La “bela spusin-a”

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Riti matrimoniali a Cossano Belbo, in terra di Langa, fra tradizioni antiche e modernità: una sorpresa che merita di essere conosciuta.

Chi va per folklore non sempre riesce a captare tradizioni o momenti fondamentali di una certa località, in quanto si tende principalmente ad esaminare grandi aree, soffermandosi quasi sempre su quegli avvenimenti già noti e già oggetto di studio o comunque ben vivi in zona. Ma l’“area piccola” riserva invece sorprese che meritano di essere conosciute anche dal grande pubblico. È per questo motivo che riteniamo interessante portare alla ribalta un’usanza che, per quanto ne sappiamo, è rimasta in auge esclusivamente in una frazione di Cossano Belbo, località della Langa che già digrada verso Canelli, a due passi dal paese natale di Cesare Pavese. Si tratta di una “festa” che presenta interessanti aspetti rituali, facendo del matrimonio un “momento” che coinvolge l’intera frazione, il cui nome Entracine, dal chiaro significato etimologico “tra le acque” (il Belbo e un ritano), sembra evocare mitologie antiche. E in effetti la “festa”, che si ripete in ogni occasione di matrimonio di ragazze o ragazzi della frazione, sembra affondare le sue radici in epoche remotissime. Si incomincia con il giorno delle nozze, quando un gruppo di amici porta in omaggio alla sposa, con evidente significato augurale-propiziatorio, un ramo di pino variamente addobbato, che ricorda quello del “maggio”. Durante l’esecuzione del canto viene liberata una colomba, che la sposa si sforzerà di acchiappare. Un canto, questo, ripreso da una decina di anni dal “Gruppo Spontaneo di Magliano Alfieri”, valida se non unica pietra di paragone per il folklore langarolo. Per quanto riguarda Entracine, il canto era conosciuto dagli anziani, ma mai più riproposto da almeno 50 anni. Già in due occasioni invece è stato eseguito da giovani del posto con vivo successo.

Entrèma ’n custa stànsia / cu fà tant

bèl entré / se sèi tütì cuntènt / ’s bituma nùi canté. /

Trallalallallà- lalallallallallero trallalallallà-lallallallal- lallà //

Purtùma st ’erburìn / ca vèn da là marìnha /

e lù purtùma sì / a stà bela spusìnha. //

Vi dico ò vui spùsa / sentì tun che vrùma dì /

ansima a cust bel èrbu / a l’èi de féie ’I ni //

Vi dico ò vui spùsa / sentì lun che vrùma dì /

pausè i visi ’d pàre e màre / pié cui del vòst mari. //

Vi dico o Giùvanìn / sèi piàve ’na spùsa béla /

sèi fave unùr a vùi / e tuta la parentèla. //

Vi dico ò vui spùsa / e sùma a lé fervàie /

stan chi vèn a stì di sì / e sùma a lé batiàie. //

Vi dico ò vui spùsa / e sùma ai biscöcc / scuséne e cumpatìne /

si sun pa vàiri cöcc. //

Vi dico ò vui spùsa e sùma a le caraméle /

scuséne e cumpatìne / si sùn pa vàri béle. //

Vi dico ò vui spùsa / a sùma a li bumbùn /

scuséne e cumpatìne / si sun pa vàiri bùn. /

 Vi dico ò vui spùsa / e sùma a la vulatìa / se sèi nen pròpi lesta /

lu spùs u vola via. // E vui o Giùvanìn / che sèi el càp ed cà /

e l’ùma la bùca sücia / i dènt a vàn bagnà. //

Quand sùn mariàme mi / l’an fàme ’n gran unur /

a iéra ‘l ciu, e la situra / chi cantàvu ’nsima al mùr. //

 E vùi o bacialé / che sèvi ’n bacaciùn /

cun le vostre béle ciànce / ei ambruiàie tüti dui. //

E a la màre ed la spùsa / ei dùma ’n bèl bindèl /

l’à marià la fla / l’à fàie ’n bèl far-dèl.

 

“Entriamo in questa stanza / dove è tanto bello entrare /

se siete tutti contenti / noi ci mettiamo a cantare /

Trallalallalà-lallallall allero, trallalallallà-lallallallallallà //

Portiamo quest’alberello / che viene dalla marina /

e lo portiamo qui / a questa bella sposina //

Vi dico o sposa / sentite quel che vogliamo dire /

sopra questo bell’albero / dovete fare il nido //

Vi dico o sposa / sentite quel che vogliamo dire /

posate i vizi di padre e madre / prendete quelli del vostro marito //

Vi dico o Giovannino / vi siete preso una sposa bella /

avete fatto onore a voi / e a tutta la parentela //

Vi dico o sposa / siamo alle briciole / quest’altranno a questi giorni /

saremo al battesimo //

Vi dico o sposa / siamo ai biscotti / scusateci e compatiteci /

se non sono tanto cotti //

Vi dico o sposa / siamo alle caramelle / scusateci e compatiteci /

se non sono tanto belle //

Vi dico o sposa / siamo ai confetti / scusateci e compatiteci /

se non sono tanto buoni //

Vi dico o sposa / siamo ai volatili se non siete proprio svelta /

lo sposo vola via // E voi Giovannino / che siete il capo di casa /

abbiamo la bocca asciutta / i denti vanno bagnati //

Quando mi sono sposato io / mi hanno fatto un grande onore /

c’erano il gufo e la civetta / che cantavano sul gelso //

E voi, sensale / che siete un chiacchierone / con le vostre belle chiacchiere /

li avete imbrogliati tutti e due // E alla madre della sposa /

diamo un bel nastrino / ha sposato la figlia / le ha fatto un bel corredo.”

 

Originariamente, come del resto dimostra la prima strofa, il canto veniva eseguito in casa della sposa alla presenza dei genitori e dei parenti. L’albero come segno di augurio era addobbato di bindlin colorati con in bella mostra il nastrino che sarà poi donato alla madre della sposa. Da notare, a dimostrazione dell’antichità del canto, l’accenno al sensale di matrimonio bacialé che viene qui scherzosamente tacciato da imbroglione. È anche un canto che premia il lavoro e il sacrificio della madre che ha sposato la figlia, mettendo insieme con sudore un bel corredo. La peculiarità del rito, che ancora è possibile gustare in questa frazione di Langa, è comunque quella che si riscontra nella seconda parte della vicenda “matrimonio”: al ritorno degli sposi dopo il viaggio di nozze. È da tener presente che Entracine dista dalla provinciale parallela al Belbo circa 500 metri ed è anche questa una componente della “festa”. Venuti a conoscenza dell’arrivo degli sposi, tutti i borghigiani scendono sulla provinciale ad attendere la coppia. Scendono con in mano bottiglie di vino, mentre viene addobbato un trattore, possibilmente di vecchia data anche se funzionante, al quale è fissata una carretta da buoi. Sarà questa la “carrozza” sulla quale saliranno gli sposi per giungere a casa. Sarà un viaggio lungo, con molte soste, con scherzi e canti e soprattutto con frequenti bevute. Un tempo erano i buoi a trainare la carretta con sopra lo sposo, mentre è già successo anche il caso in cui era lo sposo stesso a farlo: immaginate la fatica pensando che i 500 metri sono tutti in salita. I borghigiani, comunque, a turno, danno una mano allo sposo, pretendendo, però, ad ogni intervento il “bacio alla sposa”. Finalmente, anche tre ore dopo, si giunge alla casa degli sposi. Qui, in precedenza, al limitare del cortile i borghigiani hanno provveduto ad innalzare l’ “arco degli sposi” in legno con addobbi vegetali (edera) e cartacei (liste colorate). Sotto l’arco, su due cavalletti, un grosso pezzo di legno che deve essere tagliato dagli sposi con una sega vecchia, arrugginita, molata su una pietra e, quindi, difficilmente adatta alla bisogna. Una fatica non indifferente, ma, senza tagliare il tronco, gli sposi non possono entrare in casa. Dopo la faticaccia, coronata da successo anche con l’aiuto degli amici, si entra finalmente in casa, dove, ad attendere tutta la comitiva, c’è una lunga tavola imbandita con prodotti locali, pasticcini e tanto vino. Ci si siede, si mangia, si canta e si continua a scherzare. Per incanto, ad un certo punto compare una fisarmonica e ci si mette a ballare. Gli sposi sono felici ma distrutti. Sovente, però, è il caso di dirlo, non finisce qui. Dopo che a sera inoltrata gli ospiti sono tornati alle loro case, gli sposi vanno a dormire, ma verso le due di notte vengono svegliati. Alcuni amici entrano nella stanza con una ciotola piena di “insalata” che consiste in un intruglio di cipolle, aglio, pepe e sale. Lo si porge alla sposa che lo deve assaggiare per forza e, quindi, tocca allo sposo. Alla fine si saluta la coppia augurando ancora tanta felicità. La festa è finita e anche gli amici vanno a dormire. Un rito, quindi, spettacolare e curioso, in cui si mescolano tradizioni antiche e modernità (come l’impiego del trattore), allegria e amicizia. Una “festa” che è per i borghigiani di Entracine motivo di orgoglio.

 

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