I paria dell’elettronica

Nel Giappone a transistor sopravvivono ritagli di medioevo: tre milioni di fuori-casta burakumin lottano per uscire dalla miseria dei ghetti.

Italo Bertolasi

In Giappone, etnologi e studiosi di scienze sociali conoscono bene il problema dei 15.000 Ainu sopravvissuti allo sterminio nell’isola di Hokkaido (1) ; ignorano, invece, quasi del tutto la storia e l’esistenza stessa di una minoranza di 3.000.000 di individui: i Burakumin, la casta sociale pesantemente discriminata, rinchiusa in almeno seimila ghetti (i buraku) sparsi un po’ dovunque nel modernissimo Giappone.

Il fenomeno della divisione di casta, qui, è storia antica. Nel 720 d.C., su due milioni di abitanti si contavano 300.000 schiavi, a loro volta suddivisi in categorie da un codice del 701 d.C., il Taiho, rimasto in vigore fino al 1870: i Ryoko, addetti alle tombe imperiali; i Ranko, addetti ai lavori governativi, pena cui erano ridotti i rei di delitti gravi insieme all’intera famiglia; i Kenin e gli Shidohi, schiavi privati; i Kodohi, prigionieri di guerra marchiati a fuoco. Più recentemente, gli schiavi erano chiamati Fudaì, senza tempo, ossia uomini venduti per sempre… Ebbene, nel 1916 ancora si contavano 870.000 discendenti del popolo schiavizzato, e un censimento governativo del ’71 denuncia la presenza di 3.972 ghetti popolati da un milione e mezzo di discriminati (ma sono almeno il doppio secondo le organizzazioni politiche burakumin). Dunque, i Burakumin (detti anche Eta) sarebbero i pronipoti degli schiavi, l’immagine vivente di uno sfollamento medievale che sopravvive, se non altro, in forma di emarginazione  sociale.

I paria del Giappone, i “negri” che vivono nei ghetti di Osaka, di Kyoto e di Tokyo, sono tuttora discriminati da pregiudizi sociali pesantissimi, ignorati dai mezzi d’informazione e immiseriti ai margini del miracolo economico giapponese, in un’inquietante zona d’ombra che nessuno ha interesse a rischiarare. Il termine deriva letteralmente da buraku, villaggio, e dal suffisso min, popolo; Burakumin, dunque, sarebbe la gente delle campagne, ma di fatto l’uso corrente si riferisce spregiativamente alla “marmaglia” dei ghetti. Non a caso l’altro nome, Eta, deriva da due ideogrammi cinesi che contengono il significato di polluzione, sporcizia, impurità. Nel periodo Nara (710-784 d.C.), si usava addirituira il termine Hinin, letteralmente “non umano”, bestia!

Ma chi sono realmente i Burakumin? Tra le diverse teorie sulla loro origine, in senso sociale, la più comune fa riferimento alla pratica dei mestieri più bassi e “impuri” di una parte della popolazione; si tratta probabilmente di occupazioni legate alla macellazione degli animali e alla sepoltura dei cadaveri, pratiche considerate sconvenienti e pericolose per il mantenimento di uno stato di purezza rituale, tipico della religiosità giapponese. La comunione mistica con le energie-spirito della terra (il calore del sole e dei vulcani, l’energia del vento e delle acque, il fuoco come Madre Primordiale) richiedevano complicate cerimonie di esorcismo e di purificazione; lo shintoismo è ricco di pratiche anti-pollution: docce fredde sotto le cascate, attraversamento delle braci, uso purificatorio del sale medicinale, e così via. La stessa uccisione degli animali è aborrita dal buddismo, e con l’introduzione di quella religione in Giappone (538 d.C.) si sancì il divieto di praticare l’antico mestiere della falconeria: poiché i falconieri erano chiamati Etori (abbreviato in Eto) sembra proprio che da essi sia derivato il termine spregiativo di Eta. Ovviamente, la necessità quotidiana di procurarsi pellami e di seppellire i cadaveri poteva venire soddisfatta solo ricorrendo a degli “impuri” di professione, obbligati da uno sventurato destino a infrangere il tabù, a commettere il peccato rituale. I primi buraku sorgono infatti nell’800 d.C., a Kyoto, vicino ai luoghi delle cremazioni, ai macelli e ai laboratori per la concia delle pelli, angoli maledetti, esposti alla furia delle acque fluviali, nei pressi di paludi e declivi franosi delle foreste. Un’altra teoria farebbe discendere i Burakumin dai prigionieri catturati durante le invasioni coreane, teoria in contrasto, peraltro, con il dato storico che vede il 30% della nobiltà, nel periodo Nara, accampare origini cinesi e coreane: lo stesso imperatore Kwammu (737-806), fondatore di Kyoto, era figlio di una donna coreana. Vi sono, in effetti, anche implicazioni etniche nella ghettizzazione dei Burakumin. Nella terra dove bianco è il colore della purificazione, dove la chiarezza della pelle è il sigillo della beltà femminile e “la donna è un miracolo di suprema bianchezza”, dove bianchi erano i progenitori Ainu della razza giapponese, gli immigrati di colore — come i negrito filippini e i polinesiani — suggerirono ulteriori motivi di discriminazione. Burakumin diventarono allora anche tutti i gruppi etnici diversi, specialmente quelli che contrastavano il disegno egemonico imperiale. Un’ulteriore teoria, molto fantasiosa, vuole che Eta derivi da Etta, uno dei nomi del popolo Orochon, di origini tunguse, vivente nelle isole Shakkalin.

Ma, per quanto si conservino discriminazioni etno-razziali (contro gli Ainu, i Coreani residenti in Giappone, gli indigeni di Ryukyu, Amami Oshima e Okinawa), il disprezzo contro i Burakumin è di tipo preminentemente sociale, e ha potuto conservarsi grazie al rigido schematismo gerarchico giapponese, formalizzato nel periodo Tokugawa (1603- 1867) in una piramide che vedeva al vertice l’imperatore, sovrapposto alle caste dei guerrieri e dei nobili, dei contadini e degli artigiani, dei mercanti e, alla base, degli Eta. Doveva essere un gran brutto periodo, se la politica agraria dei Tokugawa era sintetizzata da un celebre modo di dire che suonava cosi: “Tassare i contadini in misura tale che essi non possano né vivere, né morire”… Quando quell’impero fu rovesciato (1867), l’influsso culturale dell’Occidente spinse il nuovo governo a rivedere la sua politica schiavista e, con l’Editto di Emancipazione del 1871, a mettere al bando i termini Eta e Hinin. Ciò non ha impedito il permanere di una capillare ghettizzazione dei Burakumin. Dislocati in ogni angolo del Paese — a eccezione di Hokkaido — i seimila ghetti rinchiudono, come si è detto, una popolazione stimata intorno ai tre milioni. Gli abitanti sono emarginati dalle attività produttive, dai matrimoni con il resto dei cittadini, dalle scuole superiori, dalla politica, dall’assegnazione degli alloggi. Contro questa situazione (che, francamente, per noi ha dell’incredibile) combattono oggi i gruppi di liberazione burakumin (2) , tra i quali è particolarmente attiva la “Buraku Liberation League”; grazie alla loro opera, e alla sensibilizzazione internazionale promossa da conferenze, scioperi e manifestazioni, il governo di Tokyo ha compiuto i primi passi per adeguarsi a un elementare senso della democrazia, dichiarando illegali le ispezioni investigative per appurare la condizione di burakumin, e la pubblicazione di elenchi di persone da discriminare nell’industria e nel commercio.

 

“Vengo dal ghetto”

Due testimonianze dirette della condizione burakumin

«Il mio buraku è isolato nella periferia della città di Onomichi, nel distretto di Hiroshima. La prima volta che mi offesero, capii la discriminazione violenta e stupida di cui noi tutti eravamo bersaglio; facevo allora il terzo anno di scuola. Ricordo che la nostra casa era molto piccola: dormivamo in otto nella stessa stanza, appiccicati l’uno all’altro. La casa era costruita ai piedi di una collinetta e quando pioveva forte avevamo l’acqua in casa; per l’acqua potabile invece bisognava andare ad un pozzo distante un centinaio di metri. Ricordo con dolore e con rabbia la faccia di mio fratello quando ritornavo a casa dal lavoro. Era il suo primo lavoro e i colleghi gli rendevano la vita difficile con offese e discriminazioni. Cambiò lavoro e si sistemò in uno spaccio alimentare; dopo una settimana venne cacciato perché si seppe che viveva nel buraku, nel ghetto. A scuola conobbi finalmente la miseria della nostra condizione: gli amici del buraku non potevano seguire le lezioni dovendo aiutare in casa… Dopo alcuni anni qualcuno di loro si rovinò…»

«Tre anni fa si suicidò una bella ragazza di 21 anni; si uccise in un appartamento non lontano dal mercato dove lavorava. Quattro anni prima era arrivata a Osaka dall’isola di Shikoku, suo luogo di nascita, per trovare un impiego. Ai mercati si innamorò di un compagno di lavoro e iniziarono a stare assieme. Il ragazzo disse in famiglia che avrebbe voluto sposarsi: ma quando la madre scoprì che la futura nuova proveniva da una famiglia del buraku, si oppose a quel matrimonio. La ragazza allora si uccise e lasciò una lettera all’amato: “Io vengo da una famiglia burakumin. Speravo di poterti nascondere questo segreto per tutta la vita; adesso ti auguro di poter trovare una donna di buona famiglia per accontentare tua madre’’».

Note

(1) cfr. Italo Bertolasi, Ainu, in Etnie 4, 1982.
(2) Per conatti diretti con gli operatori politici o culturali burakumin, rivolgersi al «Baraku Liberation Research Institule», 1-6-12, Kuboyoshi, Naniwa-ku, Osaka, 556 Giappone.

 

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