Intervista a Maribi Ugarteburu, portavoce dell’izquierda abertzale

Filed in autonomismo, baschi, etnismo by del 10/12/2012
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Forse dipenderà dalle politiche internazionali “a strategia variabile”, ma il processo di pace avviato nei Paesi Baschi non sembra godere di molta visibilità. Molto meno di quella concessa negli anni novanta alle trattative tra governo inglese e Sinn Fein. Grazie anche al contributo di Dublino e Washington, in breve tempo si giunse all’abbandono della lotta armata (Ira, Inla, gruppi paramilitari lealisti) e agli accordi di pace in Irlanda del Nord.

Maribi Ugarteburu, il 20 giugno il vostro movimento, Sortu, è stato riconosciuto come organizzazione legale dal tribunale costituzionale. Qual è la vostra valutazione su questo importante risultato, indispensabile per il ripristino della democrazia in Euskal Herria?

La legalizzazione di Sortu segna l’inizio della fine di un ciclo di persecuzione ideologica e politica nel nostro Paese. È stata un lungo decennio di illegalizzazione per decine di organizzazioni politiche, sociali, giovanili, comprese le liste civiche che erano state presentate in diverse elezioni [oltre a Batasuna e derivazioni, le Gestoras pro amnistia, i movimenti giovanile Jarrai e Segi, i giornali “Egin” e “Egunkaria”]. Va inoltre ricordato che questa persecuzione ha avuto conseguenze penali e personali. Più di 200 persone sono state arrestate, processate e in molti casi incarcerate per aver portato avanti il lavoro politico nelle organizzazioni suddette. A tutt’oggi molte di queste persone permangono in carcere. Pertanto la legalizzazione di Sortu la consideriamo un necessario inizio per la democratizzazione di Euskal Herria. Tuttavia lo Stato spagnolo deve percorrere ancora un lungo cammino in questo senso.

Euskal Herritarok, Batasuna, Amaiur, Bildu… una lunga serie di organizzazioni basche messe fuori legge da Madri. Cosa hanno rappresentato questi dieci anni di repressione e di resistenza per la sinistra abertzale?

Volendo rappresentarlo con un’immagine, è stato come una incessante ricerca della luce in un lungo e oscuro tunnel. Hanno voluto aggredire e distruggere la capacità organizzativa della Izquierda Abertzale con una serie di retate, processi e condanne politiche con il fine di condizionare e ostacolare la strategia messa in moto dalla Izquierda Abertzale al fine di promuovere un processo di soluzione democratica definitiva. Va sottolineata la capacità di resistenza mostrata dall’Izquierda Abertzale durante questo decennio. Nonostante abbiamo dovuto agire sotto la scure di una repressione assoluta, siamo riusciti ad aprire la strada verso una nuova epoca politica in Euskal Herria. La dichiarazione di Aiete e la decisione di ETA di cessare definitivamente l’attività armata hanno segnato un evento storico e hanno reso possibile l’inizio di un processo definitivo di soluzione democratica. Parallelamente, ha cominciato a prendere corpo una maggioranza sociale che condivide questo obiettivo di soluzione del conflitto politico in chiave democratica. Inoltre siamo riusciti a porre la questione nell’agenda politica internazionale.

Quali sono attualmente i rapporti, le alleanze con Eusko Alkartasuna e con Aralar? e con i partiti di sinistra presenti in ambito statale (comunisti, verdi)?

Un’altra conquista di questi ultimi anni è rappresentata dal raggiungimento di accordi e alleanze politiche con altre forze di sinistra e favorevoli all’autodeterminazione di Euskal Herria. Prima c’è stato l’accordo di lavoro comune avviato con Eusko Alkartasuna (Solidarietà basca, partito di centrosinistra nato da una scissione del Partito nazionalista Basco degli anni ‘80) e successivamente con Alternatiba (partito formato in seguito alla scissione di Ezker Batua, la Izquierda Unida dei Paesi Baschi). Nel 2011 si è materializzata l’alleanza con Aralar (dal nome di una montagna basca, partito nato da una scissione di Batasuna su posizioni pacifiste) e durante il 2012 abbiamo ampliato l’accordo strategico di sovranità nazionale e trasformazione sociale per Euskal Herria a tutto l’ambito nazionale basco, grazie all’inclusione di Abertzaleen Batasuna (formazione di sinistra di Ipar Euskal Herria – Euskadi Nord sotto l’amministrazione francese). Non si tratta di alleanze costruite intorno a singole rivendicazioni e nemmeno di coalizioni meramente elettorali. L’accordo delle nostre cinque formazioni politiche è di carattere strategico, con una dinamica continua e sistematica di lavoro comune in tutte gli ambiti (istituzionale, comunicativo, socioeconomico, socioculturale).
Per quanto concerne i rapporti con altre forze politiche di ambito statale spagnolo o di altre nazioni dello stato spagnolo (un riferimento in particolare a Catalogna e Galizia), manteniamo una relazione fluida y normalizada dando vita a iniziative con i movimenti di sinistra favorevoli all’autodeterminazione sia dei Països Catalans sia della Galizia, così come con sindacati e formazioni politiche di sinistra dell’Andalusia e della Castiglia.

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Maribi Ugarteburu.

Esiste, credo, un rapporto privilegiato con i Països Catalans. Come valutate la loro attuale situazione politica (anche confrontandola con quella di Euskal Herria)?

La principale caratteristica dell’attuale fase politica in Catalunya è l’accelerazione del processo verso l’indipendenza. Esiste una significativa effervescenza sociale intorno a una maggioranza chiaramente indipendentista, e su questo terreno la società civile catalana appare più avanti della classe politica. La Diada Nacional de Catalunya dell’11 settembre scorso è stata un’espressione evidente di questa realtà; i catalani hanno detto a Madrid che se ne vanno, che preferiscono farlo in maniera ordinata e pattuita, ma che ormai la decisione di dare vita a uno Stato proprio è irreversibile. Per noi baschi questa situazione è motivo di grande soddisfazione nella misura in cui il processo di liberazione nazionale dei Països Catalans avanza in maniera visibile, anche perché ciò presuppone che il governo di Madrid nei prossimi tempi dovrà far fronte a due movimenti indipendentisti di grande intensità. Nonostante alcune similitudini, le realtà basca e catalana sono differenti per molti aspetti. Tuttavia dobbiamo tenere presente che ogni progresso nel processo di liberazione nazionale e sociale dei nostri popoli alimenta vicendevolmente le nostre rispettive lotte.

I prigionieri politici (come è stato per l’Irlanda e per il Sudafrica) rappresentano uno dei nodi da sciogliere per proseguire nel processo di pace. Al momento quanti sono rinchiusi nelle carceri spagnole e come sono organizzati? E in Francia?

In base ai dati ottenuti e periodicamente aggiornati dal movimento popolare Herrira (movimento in difesa dei diritti umani delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi), attualmente ci sono 613 prigionieri politici baschi. Di tutti questi, solo 8 sono detenuti in carceri di Euskal Herria; il resto si trova disperso in 47 carceri spagnole e in 29 francesi, a una distanza media di 600 km dalle loro famiglie (molti si trovano in prigioni che distano più di 1000 km dalla propria località). Ci sono inoltre prigionieri politici baschi in Portogallo, Irlanda del Nord, Inghilterra e Messico. Altre 11 persone sono in regime di arresti domiciliari a causa di malattie gravi o irreversibili; i loro movimenti sono controllati tramite braccialetto elettronico e possono lasciare i propri domicili per quattro ore al giorno, con l’obbligo di rimanere comunque nella propria località. Occorre inoltre segnalare che ci sono altre 14 persone che rimangono in carcere nonostante le diagnosi mediche attestino che soffrono di malattie gravi e irreversibili; uno di questi è in fase terminale [Iosu Uribetxeberria è stato rimesso in libertà nei giorni immediatamente successivi all’intervista]. 60 dei prigionieri politici baschi subiscono poi il prolungamento della condanna a causa della dottrina 197/2006 o Dottrina Parot (norme speciali che prolungano indefinitivamente la pena trasformandola in ergastolo di fatto).
Il Tribunale Europeo dei Diritti Umani di Strasburgo ha emesso una sentenza il luglio scorso, dichiarando questa dottrina contraria al diritto e stabilendone la sospensione. Il governo spagnolo non ha sino a ora accettato la sentenza. Vi sono inoltre 136 prigioniere e prigionieri che dovrebbero per legge usufruire della libertà condizionale, avendo scontato i 2/3 o i 3/4 della loro condanna. La quasi totalità delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi fanno parte del Colectivo de los Presos Políticos Vascos (EPPK, la sua sigla in euskara), che rivendica il rispetto di tutti i diritti umani dei detenuti e il riconoscimento della loro condizione di prigionieri politici, con diritto a partecipare al processo di risoluzione democratica del conflitto in Euskal Herria. EPPK come collettivo firmò un anno fa l’Accordo di Gernika (sottoscritto da 66 soggetti politici e sociali) che delinea le basi democratiche per passare alla fase della risoluzione del conflitto politico del nostro Paese.

Quali le prospettive per Arnaldo Otegi e per gli altri imputati del caso Bateragune? 1)

Il 9 maggio scorso [2012] il Tribunale Supremo spagnolo ha ratificato la condanna contro cinque militanti della Izquierda Abertzale, sebbene dei cinque giudici due fossero contrari. Arnaldo Otegi e Rafa Diez sono stati condannati a sei anni e mezzo di prigione, e Miren Zabaleta, Arkaitz Rodriguez e Sonia Jacinyo a sei anni. Questa sentenza è stata impugnata di fronte al Tribunale Costituzionale spagnolo alla fine di giugno, e ancora non c’è stata una risposta al suddetto ricorso. Queste cinque persone sono state arrestate nell’ottobre del 2009, e si trovano quindi detenute da quasi tre anni, paradossalmente per aver promosso il dibattito strategico in seno alla Izquierda Abertzale. Un dibattito il cui frutto è stato la nostra decisione di puntare sulla via politica esclusivamente pacifica e democratica, fatto che ha reso possibile l’apertura di un processo di pace nel nostro Paese. Questo processo esiste e avanza grazie allo sforzo, tra gli altri, anche di queste cinque persone, le quali stanno pagando la loro militanza per la pace e la risoluzione democratica con il carcere. A nostro avviso, il caso Bateragune è un esempio significativo della qualità democratica dello stato spagnolo.

Pensando all’Irlanda e al Sudafrica del dopo apartheid, quali sono le analogie con Euskal Herria? Esiste la possibilità di percorrere la medesima strada verso una pace giusta?

Sebbene si tratti di Paesi e conflitti differenti in quanto a storia e sviluppo, le esperienze irlandese e sudafricana hanno costituito in questi ultimi 20 anni un paradigma valido per qualsiasi altro conflitto politico, poiché hanno evidenziato che il rispetto rigoroso dei diritti umani, civili e politici di tutte le persone coinvolte, incluso il diritto alla libera determinazione, è la condizione fondamentale per la risoluzione del conflitto stesso. E insieme a questo hanno stabilito che il dialogo politico senza esclusioni è uno strumento basilare e irrinunciabile per la risoluzione definitiva dei conflitti. Queste premesse sono valide in qualsiasi posto del mondo, e quindi anche in Euskal Herria. Tuttavia gli Stati spagnolo e francese seguitano a voltare le spalle all’evidenza dei fatti.

Una domanda di carattere più generale. Le lotte di liberazione del secolo scorso (Algeria, Vietnam, ex colonie portoghesi, Sud Africa, Irlanda… e Paesi Baschi, naturalmente) hanno avuto una valenza di sinistra. Invece da un paio di decenni sono nati movimenti che dicono di richiamarsi all’autodeterminazione dei popoli, ma ideologicamente sono di destra (intolleranza che talvolta sfocia nel razzismo, scarsa coscienza sociale e ambientale…) Una vostra opinione?

Le basi ideologiche della Izquierda Abertzale, o di quello che si è chiamata Movimiento Vasco de Liberación Nacional, si sono sempre basate – e seguiranno a farlo – sull’idea di doppio fronte di lotta: la lotta per la liberazione nazionale di Euskal Herria, come soggetto titolare di diritti politici, e la lotta per la liberazione sociale del popolo lavoratore basco, unendo le classi lavoratrici e popolari per far sì che siano il vero motore della trasformazione verso una società egualitaria, giusta ed equa. La nostra base è un socialismo identitario che nulla ha a che vedere col nazionalismo capitalista o razzista, il quale rinuncia all’uguaglianza tra le persone come principio umano fondamentale.

 

N O T E

1) Cinque militanti indipendentisti (tra cui Arnaldo Otegi, ex leader della disciolta Batasuna) vennero arrestati il 13 ottobre 2009 per aver dato vita all’associazione Bateragune (considerata dai giudici come una nuova Batasuna) proprio mentre gettavano le basi di quel dibattito che ha portato al cambiamento della strategia politica dell’Izquierda Abertzale, alla fine della lotta armata e alla possibilità di una reale soluzione democratica del conflitto. Sono stati condannati per presunta “appartenenza a ETA” e per aver cercato di “ricostruire Batasuna attraverso il progetto Bateragune”. La sentenza è stata definita “un’aggressione al nostro popolo” dai firmatari dell’accordo di Gernika. In pratica, come se durante le trattative Blair avesse fatto arrestare Gerry Adams.

Aggiornamento: Arnaldo Otegi è stato rimesso in libertà nel 2016.

 

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