamento ricordando le deglutizioni toponomastiche e antroponomastiche in Italia, tanto capillari da meritare un trattato a parte 4.

Classi e popoli, le confusioni della politica

La penetrazione coloniale dunque, secondo Calvet, correrebbe sui binari della glottofagia, strutturata verticalmente (in termini di classi sociali: così le classi più vicine al potere coloniale abbandonano la lingua madre) e orizzontalmente (rapporto geografico città-campagna); all’inizio, le classi superiori che avevano acquisito la lingua dominante (bilinguismo) tendono all’abbandono della dominata (nuovo monolinguismo); in seguito, le classi inferiori urbane dall’originario monolinguismo passano al bilinguismo, mentre la popolazione urbana conserva ancora il monolinguismo per differenziazione orizzontale.
La visione di Calvet è dunque classista (“il colonialismo non è mai il puro e semplice scontro di due collettività, scontro da cui sarebbe assente la lotta di classe »), ma in forma ben più avanzata rispetto alle istanze delle sinistre ufficiali, in quanto isola le classi stesse all’interno di un ambito etnico 5. Come molti altri studiosi di area francese, egli tende tuttavia a generalizzare il colonialismo nel terzo mondo a tutti i rapporti inter-comunitari, dimenticando come in Europa la situazione non sia esattamente la stessa. Se la sua indagine infligge un colpo durissimo a chi individua le nazionalità sulla base dello status linguistico, una concezione troppo riduttivistica dell’etnismo come “rapporto di produzione” non fa che mantenere in vita il caos in cui si dibatte attualmente questa disciplina.
Calvet conosce poco o nulla della situazione italiana (tanto che, contraddicendo i suoi stessi principi, ascrive la fortuna dell’italiano alla presenza di “una coscienza nazionale, una volontà unitaria che poteva disporre, tra l’altro, di una tradizione linguistica”) e non crediamo molto alla possibilità di adattare i suoi schemi, sic et simpliciter, alle relazioni interetniche nel nostro stato. C’è già chi ci sta provando da tempo, e i risultati non sono affatto buoni. Certo, se Calvet si trovasse a operare qui invece che in Francia (dove, tra l’altro, il centralismo della capitale è opposto a una periferia economico-culturale: da Parigi viene il nome perché da Parigi viene la cosa, dice l’Ascoli), non potrebbe non applicare i suoi criteri linguistici stupefacendosi di quanti, pur definendosi etnisti, continuano a utilizzare imperterriti l’antinomia lingua/dialetto e le assurde definizioni di nazionalità a essa legate. Criteri linguistici, ripetiamo. Ma che dire dell’aspetto economico-sociale?
Alcuni nostri popoli non possono certo essere paragonati a poveri negri o arabi sfruttati, eppure etnicamente sono delle minoranze: vogliamo liquidarli secondo il principio vigente che fa corrispondere l’inopia alla nazionalità? In tal caso, dovremo rivedere gran parte dei nostri rapporti con l’autonomismo estero ricordando, magari, come sotto Franco il Paese Basco e la Catalogna versassero alle casse spagnole rispettivamente 5 e 3 volte più di quanto ricevevano.

Gli studiosi al soldo delle capitali

Qui sta la differenza: in Africa, i popoli sono sempre più poveri del colonizzatore bianco; in Europa, non sempre l’etnia oppressa è la più povera 6. Esistono infatti realtà minoritarie (si veda per esempio l’agiato Sudtirolo) legate ad avvenimenti casuali, come guerre e trattati internazionali, e non vincolate a criteri di colonialismo classico ed economico.
In Italia, prescindendo dagli aspetti governativi e ufficiali, il linguismo aprioristico paventato da Calvet ha stipulato un trattato di non belligeranza, se non di collaborazione, con la linea classica (parliamo di sinistra partitica, sia chiaro) spingendo le rivalutazioni linguistiche fino e non oltre la linea di demarcazione tra popoli sfruttati e popoli sfruttatori (?). Il potere fa da soddisfatto spettatore a una manovra la quale, se da una parte soddisfa in minima parte una sempre più imbarazzante richiesta autonomistica, dall’altra mantiene intatto il controllo sui centri economici che gli garantiscono la sopravvivenza. È, insomma, consentito affrontare il problema etnico solo alla periferia dell’impero dove i lamentatori sociali si muovono a loro agio e dove il potere romano si aspetta fastidi di poco conto.
Ecco, rivestita e imbellettata, riapparire sotto altra forma la linguistica prostituita di Calvet, secondo il quale, giustamente, “quando si teorizzano i rapporti tra le lingue, è ai rapporti tra le comunità che si mira, e l’ideologia dominante dell’epoca vi è perciò largamente presente»; solo che qui siamo di fronte — come abbiamo più volte detto e ripetuto — non più al “razzismo classificatorio” alla base del pensiero di Calvet e buono per le vicende franco-africane, ma a un atteggiamento “declassificatorio” volto a ricondurre all’ovile comunità molto vantaggiose.
Poiché, come diceva Marx, “la mente grossolana cambia le differenze di classe in differenze della grandezza della borsa e il conflitto di classe in rissa tra i mestieri”, i nostri falsi etnolinguisti stanno ben attenti a suddividere gli oggetti dei loro studi in linguofoni e dialettofoni — con conseguente diritto o meno all’autonomia nazionale, il che per loro è la stessa cosa — in perfetto accordo con le strutture ufficiali. Recentemente una forza secondo noi centralistica come la Triplice sindacale ha ammesso i diritti delle minoranze (dodici) di dotarsi di sindacati etnici; in una mozione pubblicata da “Ousitanio Vivo”, la CGIL-CISL-UIL Scuola piemontese ha appoggiato — giustamente — la proposta di legge per la tutela della minoranza occitana, rilevando però “la presenza nel territorio della Regione Piemonte di zone abitate da popolazioni aventi una lingua e una cultura diverse da quella italiana”! Dunque il rapporto non è più quello storico tra piemontesi e provenzali, bensì tra provenzali e italiani, come se la faccenda si svolgesse indifferentemente in Umbria o in Calabria… Certi linguisti assentono soddisfatti; ma credete voi che, se questi per avventura intendessero dimostrare lo status di lingua del piemontese, i termini della mozione sindacale sarebbero diversi? Neanche per sogno. Il contratto di mutuo soccorso linguistica-strutture politiche si romperebbe e la Triplice continuerebbe a ignorare l’esistenza di un Piemonte, semplicemente perché un sindacato etnico padano-piemontese in una comunità soffocata dall’immigrazione (questa sì) italiana sarebbe l’inizio della fine per il mito dell’unità. Meglio tollerarlo in Sardegna, nelle valli provenzali o in Val d’Aosta dove, con o senza sindacati etnici, la situazione rimarrebbe inalterata.
Da quanto esposto, risulta chiaro come le diatribe tra gli addetti ai lavori siano fintamente legate a temi scientifici mentre nella realtà sono manovrate, consapevolmente o inconsapevolmente, da ben altre motivazioni. Non vogliamo fare nessun processo alle intenzioni attribuendo la malafede laddove c’è, magari, solo ignoranza, ma non è un caso che gli zelatori del binomio lingue (dodici) / dialetti non riescano mai a spiegare le loro posizioni teologiche in termini scientifici.
L’analisi di Calvet, in conclusione, pur essendo correttissima e anche geniale se applicata a determinate realtà, diventa un po’ romantica, se non demagogica, nel contesto europeo più attuale 7. Corretta nel denunciare la hit-parade delle lingue, essa è incompleta sotto lo stesso profilo di classe poiché dimentica per esempio il ruolo delle classi povere delle etnie economicamente avanzate: sfruttate contemporaneamente dai ceti connazionali superiori e dalle classi d’importazione, rappresentano un “non essere” coincidente con la parte più genuina di una comunità la quale, pertanto, è destinata non solo alla glottofagia, ma anche all’antropofagia.
D’altronde, il sociologismo lamentatorio è solo apparentemente anetnico. Di stampo “italico”, da noi, esso è ferocemente antipadano e utilizza così — malamente — uno strumento di differenziazione etnica che rasenta il razzismo: tutto quanto proviene dall’ambito mediterraneo (sia esso folklore serio o folklorismo deteriore) è applaudito come sacrosanto recupero in funzione antisfruttatoria, mentre la mìnima azione similare a nord della diaclase La Spezia – Senigallia è operazione brutale, nostalgica, aristocratica e contraria agli interessi del povero immigrato (ma quale? Il poliziotto? il politico? il magistrato? l’impiegato pubblico? il funzionario? l’insegnante?) 8.
La “classe”, dunque, è solo un pretesto per giustificare l’onnipotere dello “stato ordalico”, quello cioè che ha ragione in quanto ha vinto un confronto. Le nostre classi sfruttate possono anche andare a farsi benedire proprio per il loro sgradito bagaglio etnico, e ci riferiamo a giovani che non trovano lavoro perché esclusi dalle camorre dei concorsi e delle raccomandazioni romane, ai contadini e ai montanari (ma lamentarsi è pericoloso e reazionario…).
Questi ceti possono aspirare a qualche considerazione solo qualora abdichino alle loro peculiarità etniche. “Sia chiaro”, è stato detto, “che una difesa effettiva del dialetto significa anche una difesa delle condizioni di vita di cui è espressione, con tutto quello che comportano di miseria, arretratezza, dolore. Ma è anche chiaro che fortunatamente non è possibile ritagliare nella società moderna uno spazio di simili ritorni medievali” 9. Così, sulla scorta della visione calvettiana, possiamo notare come una prima spinta imperialista e reazionaria abbia ridotto la lingua al grado di dialetto e come una spinta apparentemente contraria voglia successivamente spazzarne via le restanti tracce! (Diciamo “apparentemente” in quanto considerazioni di questo tipo sembrano uscite da un manuale del Ventennio).
Non resta allora che percorrere senza timori o sensi di colpa il cammino verso la riappropriazione non solo del nostro “parlare” padano, ma anche del nostro “essere” padani, ignorando i falsi dogmi delle linguistiche e delle cosiddette scienze umane ufficiali poiché — e terminiamo con le parole di Calvet — “dal momento che esse hanno come scopo la teorizzazione dei rapporti sociali, riesce difficile vedere come possano uscire dall’ideologia, la quale si fa carico proprio di tali rapporti sociali per tradurli in linguaggio”. E le ideologie da noi, neanche a farlo apposta, sono tutte romanocentriche.

NOTE

1) Louis-Jean Calvet, Linguistica e colonialismo – Piccolo trattato di glottologia, Milano, Mazzotta, 1977. L’introduzione è di D. Canciani il quale evidentemente non deve aver capito molto del libro che ha anche tradotto, laddove dice che in Corsica ci sono “300.000 italiani”!
2) Da: AA.VV., La cultura orale, Bari, De Donato, 1977.
3) Ma potremmo continuare con una serie di coppie applicabili anche a livello europeo: cultura/folklore, nazionalismo/campanilismo, patriottismo/particolarismo, antico/vecchio, razionale/irrazionale, pratico/romantico, e cosi all’infinito.
4) Si vedano come esempio i nomi sloveni italianizzati di Trieste (“Etnie”, 2, 1981, e vari numeri di Nuova Mitteleuropa), o lo stesso termine “altoatesini” o la strage di toponimi piemontesi originali, come: Bel vei (belvedere) diventa Belveglio; Bondasch, Netro; Ducc (leggiadro), Duccio; Pitcaval (ai piedi della valle), Piedicavallo; Sarf, Cervo; Ser vej (altura antica), Cervelli, eccetera (da Antonio Bodrero).
5) Per Albert Memmi, addirittura, la colonizzazione “è una relazione tra popolo e popolo, non tra classe e classe, è questo che costituisce (…) l’aspetto specifico dell’oppressione coloniale” (Ritratto del colonizzato e del colonizzatore, Napoli, Liguori, 1973).
6) A volte si tratta anzi di vero e proprio parassitismo etnico come testimoniano i casi della Iugoslavia nei confronti della Slovenia e dell’URSS nei confronti dei Paesi baltici.
7) Ma sono convinto che il professore di semiologia e sociolinguistica alla Sorbona sia in perfetta buona fede. Probabilmente gli servirebbe un corso di aggiornamento sul campo qui in Padania, il caso di decodificazione etnica più clamoroso e contemponeamente più sconosciuto d’Europa.
8) Tutto l’armamentario di questo odio-paura nei confronti dell’etnismo nordico — e padano in particolare — si trova nell’intervento di F. Castelli su La cultura orale (cit.), dove si dice tra l’altro: “È tutto un pullulare di istituzioni pseudo-culturali che si ergono a paladine della ‘lingua’ piemontese (in funzione larvatamente antimeridionalista, date le forti spinte immigrative) e delle ‘genuine’ tradizioni (…) della ‘nazione’ piemontese».
Da notare che, mentre i piemontesi fanno queste brutte cose a casa loro, napoletani e affini fanno lo stesso con l’aggravante dell’esportazione e dell’imposizione tramite mass-media…
9) Glauco Sanca, in “Rivista Italiana di Dialettologia”, 1977. La frase è contenuta in un contesto chiaramente riferito alla Padania.

Pubblicato nel 1983 su “Musicalbrandé”

 

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