Italianizzazione della Sardegna

Grandi
sono le novità e i mutamenti imposti in Sardegna dai modelli
socio-economico-culturali dell’Italia degli ultimi decenni, tali da
suscitare talora l’impressione che siano stati intaccati in modo
lacerante e definitivo, oltre alla realtà quotidiana della vita isolana,
anche la cultura spirituale, il patrimonio di tradizioni antichissime,
addirittura l’identità linguistica. Potrebbe sembrare l’inizio di una
crisi fatale, la definitiva italianizzazione della Sardegna, ma non è
così: l’etnocoscienza di questo popolo, fiero e tenace, si dimostra
sempre più vitale, come sempre più consapevolmente e orgogliosamente
viene vissuto in questa terra il senso di appartenenza a una realtà
nazionale ben delineata e ricca di valori irrinunciabili.

La modernizzazione dell’economia italiana degli ultimi decenni è
stata vissuta (subita) dalla Sardegna come una violenza, una brusca
imposizione di un diverso sistema economico. Seppure limitatamente a
singole zone e singoli settori (per esempio, il petrolchimico),
l’introduzione di una economia di tipo urbano-industriale in Sardegna,
regione a economia povera, poco diversificata e prevalentemente
pastorale-agricola, è stata accompagnata da interventi (ingerenze) dae su mare
di carattere politico, sociale, culturale, quali la diffusione, grazie
ai mezzi di comunicazione di massa, di messaggi culturali e
comportamentali estranei alle tradizioni dell’isola; la crescita del
ruolo educativo della scuola, efficace socializzatore delle nuove
generazioni; la massiccia emigrazione verso l’Italia continentale e i
Paesi europei, occasione di influenze culturali dall’esterno; lo
sviluppo del turismo di massa; la presenza di gruppi militari stranieri.

italianizzazione della sardegna - Eleonora-dArborea

Probabile raffigurazione di Eleonora d’Arborea, sovrana ed eroina nazionale sarda del periodo “giudicale”.

L’insieme di questi fattori ha modificato profondamente non solo la
realtà quotidiana della vita dei sardi (scomparsa del costume, della
casa e del paese tradizionali, di usi e abitudini) ma, più ancora, le
sfere intrinseche della vita umana: la cultura spirituale, il modo di
pensare, di vivere, di agire, il sistema comunicativo verbale e non
verbale che, seppure in misura diversa, hanno determinato il formarsi di
una mentalità nuova, spesso “non plus sarda”.
Nello stesso periodo e più o meno nello stesso modo questi processi si
sono manifestati anche in altre regioni europee, nelle zone della
periferia di centri urbano-industriali popolate da minoranze
etnico-linguistiche discriminate e oppresse. Probabilmente, però, il
caso della Sardegna è stato il più evidente e tipico in Europa per il
suo alto grado di arcaicità conservatasi fino agli anni Sessanta.
Anche la società barbaricina, pur essendo per tradizione la conservativa
e introversa “costante resistenziale sarda”, ha dovuto subire tali e
tante innovazioni che in due decenni la sua essenza di
società agro-pastorale è cambiata irreversibilmente. Cosi, per esempio, è
scomparso da molto il costume tradizionale maschile; e quello
femminile, di solito il più persistente nella cultura materiale, ha
ceduto di fronte alle ondate della moda continentale. Qualche resistenza
mostra ancora la cucina paesana.
La dimora sarda, invece, è stata ricostruita, perdendo la funzionalità
originaria di certi suoi spazi e acquistando l’aspetto moderno
dell’abitazione italiana con la scomparsa de su foxile e la
comparsa del riscaldamento centralizzato (pur conservando il camino),
col pavimento a mattonelle invece di quello ligneo, con l’inutile
salotto, tributo da pagare al concetto di lusso tipico continentale.

italianizzazione della sardegna - scritta-sinis

Scritta murale contro l’occupazione militare del Sinis, regione appartenente alla provincia di Oristano.

Gli esempi potrebbero continuare, ma il fatto che il rustico, come
elemento predominante, sia fondamentalmente scomparso dalla società
sarda – pur provocando nostalgia per un “paradiso scomparso” della
“vecchia Sardegna” – non è la causa e neanche un fattore determinante
del processo di deetnizzazione dei sardi; oltretutto, spesso la perdita
dell’esotica rurale è stata collegata a cambiamenti positivi della vita
paesana: un aumento del benessere, un miglioramento della condizione
igienico-sanitaria, un superamento della chiusura culturale, eccetera.
Molto più importanti e indicativi dal punto di vista del mutamento
etnico sono invece le testimonianze delle varie trasformazioni culturali
sul piano linguistico-comunicativo, etico, comportamentale. Lo stato
odierno della lingua sarda, che è stata oggetto di studio di molti
ricercatori, tra i quali Leonardo Sole, merita un’attenzione speciale.
Il Rapporto sulla situazione sociolinguistica della Sardegna del Sole (vedi Sardegna. Segni della cultura popolare,
“L’Annuario sardo, 1986-1987”) ha evidenziato una crisi di identità
linguistica in alcune zone dell’isola. L’Autore parla di uno stato
preoccupante di diglossia che si manifesta nella scomparsa anche dalla
sfera d’uso “domestico”, interfamiliare del sardo, che perde cosi il
ruolo di mezzo di comunicazione tra una generazione e l’altra, e nel
ricorso, quasi assoluto, all’italiano da parte dei giovani.
Apparentemente la situazione sociolinguistica sembrava assai meno
preoccupante nella Barbagia, anche se una marginalità culturale di
questo mondo “tra due lingue” è stata affermata da M. Pira nei primi
anni Settanta. Già allora era stata evidenziata la presenza di molte
innovazioni nel contesto tradizionale e arcaico. Oggi è chiaro che anche
in questa “oasi etnica” il sardo sta cedendo le sue posizioni, sia
quelle quantitative (riduzione delle categorie sociali e del numero
delle persone parlanti) sia quelle qualitative, dato che dal punto di
vista linguistico esso è andato cambiando aspetto, arricchendosi di
molti vocaboli italiani sardizzati, non riuscendo più a rispecchiare una
realtà profondamente mutata.
La diglossia esistente nella Barbagia odierna non è statica ed è
difficile precisare se questa categoria sociolinguistica tenda a
rafforzarsi o a indebolirsi. Come risulta da una recente indagine
dell’Autore della presente nota nella Barbagia del Mandrolisai, sembra
però che si assista a un rafforzamento della diglossia come conseguenza
della crescita del ruolo dell’italiano, il che sarebbe in perfetta
concordanza con la definizione stessa suggerita da Ferguson prima, da
Bell poi, del concetto di diglossia come espressione di conflitto
glotto-sociale di categorie linguistiche egemoni e subalterne. Da questa
ricerca, condotta in collaborazione con Armando Maxia, direttore del
Museo Etnografico di Aritzo (Nuoro), risulta che molti degli
informatori, rappresentanti di diversi gruppi sociali, hanno negato
persino la necessità di insegnare il sardo a scuola, non considerandolo
neanche lingua autonoma ma, semmai, dialetto o addirittura parlata.
L’unico luogo dove il sardo continua a funzionare come mezzo di
comunicazione tra compaesani rimane il bar, e per il resto di tutte le
eventuali situazioni di possibile uso della lingua riportate nei moduli
dell’inchiesta (“in famiglia”, “negli uffici”, “al mercato”, eccetera)
la lingua nativa è spesso ignorata e anche snobbata.

italianizzazione della sardegna - angioy

Esaltazione
dell’eroe sardo Giovanni Maria Angioy, vissuto nel sec. XVIII: “Questa,
o popoli, è l’ora di estirpare gli abusi. Abbattiamo le cattive usanze,
abbattiamo il dispotismo”.

Varie mutazioni hanno subìto anche i mezzi non verbali di
comunicazione, tra i quali la tipica prossemica barbaricina. In larga
misura ciò è dovuto a un complesso di ragioni, da un lato di carattere
tecnico (cambiamento degli spazi abitativi; ristrutturazione e
modernizzazione della dimora tradizionale barbaricina, eccetera),
dall’altro di carattere sociale (aumento dell’indipendenza
economica e sociale dei singoli; il venir meno e, spesso, il crollo
dello spirito comunitario; l’inefficienza del controllo sociale del
paese e, come conseguenza. la crescita delle possibilità di
autonomia del singolo paesano; la divisione in alloggi, appartamenti,
ambienti separati degli spazi abitativi familiari come conseguenza della
disgregazione dell’istituto familiare tradizionale).
Cambiamenti, pur meno drastici, sono riscontrabili anche nella cinesi
dei sardi, che ha subìto le influenze della profonda crisi dell’economia
tradizionale, della scomparsa di interi cicli produttivi, di modi di
vita più sedentari, determinati anche dall’accresciuto ruolo
dell’automobile e dalla accessibilità di varie comodità nella vita
quotidiana.
In alcuni casi, quando le innovazioni non sono in grado di sostituire i
vari istituti tradizionali ma riescono comunque a influenzarli
profondamente, non si tratta di veri e propri cambiamenti, ma piuttosto
di mutamenti “patogeni”. È il caso di quel complesso di norme
etico-giuridiche dal quale deriva il concetto di balentia, così
essenziale per la società barbaricina. Con la crisi dell’economia
agropastorale e per effetto dei conseguenti rivolgimenti sociali, nella
Barbagia è mutato il modo stesso di affermare la propria balentia, visto che molti valori, elaborati dall’etica locale, avevano perso il loro significato. La dimostrazione della balentia,
per esempio, viene allora affidata ad azioni di stampo terroristico, ad
atti di teppismo, spesso gratuiti (non commissionati), quasi sempre
anonimi. È il caso dei colpi di pistola contro gli edifici municipali,
degli attentati ai sindaci, delle sparatorie nei bar e nelle strade,
degli innumerevoli atti di incomprensibile violenza contro le persone e
le cose. Queste manifestazioni hanno gli stessi lineamenti del teppismo
urbano, ma sono molto più disgreganti da un punto di vista sociale,
perché, avvenendo in piccole comunità, esse avvelenano la convivenza
civile e portano a un’ulteriore crisi di rapporti umani, a un crescente
individualismo e a maggiore sfiducia tra i compaesani.
Altri drammatici esempi della crisi di valori tradizionali ci vengono
dalla sfera dei rapporti “cittadino-Stato”, del conflitto tra norme
consuetudinarie locali e sistema giudiziario statale, caratterizzati da
sempre in Sardegna e soprattutto nella Barbagia da profonda sfiducia
nella giustizia ufficiale e gelosa custodia del diritto locale, con
omertà di fronte allo Stato e ostracismo per i confidenti delle forze
dell’ordine. Le disamistades e i più diversi conflitti in
passato venivano risolti in ambito locale, tramite canali “personali”,
con la massima preoccupazione di entrambi i
contendenti di escludere lo Stato dalla composizione del conflitto. Ma
nel gennaio del 1985 gli abitanti di Oliena, numerosi e organizzati in
squadre, hanno manifestato pieno riconoscimento della giustizia
ufficiale, collaborando con polizia e carabinieri in una sorta di
“caccia grossa” ai latitanti che tenevano in ostaggio un loro
compaesano. Questo avvenimento, eccezionale per la Sardegna, è
sintomatico di una situazione in radicale mutamento.
La comunità pastorale della Barbagia ha sviluppato una sua cultura fino a
un livello di tipo prestatale, i cui unici elementi sociali e
autoritari erano la famiglia, il clan familiare, la comunità dei
pastori. Negli ultimi vent’anni, tuttavia, anche questo ordinamento è
entrato in crisi. Come si è avuto modo di dire precedentemente, è venuto
meno anche il sistema di controllo sociale che condizionava i
comportamenti individuali; ma col venir meno di questo controllo, spesso
eccessivo e limitante dell’individuo, è venuta meno anche la
partecipazione della comunità e del vicinato a tutte le vicende della
vita, e oggi non sono rari i casi di decessi o di disgrazie di persone
non necessariamente anziane che rimangono ignorati, perché sfuggono a
quel controllo sociale che era alla base del rapporto uomo-comunità.

italianizzazione della sardegna docum-sardo

Amico documento in lingua sarda, databile intorno al 1080 e conservato in un Archivio pisano.

I pochi esempi riportati danno un’idea delle proporzioni, della scala
e della profondità dei cambiamenti in atto nella Barbagia, ma
potrebbero essere considerati sintomi di una crisi di cultura
e di valori della Sardegna in generale. Questo processo di
de-etnizzazione e fusione culturale ha influito anche sui mutamenti di
identità nazionale, pur se in modo paradossale. Infatti, l’etnocoscienza
dovrebbe diminuire con la scomparsa dei valori culturali tradizionali e
invece, come mostrano i risultati della nostra inchiesta, questa
caratteristica dell’etnia non ha perso affatto di importanza, cambiando
soltanto eticamente e spesso manifestandosi in forme latenti. Cosi, per
esempio, il 100% degli intervistati hanno sottolineato una profonda
insoddisfazione dello stato attuale dei rapporti esistenti tra Sardegna e
Italia. Per quel che riguarda il senso di identità nazionale sarda è
indicativo che l’assoluta maggioranza degli informatori (circa il 98%),
indipendentemente dalla propria appartenenza politica, esprima
l’esigenza di una coalizione pronazionale sarda, priva di precisi
lineamenti politici, sociali e ideologici, evidenziando che i vari
partiti politici, “essendo tutti corrotti”, non sono in grado di
risolvere i problemi isolani. Tale posizione esprime una comunanza di
interessi proetnici.
Un altro momento del risveglio della etnocoscienza sarda è legato al
ruolo che la lingua continua a esercitare non tanto nella realtà (come è
stato già detto prima), quanto nella mentalità e spesso al livello
inconscio. Ne è una conferma il fatto che numerosi intervistati, che
hanno escluso il sardo come lingua abituale dall’uso interfamiliare e
interpaesano, che non mostrano interesse per il problema della
conservazione della lingua sarda e che talvolta sono italofoni nel senso
che neanche conoscono il sardo, hanno manifestato l’esigenza e il
desiderio di ricorrere al sardo nei rapporti con i connazionali fuori
della Sardegna. Ciò trova spiegazione nel fatto che, incontrando un
connazionale all’estero in ambiente alloculturale, scattano meccanismi
psicologici di supervalutazione degli aspetti etno-nazionali e si
enfatizza il senso di appartenenza a un’enclave nazionale e culturale.
Proprio questo fattore psicologico ci consente di affermare senza tema
di errore che la lingua sarda, nonostante l’indebolirsi delle sue
posizioni glotto-sociali, continua a conservare il ruolo di elemento che
accomuna tutti i sardi. Da ciò discende che, nonostante il processo di
modernizzazione della Sardegna abbia eroso non solo la sfera della
cultura tradizionale materiale ma anche ambiti più intrinseci, la
vitalità dell’etnia si mantiene fintantoché continua ad agire la
coscienza di sé.

Il materiale iconografico è stato curato da Paolo Puddeu.

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