I diritti dei non-musulmani (dhimmi) in uno stato islamico

Recentemente sono stati scritti alcuni libri sui diritti dei non-musulmani che sono soggetti alle norme della legge islamica. La maggior parte di questi libri ha presentato il punto di vista islamico in maniera favorevole, senza svelare l’aspetto negativo ereditato in queste leggi.
Questo breve studio cerca di analizzarle in base alle interpretazioni delle Quattro Scuole del Fiqh (giurisprudenza). Esso mira a rivelare al lettore le loro implicazioni negative, senza ignorare punti di vista più tolleranti di riformatori moderni.
La nostra ardente speranza che questo studio rivelerà ai nostri lettori la nuda verità nei suoi aspetti sia positivi che negativi.

Concetto di “stato islamico”

“Uno stato islamico è essenzialmente uno stato ideologico, ed è quindi radicalmente diverso da uno stato nazionale”. Questa affermazione fatta da Mawdudi pone le fondamenta basilari del sistema politico, economico, sociale e religioso di tutti i paesi che impongono la legge islamica. Questo sistema ideologico discrimina intenzionalmente gli individui in base alla loro appartenenza religiosa. Mawdudi, un eminente studioso musulmano pakistano, riassume le differenze di base tra gli stati islamici e laici come segue.
1) Uno stato islamico è ideologico. Le persone che risiedono in esso si dividono in musulmani, che credono nella sua ideologia, e non musulmani che non credono.
2) La responsabilità per la politica e l’amministrazione di un tale stato “dovrebbe spettare in primo luogo a quelli che credono nell’ideologia islamica.” Ai non-musulmani, quindi, non può essere chiesto di intraprendere la politica o vedersi affidata la responsabilità istituzionale.
3) Uno stato islamico è obbligato a distinguere (cioè a discriminare) tra musulmani e non musulmani. Tuttavia, la legge islamica (sharia) garantisce ai non-musulmani “alcuni diritti specifici oltre i quali essi non sono autorizzati a immischiarsi negli affari dello stato, poiché non ne sottoscrivono l’ideologia”. Una volta che abbraccino la fede islamica, essi “diventano uguali partecipanti a tutte le questioni riguardanti lo stato e il governo”.

Il punto di vista citato è rappresentativo degli Hanafiti, una delle quattro scuole islamiche di giurisprudenza. Le altre tre scuole sono i Malikiti, gli Hanbaliti (la più severa e la più fondamentalista di tutti), e gli Shafiiti. Tutte e quattro le scuole concordano dogmaticamente sulle credenze fondamentali dell’Islam, ma differiscono nelle loro interpretazioni della legge islamica che deriva da quattro fonti:
a) Corano (letto o recitato): il libro sacro della comunità musulmana che contiene citazioni dirette da parte di Allah, dettate dall’angelo Gabriele.
b) Hadith (narrativa): le collezioni di tradizioni islamiche, tra cui detti e fatti di Maometto come sentito dai suoi contemporanei, di prima, seconda e terza mano.
c) Al-qiyas (analogia o confronto): la decisione giuridica accettata da giuristi islamici sulla base di casi precedenti.
d) Ijma (consenso): le interpretazioni delle leggi islamiche tramandata dal consenso di insigni studiosi musulmani in un determinato paese.
Le leggi testuali prescritte nel Corano sono poche. Questo lascia la porta aperta agli studiosi di spicco esperti di Corano, Hadith e altre discipline islamiche per presentare le loro fatwa (parere giuridico), come vedremo più avanti.

Classificazione dei non-musulmani

Nel suo articolo The ordinances of the people of the covenant and the minorities in an Islamic state, lo sceicco Ibrahim Ibn Abdullah Najih osserva che i giuristi classificano i non-musulmani o infedeli in due categorie: Dar-ul-Harb o la Casa della Guerra, che si riferisce ai non musulmani che non sono vincolati da un trattato di pace, o patto, e il cui sangue e proprietà non sono protetti dalle leggi della vendetta o della ritorsione; e Dar-us-Salam o la Casa della Pace, che si riferisce a coloro che rientrano in tre categorie:
1) Dhimmi (quelli in custodia) sono sudditi non musulmani che vivono nei paesi musulmani e accettano di pagare il Jizya (il tributo) in cambio di protezione e sicurezza, e di essere soggetti alla legge islamica. Questi godono di un patto permanente.
2) Popolo della Hudna (tregua) sono quelli che firmano un trattato di pace con i musulmani, dopo essere stati sconfitti in guerra. Essi decidono di risiedere nella propria terra, ma non sono sottoposti alla legislazione giuridica dell’Islam come i dhimmi, a condizione che non facciano guerra contro i musulmani.
3) Mustamin (i protetti) sono persone che giungono in un paese islamico come messaggeri, commercianti, visitatori o studenti che vogliono imparare l’Islam. Un mustamin non deve fare guerra contro i musulmani e non è obbligato a pagare Jizya, ma viene esortato ad abbracciare l’Islam. Se un mustamin non accetta l’Islam, gli è consentito di tornare tranquillamente al suo paese. Ai musulmani è proibito fargli del male in alcun modo. Quando è tornato nella sua patria, egli viene trattato come uno che appartiene alla Casa della Guerra.
Questo studio si concentrerà sulle leggi relative ai dhimmi.

dhimmi

Legge islamica e dhimmi

I Mufti (autorità legali) musulmani concordano che il contratto dei dhimmi dovrebbe essere offerto in primo luogo al Popolo del Libro, cioè, i cristiani e gli ebrei, e poi ai magi o zoroastriani. Tuttavia, non sono d’accordo sul fatto che qualche contratto debba essere firmato con altri gruppi come i comunisti o gli atei. Gli Hanbaliti e gli Shafiiti credono che nessun contratto debba essere fatto con gli empi o coloro che non credono in un Dio supremo. Hanafiti e Malikiti affermano che il Jizya può essere accettato da tutti gli infedeli indipendentemente dalle loro convinzioni e dalla loro fede in Dio. Abu Hanifa, però, non volle che gli arabi pagani avessero questa opzione perché sono il popolo del Profeta. A loro devono essere date solo due opzioni: accettare l’Islam o essere uccisi.

Il Jizya (tributo)

Jizya significa letteralmente pena (punizione, multa). Si tratta di una tassa di protezione imposta ai non-musulmani che vivono sotto regimi islamici, e che conferma il loro status giuridico. Mawdudi afferma che “l’accettazione del Jizya stabilisce la santità della loro vita e dei beni, e, da allora in poi, né lo stato islamico, né il popolo musulmano ha il diritto di violare la loro proprietà, l’onore o la libertà”. Pagare il Jizya è un simbolo di umiliazione e sottomissione perché i dhimmi non sono considerati cittadini dello Stato islamico anche se sono, nella maggior parte dei casi, i nativi del paese.
Un tale atteggiamento allontana i dhimmi dall’essere una parte essenziale della comunità. Come si può sentire uno di loro a casa nella sua terra, tra la sua gente, e con il suo governo, quando sa che il Jizya che paga è un simbolo di umiliazione e sottomissione? Nel suo libro Islamic Law Pertaining to Non-Muslims, Sheikh Abdulla Mustafa Al-Muraghi indica che solo il dhimmi che diventa un musulmano o muore può essere esentato dallo Jizya. La scuola Shafiita ribadisce che il Jizya non viene messo automaticamente da parte quando il dhimmi abbraccia l’Islam. L’esenzione dallo Jizya è diventata un incentivo per incoraggiarli ad abbandonare la loro fede e abbracciare l’Islam.
Sheik Najih Ibrahim Ibn Abdullah riassume lo scopo del Jizya. Egli dice, citando Ibn Qayyim al-Jawziyya, che il Jizya è promulgato:
“… per risparmiare il sangue (del dhimmi), per essere un simbolo di umiliazione degli infedeli e come insulto e punizione per loro, e come indicano gli Shafiiti, il Jizya viene offerto in cambio della residenza in un paese islamico.” Così Ibn Qayyim aggiunge: “Dal momento che l’intera religione appartiene a Dio, esso mira a umiliare l’empietà e i suoi seguaci, e li insulta. Imporre il Jizya sui seguaci dell’empietà e opprimerli è richiesto dalla religione di Dio. Il testo coranico suggerisce questo significato quando dice: ‘finchè non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati’ (Corano 9:29). Quello che contraddice ciò è il lasciare che gli infedeli si godano la loro forza e pratichino la propria religione come lo desiderano in modo che essi avrebbero potere e l’autorità”.

Dhimmi e pratiche religiose

I musulmani credono che i dhimmi siano mushrikun (politeisti) perché vedono la Trinità come una fede in tre divinità. L’Islam è l’unica vera religione, essi sostengono. Pertanto, per proteggere i musulmani dalla corruzione, in particolare contro il peccato imperdonabile di shirk (politeismo), le loro pratiche sono vietate in quanto considerate il peggior abominio. Quando i cristiani praticano la propria religione pubblicamente, essa diventa una lusinga e una esortazione all’apostasia. È importante qui notare che, secondo Muraghi, dhimmi e infedeli sono politeisti e, pertanto, devono avere lo stesso trattamento.

Secondo i giuristi musulmani, le seguenti ordinanze giuridiche devono essere imposte ai dhimmi (cristiani ed ebrei) che risiedono tra i musulmani.
Non sono autorizzati a costruire nuove chiese, templi, o sinagoghe. Essi sono autorizzati a restaurare le vecchie chiese o luoghi di culto a condizione che non aggiungano nuove costruzioni. Le “vecchie chiese” sono quelle che esistevano prima delle conquiste islamiche e sono incluse negli accordi di pace da parte dei musulmani. È vietata la costruzione di qualsiasi chiesa, tempio, sinagoga nella penisola araba (Arabia Saudita). È la terra del Profeta e solo l’Islam dovrebbe prevalervi. Tuttavia, i musulmani, se lo desiderano, sono autorizzati a demolire tutte le sedi di culto non musulmane in qualsiasi terra che conquistano.
I dhimmi non sono autorizzati a pregare o leggere i loro libri sacri ad alta voce in casa o nelle chiese, per timore che i musulmani sentano le loro preghiere.
Non sono autorizzati a stampare i loro libri religiosi o venderli nei luoghi e mercati pubblici. Essi sono autorizzati a pubblicare e vendere tra la loro gente, nelle loro chiese e templi.
Non sono autorizzati a installare la croce sulle loro case o chiese dal momento che è un simbolo di infedeltà.
Non sono autorizzati a trasmettere o pubblicizzare i loro riti religiosi e cerimonie alla radio o alla televisione o a usare i media, o a pubblicare qualsiasi foto delle loro cerimonie religiose su giornali e riviste.
Non sono autorizzati a riunirsi per le strade durante le loro feste religiose; piuttosto, ognuno deve percorrere in silenzio il tragitto alla sua chiesa o tempio.
Non sono autorizzati a entrare nell’esercito a meno che non vi sia necessità indispensabile di loro, nel qual caso non sono autorizzati ad assumere posizioni di comando, ma vengono considerati mercenari.

Mawdudi, che è un Hanafita, esprime un giudizio più generoso verso i cristiani. Egli ha detto: “Nelle loro città e paesi sono autorizzati a praticare la loro religione con la libertà più completa. Nelle aree puramente musulmane, tuttavia, un governo islamico ha piena facoltà di sottoporre a restrizioni le loro pratiche, se ritenuto necessario.”

Apostasia nell’Islam

Apostasia significa rifiuto della religione islamica attraverso sia un’azione sia una parola pronunciata. “L’atto di apostasia, in tal modo, pone fine alla propria adesione all’Islam”. Quando uno rifiuta le credenze fondamentali dell’Islam, egli rifiuta la fede, e questo è un atto di apostasia, un atto del genere è un grave peccato nell’Islam. Il Corano recita: “Potrebbe mai Allah guidare sulla retta via genti che rinnegano dopo aver creduto e testimoniato che il Messaggero è veridico e dopo averne avute le prove? Allah non guida coloro che prevaricano. Loro ricompensa sarà la maledizione di Allah, degli angeli e di tutti gli uomini. [Rimarranno in essa] in perpetuo. Il castigo non sarà loro alleviato e non avranno alcuna dilazione, eccetto coloro che poi si pentiranno e si emenderanno, poiché Allah è perdonatore, misericordioso” (Corano 3:86-89).

Ufficialmente, la legge islamica impone ai musulmani di non forzare i dhimmi ad abbracciare l’Islam. È dovere di ogni musulmano, essi sostengono, manifestare le virtù dell’Islam in modo che i non-musulmani si convertano volentieri dopo averne scoperto la grandezza e verità. Una volta che un individuo diventa musulmano, non può più tornare sui suoi passi. Se lo fa, sarà avvertito prima, poi gli saranno dati tre giorni per riconsiderare e pentirsi. Se egli persiste nella sua apostasia, la moglie è tenuta a divorziare da lui, la sua proprietà viene confiscata e i figli gli sono tolti. Non gli è permesso risposarsi. Invece, dovrà essere portato in tribunale e condannato a morte. Se si pente, potrà tornare alla moglie e ai figli o risposarsi. Secondo gli Hanafiti a una femmina apostata non è permesso sposarsi. Deve trascorrere del tempo in meditazione per tornare all’Islam. Se non si pente o abiura, non sarà condannata a morte, ma può essere perseguitata, picchiata e imprigionata fino alla morte. Altre scuole di sharia richiedono la sua morte. L’estrema punizione è contemplata in un Hadith registrato dal Bukhari: “È stato riferito da Abaas che il Messaggero di Allah ha detto: ‘Chiunque cambi la sua religione (dall’Islam a qualsiasi altra fede), uccidetelo’”.

Nel suo libro Sharia, The Islamic Law, Doi osserva, “La punizione con la morte nel caso di apostasia è stata unanimemente approvata da tutte e quattro le scuole di giurisprudenza islamica”.

Un non-musulmano che voglia diventare musulmano è incoraggiato a farlo e chiunque, anche un padre o una madre, tenti di fermarlo può essere punito. Al contrario, chiunque tenti di fare proseliti a favore di un’altra fede tra i musulmani sarà punito.

Leggi civili

Dhimmi e musulmani sono soggetti alle stesse leggi civili. Essi devono essere trattati allo stesso modo in materia di onore, furto, adulterio, omicidio e danneggiamento di proprietà. Devono essere puniti secondo la legge islamica, indipendentemente dalla loro affiliazione religiosa. Dhimmi e musulmani sono soggetti alle leggi islamiche in materia di attività civica, transazioni finanziarie quali vendite, locazioni, costituzione di società, titoli, mutui e contratti. Per esempio, il furto è punibile tagliando la mano del ladro a prescindere dal fatto che egli sia un musulmano oppure un cristiano. Ma quando si tratta di privilegi, i dhimmi non godono dello stesso trattamento. Per esempio, non hanno il permesso di detenere armi.

Matrimonio e figli

Un maschio musulmano può sposare una ragazza dhimmi, ma a un dhimmi non è permesso sposare una ragazza musulmana. Se una donna abbraccia l’Islam e vuole sposarsi, il padre non-musulmano non ha l’autorità di dare sua figlia allo sposo. Ella deve essere concessa da un tutore musulmano.
Se un genitore è musulmano, i bambini devono essere allevati come musulmani. Se il padre è un dhimmi e sua moglie si converte all’Islam, ella deve chiedere il divorzio; poi avrà il diritto di custodia del suo bambino. Alcune scuole fondamentaliste suggeriscono che un marito musulmano ha il diritto di confinare la moglie dhimmi a casa sua per impedirle di recarsi alla sede del suo culto.

Pena capitale

Gli Hanafiti credono che sia dhimmi sia musulmani debbano subire la stessa pena per reati simili. Se un musulmano uccide un dhimmi intenzionalmente, egli deve essere ucciso in cambio. Lo stesso vale per un cristiano che uccide un musulmano. Ma altre scuole di diritto danno diverse interpretazioni della legge islamica. Gli Shafiiti dichiarano che un musulmano che uccida un dhimmi non deve essere ucciso, poiché non è ragionevole mettere sullo stesso piano un musulmano e un politeista (mushrik). In tal caso, deve essere pagato il prezzo del sangue. La sanzione dipende dalla scuola di legge adottata dal particolare paese islamico in cui è commesso il reato o delitto. Questo dimostra le implicazioni delle diverse interpretazioni della legge islamica basata sugli Hadith.
Ogni scuola tenta di documentare il proprio parere legale facendo riferimento agli Hadith o a un avvenimento della vita dal Profeta o dei “califfi ben guidati” [i primi quattro della storia islamica].

La testimonianza di un dhimmi

I dhimmi non possono testimoniare contro i musulmani. Essi possono testimoniare solo contro altri dhimmi o mustamin. I loro giuramenti non sono considerati validi in un tribunale islamico. Secondo la sharia, non sono nemmeno qualificati per essere messi sotto giuramento. Muraghi afferma senza mezzi termini che “la testimonianza di un dhimmi non viene accettata perché Allah – che Egli sia esaltato – ha detto: Dio non permetterà che gli infedeli (kafir) abbiano potere sopra i credenti”. Considerato un infedele, egli non può testimoniare contro alcun musulmano a prescindere dalla sua credibilità morale. Se ha falsamente accusato un altro dhimmi ed è stato punito una volta, la sua credibilità e integrità sono appannate e la sua testimonianza non è più accettabile.
Un’implicazione grave di questo punto di vista è che se un musulmano ha commesso un reato grave contro un altro musulmano, e l’unico testimone è un dhimmi, il giudice avrà difficoltà a decidere il caso, in quanto le testimonianze di queste persone non sono accettabili. Eppure, se lo stesso dhimmi la cui integrità è impura si converte all’Islam, vedrà la sua testimonianza accettata contro dhimmi e musulmani, perché secondo la Sharia “abbracciando l’Islam ha acquisito una nuova credibilità che gli consentirebbe di testimoniare …” Tutto quello che deve fare è pronunciare la confessione di fede islamica davanti a testimoni, elevandosi da individuo emarginato a musulmano rispettato e godendo di tutti i relativi privilegi.

Leggi sulle persone

Su questioni personali legate a matrimoni, divorzi ed eredità, i dhimmi sono autorizzati a ricorrere ai propri tribunali religiosi. Ogni confessione cristiana ha il diritto e l’autorità di determinare l’esito di ciascun caso. I dhimmi sono liberi di praticare i propri riti sociali e religiosi a casa e in chiesa senza interferenze da parte dello stato, anche in questioni come bere alcolici, allevare suini e consumare carne di maiale, purché non li vendano ai musulmani. Viene loro generalmente negato il diritto di appellarsi a un tribunale islamico in materia di famiglia, matrimonio, divorzio ed eredità. Tuttavia, nel caso in cui un giudice musulmano accetti di prendere in esame un caso del genere, il giudice deve applicare la legge islamica.

Diritti e doveri politici

Lo stato islamico è uno stato ideologico, cosìcché il capo dello stato inevitabilmente deve essere un musulmano in quanto vincolato dalla sharia a condurre e amministrare lo stato secondo il Corano e la Sunna. La funzione del suo gruppo consigliare è di assisterlo nell’attuazione scrupolosa dei princìpi islamici. Chi non abbraccia l’ideologia islamica non può essere capo dello stato o un membro del consiglio.

Mawdudi, consapevole delle esigenze della società moderna, sembra essere più tollerante verso i dhimmi.

Per quanto riguarda un parlamento o una legislatura di tipo moderno, considerevolmente diversi dal consiglio nel suo senso tradizionale, questa regola potrebbe essere ammorbidita per permettere ai non-musulmani di esserne membri, a condizione che sia stato pienamente garantito dalla costituzione il divieto di emanare qualsiasi legge incompatibile con il Corano e la Sunna; che il Corano e la Sunna siano la principale fonte di diritto pubblico; che il capo dello stato sia obbligatoriamente un musulmano.

In queste circostanze, la sfera di influenza delle minoranze non musulmane sarebbe limitata a questioni relative ai problemi generali del paese o all’interesse delle minoranze. La loro partecipazione non dovrebbe danneggiare il requisito fondamentale dell’Islam. Mawdudi aggiunge,

È possibile formare un’assemblea rappresentativa separata per tutti i gruppi non-musulmani in qualità di agenzia centrale. L’adesione e il diritto di voto di tale assemblea saranno limitati ai non musulmani, con la massima libertà di esercizio al suo interno.

Ma queste opinioni non riscuotono l’approvazione della maggior parte delle altre scuole della sharia, per le quali i non-musulmani non sono autorizzati ad assumere una qualsivoglia posizione che possa conferire loro una anche minima autorità su un musulmano. Un ruolo di comando richiede l’attuazione dell’ideologia islamica. Si presume che un non-musulmano (indipendentemente dalla sua capacità, sincerità e lealtà verso il paese) non possa operare fedelmente per raggiungere gli obiettivi ideologici e politici dell’Islam.

Il mondo degli affari

L’arena politica e la funzione pubblica non sono l’unico settore in cui ai non-musulmani è proibito assumere una posizione di autorità. Un dipendente musulmano di un’azienda chiese in una lettera “se è lecito per un imprenditore musulmano  conferire a un cristiano autorità su altri musulmani” (settimanale “Al-Muslim”, 1993).
In risposta a questa richiesta tre eminenti studiosi musulmani rilasciarono i loro pareri giuridici:

Sheikh Manna K. Al-Qubtan, professore di studi superiori presso la Scuola di Legge Islamica a Riad, afferma:

In sostanza, il comando di non musulmani su musulmani non è ammissibile, perché Dio Onnipotente ha detto: “Allah non concederà ai miscredenti [alcun] mezzo [di vittoria] sui credenti” (Corano 4:141). Perché Dio – Gloria a Lui – ha elevato i musulmani al grado più alto (più di tutti gli uomini) e predestinato loro la forza, in virtù del testo coranico in cui Dio l’Onnipotente ha detto: “La potenza appartiene ad Allah, al Suo Messaggero e ai credenti, ma gli ipocriti non lo sanno (Corano 63:8).
Così, l’autorità di un non-musulmano su un musulmano è incompatibile con questi due versetti, dal momento che il musulmano deve sottomettersi e rispettare chi comanda su di lui. Il musulmano, pertanto, diventa inferiore a lui, e questo non può avvenire per i musulmani.

Il dottor Salih Al-Sadlan, professore di Sharia presso la Scuola di Legge Islamica a Riad, cita gli stessi versetti e afferma che non è lecito per un cristiano comandare a musulmani, sia nel settore privato che pubblico. Tale atto

comporta l’umiliazione del musulmano e l’esaltazione dell’infedele. Questo infedele può sfruttare la sua posizione per umiliare e insultare i musulmani che lavorano sotto di lui. È consigliabile che il titolare dell’azienda tema Dio Onnipotente e autorizzi solo un musulmano a comandare su musulmani. Inoltre, le ingiunzioni emesse dal sovrano prevedono che un infedele non dovrebbe avere una posizione direttiva quando vi è a disposizione un musulmano per assumere il comando. Il nostro consiglio per il proprietario dell’azienda è quello di rimuovere questo infedele e sostituirlo con un musulmano.

Nella sua risposta il dottor Fahd Al Usaymi, professore di Studi Islamici al Collegio dei Docenti a Riad, osserva che il proprietario musulmano dell’azienda dovrebbe cercare un lavoratore musulmano migliore del manager cristiano, o uguale a lui o anche meno qualificato, ma con la capacità di essere addestrato per raggiungere la stessa competenza del cristiano. Non è lecito per un cristiano essere al comando di musulmani in base alle evidenze generali che denotano la superiorità del musulmano sugli altri. Poi egli cita Corano 63:8 e anche il versetto 22 del capitolo 58: “Non troverai alcuno, tra la gente che crede in Allah e nell’Ultimo Giorno, che sia amico di coloro che si oppongono ad Allah e al Suo Inviato, fossero anche i loro padri, i loro figli, i loro fratelli o appartenessero al loro clan”.
Usaymi sostiene che essere sotto l’autorità di un cristiano può costringere i musulmani ad adulare lui e a umiliare se stessi di fronte a questo infedele nella speranza di ottenere qualche beneficio. Questo è contro le prove provate. Poi allude alla storia di Umar Ibn Al-Khattab, il secondo Califfo, scontento di uno dei suoi governatori che aveva nominato un dhimmi come tesoriere, e osservò: “È il ventre delle donne diventato sterile che ha dato vita solo a questo l’uomo?” Poi Usaymi aggiunge:

I musulmani dovrebbero temere Dio nella loro fratelli musulmani e addestrarli … perché onestà e timore di Dio sono, originariamente, nel musulmano, al contrario dell’infedele (cristiano) che, originariamente, è disonesto e non teme Dio.

Ciò significa che un cristiano che possiede un’impresa non può assumere un musulmano? Ancora peggio: vuol dire che un dhimmi non può essere collocato in una posizione che gli consenta di servire al meglio il suo paese!?

Libertà di espressione

Mawdudi, più indulgente rispetto alla maggior parte degli studiosi musulmani, presenta un parere rivoluzionario quando sottolinea che in uno stato islamico “tutti i non-musulmani avranno la libertà di coscienza, di opinione, di espressione, di associazione e ciò di cui godono i musulmani stessi, soggetti alle stesse limitazioni imposte dalla legge ai musulmani”.
Ma le opinioni di Mawdudi non sono accettate dalla maggior parte delle scuole islamiche di diritto, soprattutto per quanto riguarda la libertà di espressione come la critica dell’Islam e del governo. Anche in un paese come il Pakistan, la patria di Mawdudi, è illegale criticare il governo o il capo dello stato. Molti prigionieri politici sono rinchiusi nelle carceri del Pakistan e di molti altri paesi islamici. Nel corso della storia, tranne in rari casi, neanche ai musulmani fu data la libertà di criticare l’Islam senza essere perseguitati o condannati a morte. Figurarsi per un dhimmi…

Nella dichiarazione di Mawdudi, il termine “limitazioni” è definito in modo vago. Se fosse spiegato esplicitamente, si scoprirebbe che, in ultima analisi, sarebbe represso qualsiasi tipo di critica contro la fede islamica e il governo.

Inoltre, come possono i dhimmi manifestare gli aspetti positivi della propria religione, quando non sono autorizzati a utilizzare i mezzi di comunicazione o la pubblicità su radio o TV? Forse con le sue proposte Mawdudi intende concedere ai dhimmi tale libertà soltanto nel ristretto del loro ambito. In caso contrario, sarebbero oggetto di sanzione. Eppure, i musulmani sono autorizzati, secondo la sharia, a propagandare la loro fede fra tutte le fedi religiose, senza alcuna limitazione.

Musulmani e dhimmi

I rapporti tra musulmani e dhimmi sono classificati in due categorie: ciò che è proibito e ciò che è ammissibile.

I. Ciò che è proibito

A un musulmano non è consentito:

1) Emulare il dhimmi negli abiti o nel comportamento.
2) Partecipare a manifestazioni dhimmi o aiutarli in alcun modo ad avere potere su musulmani.
3) Affittare la sua casa o vendere la sua terra per la costruzione di una chiesa, tempio, negozio di liquori, o qualsiasi cosa che possa dare beneficio alla fede del dhimmi.
4) Lavorare per un dhimmi in qualsiasi attività che possa promuovere la sua fede, come la costruzione di una chiesa.
5) Fare qualsiasi forma di donazione a chiese o templi.
6) Trasportare qualsiasi recipiente che contenga vino, lavorare alla produzione di vino, trasportare suini.
7) Rivolgersi ai dhimmi con titoli come “signore” o “padrone“.

II. Ciò che è permesso

A un musulmano è consentito:

1) Assistere economicamente un dhimmi, a condizione che il denaro non venga utilizzato in violazione della legge islamica, come l’acquisto di vino o carne di maiale.
2) Dare il diritto di prelazione di un immobile al suo vicino dhimmi. (Gli Hanbaliti lo disapprovano.)
3) Mangiare cibo preparato dal Popolo del Libro.
4) Consolare il dhimmi durante una malattia o per la perdita di una persona cara. È inoltre consentito a un musulmano scortare un funerale al cimitero, ma egli deve camminare davanti alla bara, non dietro di essa, e deve andarsene prima che il defunto sia sepolto.
5) Congratularsi con un dhimmi per un matrimonio, la nascita di un figlio, il ritorno da un lungo viaggio, o la guarigione da una malattia. Tuttavia, i musulmani sono avvertiti di non proferire alcuna parola che possa suggerire l’approvazione della fede del dhimmi, come per esempio: “Possa Allah elevarti,” “Possa Allah onorarti,” o “Possa Allah dare la vittoria alla tua religione”.

 

BIBLIOGRAFIA

Abdullah, Najih Ibrahim Bin, The Ordinances of the People of the Covenant and the Minorities in an Islamic State, Balagh Magazine, Cairo, Volume 944, May 29, 1988; Volume 945, June 5, 1988.
Doi, Abdur Rahman I., Shari`a: The Islamic Law, Taha Publishers, London 1984.
Mawdudi, S. Abul `Ala’, The Rights of Non-Muslims in Islamic State, Islamic Publications, LTD. Lahore 1982.
Muraghi, Abdullah Mustapha, Islamic Law Pertaining to Non-Muslims, Library of Letters. Egypt undated.

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