È l’Avana che manovra il Venezuela

Filed in Antologia Stampa, venezuela by del 08/08/2017

Se sei un cittadino venezuelano e vuoi il passaporto, devi fare i conti con i servizi segreti cubani: è all’Avana e non a Caracas che si decide se un venezuelano può o non può andare all’estero e in quali Paesi.
Cuba domina il Venezuela fin dai tempi di Fidel Castro che trattava Hugo Chavez come un suo luogotenente, esattamente come aveva fatto nei primi anni Settanta nel Cile di Salvador Allende, presidente minoritario sostenuto da sindacati armati che morì per il colpo di Stato favorito dalla Cia e guidato da Augusto Pinochet. Allende morì sparando con il mitra dalle iniziali d’oro che gli aveva regalato Fidel Castro. Allora gli americani si coprivano anche di infamia, pur di non cedere al comunismo cubano e sovietico. Oggi tutto è cambiato e si vede che dietro Raul Castro si muovono proprio gli agenti americani insediati da Barak Obama.
Se ai tempi della guerra fredda gli Stati Uniti sostenevano tutte le dittature anticomuniste latino-americane, comprese le più indecenti, oggi gli uomini di Obama e decine di agenzie di contractor (mercenari) sostengono a mano armata i narco-comunisti. La Cuba di Fidel Castro aveva già avuto negli anni Ottanta i suoi problemi a causa della spavalda gestione del narcotraffico e fu costretto a chiudere quel capitolo scandaloso fucilando il suo eroe, il generale Arnaldo Ochoa Sanchez, lo Scipione Africano di Cuba, uomo adorato dalle folle e temuto stratega in Etiopia, Corno d’Africa, Mozambico e Angola, dove Castro muoveva a piacimento le sue divisioni protette da Mosca. Ochoa acconsentì ad autoaccusarsi davanti al tribunale del popolo per salvare la pelle dei familiari e morì gridando “Viva Cuba, viva Fidel!” davanti al plotone d’esecuzione in una livida alba piovosa nell’aeroporto dell’Avana, rifiutando la benda e conservando le spalline. Così Fidel Castro aveva messo una toppa all’accusa di aver trasformato lo Stato socialista della canna da zucchero in Stato socialista della cocaina.
Era ormai venuto meno il “fraterno aiuto economico” dell’Unione Sovietica e fu varata una nuova strategia sotto il controllo dei democratici americani e di Obama: la pace tra le Farc il cartello della droga colombiano per anni in armi contro lo Stato e il governo di Bogotá che ha fatto pendant con lo scioccante trattato fra Barak Obama, il papa argentino Mario Bergoglio e il cubano Raoul Castro. Il trattato che ha trasformato l’isola caraibica in uno Stato di polizia aperto alle agenzie immobiliari e turistiche per miliardari americani, ridisegnando la geografia del potere. Cuba grazie al nuovo equilibrio vince su tutti i fronti, incassa miliardi americani con il turismo, mantiene in galera centinaia di intellettuali fra cui molti giornalisti per i quali nessuno muove un dito e si vede riconosciuta come “zona d’influenza” Venezuela e parte della Colombia.
Ecco perché ieri Hugo Chavez e oggi Nicolàs Maduro si muovono in Venezuela come proconsoli cubani, mentre all’Avana si prendono le decisioni che contano sull’ordine pubblico a Caracas, le carriere militari, la diplomazia e l’emissione dei visti. Poco importa che ieri le Procure nazionali di Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Cile e Perù abbiano sottoscritto una dichiarazione in cui respingono la destituzione della loro collega venezuelana, Luisa Ortega Diaz, definendola illegale: è all’Avana che si studiano e si attuano in queste ore le contromisure contro i focolai di insurrezione anti Maduro con la complicità dei mercenari americani mandati da Obama. Trump ha da poco rigettato gli accordi Castro-Obama-Bergoglio ma per ora sono soltanto innocue dichiarazioni: il presidente americano, soffocato dai problemi interni e dalla situazione coreana non ha ancora dato segnali attivi di inversione nella politica cubana e venezuelana. Ci vorrà tempo, ma è proprio ciò su cui contano Maduro e Castro: il tempo gioca a loro favore e a favore dei narcos.

Paolo Guzzanti, “Il Giornale”.

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