I Ladini delle Dolomiti

Nonostante le celebrazioni dell’“Anno dei Ladini”, per il popolo discendente dagli antichi Reti continua a sussistere la funesta tripartizione amministrativa, creata dal fascismo nel ’23, restano le discriminazioni, non si applica l’art. 6 della Costituzione.

I Ladini, in senso lato, sono tutti i discendenti delle popolazioni originarie delle Alpi centro-orientali, che hanno sviluppato e conservato fino al presente la loro lingua neolatina, formatasi durante i secoli della dominazione romana. A causa delle cosiddette invasioni barbariche, parecchi dei “protoladini” furono sterminati; a nord delle Alpi essi furono poi a poco a poco germanizzati, eccettoché nell’attuale Cantone svizzero dei Grigioni, ove li si chiama di solito Retoromani o Romanci. A sud delle Alpi i Ladini subirono un lento processo di assimilazione da parte di Lombardi, Trentini e Veneti; hanno resistito molto bene i Carni ed i Friulani, la cui parlata mantiene la sua caratteristica peculiare celtoromana.

Ci volle circa un millennio, dal 600 al 1600 circa, per tedeschizzare quasi tutti i Ladini nell’odierna provincia di Bolzano; gli ultimi resistettero fino alla metà del 1700 nell’alta Val Venosta. Il tedesco non penetrò invece fra le Dolomiti, principalmente perché esse (fatta eccezione per Ampezzo) erano prive di vie di grande transito e quasi completamente isolate. Inoltre non interessavano nessuno: tutti i paesi oggi ladini si trovano al di sopra dei mille metri. Il clima è rigido; grandinate, frane, valanghe, alluvioni sono frequenti; gli arativi non superavano il 3% della superficie; il suolo sassoso, argilloso e ripido rendeva pochissimo. Nelle valli dolomitiche i poveri pastori e montanari furono dunque lasciati in pace e poterono salvare la loro lingua e le loro antichissime tradizioni; i loro discendenti costituiscono i Ladini in senso stretto. Anzi, ci limitiamo a considerare solo quelli delle cinque valli accomunate al presente dalla “ Union Generala di Ladins dia Dolomites”. Siccome non ci sono confini linguistici netti e indiscutibili verso le popolazioni attigue del Trentino e del Bellunese, in parte ancora ladine, in parte italianizzate appena nel secolo scorso e quindi semiladine, la distinzione si basa su fatti concreti, su ragioni storiche e sulla coscienza etnica.

Parliamo quindi solo degli abitanti di Gardena, Badia con Marebbe, Fassa con Moéna, Livinallongo con Colle S. Lucia e Ampezzo, perché essi rimasero per lunghi secoli e fino al 1918 sotto l’Austria. Di conseguenza, come per esempio i Ticinesi si sentono politicamente Svizzeri, così i Ladini di queste valli si sentono politicamente Tirolesi. Trovandosi in un territorio compatto, chiaramente delimitato a nord e ad ovest dalla zona di lingua tedesca e a sud-est dal confine di Stato, gli abitanti di Gardena, Badia, Fassa, Livinallongo e Ampezzo si resero conto già verso la fine del 1700 di formare un popolo a sé stante. Parecchie testimonianze scritte rivelano che alla fine del secolo scorso questi Ladini erano convinti di parlare una lingua propria e stavano acquistando una “coscienza nazionale”. Quelli del Bellunese hanno una storia diversa e stanno “scoprendo” appena ora la loro ladinità di fondo; bisogna aspettare gli sviluppi promettenti di tale scoperta.

Durante la guerra di liberazione del Tirolo contro i Franco-Bavaresi nel 1809, i Ladini delle cinque valli si batterono per l’Austria; le scorrerie francoitaliane causarono in Ampezzo 15 morti, il saccheggio di 180 famiglie, l’incenerimento di ben 40 case. Anche nel 1848 gli Ampezzani respinsero da buoni Tirolesi gli attacchi di Calvi. Durante la prima guerra mondiale i soldati ladini difesero eroicamente la propria terra e gli Italiani non riuscirono a sfondare il fronte dolomitico neppure con le apocalittiche mine del Col di Lana, del Castelletto e del Lagazuòi. Nella Ladinia, e specialmente a Livinallongo e Ampezzo, i danni furono enormi; si contarono non meno di un migliaio di caduti ladini (su 20.000 abitanti), morti combattendo contro l’Italia per il Tirolo. Perciò, come chiunque comprende, era assurdo aspettarsi che i Ladini accogliessero a braccia aperte gli Italiani, per nulla disposti a rispettare la loro lingua e le loro tradizioni particolari. Secoli di appartenenza ad un altro Stato e ad un’altra mentalità non si possono cancellare con un colpo di spugna, ed anche per tale ragione i Ladini hanno diritto ad una loro autonomia. Ma torniamo all’inizio del secolo. Nel 1905, a Innsbruck, 102 intellettuali delle cinque valli fondarono la “Union Ladina”, come diceva il suo statuto, essa si proponeva la “unificazione nazionale di tutti i Ladini viventi nel Tirolo”. Nel suo calendario del 1912 troviamo scritto (in ladino e tedesco): “Noi di Gardena, Badia, Fassa, Livinallongo e Ampezzo siamo un solo popolo ladino; non vogliamo diventare né italiani né tedeschi. Restiamo uniti e nessuno ci potrà togliere il diritto di formare una nazione a sé stante”. Da quel 1905 in poi non sono più cessati gli sforzi dei Ladini dolomitici, tendenti ad ottenere il riconoscimento di etnia a sé stante, con diritto a propria lingua e cultura. Per esempio, nel 1920 i rappresentanti delle cinque valli chiesero (come già nel 1918) l’autodeterminazione, dichiarandosi la popolazione originaria del Tirolo, un gruppo etnico indipendente, e rifondarono la “Union di Ladins”; apparve la bandiera nazionale ladina, celeste, bianca e verde con al centro la stella alpina.

Il calvario vero e proprio dei Ladini cominciò nel 1923, quando i fascisti smembrarono la Ladinia per forzarne la snazionalizzazione: le valli di Ampezzo e Livinallongo furono sottoposte arbitrariamente alla provincia di Belluno, nonostante le vivacissime proteste della popolazione; quando fu creata nel 1927 la provincia di Bolzano, la Val di Fassa restò aggregata a Trento. Nonostante tutti i tentativi fatti con le buone e con le cattive, i Tirolesi di lingua tedesca ed i Ladini non si piegarono alla italianizzazione. Successivamente Hitler e Mussolini giunsero al punto di decretarne sostanzialmente la deportazione in massa. Furono dichiarati “allògeni” pure i Ladini, compreso gli Ampezzani ed i “Fodomi” di Livinallongo e Colle S. Lucia, riconosciuti dunque come non italiani. Solo le sorti della guerra impedirono, per fortuna, un vero e proprio genocidio. Mentre nel secondo dopoguerra si è cercato di riparare alle ingiustizie commesse dalle dittature e si è persino talvolta esagerato abbattendo bei monumenti e abolendo leggi e norme non tutte sbagliate, l’Italia “democratica” continua a mantenere la funesta tripartizione fascista del popolo ladino; e ciò è davvero incomprensibile per uno Stato che si prefigge nella Costituzione (art. 6) la tutela delle minoranze linguistiche. Che paura può avere oggigiorno la grande Italia di 30.000 Ladini? Per quale recondita ragione i partiti si ostinano a negare alle cinque valli la riunificazione e 1’autonomia?

La quarta stesura della proposta di legge Fortuna (febbraio 1985), che contiene provvedimenti per le minoranze, è del tutto insufficiente per i Ladini. Se la loro lingua non viene insegnata a scuola, non ha posto nei mass-media, non è parificata all’italiano ed al tedesco, diventa inutile, diventa un lusso che ben pochi si vorranno permettere. Dopo il secondo conflitto mondiale avevano preso le redini del movimento ladino Ampezzani e Fassani, presentando appelli, raccolte di firme, memorandum agli Alleati ed alla Conferenza della Pace, onde ottenere la riunificazione ed il riconoscimento di terza etnia dell’Alto Adige. Il movimento “Zent ladina Dolomites”, a cui aderirono tutte le cinque vallate, ebbe subito grande successo; già nel 1946 in grandi manifestazioni si chiesero un referendum o plebiscito, un “Cantone autonomo” di tipo svizzero, confederato alla provincia di Bolzano. Ma davanti all’ostinazione di De Gasperi, che si rifiutò di far includere o almeno nominare i Ladini nel Trattato di Parigi (5.9.1946), davanti alle pervicaci chiusure politiche, intimiditi da minacce e da perquisizioni domiciliari, i capi della “Zent ladina Dolomites” furono costretti a cedere.

Sorsero allora le “Union di Ladins” di Gardena, Fassa e Badia, che si confederarono poi nella “Union Generela di Ladins dia Dolomites”, ad essa si associarono le “ Union di Ladins” di Livinallongo e di Ampezzo sorte in seguito, e ultimamente quelle nate a Bolzano, Brunico e Bressanone per i “Ladins dlafòra”, residenti fuori delle vallate. La “Generela” è l’unica associazione che tiene uniti tutti i Ladini dell’ex Tirolo; ma, essendo apolitica e dotata di mezzi finanziari molto scarsi, non può fare molto: organizza manifestazioni, convegni, giornate culturali per tutte le valli e pubblica il quindicinale “La Use di Ladins” (La voce dei Ladini), con notizie e articoli scritti nelle varianti dei singoli paesi; manca ancora purtroppo una lingua ufficiale unitaria. Il secondo Statuto di autonomia per il Trentino-Alto Adige del 1972 concesse finalmente parecchi diritti ai Ladini, ma soltanto a quelli della provincia di Bolzano. I Fassani, benché appartenenti alla stessa regione, furono discriminati e quindi tutti i Comuni insorsero compatti, chiedendo il passaggio alla provincia di Bolzano; pure Livinallongo e Ampezzo si adoperarono per essere annessi al Sudtirolo, ma tutti invano.

Nessuno vuole cedere località fiorenti per il turismo. I Fassani stanno combattendo per ottenere da Roma la parificazione con i Ladini di Bolzano. In tal modo si creano perniciose tensioni fra i “privilegiati” di Gardena e Badia, egoisticamente soddisfatti di essere “Ladini di prima categoria” e i “fratelli separati” e più sfortunati, che senza loro colpa sono in Fassa “di seconda categoria” ed a Livinallongo e in Ampezzo “di terza categoria”, non avendo ottenuto finora nessun riconoscimento ufficiale. È una situazione grottesca e insostenibile, per la cui abrogazione è giusto e doveroso impegnarsi. Solo in Badia e Gardena, per esempio, esiste da due anni (1984) una liturgia ladina; a Fassani, Fodomi e Ampezzani non è ancora permesso ufficialmente celebrare la messa nella loro lingua materna.

La RAI di Bolzano concede per le trasmissioni in ladino (che però non giungono in Ampezzo e Livinallongo) 150 ore all’anno (!), mentre ne concede 4.090 in tedesco; inoltre i Sudtirolesi captano anche le radio austriache, germaniche e svizzere. Per la TV è ancora peggio: la RAI di Bolzano trasmette programmi locali in tedesco per 550 ore e programmi in ladino zero, nulla, benché la legge li preveda dal 1975! Attraverso la RAS provinciale i Sudtirolesi ricevono i programmi televisivi austriaci e germanici, ma non quelli retoromani della Svizzera. Queste sono discriminazioni macroscopiche: ricordiamoci che senza stampa quotidiana e periodica, senza radio e TV sostanziose, ogni minoranza linguistica ha ben poca speranza di non essere soffocata dalla marea dei mass-media nelle lingue “maggioritarie”. I Ladini non hanno “Hinterland”, non hanno alle spalle uno Stato che li sostenga. In Svizzera i politici di Berna si sono spaventati di fronte al continuo rapido regresso dei Retoromani: che figura ci farebbe la esemplare Confederazione Elvetica, se uno dei quattro bracci della sua croce cadesse? Nel 1985 la Svizzera ha concesso aiuti massicci e varie provvidenze per salvare i 30.000 Retoromani dei Grigioni. E l’Italia che cosa fa? Se è ad esempio falso asserire che a Cortina non ci sono più Ladini, bisogna ammettere che nel Comune c’erano 3.500 Ladini nel 1918 e che ce ne sono circa altrettanti ancor oggi; ma gli abitanti ammontano ora a circa 8.000; gli immigrati di lingua italiana superano perciò per numero gli originari, ridotti ad una minoranza nel loro stesso paese. Si vuole forse favorire ciò anche a Moéna, Canazei, Colle S. Lucia e altrove?

I Retoromani della Svizzera si sono mobilitati. In un documento del dott. Cathomas si dice: “Affinché una lingua possa sopravvivere non basta il presupposto essenziale, cioè:

1. la volontà dei parlanti stessi e della loro Comunità; ma occorrono molte altre condizioni fondamentali, per esempio:

2. un proprio territorio, in cui la lingua sia salvaguardata;

3. una base economica, che consenta un buon livello di vita in quel territorio;

4. la presenza della lingua in tutti i settori della vita quotidiana (famiglia, chiesa, comune, uffici, amministrazioni, poste, banche, assicurazioni, moduli, confezioni di prodotti di largo consumo ecc.);

5. scuole di ogni tipo e di ogni grado, con insegnamento nella madrelingua;

6. mezzi di comunicazione di massa (stampa, radio, TV ecc.) abbondanti ed efficaci;

7. una cultura completa in tutti i campi;

8. una lingua scritta unitaria”.

All’incirca le stesse richieste erano contenute nella risoluzione conclusiva del nono congresso interladino, tenutosi a Bolzano nel 1980. Per ottenere tutto ciò i Ladini devono abbandonare l’indifferentismo e l’opportunismo, stare uniti, lottare con tenacia e perseveranza. Già nel 1979, in un incontro a Moena sulle “Prospettive per l’unificazione delle valli ladine dolomitiche”, il noto giurista prof. Pizzorusso elaborò una serie di soluzioni transitorie; le due ipotesi più realistiche gli sembrano una “Associazione fra tutti i Comuni ladini” e un “Comprensorio linguistico interprovinciale”. Forse si potrebbe avviare anche una piccola “Comunità economica ladina”. Importanti sarebbero i vantaggi di una stretta collaborazione economica e di un coordinamento delle iniziative turistiche fra le cinque valli: quello delle Dolomiti è infatti un territorio unitario sotto tutti gli aspetti, che deve restare nelle mani dei Ladini. La “svendita della patria” al miglior offerente, il legarsi con ambienti economici e politici estranei, a forze di sottogoverno, per ottenere licenze e finanziamenti, è nocivo ai Ladini, che devono rimanere loro padroni in casa propria, arbitri del proprio destino.

“L’Anno dei Ladini” 1985 è stato denso di manifestazioni; ma di concreto, di tangibile e duraturo ha portato, almeno finora, ben poco. La scuola resta per intanto completamente italiana in Fassa, Livinallongo e Ampezzo e resta “paritetica” in Gardena e Badia. Si tratta di una scuola plurilingue, con uguale numero di ore in italiano e in tedesco e due ore settimanali (!) di ladino; e quale lingua faccia da Cenerentola non occorre precisarlo. Secondo lo svizzero dott. J. J. Furer “il bilinguismo di una intera popolazione non è altro che uno stadio provvisorio prima della assimilazione totale”. Fintantoché il ladino non diventa lingua con pari dignità, lingua ufficiale, e tutti i moduli e tutti i documenti continuano a essere scritti in italiano e in tedesco soltanto, il ladino non è una lingua “che serve”, ma un lusso anacronistico che porta purtroppo molti genitori alla conclusione: “Tanto vale non sovraccaricare i bambini con un terzo linguaggio ‘inutile’, e parlare subito con loro nella lingua ‘che conta’. Finora non si è aggiunta una sola ora alle trasmissioni ladine della RAI di Bolzano, curate da due soli giornalisti (quelli Retoromani dei Grigioni sono venti!). Dalla radio e dalla televisione, dai libri e dai giornali, dalle riviste e dalla pubblicità i giovani assorbono continuamente le lingue maggioritarie. Se si vuole salvare il ladino, bisogna dargli molta più importanza e molta più diffusione in tutti i campi; quanto più piccola è una minoranza, tanto maggior tutela ed appoggio è indispensabile concederle. I mezzi finanziari continuano ad esser somministrati col contagocce (specialmente in provincia di Belluno) alle più varie associazioni, mentre in Svizzera un’unica organizzazione unitaria (“Lia Romancia”) gestisce i cospicui fondi statali con criteri ragionati e secondo precise priorità. La riunificazione, presupposto basilare per la sopravvivenza, è quindi ancora in alto mare. Persino ecclesiasticamente i Ladini sono sottoposti a tre diocesi diverse; il turismo di massa porta indubbi benefici economici, ma ha pure molti risvolti negativi.

Concludendo queste considerazioni sui Ladini, certo incomplete, forse anche un po’ parziali, si può essere però, nonostante tutto, cautamente ottimisti. Oggi i Ladini non si vergognano più della loro lingua, non vengono più derisi e disprezzati. Nelle Valli sono sorte ovunque associazioni culturali, fioriscono le iniziative, si moltiplicano le manifestazioni, cresce il numero delle pubblicazioni. I due Istituti Culturali, l’uno a S. Martino in Val Badia, l’altro a Vigo di Fassa, danno un validissimo contributo alla rinascita del popolo ladino. In Val Gardena è stata ingrandita la “Cësa di Ladins” con pregevole museo; anche a Cortina la “Ciasa dera Régoles” ospita la “Union di Ladìns” e un piccolo museo; a Bolzano i quotidiani “Dolomiten” e “Alto Adige” pubblicano regolarmente articoli in ladino. Ultimamente è uscita una “Antologia della lirica ladina dolomitica” a cura del prof. Belardi, il quale afferma che ormai i poeti e gli scrittori ladini hanno raggiunto un livello europeo e creato una nuova lingua romanza letteraria. Si sono tenuti convegni sui Ladini pure a Vienna ed a Stoccarda e se ne è discusso al Parlamento Europeo. Da questi cenni sommari e da vari indizi positivi, che confermano la vitalità e la rinascita dei Ladini, si possono nutrire buone speranze per l’avvenire.

 

 

 

 

 

 

 

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