I numeri dello Stato Islamico

Filed in etnismo, geopolitica by del 11/03/2015

L’alleanza proposta in questi giorni da Boko Haram mostra l’internazionalizzazione dello Stato Islamico. Ecco, di seguito, una panoramica dell’organizzazione estremista sunnita, tratta da un articolo del quotidiano libanese in lingua francese “L’Orient-Le Jour” ed elaborata dall’agenzia AsiaNews.

Un “califfato” e 25 “province”

Lo Stato Islamico il 29 giugno scorso ha annunciato la nascita di un califfato nei territori a cavallo di Siria e Iraq, due dei nove Paesi in cui il movimento islamista ha piantato le proprie radici.
In totale, il gruppo rivendica 25 province (wilayat, in arabo) in Siria, Iraq, Libia, Yemen, Algeria, Arabia saudita, Egitto, Afghanistan e Pakistan. Ed è in Iraq, dove l’ISIS trae le sue origini, che il numero delle province è il più elevato: 10, in seguito alla creazione dei wilayats di Dijla e di Jazira nel febbraio scorso. Seguono poi la Siria (7) e la Libia (3).
Secondo l’esperto di Medio oriente Pieter Van Ostaeyen, nel complesso circa otto milioni di persone vivono all’interno dei territori controllati dallo Stato Islamico in Iraq e in Siria. In Libia, aggiunge, “i territori non sono così vasti e non sono sotto il completo controllo dei jihadisti”. Louay al-Khatib, ricercatore associato al Brookings Institute, presenta una forbice più bassa “che va dai sei ai sette milioni di persone”. Una popolazione vasta che obbliga i jihadisti, aggiunge il ricercatore, a “possedere una forza armata potente e numerosa”.

Lo Stato Islamico, quanti uomini?

È davvero difficile valutare nel loro complesso le forze a disposizione dell’ISIS, perché “non vi sono fonti affidabili per fornire una cifra esatta” sottolinea al-Khatib. “È un gruppo terrorista”, ricorda ancora, “non convenzionale, che conduce una guerra non convenzionale”. Egli valuta il numero dei combattenti in “circa 80mila”, di cui “almeno 20mila stranieri”.
Per Pieter Van Ostaeyen, l’ISIS può contare su un numero di combattenti variabile fra i 60mila e i 70mila anche se “è molto difficile fornire una stima esatta”. Se la grande maggioranza di essi si trova in Iraq e in Siria, “si può stimare fra i 1500 e i 2000” il numero dei jihadisti che hanno stretto alleanza con lo ISIS in Libia. Nella sola Siria, lo Stato Islamico avrebbe a disposizione dai 40mila ai 45mila uomini, secondo quanto riferisce il direttore dell’Osservatorio siriano per i diritti umani Rami Abdel Rahmane.
Dalia Ghanem-Yazbeck, analista al Carnegie Middle East Center, è molto più prudente sul numero dei combattenti. “Se ci riferiamo al totale, saranno al massimo 25mila” afferma la studiosa, che chiede al contempo di “smetterla di sovrastimare il loro numero” perché “è come far loro pubblicità gratuita”.

L’ISIS è ricco?

È impossibile determinare le risorse finanziarie a disposizione dello Stato Islamico, il quale ha messo le mani sulle ricchezze economiche delle regioni conquistate. Una di queste è il petrolio estratto dai pozzi in Siria e in Iraq. Secondo Van Ostaeyen “essi ne ricavano un gran quantitativo di denaro e lo vendono a chiunque sia disposto a comprarlo”.
A ottobre il sottosegretario americano al Tesoro responsabile degli Affari legati al terrorismo e alle informazioni finanziarie, David Cohen, ha dichiarato che l’oro nero garantirebbe agli islamisti un milione di dollari al giorno. Ma questi numeri sono contestati da Louay al-Khatib, il quale ritiene che l’ISIS produca “un massimo di 50mila o 60mila barili al giorno”; una quantità insufficiente per soddisfare la domande “delle popolazioni sotto il suo giogo”.
Al petrolio, si aggiungono i proventi derivanti dalla vendita di reperti antichi, dai sequestri, dalle tasse e dalle estorsioni impose “ai commercianti locali, che devono pagare un balzello per mantenere aperti i loro negozi”.
Lo Stato Islamico ha anche potuto servirsi degli istituti finanziari delle città conquistate come Mosul, dove le riserve delle banche in termini di liquidità erano di circa 400 milioni di dollari prima dell’offensiva. A riferirlo è Bachar Kiki, il capo del consiglio provinciale di Ninive, di cui Mosul è la capitale.
Le risorse finanziarie, secondo la studiosa Dalia Ghanem-Yazbeck, sono e saranno il nerbo di questa guerra: “Il giorno in cui lo Stato Islamico non avrà più il denaro per finanziare la popolazione che amministra, allora essa gli si rivolterà contro”.

Come opera?

La struttura amministrativa è basata su quella di un qualunque Stato, con al vertice Abou Bakr al-Baghdadi, autoproclamatosi califfo. Egli è assistito da una serie di vice “territoriali” e un comando militare. Baghdadi è al tempo stesso sostenuto da un consiglio della shura, che raggruppa gli alti vertici jihadisti; secondo alcune informazioni, vi sono anche altri consigli specifici, che si occupano nel dettaglio di questioni militari, della sicurezza, economiche e mediatiche.
Nel contempo, lo Stato Islamico è divenuto maestro nell’arte della comunicazione grazie all’utilizzo sistematico delle nuove tecnologie. È diventato “un marchio di fabbrica con una forza attrattiva, come la Coca Cola o Mc Donald’s”, spiega Dalia Ghanem-Yazbeck. “La sua vera forza è virtuale, su internet, su YouTube… A ogni sconfitta militare sul campo o quasi, essi pubblicano un video shock per fare in modo che si parli di loro. È un modo di compensare la sconfitta militare attraverso la propaganda”.

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