L’incantesimo d’oc

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Storia e leggenda dell’anticapopolazione alpina nell’appassionata rievocazione di un provenzale

«Oooh, garde-te de l’encharmo, tene-te à la barmo!… » (1). Ogni volta che tira vento sulla montagna e che faggi e larici, stretti nella morsa, gemono e stridono come un’immensa cascata d’acqua, pare di sentirlo, questo richiamo, ripercuotersi sterminatamente di costone in costone, su per le valli e le dorsali dell’arco alpino, che abbraccia Cuneo da tre lati. È il grido di antichissimi uomini che millenni or sono abitarono le nostre montagne, disseminati per caverne e villaggi di grossi tronchi.

I nostri antenati liguri e celti erano gente dura come la pietra, vestivano pelli, usavano la clava e portavano capelli lunghi giù per le spalle: perciò erano chiamati Ligures Capillati. Ogni volta che ritorno col pensiero a questi uomini dai tratti angolosi e dalla cuticagna cespugliosa come i loro boschi, l’immaginazione corre al Sansone biblico, la cui forza, misteriosamente celata nei capelli, poteva svellere intere colonne di pietra e far crollare il tempio.

Eppure si dice che questi uomini antichi e poderosi avessero paura del vento: vivevano sparsi sui dorsi dei monti, separati da valli buie popolate di selve, di lupi e di orsi. Ma quando la bufera soffiava, muggendo giù dalle cime e la montagna era tutta un fremere di turbini e di lamenti rotti da sospensioni dense di minaccia, allora essi si nascondevano in fondo alle loro caverne: finché, non sopportando più l’angoscia della solitudine, uscivano sui crinali e di villaggio in villaggio si chiamavano l’un l’altro con quel grido: «Oooh!… Garde-te de l’encharmo!…».

Avevano paura che il loro Dio — potenza del male e del bene ad un tempo — calasse improvvisamente a prenderli per la gola? a strozzarli, sprigionandosi da una di quelle nubi gonfie e pazze, che il vento rotolava in cielo?

Il loro Dio aveva forma di toro, con due grandi corna. E questo toro stava chiuso dentro una montagna — il Bego — in cima alla Valmasca e ad un sistema di valli nude, levigate e sperdute, che sembravano davvero l’immagine stessa dell’«encharmo» — dell’incantesimo — fatto pietra. Queste valli ora — cioè, dopo l’ultima guerra — si trovano appena oltre confine in terra di Francia; chi da Nizza sale a San Dalmazzo di Tenda (valle Roia), non ha che da prendere a sinistra e arriva al Bego.

Ma allora — diciamo quattromila anni fa — quando da tutte le valli di Cuneo e dalla stessa pianura i Ligures Capillati ogni estate convenivano lassù in gran numero per i loro annuali riti religiosi, lo vedevano, il loro Dio-Toro, uscire terribile e gigantesco sulla cima del monte e le sue corna lunghissime bucavano il cielo. Allora prendevano la loro clava ed i punteruoli di dura selce e scolpivano sui larghi pietroni della valle figure di tori, di guerrieri, di uomini al lavoro: quell’insieme di incredibili figurazioni primitive — circa quarantamila tra più antiche e meno antiche — che forma il gran libro della Vallée des Meraveilles —oltre il colle di Tenda — in cui si condensa larga parte della misteriosa ed ancora indecifrata preistoria della montagna cuneese e nizzarda.

Che cos’è l’etnia?

La gente delle valli di Cuneo oggi è ancora figlia di questi antichi uomini. E vero, in millenni di storia tante altre vicende sono passate in mezzo, tra loro e noi. Sono sopravvenuti i Celti dal nord, poi i Romani, che tentarono, senza riuscirci mai bene, di soggiogare le nostre valli; e poi giunse dalla Spagna il cartaginese Annibale, duecento e più anni prima di Cristo, e insieme con lui Liguri e Celti han ricacciato i Romani dalla montagna. Pagheranno poi cara la seconda guerra punica, una lunga colonna di migliaia di prigionieri prenderà verso Roma la sanguinosa via della deportazione.

Ma ciò che i Romani non poterono mai distruggere fu il senso della nazione alpina, l’attaccamento di questi uomini della montagna alla loro terra, ai loro villaggi, alla loro piccola, grande patria: che non si identificò mai con la patria-stato italiana. In una parola, non riuscirono a distruggere l’identità etnica del popolo alpino, che resiste vivace tuttora.

Ma che cosa è l’etnia? Se risalite le nostre valli, dalla Corsaglia alla Vermenagna, a Gesso, Stura, Grana, Maira, Varaita e Po, trovate ancora le rustiche case di pietra coperte di grosse ardesie, o addirittura di paglia, vedete ancora i fienili legati da travi annerite, e profonde stalle voltate a botte.

È vero, troverete anche paesi devastati da un dilagare anonimo di ville e palazzi e squallidi casermoni di cemento, che stanno annegando gli spazi, la bellezza e la poesia delle origini.

Ma non fermatevi lì. Imboccate i valloni laterali, raggiungete le borgate annidate sulle pendici, là, dove pur arriva una strada carrozzabile. Vi troverete ancora gente che vi accoglie con un rustico e raffinato insieme, «Benvengu!» in provenzale: Benvenuto! E vi congeda — ancora in provenzale — con un musicale «A reveire!»: Arrivederci!

Siamo nel dominio cisalpino della lingua d’Oc. Qui mille anni or sono l’antico provenzale dei trovatori s’è sovrapposto al primitivo sostrato cello-ligure, ha imbevuto di se lingua, cultura, tradizioni, rapporti sociali, dando vita ad una civiltà preziosa e robusta ad un tempo, virile e pudicamente schiva.

Tra le pieghe sicure delle valli essa ha resistito ai secoli, mentre al piano lingua, sapienza, consuetudini, identità si disperdevano in un incalzare confuso e irrequieto di vicende e di mescolanze.

«Siha li benvengu!», vi dicono, dunque: siate i benvenuti.
«Que lou Senhour vous doùne soulèi e bounoùro!»: che il Signore vi conceda sole e tempo buono.

Frédéric Mistral, il grande poeta di Provenza dei tempi moderni, non avrebbe detto diversamente. Questa è l’etnia: fedeltà ad una identità antica che si continua in tempi attuali. La cultura alpina e provenzale, mescolate con le primitive caratteristiche pre-romane, qui trapela da ogni parola, da ogni gesto. Vedete come questa gente delle valli alte lega il fieno falciato sul pendio, poi se lo carica sulle spalle e si avvia a passo lento e solenne verso i fienili. E impressionante, sono scene bibliche a cui non siamo più abituati.

Questa — dicevamo — è l’etnia del popolo provenzale-alpino. Di essa, chi volesse, trova anche le testimonianze precise per offrire al visitatore un panorama d’insieme sufficientemente documentato.

A Sancto Lucio de Coumboscuro (la Coumboscuro è un vallone laterale della valle Grana, trovate la strada segnalata in provenzale, da tabelle che dicono «Coumboscuro, minouranço prouvençalo») c’è il primo Museo etnografico dell’arco alpino cuneese: una rassegna di strumenti ed oggetti della vita tradizionale della gente montanara: dal grande telaio primitivo a mano al monumentale frantoio da canapa all’erpice all’aratro a chiodo alle banastres, il caratteristico basto da letame, alla brassiero, slittone a grandi pattini ricurvi ed alti fino alle ascelle del guidatore.

Ma molte borgate nelle nostre valli sono un incredibile museo vivente: vedete i solidi casolari di Blins (valle Varaita), dagli ampi sgrondi dei tetti, sotto i quali si annidano i lunghi loggiati di legno; vedete, a 170 metri, Elva (valle Maira), stretta al campanile ed alla chiesa severamente romanici; e, ancora, le case di larici inchiavardati di San Bernolfo (valle Stura) o i tetti di paglia di Palanfro (valle Vermenagna).

Sono immagini d’una storia irripetibile che le stazioni invernali alla moda e la crescente speculazione turistica cercano con ogni mezzo di cancellare. E con le case, gli arnesi di vita quotidiana, la lingua d’Oc, uccidono anche l’uomo vero della montagna provenzale. Quello che nelle notti di luna vede ancora le masches — le streghe — danzare i loro «sabba» sui pianori di cresta e vi narra che la sera dei morti, lassù, sul dorso della montagna, s’è imbattuto in una processione di gente vestita di lunghi abiti bianchi. Silenziosi, ciascuno con una candela accesa in mano, passano ogni anno, i morti, in quella notte, da valle a valle, con andatura lenta ed uguale. Uno di essi ad un certo punto porge la candela: se la prendi, puoi finalmente continuare il tuo cammino. Ma a casa ti ritrovi con un osso di morto in mano. E quell’osso sarà come una spina infissa profondamente nella tua coscienza, ti ruberà sonno e tranquillità, ti turberà le notti con fantasmi ed incubi e l’angoscia dell’incubo non dileguerà che al primo schiarirsi dell’alba.

Anche con tua moglie e i tuoi sarà finita la pace. Se vuoi continuare a vivere come tutti i cristiani, dovrai deciderti a portarglielo indietro — ai morti — quell’osso!

Bisognerà attendere l’anno seguente, quella stessa notte, su quello stesso dosso di montagna. Allora i morti ripasseranno in processione, vestiti di bianco e tu restituirai l’osso a quello che ti verrà incontro senza candela in mano. «Oooh, la grando deliberacioùn! — si dice allora — avihou un baus ici, que n’en pouhiou pus, Dios vous garde, vousautres!» (2).

E certo che da quel momento ti passerà la voglia di andare passeggiando per i cresti della montagna in quella maledetta — o benedetta — vigilia dei Morti. Ce ne stiamo nelle stalle e vegliare e a pregare, quella sera. Preghiamo per loro, i morti, e anche per noi vivi. Poiché, per quanto tra loro e noi non ci sia che un soffio d’aria, è bene che i nostri passi non s’incrocino. Ognuno per la sua strada!

Storia di libertà

Siamo, dunque, nel settore delle Alpi occidentali, in quelle valli che sembrano soltanto sfiorate dalla storia, tanto il tempo vi è passato sopra col silenzio d’un’acqua cheta: ma che sono profondamente dentro la vicenda della storia.

Questo settore montuoso, compreso tra i confini liguri a sud e la valle Susa a nord ed interessante le province di Cuneo e di Torino, ha visto passare e ripassare i potenti della storia e gli eserciti dilapidatori, dai Carolingi ai Saraceni agli Angioini ai Luigi di Francia al gran Carlo di Spagna ai Savoia a Napoleone, che transitarono per tutti i colli di questo arco alpino, dal Monginevro ad Abries a l’Autaret alla Maddalena e Tenda.

Ma non sono queste le figure vere della sua storia: si direbbero piuttosto fantasmi scivolati immaterialmente attraverso i colli e lungo i tortuosi cammini di questi monti, senza lasciare traccia.

La storia di questa gente, ligure – celta nelle antiche origini, provenzale d’Oc nella lingua e nell’esperienza secondariamente ereditate è un’altra. È la storia di libertà interne, difese con le unghie e con la convinzione morale contro signori e sovrani, contro la Francia, i Saluzzo e i Savoia; è la storia d’epica salvaguardia religiosa, come quella dei Valdesi perseguitati dai francesi e dai Savoia; è storia di sovrane democrazie intra-alpine, tuttora modelli di libertà democratiche di valore universale, come la secolare Repubblica di Briançon (Republìco de li Escartouns), tra Oulx, Pragelato, Briançon, Queyras e Casteldelfino e della Val Maira (Cuneo): è storia penosa e commovente di secolari migrazioni, sopportate per tener viva la fiamma nel focolare domestico, al paese.

Oggi il tessuto umano delle valli provenzali d’Italia è paurosamente rarefatto. Il numero degli autoctoni presenti non supera le ottantamila unità stabili, interi villaggi e borgate sono deserti, specialmente nelle valli di Cuneo, che sono anche le più povere.

Si tratta di comunità alloglotte che attraverso gli avvenimenti storici e gli scambi migratori importarono d’oltralpe la lingua d’Oc provenzale.

Dopo secoli di vita autarchica prima e di progressivo emarginamento sociale poi, queste valli sembrano ora riscoprire la coscienza della propria identità etnica. E ai gruppi culturali e autonomistici va in gran parte il merito di questo risveglio, impensabile soltanto vent’anni or sono.

NOTE

(1) Oooh, riparati dall’incantesimo, tienti al riparo nella grotta!…
(2) Oh, la grande liberazione! Avevo un grande macigno sul cuore, non ne potevo più!

 

Dio vi protegga voi tutti!

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