Il Friuli dei Patriarchi

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La formazione storica dell’ethnos friulano dalle origini alla dominazione veneta.


È verosimile che l’attuale Friuli fosse già occasionalmente abitato nel corso del paleolitico inferiore, come del resto altre regioni della penisola, e sappiamo per certo che lo era in quello medio: ne fanno fede manufatti litici di industria “musteriana” (della quale erano portatori i neanderthaliani) venuti alla luce in diverse località (S. Pietro al Natisone, Faedis, torrente Cosa). Si tratta di insediamenti saltuari come ve ne sono qua e là in Italia, nel resto d’Europa (con enorme concentrazione in Francia) e in parte dell’Asia occidentale.
Anche più abbondanti i ritrovamenti di materiale paleolitico superiore, secondo una progressione ben nota agli studiosi di preistoria, causata dall’incremento demografico e dalla più raggiungibile collocazione stratigrafica rispetto ai livelli di scavo più antichi; essi sono venuti alla luce in zone geograficamente abbastanza distanti da giustificare l’ipotesi che l’intera regione fosse abitata durante le ultime fasi della glaciazione finale. Naturalmente simili valutazioni si fondano sugli esigui risultati di scavi e studi che risentono della generale carenza italiana nel campo: si potrebbe dire, infatti, che un habitat geografico risulta più o meno frequentato dall’uomo in epoche preistoriche a seconda che le ricerche siano condotte estesamente e con metodi moderni, o si sia operato saltuariamente e senza quei mezzi che la scienza attuale ci ha indicato come insostituibili.
A questo proposito, non risulta che il Friuli in particolare sia stato fatto oggetto di indagini accurate.
Al di là di queste considerazioni, è indubbio che la regione conobbe una fiorente evoluzione neolitica, non inferiore ad altre zone d’Europa, intorno al terzo millennio; essa si sviluppò di preferenza nei territori pianeggianti e assimilò culture limitrofe, come quella di Lesina a est, di cui agricoltura, pastorizia e commercio erano i maggiori cespiti economici. Già in tale remoto periodo il Friuli risentiva della sua particolare posizione geografica di passaggio obbligato attraverso le Alpi orientali, una sorta di crocevia culturale tra le correnti danubiano-balcaniche e le più occidentali civiltà di Cortaillod e della Lagozza. 1
Al neolitico, propiziato dal miglioramento climatico seguito al ritiro dei ghiacciai alpini, subentrò un’età eneolitica caratterizzata da trasformazioni più complesse e da più articolati scambi culturali con nuove popolazioni che si affacciarono in questo corridoio naturale sul finire del terzo millennio avanti Cristo. Le numerose ondate migratorie influenzarono non solo gli stili ceramici e l’artigianato in genere, ma anche la visione umana e religiosa: il ritrovamento di sepolture in posizione dapprima rannicchiata e successivamente distesa testimoniano una continua evoluzione del culto dei morti, e quindi della religiosità stessa. Con il compimento del terzo millennio, il rito funerario abbandonerà addirittura la tradizione inumatoria per passare decisamente a quella incineratoria; l’usanza, consistente nella cremazione del cadavere e nella conservazione delle ceneri in apposite urne interrate, fu introdotta in Europa e in parte del mondo mediterraneo da un’invasione che dovette avere proporzioni colossali per quei tempi: la migrazione dei popoli indoeuropei, la cui diaspora da oriente verso occidente creò lo stato etnico dal quale deriva la stragrande maggioranza delle attuali razze europee. 2
A questo periodo si assegnano ritrovamenti in decine di località friulane che comprendono, tra l’altro, estese necropoli, stazioni palafitticole, insediamenti in grotte e vere e proprie opere megalitiche di fortificazione dette “castellieri”. Durante l’età del Ferro, la fascia centrale dell’Europa è animata da due grandi civiltà: Hallstat (VIII-V secolo) e La Téne (V-I), di cui soprattutto la seconda, caratterizzata da un artigianato metallico raffinatissimo, è un’espressione propria delle stirpi celtiche, quelle cioè che rappresentarono la forza d’urto delle masse indoeuropee fino ad assumere un ruolo preponderante nel continente. L’avvicendarsi paletnologico friulano di questa età è assai meno schematico e di non facile determinazione, anche a causa della tendenza di molti studiosi a confondere stili archeologici ed etnie; in effetti, la regione compresa tra Livenza e Isonzo funse sempre da tramite tra i fermenti dei mondi illirici, celto padani e italici senza che ci si debba necessariamente riferire ad invasioni armate: è più razionale individuare le cause di queste complesse interrelazioni culturali in un fenomeno di apprendimento “osmotico”, di scambio, specialmente in una regione di transito.
Un altro problema consiste nella collocazione etnica dei popoli che hanno influenzato l’umanità pre-friulana durante la prima e seconda età del Ferro (in un terzo periodo, a partire dal secondo secolo a.C., si sviluppò la penetrazione romana). Determinanti, agli albori del millennio, furono i Venetici (detti anche Venéti e Paleoveneti) i quali, provenendo da una più cospicua migrazione di Indoeuropei da oriente verso l’Europa centrale, si insediarono in tutta “la parte superiore del mare Adriatico, cacciandone gli Euganei.” 3
Da essi prese successivamente corpo la famosa civiltà atestina, portatrice di una sofisticata lavorazione del metallo a sbalzo e legata da stretti rapporti con Hallstat. I paletnologi fanno risalire la prima delle quattro fasi stilistiche atestine non anteriormente al VIII secolo. Difficilmente si può comunque dare una connotazione antropologica e parlare addirittura di un popolo atestino-venetico: si pensi che, più o meno in tale periodo, le diverse genti centro-settentrionali dell’attuale Italia erano raggruppate in tre principali sfere culturali, la golasecchiana, la villanoviana preetrusca e la stessa civiltà d’Este. Come dire che gruppi di varia provenienza avevano un denominatore comune di carattere eminentemente culturale. L’importanza dei Venetici per il Friuli è curiosamente indiretta. Essi ne delimitarono i confini – forse per la prima volta nella sua storia – ma solo dall’esterno, senza farvi penetrare più di tanto la loro influenza. Anche in tempi successivi la civiltà atestina si dispose come una tenaglia (a nord, a sud e a est) intorno alla regione.
Chi, dunque, vi abitava in questa prima età del Ferro? Molti ipotizzano che le pianure fossero troppo malsane per poter accogliere un incolato stabile, pur offrendo un’eccellente via di passo: altri ritengono che i Venetici non vi furono, in realtà, del tutto assenti4; altri ancora suppongono la presenza di popolazioni illiriche (autorevoli studiosi individuano proprio negli Illiri il substrato dei popoli del versante adriatico). Certo è che solo a partire dal V secolo, in coincidenza con l’arrivo dei celti, il panorama etnico e linguistico assume un aspetto più stabile e meglio documentato.

I Celti

I Celti ebbero un ruolo di primaria importanza nella formazione dell’ethnos friulano arcaico; essi si fecero vivi in Friuli dapprima con gruppi di Carni, “la popolazione gallica che discese dai monti nel V secolo a.C. rompendo la continuità tra i Veneti della regione d’Este e i Veneti della regione isontina e carinziana” 5, anche se sono stati sollevati alcuni dubbi sull’appartenenza dei Carni stessi alla Celtia propriamente detta: Livio li distingueva dai Galli transalpini (il che poteva essere niente più di una notazione meramente geografica); taluno li ritiene addirittura di provenienza elladica; Strabone invece – come riporta Gian Carlo Menis – li definisce “parenti e consanguinei dei Galli transalpini”. 6
Essi si insediarono di preferenza sulle alture e solo in seguito, sotto la spinta dei cugini d’oltralpe, si trasferirono in pianura. I transalpini nominati da Livio erano probabilmente gli ultimi arrivati. Agendo con una pressione da nord a sud, sospinsero la scarna demografia carnica a espandersi verso le piane, fino a quel momento verosimilmente poco gradite per l’ambiente malsano e paludoso.
I Celti preromani hanno lasciato reperti bronzei e fittili in gran copia, monete e manufatti di buon artigianato. Numerose tombe di tipo La Téne scavate nelle necropoli e il suggestivo ipogeo di
Cividale completano il quadro di questi insediamenti che interessavano capillarmente l’intero Friuli. Tutt’oggi sopravvivono eloquentemente non pochi relitti celtici nella toponomastica e nella idronomastica prelatina, come in Gorto (“recinto”, in gallico), Vendoglio (suffisso celtico oialos), Tagliamento (Tiliaventus, Teliamentus dalla fonologia tipicamente gallica). Lo stesso toponimo di Aquileia (suffisso celtico -eia) si può interpretare come “città del fiume Aquilis”, idronimo a sua volta derivante dalla radice “aqu- “oscuro”.
Frequenti i toponimi prediali (relativi agli antichi praedia, poderi o fondi che dir si voglia) che aggregano un patronimico latino e un suffisso di proprietà celtico -acco, -icco (in luogo della forma latina -ano): per esempio, Rubignacco = fondo di Rubinius, Adegliacco = fondo di Atilius, eccetera.
Queste dicotomie linguistiche tra le lingue celtica e latina ci offrono un’idea abbastanza netta del peso della popolazione gallica: in primo luogo, si noti come le particelle galliche si riferiscano a fondi di proprietà di cittadini romani, il che potrebbe indicare una forte impronta celtica degli strati popolari anche in epoca romana abbastanza avanzata. In secondo luogo, la conservazione di un confine insignificante come baluardo naturale quale è il fiume Livenza7 rispetto al livellamento latino può essere ascritta solo a una salda base preromana. Si potrebbe azzardare che non è stato il corso del Livenza a conservare l’etnia, ma la forza stessa di questa che ha mantenuto il fiume come linea di confine.
La stessa lingua friulana presenta alcune conservazioni lessicali (bar, broili, cja- rugjel, grave) e “sembrano pure attribuibili all’influenza della popolazione preromana i fenomeni di mantenimento della forma originaria latina (come il sistema dei troncamenti desinenziali, la s finale del plurale e nella seconda persona dei verbi, i gruppi consonantici formati da una muta più l) tipici della lingua friulana.” 8
Alcune usanze popolari sembrano con buona probabilità risalire ad antichi riti celtici. Ciò accade specialmente in Carnia, una specie di Scozia friulana dove tradizioni che si perdono nella notte dei tempi si intrecciano a racconti e leggende paurose. Qui si usa per esempio lanciare lis cidulis (ruote di legno infuocato) giù dai colli nella notte di S. Giovanni o dell’Epifania. Oppure, la notte precedente 1’Epifania, accendere il pignarùl 9, sorta di falò alimentato da canne di mais o da ramaglie intorno al quale uomini e donne danzano lanciando richiami augurali. In Carinzia (la Carnia austriaca) all’inizio della bella stagione, e per festeggiarne l’arrivo, si danno convegno i giovani del luogo, della Val Canale e di Tarvisio per disputare il Kunfenstechen, una specie di giostra del saracino che offre molte… speranze matrimoniali al vincitore.
Queste anticipazioni di carattere filologico ed etnografico servono, se non altro, a dare le giuste dimensioni al fenomeno celtico nell’area friulana, fenomeno che ha apportato un elemento costitutivo ma non essenziale all’ordito etnico del Friuli. Questo si coltiverà attraverso tutta una serie di circostanze storiche nei secoli a venire, dopo l’assorbimento completo (siamo forse intorno al III secolo d.C.) della cultura celtica pura da parte degli organismi urbani romanizzati.

La romanizzazione

Nell’anno 186 a.C., dunque, secondo quanto riporta Tito Livio nel XXXIX libro degli Annali, un nutrito gruppo di galli transalpini (forse 50.000) varcò le montagne provenienti da nord-est e si insediò lontano dalla foce dell’Isonzo, nei pressi della piana dove sarebbe in seguito sorta Aquileia. Spinti da un eccessivo aumento demografico – come ebbero poi a deporre davanti al senato di Roma – avevano condotto la loro migrazione con intenti tutt’altro che bellicosi; ma i Romani, che riconoscevano il territorio sotto l’influenza dei loro alleati Venetici, organizzarono nel 183 una spedizione che si risolse con la resa degli invasori e l’espoliazione dei loro averi.10
A questo primo atto documentato della presenza romana in Friuli fece seguito la necessità di creare un avamposto per contenere le frequenti scorrerie di altri popoli, gli Istri e gli Illiri. Il senato decise allora di fondare una colonia di diritto latino, Aquileia, nel 181. Fu scelta una località strategicamente valida, presso un precedente abitato celtico, posta sull’antico corso del Natisone, navigabile, e prossima all’Adriatico.11 La sua relativa distanza dalle Alpi Giulie (una ventina di chilometri in linea d’aria) le permetteva di obbligare il nemico a scendere in campo aperto, dove l’esercito romano era imbattibile.
La “itala ad illyrìcos obiecta colonia montes” (Ausonio), inizialmente, non apportò variazioni all’equilibrio etnico-sociale della regione12, tesa com’era a difendere le porte d’Italia dalle pressioni che provenivano da Oriente; benché la sua organizzazione agricola (la cui suddivisione fondiaria è tuttora testimoniata dall’orientamento di strade e fossati) si sviluppasse su un territorio valutato in non meno di 400 kmq, la posizione di Aquileia era alquanto periferica rispetto al corpo del Friuli. Solo intorno al 115 a.C., infatti, con una guerra condotta contro i Carni, la romanizzazione penetra decisamente all’interno.
Nel corso del I secolo a.C. la colonia, diventata municipio, conobbe un periodo di pace e di prosperità con benefiche ripercussioni in tutta la regione limitrofa: cittadine come Oderzo e Cividale furono fondate in quel tempo e tutto il Friuli fu reso agevolmente accessibile con la costruzione di strade di passaggio che lo mettevano in comunicazione anche con i territori transalpini. In seguito, quando Augusto divise l’Italia in undici regioni amministrative, il Friuli fu incorporato nella Regio X  Venetia et Histria, compresa tra il Po, l’Oglio, la catena alpina, e il fiume Arsa in Istria. Aquileia ne divenne capitale. Conosciuta al tempo come una delle più fiorenti del mondo romano, al centro dei commerci con le terre nordorientali, la città non potè sfuggire a saccheggi e devastazioni del suo agro negli anni 68 e 69 d.C. Conobbe poi le nefaste razzie di tre legioni fedeli a Ottone penetrate nell’abitato dopo che egli si era ucciso in seguito alla sconfitta di Bedriaco.
Vennero anche le prime avvisaglie delle invasioni da nord (quelle che in Italia si suole chiamare “barbariche”): di tanto in tanto (a partire dal 161) il tormentato confine danubiano veniva forzato da spinte migratorie sempre più potenti che minacciavano la regione aquileiese da molto vicino. Fu poi la volta di Massimino il Trace, proclamato imperatore dal suo esercito, di muovere contro la metropoli fedele ai dettami del senato che lo contrastava (238 d.C.).
Fu un assedio terribile, tanto che il fatto ci è tramandato con il nome di bellum aquileiense.
La stessa importanza politica di Aquileia andrà decadendo, sul finire del terzo secolo, con la riforma amministrativa di Diocleziano che favorirà Milano rispetto alle altre città settentrionali nel ruolo di capitale del Norditalia.

Il cristianesimo

Pur nella forzata rapidità dell’esposizione, abbiamo finora individuato due fondamentali elementi che hanno condizionato il primo sviluppo di uno strato etnico-culturale: una base di stampo celtico, i Carni, e una sovrapposizione di genti latinofone che vi si sono fuse. Ma, a partire dal IV secolo, un apporto quasi altrettanto caratterizzante – ancorché di livello squisitamente socio-culturale – sarà rappresentato dal dilagante fenomeno cristiano. Al di là del suo impulso innovatore nelle coscienze umane oppresse dal generale decadimento morale e politico, il cristianesimo si insinuò nella stratigrafia popolare del Friuli e ne fu accolto in modo del tutto particolare, quasi come un elemento amalgamante dei precedenti livelli e pronto ad aggregarne di nuovi nell’età successiva. Con esso da una prima semplice commistione di razze e di lingue, si passa alla prima forma propriamente detta di “etnia”. Gli albori del fenomeno sono poco noti. L’organizzazione stessa della primitiva gerarchia ecclesiastica non è ben conosciuta, ma è lecito pensare che si fondasse su schemi comuni alle altre zone dell’impero; solo nel 313 si nomina, tra i partecipanti al consiglio di Arles, un Teodoro, vescovo di Aquileia. Ma è certo che verso la fine del secolo, superati i periodi di persecuzione religiosa, la diocesi conobbe un grande impulso culturale (in opposizione al diminuito peso politico) e irradiò il suo influsso nell’ambito dell’intera regione e fino al Norico e alla Pannonia.
La tranquillità e il fertile pensiero aquileiese furono gravemente ridimensionati dai lutti e dalle rovine delle invasioni, nel corso del secolo successivo: i Visigoti di Alarico nel 401, gli Ostrogoti, gli Unni di Attila nel 452 sfondarono il limite delle Alpi proprio in Friuli dove esso è, per natura orografica e per l’imprevidenza dell’ormai caotico potere imperiale, più facilmente vulnerabile. Aquileia cade e le campagne, abbandonate dalla popolazione che si rifugia come può sulle alture, isteriliscono: la situazione complessiva regredisce a livelli che richiamano quelli della preistoria. 13
La stessa Chiesa è mossa da oscuri travagli che neppure la effimera riunificazione bizantina riuscirà a sopire; i vescovi devono combattere contro gli innumerevoli mali che perseguitano le popolazioni e, contemporaneamente, barcamenarsi nelle oscure vicende politiche gotiche, romane e bizantine. Di qui, in nuce, il maturare di spinte autonomistiche che non mancheranno di affiorare anche nei secoli successivi, spesso a livello della stessa Chiesa friulana. “Quando, al termine delle guerre gotiche, Giustiniano volle imporre anche all’Italia la sua politica religiosa, favorevole al monofisismo, cioè l’eresia che, condannata al Concilio di Calcedonia, tentava ora la rivincita, trovò un energico oppositore nel vescovo aquileiese Macedonio (539- 557). L’imperatore nel 553 impose al concilio riunitosi in quell’anno a Costantinopoli la condanna contro tre esponenti della scuola antiochena, i cosiddetti ‘tre capitoli’, Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro e Iba di Edessa, che, pur riabilitati a Calcedonia, erano accusati dai monofisiti di nestorianesimo. 14
Il provvedimento suscitò l’indignazione di tutti i vescovi dell’occidente e deplorazione verso il papa Virgilio che, cedendo alle violenze di Giustiniano, dopo vari atteggiamenti contraddittori, aveva finito per aderire alle decisioni del concilio. Vi si scorgeva una ferita all’ortodossia calcedonese e un cedimento riprovevole al cesaropapismo bizantino.”
Macedonio, spalleggiato dal vescovo di Milano, si sottrasse definitivamente all’obbedienza verso il potere pontificio quando anche il successore di Virgilio, Pelagio I, riconobbe i dettami del concilio. A sua volta, il vescovo successore Paolino I (558-559) portò avanti la posizione scismatica sostanzialmente compatta di Aquileia e iniziò, certo per polemica, a fregiarsi del titolo di patriarca.

I Longobardi

Nelle caotiche vicissitudini di questa terra travagliata, il cristianesimo e le gerarchie ecclesiastiche sembravano rappresentare l’unica forza di coesione, essendo ormai vacante ogni forma di potere esterno. Ma, ancora prima che si rendesse possibile un assestamento o, quantomeno, una sorta di sbocco autonomo, una nuova calamità si abbatté sulla penisola: l’invasione longobarda. Questo popolo germanico di antica provenienza scandinava calò in Italia proprio attraverso le Alpi Giulie, e il Friuli fu la prima terra a farne le spese quando nell’aprile (o al massimo nel maggio) del 568 fu occupata Cividale. L’anno seguente i Longobardi completarono la conquista del Friuli, a esclusione della zona costiera dominata dai Bizantini.
L’invasione ebbe caratteri, storicamente e antropologicamente, assai diversi dalle precedenti. Se queste presentarono solo aspetti generici di scorrerie e non mutarono sostanzialmente l’equilibrio etnico, i nuovi arrivati si insediarono stabilmente nei territori occupati e si combinarono con l’elemento indigeno, il che ci conduce un passo più avanti nella determinazione dell’ethnos friulano. Benché la consistenza numerica degli invasori non fosse di molto superiore alle 200.000 unità, l’occupazione fu subito perfezionata con estrema efficacia e con la consapevolezza della grande importanza strategica del Friuli per la difesa del regno che essi intendevano edificare in Italia. Per ripararsi le spalle da quelle stesse orde àvare che li avevano allontanati dalla Pannonia, i Longobardi rimisero in efficienza l’antico meccanismo difensivo imperiale, nonostante le modestie delle opere militari romane a guardia della regione. Più ancora poterono le strutture gerarchiche, costituite da unità di potere militare e civile insieme, attorno alle quali si andava rinsaldando il nuovo regno longobardo: esso era di impronta “federale”, formato cioè da più stati governati, non senza una certa autonomia, da duchi di nomina regia. Proprio tali possibilità di sviluppo autonomo permisero al Friuli di vivere il rapporto con i Longobardi in modo del tutto particolare rispetto alle altre terre, facendone, anzi, un elemento di crescita personale differenziata. 15
Al duca erano sottoposti ufficiali detti  gastaldii e comites cui, a propria volta, dovevano rispondere degli incaricati minori (decani e sculdassi). La voce “gastaldo/castaldo” resiste ancora nella lingua friulana e nelle parlate ladine contigue, e sta per “luogotenente”, “factotum”. Il quadro politico-militare era completato da una fitta rete di insediamenti difensivi, le cosiddette arimannie.
Questa sorta di ducato “guardaspalle” della penetrazione longobarda in Italia fu affidato a uno dei nipoti di Alboino, il monarca germanico, ed ebbe Cividale come capitale, essendo ormai decaduta Aquileia. I confini, immutati dalla preistoria, correvano ancora lungo il Livenza e la catena alpina orientale, a riprova che la separazione con la Padania era (ed è!) tutt’altro che casuale. Un’organizzazione cosi saldamente arroccata intorno a una concezione difensiva doveva inevitabilmente condurre a un rivolgimento economico, con un diminuito scambio con l’estero e una netta svolta – anche culturale – a favore della chiusa economica curtense; al crescente isolamento si aggiunge la posizione scismatica della Chiesa aquileiese rispetto all’autorità papale, appoggiata dai Bizantini, che accentuò un rapporto di avvicinamento di quella alla politica longobarda.
Nel 776, dopo due secoli di potere, il ducato longobardo, che valse al Friuli momenti di grande splendore artistico e culturale, dovette soccombere alle armi dei Franchi, chiamati nella penisola dal papa Stefano II, ormai minacciato d’appresso dalle forze del longobardo Astolfo.

Il patriarcato

Se si considera che la formazione della lingua friulana non sarà completata, nei suoi elementi costitutivi, prima del XIII secolo (cioè dopo quattro secoli di dominio effettivo dei patriarchi aquileiesi), ci si può ragionevolmente rendere conto di quanto varia sia, sul finire del secolo VIII, la stessa situazione etno-culturale del Friuli. La stratificazione longobarda è di recente acquisizione e, nonostante il notevole scambio genetico con i livelli preesistenti, non si è ancora ben omogeneizzata. Ma è proprio l’influenza del potere spirituale (con netti risvolti sociali e umani) del patriarca a fungere da catalizzatore delle diverse forze politico-secolari che vanno via via succedendo. Così, né l’avvento dei Franchi, né quelli seguenti della dinastia ottoniana riusciranno più a modificare il cammino intrapreso da una nazione in fieri, ormai già in possesso di tutte quelle qualità potenziali che la differenziano dai popoli limitrofi.
Sotto il dominio franco si riproposero le condizioni di “porta dell’oriente europeo”, vera e propria base, il Friuli, per contrastare militarmente le pressioni àvare e slave. Anche il potere spirituale patriarcale tese le sue mani verso est, ma con ben altri intenti. Il metropolita Paolino d’Aquileia avviò campagne missionarie (con il metodo della dolcezza e della persuasione) tra gli Slavi delle zone montane del Friuli, della Carniola e della Stiria inferiore. 16
Spesso, però, la saggezza consigliava di non lasciare gli avamposti del culto alla mercé di eventuali violenze: ciò spiega l’aspetto arroccato e quasi minaccioso di certi monasteri del nord-est, posti non di rado a sentinella delle vallate e dei passi.
La nazione continuò nella sua altalenante sequenza di periodi di moderato splendore e di infausta rovina: intorno alla metà del IX secolo, la corte del marchese Everardo attrasse dotti locali e stranieri fino a determinare un momento di rinascita artistica e letteraria di discreto livello; il fenomeno è stato esagerato da alcuni storici al punto di configurarvi una sorta di rinascimento friulano ante litteram. In realtà, l’unica produzione letteraria di rilievo è rappresentata dalle poesie dello stesso Paolino, e il tono culturale generale viene moderatamente elevato da un cenacolo di dotti curtensi troppo rinserrati nel proprio ambiente. Benemerita, invece, la costituzione a Cividale (825) di una struttura di studio che, oggi, non faticheremmo a definire università.
Ma già i primi anni del secolo seguente recano i lutti della più disastrosa tra tutte le invasioni subite dal popolo friulano, quella degli Ungari. Città e villaggi della pianura vennero devastati, la popolazione inerme in gran parte trucidata e molti uomini validi condotti come schiavi nelle lande pannoniche, ormai conquistate dai feroci razziatori. Il ricordo di simili disgrazie perdurò a lungo nell’animo degli abitanti, tanto che nelle invocazioni liturgiche si conservò per oltre due secoli la formula “ab Hungarorum nos defende iaculis”, e le terre centrali furono chiamate Vastata Hungarorum, in quanto maggiormente colpite dai saccomanni. 17
Quanto al potere imperiale, reso instabile da lotte di successione e da congiure feudali, esso non ebbe la capacità di opporsi efficacemente e il Friuli cadde nelle tenebre di una paurosa decadenza.
A partire dalla metà del X secolo, la casa di Sassonia sostituì in Europa l’egemonia carolingia. Ottone I, incoronato imperatore nel 962, abbassò l’Italia al rango di feudo ma ne sottrasse la marca veronese e quella friulana, inserendole in un altro vasto comprensorio che abbracciava anche Baviera e Carinzia. Enrico, fratello di Ottone, a capo di questo territorio, riusci a scongiurare definitivamente ogni minaccia ungara; ciò valse al paese almeno la tranquillità, ma esso, dapprima parte subordinata della marca veronese e in seguito annesso alla Carinzia, non conservava più il minimo peso politico.
Da un punto di vista culturale, la lingua dominante nei ceti padroni e nelle gerarchie ecclesiastiche era l’idioma altotedesco, mentre l’originaria lingua romanza rimaneva appannaggio degli strati popolari; per motivi comprensibili questa non poteva assurgere alla dignità che andavano guadagnando le altre parlate romanze di Francia e d’Italia, e la forzosa apertura verso il mondo germanico tagliava fuori lo spirito friulano da quel fecondo interscambio che si era sviluppato nelle regioni centrosettentrionali della penisola e nella Francia meridionale.
Nell’ambito della generale decadenza, la chiesa aquileiese era l’unica forza che trasse potere e prestigio; i suoi due bracci, spirituale e temporale (quest’ultimo in fase sempre crescente), avevano maggiori capacità ricostruttive delle forze nobiliari e feudali. Ben sapendolo, e incoraggiati dalla sostanziale fedeltà dei vescovi, gli imperatori sassoni non lesinarono all’alto clero friulano donazioni territoriali e convenientissime immunità. A loro volta i patriarchi intrapresero un’opera lenta ma efficace di ristrutturazione, riedificando monumenti e opere di difesa, organizzando le attività agricole e ricolonizzando zone da tempo spopolate, anche avvalendosi dell’innesto di popolazioni rurali slave. Queste genti vennero insediate di preferenza nella Bassa friulana e si friulanizzarono in pochi secoli, data l’estrema lontananza dai loro centri nazionali. Il ricordo della migrazione permane nella toponomastica dei centri da essi costruiti o riedificati (Goricizza, S. Maria di Sclaunicco, Belgrado, Glaunicco, Gradiscutta, Lestizza, eccetera).
Mancanza di valide spinte alternative, quindi, e crescente potenza e ricchezza portarono il patriarcato a divenire, di fatto, una vera e propria struttura statale. E la divenne anche de iure nel 107718 quando, per premiare la fedeltà del patriarca Sigeardo e punire, invece, il tradimento del duca di Carinzia e il conte del Friuli che si erano schierati con la nobiltà ribelle, l’imperatore Enrico IV staccò la regione dal più vasto comprensorio e concesse l’investitura ducale allo stesso patriarca riunendo, in pratica, la ritrovata entità territoriale dello stato nazionale friulano sotto la spada e la croce aquileiesi.
L’unità politica era d’altronde giustificata dall’ormai definitivo assestamento etnico, specie a livello di classi media e inferiore. Gli sloveni non costituivano che un modesto apporto genetico; oltre che nella Bassa, si erano stanziati nel medio Isonzo fino a Sagrado, nella Val Resia, nell’alto e medio Fella, nella zona pedemontana tra Attimis e Faedis, oltre che nella Val Torre e a Cormòns. Tale frammentazione favoriva la dispersione e il parziale assorbimento dell’elemento allogeno.
Inizialmente, dunque, i patriarchi furono veri e propri “ghibellini” e si schierarono spesso con l’imperatore contro lo stesso pontefice (come nel 1161, quando il patriarca Pellegrino partecipò con armati friulani all’assedio di Milano, a fianco del Barbarossa).19
Ma, già a partire dal concilio di Lione (1245) che sancì la scomunica di Federico II, l’influenza imperiale in Italia si fece sempre più precaria. Il presule Bertoldo non riuscì a conservare nemmeno una conveniente posizione di equilibrio tra papato e impero e dovette risolversi, nel 1249, a stipulare un’alleanza con Brescia, Mantova e Ferrara (la lega guelfa) per difendersi dalle scorrerie ghibelline del famigerato Ezzelino da Romano.
Di certo le ultime fasi del governo patriarcale ghibellino influirono decisamente sul futuro storico del Friuli; convenienze politiche ed economiche consigliarono un avvicinamento, che sarebbe poi stato definitivo, al soglio di Roma e conseguentemente a quelle nazioni che, come il Veneto, sarebbero state attratte in seguito nel carrozzone risorgimentale. Un così brusco cambiamento doveva scuotere non poco la solidità istituzionale di tutto il Friuli. Mancando di un valido appoggio esterno, quale quello imperiale, i nuovi patriarchi guelfi dovettero basarsi sulle loro forze per mantenere coerente un ceto nobiliare in cui sia i rimpianti nostalgici, sia la bramosia di potere alimentavano violenti e aperti dissidi con i metropoliti. Negli ultimi due secoli di patriarcato (XIV-XV), il Friuli fu scosso da lotte interne ed esterne tanto articolate da richiedere una trattazione a sé… 20
Il risultato di tale caotico stato di cose fu unicamente quello di indebolire la regione a un segno tale da non potere più reggere l’urto del suo nemico più potente: la repubblica di Venezia. Dall’ingresso delle truppe veneziane in Udine (1420) in poi, il patriarcato cesserà di esercitare il potere temporale e il Friuli non sarà mai più un’entità politico-sociale autonoma e libera.

NOTE

1  Così sembrano testimoniare i ritrovamenti fittili della stazione del Palù, di stile prossimo al neolitico della Padania centrale.
2 Il termine “razza” in unione a “indoeuropeo” non è privo di scorrettezze: in effetti, benché si possa parlare di “lingue” indoeuropee, non è affatto dimostrabile che i portatori di queste appartengono ad una medesima corrente antropo-morfologica. Non si può negare, d’altronde, che una mappa linguistica europea e una dei gruppi sanguigni, sovrapposte, presentano tra loro alcuni elementi di coincidenza.
3 G. Devoto, I dialetti delle regioni d’Italia, Firenze, 1972.
4 Un etruscologo prestigioso, Pallottino, e il non meno prestigioso archeologo Bianchi Bandinelli, tanto per citarne qualcuno, non si pongono neppure il problema e considerano il Friuli area veneta. Va detto che, recentemente, è stata scoperta nei pressi di Polcenigo un’importante città venetica, Caelina, fondata intorno al 1000 a.C.
5 G. Devoto, op.cit.
6  Gian Carlo Menis, Storia del Friuli, Udine, 1976.
7 Il Livenza è soprattutto un confine storico. L’esatto confine etno-linguistico è il Tagliamento. “Veneti e Carni erano separati dal Tagliamento” (Strabone).
8 G.C. Menis, op.cit.
9 Questa usanza potrebbe anche collegarsi alla Kresna noc (notte dei falò) dei vicini Sloveni.
Si festeggia il 24 giugno, in ricordo dei fuochi (grmade) che segnalavano l’avvicinarsi dei Turchi (Cremonesi).
10 Non è escluso che i Gallo-Carni fossero d’accordo con Filippo il Macedone per impegnare i Romani al nord e diminuire la loro pressione in Grecia.
11 Strabone riferisce che Aquileia sorgeva a 60 stadii dal mare (ca. 10,8 km); per Plinio “Aquileiam coloniam, XII M passum a mari sitam” (ossia 18 km). Tali misure sono esagerate: la città distava cinque o sei chilometri dalla costa.
12 La colonia fu rafforzata nel 169 a.C. con l’invio di 1500 famiglie italiche (Leicht).
13 A partire dal IV secolo, tre eventi (oltre l’abbandono dei campi per la costante minaccia di invasioni) determinarono l’impaludamento della Bassa friulana: 1) la rottura degli acquedotti e la deviazione del Natisone operate dalle truppe fedeli a Giuliano l’Apostata che assediavano Aquileia nel 361; 2) un bradisismo avvenuto intorno alla metà del VI secolo, nella laguna e nella zona costiera, che abbassò il livello del suolo di circa 2 metri; 3) un’apocalittica alluvione che, nel 589, mutò il corso di tutti i fiumi friulani. In tal modo la Bassa (soprattutto nell’Aquileiese) rimase paludosa per altri dodici secoli, fino alla bonifica di Maria Teresa d’Austria.
14 Il Leicht spiega così gli avvenimenti, colorandone il significato politico: lo scisma dei tre capitoli “divideva i vescovi dell’Italia settentrionale e, in particolar modo, dell’arcidiocesi aquileiese da Roma e dall’impero bizantino (…) I bizantini perseguitavano i vescovi favorevoli ai tre capitoli e le violenze dell’esarca ravennate ne poterono indurre alcuni ad abiurarli: quelli però che erano compresi nel regno longobardo, protetti dai conquistatori contro ogni minaccia del Papa e dei Greci, permanevano nell’eresia.” (Breve storia del Friuli, Udine, 1951)
In pratica al concilio di Calcedonia (451) si ritenne valida la definizione del pontefice Leone: “Il Cristo è in due nature, senza consusione né mutamento, senza separazione né divisione; la diversità delle nature non viene in alcun modo soppressa dalla loro unione, ma, al contrario, le proprietà di ognuna delle due nature rimangono intatte e si incontrano in una sola persona (prosopon) o ipostasi.” La dottrina di Nestorio, invece, considerava le due nature quasi come entità personali (J. Leroy).
15 La sorte della popolazione romanizzata non fu delle più dure: a detta di Paolo Diacono (lo storico longobardo-friulano di Cividale) intercorsero accordi e contratti commerciali con gli invasori. Inoltre i cattolici potevano contare sulla protezione del clero friulano, tutt’altro che osteggiato dai germanici a causa dello scisma tricapitolino. I Longobardi si convertirono al cattolicesimo intorno al 670.
16 Una parte degli Slavi della Carantania (Carinzia) si era convertita al cristianesimo prima del 750, sulle orme del principe Goradz.
17  “Conservavano i cori de li Huomini che uccidevano, seccati al fumo, per  mangiarli nell’infermità ad uso medicina. Secondo le operazioni ebbero anche l’ingegno crudele seditioso, inesorabile, fraudolente e perfido. La medesima natura e costumi havevano le femine loro, che morsicavano in viso i figli per abituarli al dolore.” Così scriveva, degli Ungari, Palladio degli Olivi nelle sue Historie del Friuli.
18 L’editto, in friulano, è del 3 aprile: “…la  Santa Chiesa di Aquileia e il nostro fedele patriarca Sigehart e i suoi successori, con questo decreto diventano padroni assoluti della Contea  del Friuli, con tutti i benefici che aveva il conte Lodovico”.
19 Questo e altri fatti non si insegnano a scuola, e sono fonte di grande imbarazzo per gli studiosi ufficiali. P.L. Leicht, addirittura si sente il dovere di scrivere: “A primo aspetto questo attaccamento dei Friulani all’imperatore potrà sembrare antinazionale (sic). Non si deve dimenticare che l’imperatore era anche re d’Italia: perciò un forte partito fra gli Italiani lo sosteneva, né si può dire che costoro potessero per questo essere tacciati di antinazionali.” Si tratta di un eloquente esempio di mistificazione storica con fini patriottardi: per quale motivo un popolo di etno-sviluppo a sé stante, di lingua ladina, di politica antiromana e di struttura organizzativa germanica dovesse nel XII secolo nutrire  non solo sinceri sentimenti italofili, ma addirittura crearsi un’immagine dell’Italia in anticipo di secoli sugli stessi “Italiani”, non è dato di sapere!
20 È di questo periodo (1334-1350) il principato di Bertrando di Saint Geniés, una delle più alte figure patriarcali della storia aquileiese. Benché in età avanzata, si adoperò con ferrea volontà per ristabilire i confini, per fortificare i valichi e rinsaldare la compagine statale, rintuzzando i feudatari (talora – come i Castel Raimondo – trasformatisi in veri e propri ladroni da strada maestra), e per dare un valido appoggio alla creazione dell’università di Cividale (1334). Bertrando fu assassinato presso S. Giorgio della Richinvelda dagli sgherri del conte di Gorizia, e le sue spoglie furono inviate a Udine su un carro agricolo.

 

Pubblicato nel 1983 su:

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