Heiva 2017, la sesta serata

Filed in Polinesia in diretta, polinesiani by del 17/07/2017
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Ultima serata della Heiva I Tahiti. Quest’anno lo spettacolo è stato più raccolto rispetto al precedente, ma non di minor qualità. Passano in scena quattro cori: Tamari’i Tuha’a Pae No Mahina, in categoria Tārava Tuha’a Pae; Natiara in categoria Tārava Raromata’i; Tamari’i Pareari e Te Pare O Tahiti Aea, in categoria Tārava Tahiti. Due formazioni per la ’ori, danza: il nuovo gruppo Nuna’a e Hau in categoria Hura Ava Tau, amatori, e Tahiti Ia Ruru-tu Noa in categoria Hura Tau, professionisti, vincitore della Heiva dello scorso anno in categoria amatori.

Il gruppo Tamari’i Tuha Pae No Mahina, i figli delle Australi che vivono a Mahina, pone una domanda fondamentale: tu, figlio delle isole Australi, sai da dove vieni? Spesso la risposta è fumosa, non si sa bene dove situarle.
Le isole Australi formano un arcipelago di circa 152 chilometri quadrati posto nel sud dell’oceano Pacifico, in prossimità del tropico del Capricorno.
Ci sono cinque isole principali:
Rurutu, 36 chilometri quadrati. James Cook fu il primo europeo a giungervi il 13 agosto 1769 e chiamò l’isola Oteroah.
Ra’ivavae, 16 chilometri quadrati. Il primo ad approdarvi fu il navigatore spagnolo Thomas Gayangos nel 1775, ma l’isola resta fuori dalle rotte segnate e venne visitata da poche navi di passaggio.
Tubuai, 45 chilometri quadrati, oggi centro amministrativo dell’arcipelago. Il primo navigatore ad arrivarci fu Cook l’8 agosto 1777 nel corso del suo terzo e ultimo viaggio nel Pacifico. Non si accostò perché per accedere all’isola bisogna percorrere un lungo e tortuoso canale nella barriera corallina, ma gli isolani gli andarono incontro. Notò la densa vegetazione e le similitudini con la lingua di Tahiti.
Rapa, 40 chilometri quadrati, a volte chiamata Rapa Iti per distinguerla da Rapa Nui, l’isola di Pasqua. Il primo ad avvistarla fu il navigatore George Vancouver il 22 dicembre 1791; allora l’isola si chiamava Oparo.
Rimatara, appena 8 chilometri quadrati, scoperta solo nel 1821 dal pastore William Henry che vi fondò una missione protestante. La Francia stabilì il protettorato su quest’isola nel 1889 e la annesse nel 1900.
Le isole dell’arcipelago delle Australi intrattengono solidi legami che si basano su una singolare percezione dell’oceano, visto come un legame sociale. Questa immensa distesa di acqua non separa i popoli ma li lega.
La storia della Polinesia è legata ai viaggi dei grandi navigatori: i polinesiani sono stati i primi ad attraversare il Pacifico sulle loro grandi piroghe per stabilirsi in terre disabitate. Le isole fanno parte dell’oceano che forma, insieme al cielo, un vasto insieme inizialmente unito, separato dalle divinità generate da Ta’aroa, il dio creatore dell’universo polinesiano. L’oceano rappresenta uno spazio interconnesso, vi circolano i legami simbolici che ci uniscono al mondo degli dèi e degli antenati, con i legami di parentela che ne conseguono. La storia di certi marae (luoghi di culto), la trasmissione orale e la toponomastica delle isole, dei motu e dei canali offrono preziose indicazioni sui legami familiari che esistono nell’arcipelago. La colonizzazione con il conseguente stravolgimento ha cambiato i rapporti fra le isole, ma gli abitanti delle Australi percepiscono gli altri arcipelaghi come opportunità per studiare, sposarsi o trovare un lavoro, uno spazio di mobilità e scambio precedente all’arrivo dei navigatori.
Interessante come cantino l’eroe Hiro, comune a tutte queste isole, ma con caratteristiche diverse.

O Hiro iti ē te pua mahu ē,                
Hiro te pua mahu,
O Rimatara ia fenua ē,                                  
Della terra di Rimatara,

O Hiro iti ē te pū manatu,                            
“Hiro” te pū vantaggio,
O Rurutu ia fenua ē,                                    
Della terra di Rurutu,

O Hiro iti ē te ara raua,                                
“Hiro” te ara raua,                            
O Tupuai ia fenua ē,                                   
Della terra di Tupuai,

O Hiro iti ē te moe taere,                             
“Hiro” te moe taere,
O Ra’ivavae ia fenua ē,                                 
Della terra di Ra’ivavae,                                                           

O Hiro iti ē te ara roa,                                  
“Hiro” te ara roa,                       
O Rapa iti ia fenua ē.                                     
Della terra di Rapa.

Durante l’ūtē paripari di questo gruppo, uno dei due cantanti ha fatto cilecca: preso dall’emozione non ricordava più toni e parole; immediata la risposta della natura: è iniziata a cadere una leggera pioggerellina, perché, come dicono i trancesi, se canti stonando fai piovere! O sarà stato un toriri (acquerugiola) d’incoraggiamento?

Tema metafisico per il gruppo Natiara: il legame. Cantare è il modo per chiarire il legame tra il passato e il presente; si parla di legame tra due o più persone, tra due popoli o due comunità. Nel tārava raromatai partono dalla genesi: il fondatore supremo plasmò l’uomo e così facendo creò il legame tra l’uomo ed il suo creatore. Mettendo l’uomo e la donna su questa terra si formò un legame tra loro, facendoli diventare sorgente di vita. L’uomo era naturalmente legato alla natura, al mare e al cielo, deve continuare a prenderne cura. Nonostante la lontananza, le isole polinesiane sono unite, come in una corona di fiori intrecciati dal profumo delicato.
La Heiva deve essere l’occasione per tessere il legame tra l’uomo e la cultura Māohi.
La direttrice del coro Dayna è stata membro della giuria nella Heiva del 2015, quando si rivolgeva ai cori, lo faceva cantando!

Il gruppo Tamarii Papeari canta la storia della bella Teipo-te-Mārama, la favorita dalla luce, perché la sua bellezza era così splendente da paragonarla allo scintillìo delle stelle. La storia è simile alla leggenda della palma da cocco, in seguito a una carestia la bella trova rifugio nella vallata di Vaihiria, dove si occupa di un’anguilla dalle lunghe orecchie. La bestia si innamora della ragazza che chiede aiuto al semidio Maui…

Il gruppo Te Pare O Tahiti Aea canta la storia dei due guerrieri Taufa e Pairiarai.

 

 

Echi di indipendentismo

Il testo scritto da John Mairai per il gruppo Nunaa E Hau ha un risvolto politico passato e attuale. Si rifà alla leggenda raccolta dal reverendo Orsmond dall’ari’i (capo) Pomare II nel 1821, poco prima della sua morte. Tahiti era il vivaio di Ra’iātea: la frequente allegoria che paragona l’isola di Tahiti al pesce risale al periodo in cui i manahune (plebei) erano sotto la dominazione dell’isola di Raiātea e il grande sacerdote di Ōpoa esigeva da loro le vittime sacrificali per il suo marae. Questi disgraziati venivano chiamati àretoria no te i’a, i pesci dalle lunghe gambe.
Un giorno la bella Terehe viola la severa rauhi, proibizione, facendo il bagno nel fiume. La collera degli dèi si volge contro la ragazza che ha un attacco di epilessia e muore affogata. Il suo corpo senza vita galleggia ma il suo spirito è ancora vivo. Tuna, l’anguilla gigante, ingoia il corpo di Terehe e viene posseduta dallo spirito della ragazza. Si immerge nelle acque più profonde e si dirige verso est, verso la luce del sole. Il popolo ha ritrovato la sua libertà. Gli dèi, carichi di rancore, mandano Tafai, il cui nome significa “agire per tagliare” per immobilizzare il pesce tagliandogli i tendini. Così Tahiti si stabilizza.
C’è una storia nella storia, una parola nascosta nella parola…
La realizzazione di Tahiti si trova oltre l’orizzonte, dove sorge il sole. I colpi di Tafai che bloccano l’isola possono essere paragonati guardando la storia: Tahiti era una nazione libera, un regno sotto Pomare II, e perse la libertà quando venne imposto il protettorato francese alla regina Pomare IV nel 1842 e quando suo figlio Pomare V “rimise i suoi stati per sempre” alla Francia. Tahiti deve alzarsi e camminare nuovamente verso est, dove sarà di nuovo libera.
Questo gruppo è di di Faaa, comune indipendentista dell’isola di Tahiti, il messaggio della danza riprende quello del loro leader, Oscar Temaru, che parafrasando il proverbio locale “rivolgi gli occhi verso il sole, le ombre cadranno alle tue spalle”, spinge il popolo Mā’ohi verso l’indipendenza dalla Francia. Il nome di questo gruppo non è stato scelto a caso: nuna’a, popolo, hau, che si governa.
Oscar Temaru ha avuto l’idea del tema, poi sviluppato dall’abile penna di John Mairai. Mi mostra con orgoglio una foto dove lo si vede circondato da polinesiani in posa: “Siamo stati il primo gruppo politico che si è presentato a torso nudo e pareo”. Perché in Polinesia le formalità non sono necessarie, giacca e cravatta non servono, anche la maglietta può andare bene.

heiva 2017 sesta serata - Omai

Omai, 1751-1779.

Dopo aver letto il testo in anteprima, ho incontrato John Mairai e gli ho chiesto: “A quando la rivoluzione?” Ma la sua pacata risposta mi ha fatto capire che i cambiamenti lui li porta solo sul palcoscenico. Nel 1987 John ha messo in scena Macbeth di Shakespeare tradotto in lingua polinesiana con il titolo Maro Putoto, cintura insanguinata; nel 1992 ha adattato il Borghese gentiluomo di Molière, con il titolo di Te Manu Tane, l’uomo uccello.
Conosciuto per il suo carattere esigente, ha seguito il numeroso gruppo, circa 240 ballerini, facendoli arrivare a un ottimo livello. Come voci narranti quella femminile, la brava Haerepō Terehē a Parauhuna (gli haere pō, andare di notte, erano i custodi delle genealogie che dovevano imparare a memoria e per ricordarle le recitavano di notte camminando sui muretti che delimitavano i marae; terehē, il pesce, parau, parola, huna, nascosta) e la voce di John, attore consumato, che ha voluto però farsi rappresentare in scena da Manu, già membro del Gran Ballet, vestito come Omai, il primo polinesiano arrivato a Londra, imbarcato da Banks, finanziatore della prima spedizione di Cook, nonostante il disappunto del capitano.

Apparso sulla scena lo scorso anno il gruppo Tahiti Ia Ruru-tu Noa si presenta per la categoria Hura Tau, professionisti, grazie alla vittoria della Heiva 2016 che lo ha fatto salire di livello. Il suo fondatore, Olivier Lenoir, ha investito parecchie energie nella preparazione dello spettacolo. Stanco ma contento, vede che parecchi tra i suoi ballerini che non parlavano reo Mā’ohi adesso cantano senza problemi in questa lingua; partecipare a uno spettacolo non è semplice attività fisica, è anche coinvolgimento personale.
È notte. Nell’oscurità un gruppo di persone nuotano e strisciano in silenzio, con precauzione. Palpano il suolo e sussurrano, quando improvvisamente vengono circondati da uomini armati e donne curiose ma ostili. L’ari’i della Lunga Terra, dove sono approdati, chiede loro chi siano. Il loro capitano risponde dicendo che provengono dal Paese Rosso, in cui imperversano siccità e fame, sono partiti in canoa, hanno sfidato mare e tempeste per arrivare fino a qui. Chiedono solo un pezzo di terra da coltivare, non hanno che loro mani come strumenti. L’ari’i dell’isola accetta la loro presenza, ma come servitori; quelli della Lunga Terra non dovranno più affaticarsi per avere cibo e quelli del Paese Rosso non dovranno più affrontare il mare; ma un uomo della Lunga Terra potrà avere una donna del Paese Rosso, e non il contrario. L’accordo è fatto, entrambi i popoli sono felici, le pene dei navigatori sembrano finite. Gli uomini della Lunga Terra hanno i capelli corti, gli uomini del Paese Rosso hanno i capelli lunghi. Gli uomini Paese Rosso lavorano duro e sopportano pazientemente i capricci di quelli della Lunga Terra.
Una ragazza si innamora di un giovane servo, si chiede cosa provi il ragazzo, duramente sfruttato. Non paghi di tutte le angherie che fanno loro subire, gli uomini della Lunga Terra cercano di tagliare i capelli biondi di un giovane del Paese Rosso per usarli come esca per pescare; scoppia la guerra, la testa dell’essere umano è sacra. I capelli corti sono più numerosi, ma l’ozio li ha resi deboli. I capelli lunghi ottengono la vittoria. Anche se vincitori, i capelli lunghi non vogliono maltrattare gli altri come è stato fatto con loro, sarebbe come seminare la vendetta e prepararsi la sconfitta di domani. I due ari’i decidono di dividere il lavoro e i prodotti con esso ottenuti, d’ora in avanti le uniche battaglie tra loro saranno quelle a colpi di danza. Seppelliscono i simboli di agitazione e discordia, l’orgoglio, la gelosia, il disprezzo e l’invidia. Al via i concorsi di ballo senza distinzione di razza: ora sono un solo popolo, uniti verso lo stesso obiettivo.
Un po’ di gossip: i partecipanti al concorso di migliore ballerino e migliore ballerina sono fidanzati, Ra’inui ha appena chiesto alla bella Onaku la sua mano! Entrambi hanno ballato benissimo.
Il gruppo ci regala una bella prestazione, Olivier effettua i suoi ōrero con voce pacata e melodiosa, contrariamente allo scorso anno, quando più che recitata la sua parte era urlata. È bello assistere ai progressi!

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