In che modo la situazione in Turchia si è deteriorata

Filed in Autori, Daniel Pipes by del 24/10/2014

Solo dodici anni fa, la Repubblica di Turchia era vista a giusto titolo come un fedele alleato della Nato, il modello di uno Stato filo-occidentale e un ponte tra l’Europa e il Medio Oriente. Un forte legame militare con il Pentagono è alla base di relazioni economiche e culturali più ampie con gli americani. Per quelli di noi che si occupano di Medio Oriente, trascorrere del tempo a Istanbul, Ankara e in altre città turche era un’oasi ritemprante dal trambusto della regione.
Poi, a partire dalle elezioni del 2002, il paese ha cambiato radicalmente rotta. Dapprima lentamente e poi con crescente velocità, da metà del 2001 il governo ha iniziato a violare le proprie leggi, è diventato autocratico e si è alleato con i nemici degli Stati Uniti. Anche quelli più riluttanti a riconoscere questo cambiamento sono stati costretti ad ammetterlo. Se Barack Obama nel 2012 considerava il principale leader politico turco, Recep Tayyip Erdogan, uno dei suoi cinque migliori amici stranieri, qualche mese fa ha mostrato un atteggiamento del tutto differente, inviando un semplice incaricato d’affari a rappresentarlo il giorno della cerimonia di insediamento alla presidenza di Erdogan: uno schiaffo pubblico.
Cosa ha causato questo cambiamento? Perché la situazione in Turchia è deteriorata?

I precedenti storici

Per comprendere le circostanze impreviste di oggi occorre volgere uno sguardo all’Impero ottomano. Fondato nel 1299, il suo controllo su gran parte del continente europeo (soprattutto i Balcani, il cui nome è di origine turca e significa monte) lo rese l’unico Stato musulmano capace di rivaleggiare con l’Europa quando i cristiani occidentali divennero gli uomini più ricchi e potenti del pianeta. Man mano che nel corso dei secoli l’Impero ottomano s’indeboliva rispetto alle potenze europee, la sua sorte futura divenne una delle principali preoccupazioni della diplomazia europea (la cosiddetta “questione orientale”) e l’impero finì per essere considerato una potenziale preda (e fu definito “il malato d’Europa”).
Dalla prospettiva ottomana, il cosiddetto nodo gordiano consisteva nel decidere cosa accettare e cosa rifiutare dell’Europa. In generale, gli ottomani ritenevano che le innovazioni mediche e militari fossero le più appetibili. In altri settori, essi furono esitanti; ad esempio, se gli ebrei pubblicarono nel 1493 il primo libro stampato dell’impero, i musulmani dovettero attendere fino al 1729. In altre parole, l’accettazione dei costumi europei fu un processo lento, difficile e discontinuo.
La sconfitta turca nella Prima guerra mondiale ebbe luogo in questo contesto, inducendo il brillante generale Mustafa Kemal ad assumere il potere e a porre fine all’Impero ottomano a favore della Repubblica di Turchia, molto più piccola e limitata principalmente alle popolazioni turcofone. Durante i primi quindici anni di questa repubblica, dal 1923 al 1938, fu Mustafa Kemal (che si fece chiamare Atatürk) a dominare il Paese. Paladino dell’occidentalizzazione che disprezzava l’Islam, egli impose una serie di cambiamenti radicali che contraddistinguono ancor oggi la Turchia e ne fanno un paese molto differente dal resto del Medio Oriente, soprattutto per il suo laicismo, i codici di diritto basati sui prototipi europei, l’alfabeto latino e l’uso dei cognomi.
In qualche caso, Atatürk fu più evoluto dei suoi connazionali, come quando propose di installare dei banchi nelle moschee o impose l’uso della lingua turca al posto dell’arabo per la chiamata islamica alla preghiera. Quasi subito dopo la sua morte nel 1938, il processo di laicizzazione da lui avviato cominciò a invertirsi. Ma l’esercito turco, nel suo duplice ruolo di potere politico supremo e di consapevole depositario dell’eredità di Atatürk, pose dei limiti a questo cambiamento. I primi tentativi seri ebbero inizio con l’avvento della democrazia negli anni Cinquanta, seguiti da altri purtroppo infruttuosi.
Tuttavia, l’esercito non è una forza propulsiva per la creatività né catalizzatrice della crescita intellettuale, così le massime di Atatürk, ripetute incessantemente per decenni, divennero stantie e limitative. Man mano che i dissensi aumentavano, i partiti che nutrivano la sua visione degli anni Venti ristagnarono degenerando in organizzazioni corrotte e avide di potere. Negli anni ‘90, i governi che si succedettero rapidamente si alienarono una parte considerevole dell’elettorato.

L’ascesa dell’Akp

Cogliendo il momento più opportuno, Erdogan e un altro politico islamista, Abdullah Gül, nel 2001 fondarono il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp). Promettendo una buona governance e una crescita economica fondate su valori tradizionali, il partito riscosse un successo impressionante nella sua prima elezione nel novembre 2002, ottenendo poco più di un terzo dei voti. Ma poiché i pascià dei partiti della vecchia guardia rifiutarono di cooperare tra di loro, solo uno, il Partito repubblicano del popolo (Chp), riuscì a superare la soglia minima elettorale (il 10 per cento dei voti a livello nazionale) che la Costituzione richiede per l’attribuzione dei seggi in Parlamento.
Con quasi la metà dei voti così sprecati, il 34 per cento delle preferenze elettorali ottenute dall’Akp si tradusse nel 66 per cento dei seggi in Parlamento, trasformando un’ampia pluralità di voti in una clamorosa vittoria. Nelle successive elezioni del 2007 e del 2011, i suoi avversari impararono a non sprecare i loro voti, così l’Akp paradossalmente incrementò la percentuale dei voti ottenuti (passando dal 46 al 50 per cento) perdendo però il numero dei seggi in Parlamento (che passarono dal 62 al 59 per cento).
Erdogan, in un primo momento, si sforzò di controllarsi, concentrando l’attenzione sulla crescita economica e occupandosi delle questioni spinose dell’agenda politica turca, come l’annoso rifiuto di riconoscere che i curdi non sono turchi, il problema cipriota e l’adesione all’Unione Europea. Poi, cominciò gradualmente a mordere il freno, aumentando i tassi di crescita economica paragonabili a quelli della Cina, imponendosi come mediatore sulla scena politica del Medio Oriente (per esempio, tra Gerusalemme e Damasco) e come islamista preferito dell’Occidente. Facendo questo, gli parve di poter risolvere l’annoso problema che va avanti da secoli dell’antagonismo esistente tra Islam e Occidente, trovando un giusto equilibrio.
Riportare all’ordine l’esercito rimaneva però l’obiettivo a lungo termine dell’Akp: era la condizione necessaria per realizzare il suo obiettivo ultimo di annullare la rivoluzione di Atatürk e restituire alla Turchia una struttura interna e una reputazione internazionale di tipo ottomano. Questo obiettivo è stato realizzato con sorprendente facilità; per ragioni ancora oscure, la leadership delle forze armate sopportò senza battere ciglio le accuse di complotto che le vennero lanciate, gli arresti degli alti ufficiali e le dimissioni dello Stato maggiore. La tragedia annunciata non suscitò nessuna protesta.
Una volta che l’esercito si arrese, Erdogan prese di mira i suoi rivali interni, soprattutto il suo alleato di lunga data, l’islamista Fethullah Gülen, il leader di un movimento nazionale di massa con reti nelle principali istituzioni governative. La stravaganza populista di Erdogan fu ben accolta dal suo elettorato, ossia i turchi che si sentivano oppressi dall’atatürkismo. Incoraggiato dal successo, nel giugno 2013, egli si mostrò in tutta la sua arroganza in occasione delle manifestazioni di protesta di Gezi Park, a Istanbul, scagliandosi contro i suoi concittadini, ricoprendoli di insulti e consegnando alla giustizia un gruppo di ultras accusati di aver tentato di rovesciare il suo governo.
La prova sensazionale della corruzione dell’Akp che venne alla luce nel dicembre 2013 portò all’arresto dei funzionari di polizia che avevano partecipato all’inchiesta su presunte corruzioni. Questo comportamento aggressivo si estese agli avversari presenti nei media, in Parlamento e anche nella magistratura. Demonizzando chi gli muoveva delle critiche, Erdogan ha deliziato la sua base elettorale, riportando una vittoria elettorale dopo l’altra e accrescendo così il suo potere personale, un po’ sulla falsariga del presidente venezuelano Hugo Chávez.

La politica estera

Le relazioni internazionali mantennero la stessa linea, con una serie di obiettivi esteri che all’inizio furono modesti e poi, col tempo, divennero sempre più ambiziosi e ostili. Una politica il cui slogan era “zero problemi con i vicini”, architettata dal suo principale consigliere di politica estera, Ahmet Davutoglu, iniziò con successo: le vacanze trascorse con il tiranno di Damasco, l’aiuto fornito ai mullah di Teheran per evitare le sanzioni, relazioni reciprocamente vantaggiose, per quanto tiepide, con lo Stato ebraico. Anche i nemici di sempre come la Grecia e l’Armenia beneficiarono della sua offensiva mirata. La grandi potenze cercarono di stabilire delle buone relazioni. Il sogno neo-ottomano dell’Akp di acquisire la supremazia sulle sue ex colonie sembrava raggiungibile.
Ma poi Erdogan mostrò sulla scena estera la stessa arroganza cui aveva dato libero sfogo in patria e mosse critiche più feroci. Se metà dell’elettorato turco plaudì la sua libertà di linguaggio, pochi stranieri fecero altrettanto. Quando, nel 2011, nei paesi arabi scoppiarono i rivolgimenti che cambiarono il Medio Oriente, Erdogan e Davutoglu non trovarono niente di meglio da fare che eclissarsi, al punto che Ankara ora intrattiene pessimi rapporti con molti dei Paesi vicini.
La rottura con il presidente siriano Bashar al-Assad, che forse è la più importante delle sue sconfitte, ebbe parecchie conseguenze negative: l’arrivo in Turchia di milioni di profughi arabofoni indesiderati, una guerra indiretta con l’Iran, l’ostruzione delle rotte commerciali turche verso gran parte del Medio Oriente e la creazione di forze jihadiste che hanno generato lo Stato islamico e il suo califfato autoproclamato. Il sostegno turco ai sunniti iracheni accelerò la rottura delle relazioni con Baghdad. Un’ostilità verso Israele di stampo nazista mise fine all’alleanza più forte che Ankara aveva nella regione. Il fervente sostegno che Erdogan dette al governo dei Fratelli musulmani in Egitto, durato un anno dal 2012 al 2013, si trasformò in seguito in aperta ostilità verso i suoi successori. Le minacce dirette contro la Repubblica di Cipro a seguito della scoperta di giacimenti di gas inasprirono ulteriormente un rapporto già conflittuale. Gli imprenditori turchi persero oltre 19 miliardi di dollari nell’anarchia libica.
A livello internazionale, le relazioni con Washington conobbero nuove difficoltà quando Ankara finse di acquistare un sistema di difesa missilistico cinese. Gli appelli lanciati ai milioni di turchi che vivono in Germania a non assimilarsi nella società tedesca crearono tensioni con Berlino, così come il possibile ruolo di Ankara nell’uccisione di tre curdi a Parigi.
Tutti questi affronti hanno lasciato Ankara quasi senza amici. Essa intrattiene rapporti cordiali solo con un paese: il Qatar (con una popolazione di 225.000 abitanti); con il Governo regionale del Kurdistan nel nord dell’Iraq e con i Fratelli musulmani, comprese Hamas e la ramificazione siriana. Stranamente, nonostante questo fallimento fragoroso, Erdogan continua a sostenere la politica fallimentare di “zero problemi con i vicini”.

Prospettive

Il prossimo anno, Erdogan, forte di un numero impressionante di successi elettorali e di un potere esteso, dovrà affrontare tre sfide: una elettorale, un’altra psicologica e una terza economica. La sua ascesa alla presidenza della Repubblica il 28 agosto scorso necessita di modifiche costituzionali che gli permetteranno di diventare il presidente forte che tanto desidera essere. Questi cambiamenti richiedono, a loro volta, che l’Akp riporti un ottimo risultato nelle elezioni legislative del 2015 o, in alternativa – per realizzare le sue ambizioni – occorre fare importanti concessioni ai curdi di Turchia al fine di ottenere il loro sostegno. Ora che il partito si trova nelle mani non sperimentate di Davutoglu, che di recente è stato promosso da ministro degli Esteri a premier, si può dubitare della capacità di quest’ultimo di ottenere i seggi necessari.
In secondo luogo, il destino di Erdogan dipende dalla possibilità che Davutoglu continui a essere il suo fedele consigliere. Se il neo premier dovesse sviluppare ambizioni indipendenti, il che è non è da escludere, Erdogan si ritroverà relegato a ricoprire un ruolo per lo più cerimoniale.
Infine, l’economia instabile della Turchia dipende da hot money in cerca di rendimenti più elevati, dai grossi flussi finanziari che arrivano dai Paesi del Golfo la cui provenienza e continuità sono incerte e da tutta una serie di progetti di infrastrutture destinati a favorire e a continuare la crescita. Ecco che il comportamento molto incostante di Erdogan (che strepita contro ciò che egli chiama “la lobby di interessi” e contro le agenzie di rating come Moody’s e Fitch, nonché contro il “New York Times”) scoraggia ulteriori investimenti mentre un debito enorme minaccia di portare il paese alla bancarotta.
Così, mentre il record ininterrotto di successi elettorali induce a scommettere sul fatto che Erdogan continuerà a dominare la vita politica turca, esistono gravi ostacoli che potrebbero porre fine alla sua scia di vittorie, e il suo tentativo sintesi tra l’apprendimento dall’Occidente e la fedeltà ai costumi islamici potrebbe implodere.

La politica americana

La Turchia – grazie a una popolazione giovane di 75 milioni di abitanti, a una posizione centrale, al controllo di una rotta chiave per la navigazione e alla vicinanza con otto Paesi problematici – è un alleato estremamente importante. Inoltre, essa gode di una posizione di rilievo in Medio Oriente, tra le popolazioni turcofone fino allo Xinjiang, e tra i musulmani di tutto il mondo. L’alleanza turco-americana, iniziata con la guerra di Corea, è stata molto proficua per Washington, che è comprensibilmente riluttante a perdere questo alleato.
Detto ciò, un’alleanza non può essere costituita da una sola parte. Le relazioni amichevoli di Ankara con Teheran, l’appoggio fornito a Hamas e allo Stato islamico, il discredito all’autorità di Baghdad, la virulenza nei confronti di Israele e le minacce contro Cipro rendono la sua appartenenza alla Nato discutibile se non incompatibile.
Washington deve far presente che le tattiche d’intimidazione vincenti a livello elettorale in Turchia, nel resto del mondo non funzionano. Il “Wall Street Journal” ha utilmente proposto di trasferire nel Kurdistan iracheno una base militare americana in Turchia. Occorre ripudiare il governo sempre più dittatoriale di Erdogan come bisogna ripudiare Ankara per la sua continua occupazione di Cipro, l’appoggio fornito ai terroristi e per le sue dichiarazioni antisemite. Oltre a queste misure, è arrivato il momento che il governo americano dica chiaramente che, se non verranno fatti cambiamenti radicali e anche in fretta, chiederà che la Turchia sia sospesa o espulsa dalla Nato.
Se Erdogan continua a comportarsi da canaglia, allora il suo vecchio alleato dovrebbe trattarlo come tale.

13 ottobre 2014 – www.danielpipes.org
traduzione di Angelita La Spada

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