Islamofobia, ovvero come imbavagliare il giornalista

Filed in Antologia Stampa by del 22/08/2017
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“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. È l’articolo 21 della Costituzione italiana. Una banalità, direte voi: qualcosa di superfluo, in tempi di consolidato stato democratico, liberale, pluralista.
Non è affatto così. Oggi, il giornalista (ma anche uno storico) che si permette di criticare l’ideologia islamica rischia grosso. Il potere, infatti, s’è inventato l’islamofobia; una sorta di psicoreato di orwelliana memoria. Oriana Fallaci ha avuto la (s)fortuna di morire prima di essere condotta alla gogna processuale. Magdi Cristiano Allam, oltre a dover essere protetto da una scorta per le minacce ricevute, ha rischiato grosso con l’Ordine dei giornalisti. Ad altri è andata male, specie in Francia: condanne penali, sospensioni, espulsioni da enti pubblici, ostracismo, linciaggio mediatico. La questione è lo spunto di partenza del libro L’islam in redazione (pp. 192, € 9,00), edito dal quotidiano “La Verità” e attualmente in vendita nelle edicole. Gli autori sono lo stesso direttore del giornale, Maurizio Belpietro, che ha redatto anche l’Introduzione, e il brillante Francesco Borgonovo.

islamofobia giornalismo - islam-in-redazione

Nel volumetto L’islam in redazione, edito dal quotidiano “La Verità”, Maurizio Belpietro e Francesco Borgonovo rivendicano il diritto al libero pensiero e alla libera stampa e smascherano le bugie buoniste su una religione intrinsecamente aggressiva.

A dire il vero, il titolo è in parte ingannevole perché solo all’incirca le prime 50 pagine trattano il problema del bavaglio alla libertà di critica (“Perché è vietato dire che il terrore è islamico”, secondo il sottotitolo in copertina). Le restanti smascherano la vera natura dell’islam, che, come recita ancora il sottotitolo, “non è una religione di pace”. La prima parte del libro, dunque, è dedicata alla censura in atto, tale che quasi tutti i giornali e le tv, anche quando avviene un massacro compiuto evidentemente da fanatici islamici, tendono a parlare genericamente di “attentato terroristico”. Specificando subito dopo, a scanso di equivoci, che l’islamismo non c’entra niente perché è una “religione di pace e amore”.
E chi si azzarda a manifestare opinioni contrarie diventa automaticamente un nemico, anzi la vera causa della violenza in atto. E può essere trascinato in tribunale da una delle decine di associazioni islamiche o “antirazziste”. Se, poi, lo ammazzano, “se l’è cercata”, come quelli di “Charlie Hebdo”. E, comunque, secondo i radical chic, ciò che scatenerebbe la violenza sarebbe il cosiddetto populismo! Un autentico ribaltamento della realtà e del problema. Così come la fiaba del velo femminile scelto liberamente e segno quasi di emancipazione e non di discriminazione e sottomissione. Sicché si perde in partenza quella che è una battaglia di idee, una guerra culturale. Infatti, secondo il libro di Belpietro e Borgonovo, il terrorismo “di matrice islamica” armato è un aspetto secondario. Il jihad e la dawa (distruzione delle società vigenti per islamizzarle imponendo la sharia) vengono attuate anche e maggiormente senza violenza, “con la richiesta di diritti, con pretese come quella di portare il velo o di costruire più moschee”.
Questa strategia non si può certo combattere militarmente, ma, appunto, culturalmente, svelando la realtà dell’“islam politico”, accettato da tutti i musulmani. Questi, quindi, tranne una minoranza intellettuale ostracizzata, sono comunque radicali anche se non terroristi o violenti. Un’ampia serie di citazioni testuali e di riferimenti bibliografici dimostra che l’islam è essenzialmente una religione bellicosa, repressiva, totalitaria. Nel suo libro Violenza e islam (Guanda) il poeta siriano Adonis scrive, riguardo al Corano: “È un testo estremamente violento. […] Il supplizio e i suoi derivati sono trattati in più di 370 [versetti]. Su 3.000 versetti, 518 vertono sul castigo”.
Tuttavia, l’aspetto più impressionante del testo sacro dei maomettani è che “non troviamo, d’altra parte, un solo versetto che inviti alla riflessione, né uno sui benefici della ragione o dello spirito, nel senso di genio creativo”. Tutto il contrario di ciò che si rinviene nel cristianesimo e nelle idee del moderno Occidente. Ancora. Jihad significa “sforzo”. L’interpretazione buonista lo interpreta come “sforzo individuale, spirituale, interiore”, che solo raramente può sfociare in azione bellica. Ma l’autorevole studioso David Cook, dopo aver esaminato a lungo Corano e hadith, nel suo Storia del jihad (Einaudi) svela che “il significato primario e fondamentale del termine è ‘guerra connotata in senso religioso’”. Violenta o meno che sia, quella in atto è, dunque, a parere della pubblicazione di Belpietro e Borgonovo, una vera e propria guerra di religione. Com’è dimostrato anche dalla tragica cifra di dieci cristiani al giorno che vengono uccisi nelle nazioni a maggioranza musulmana solo per professare la propria fede.
Altro luogo comune politicamente corretto che viene smontato è quello secondo il quale i terroristi islamici sono “lupi solitari”, vittime del disagio sociale e dell’emarginazione; poi, visto che la maggior parte di loro è benestante o quasi e ben inserita, derubricato in disagio mentale. Peccato, però, che gli assassini facciano parte di una vasta rete e che la loro follia non sia diversa da quella di qualsiasi fanatico. Qualunque falsa spiegazione e giustificazionismo monodirezionale con colpevolizzazione dell’Occidente e delle società europee ospitanti non fa che agevolare il vittimismo e l’odio islamico. Europa che, a ogni strage, tende a rispondere con bambocciate alla stregua di Je suis Charlie, pupazzetti, concerti per la pace e frasi retoriche del tipo “Non avrete il mio odio”. Come se, secondo un infantile atto magico, bastasse chiudere gli occhi per far sparire il mortale pericolo.
Nel frattempo, la macchina retorica del multiculturalismo e del globalismo fa credere che sia normale l’attuale modello economico e lo spostamento-sradicamento di tutte le popolazioni, povere e meno povere. Una vera lotta di classe delle elite contro tutti. Invece, il migliore antidoto al terrorismo islamico e all’invasione è il rafforzamento della propria identità. Infine, quasi un centinaio di pagine de L’islam in redazione è dedicato alla situazione italiana, con ampi brani ripresi da indagini giornalistiche e articoli di cronaca (la Costituente islamica, le pubblicazioni e la propaganda musulmane, la difesa della poligamia, le sfilate di moda con abbigliamento in linea con l’islam, la richiesta dell’8 per mille, la consigliera comunale col velo eletta a Milano nelle fila del Partito democratico, le “femministe” musulmane, secondo le quali la parità dei sessi si trova nel Corano!). Per concludere, una lettura poco adatta alle vacanze estive, ma in sintonia col caldo meteorologico e la ancor più fastidiosa afa spirituale che ci sommerge.

Rino Tripodi, “LucidaMente”.

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