Lower East Side: storia di un quartiere di immigrati a New York

Filed in stati uniti, storia, storia delle etnie by del 17/10/2016
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L’Empire State Building, il Brooklyn Bridge, Central Park, Wall Street sono soltanto alcuni dei luoghi simbolici di New York, immagini evocative che con il tempo sono diventate vere e proprie icone che rendono la città famosa e riconoscibile in tutto il mondo. Tuttavia New York non è solo questo, ma annovera all’interno del tessuto cittadino altri luoghi e quartieri meno noti, ma non per questo meno significativi, che sono stati protagonisti della storia della metropoli soprattutto dal punto di vista sociale: teatri dell’incontro, del confronto e in alcuni casi dello scontro di gruppi etnici differenti che hanno creato radicate comunità di immigrati, facendo della “Grande Mela” una delle realtà più multiculturali del pianeta.
Uno di questi è il Lower East Side nel distretto di Manhattan, il quartiere d’immigrazione per eccellenza, dal momento che a partire dal XIX secolo ha iniziato ad accogliere numerosi immigrati appartenenti ai più disparati gruppi etnici, caratterizzandosi come l’area più variegata dell’intera città e costituendo un affascinante mosaico di popolazioni.
Il Lower East Side è situato nella zona sud-orientale di Manhattan e il suo territorio è identificabile con l’area compresa tra East Houston Street a nord, la Bowery a ovest, Canal Street a sud e l’East River a est.

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Come indica il toponimo, il Lover East Side si trova nella parte meridionale e orientale dell’isola di Manhattan.

Nella prima metà del XIX secolo, il quartiere aveva una funzione prevalentemente residenziale con diverse famiglie bianche di uomini d’affari appartenenti all’alta società, insieme a un nutrito contingente di neri liberati insediatosi nella zona che sarebbe poi diventata Chatam Square.
Successivamente, l’incremento delle vicine attività portuali portò all’aumento di fabbriche e officine, e di conseguenza alla crescita di fasce di popolazione povera e operaia, mutando la geografia socio-demografica del territorio. Le classi agiate infatti cominciarono a trasferirsi verso nord, e il Lower East Side si configurò sempre più come quartiere popolare e d’immigrazione. Negli anni Quaranta e Cinquanta arrivarono prima gli irlandesi – messi in fuga dalla terra d’origine dalla malattia della patata, da fame e carestia (1846) e dal rapporto vessatorio che la Gran Bretagna aveva nei loro confronti – e poi i tedeschi, spesso perseguitati politici dopo i moti rivoluzionari europei del 1848. Si affiancarono ai pochi WASP (White Anglo-Saxon Protestant) 1) rimasti e a un’altrettanto ridotta comunità nera. Gli irlandesi erano per lo più contadini poveri che accettavano i lavori più umili vivendo spesso in condizioni di estrema miseria, mentre i tedeschi si distinguevano tra artigiani, lavoratori specializzati, commercianti, piccoli imprenditori e colti professionisti, vicini al movimento socialista o anarchico.

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Lower East Side agli inizi del 1900.

Ma fu solamente dopo la Guerra Civile (1866) che si verificò la prima reale ondata migratoria di massa che investì il quartiere: cinesi, italiani e moltissimi gruppi di ebrei provenienti dall’Europa orientale emigrarono in massa raggiungendo New York, spinti dalla depressione economica, da sommosse sociali e da persecuzioni.
Una seconda ondata si ebbe nei primi decenni del Novecento e si mantenne costante per tutta la prima metà del secolo, quando a cinesi, italiani ed ebrei, che continuarono a rappresentare i protagonisti di questi movimenti, si aggiunsero anche spagnoli, greci, ucraini, turchi e siriani. È in questo periodo che “il Lower East Side divenne il quartiere immigrato per eccellenza, il cancello d’ingresso all’America”: 2) infatti la vicinanza con il porto rendeva la zona la prima area di accoglienza dei nuovi arrivati che spesso decidevano di fermarsi definitivamente, soprattutto quando vi erano avamposti di comunità di immigrati della stessa nazione con parenti o amici giunti in precedenza.
Parallelamente a queste immigrazioni ci fu la diaspora dei bianchi WASP diretti principalmente a Brooklyn, nel Bronx e nei quartieri residenziali suburbani.
La natura del quartiere si era ormai delineata chiaramente: un’area popolare, densamente popolata, anzi decisamente sovraffollata, dove erano costrette a vivere a fianco a fianco comunità etniche differenti, in un contesto socio-territoriale per nulla semplice e idilliaco. Gli immigrati abitavano prevalentemente nei tenements, edifici massicci in genere di sei-otto piani e lunghi una decina di metri, in cui ci si ammalava facilmente a causa del sovraffollamento, della scarsa ventilazione interna, di servizi e lavatoi comuni a numerosissime persone; inoltre a peggiorare la situazione contribuivano carenze strutturali come pericolosissime scale antincendio, canne fumarie altamente infiammabili e il generale abbandono in cui venivano lasciati dai proprietari.
Anche sul luogo di lavoro le condizioni non erano migliori. A regnare incontrastato nel Lower East Side era lo sweatshop (il “laboratorio del sudore”), grossi stanzoni dove il boss, spesso un ex operaio messosi in proprio, dirigeva gli immigrati che lavoravano a fianco a fianco in condizioni terribili. Anche in questo caso erano all’ordine del giorno le malattie (la tubercolosi in particolare) e drammatici incidenti.

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I tenements.

Inoltre il fatto che New York fosse divenuto centro dell’industria dell’abbigliamento alimentò questa situazione. Grazie al flusso costante di immigrati, la manodopera – in larga parte purtroppo composta da donne e bambini – era molto ricercata perché sottopagata, e il Lower East Side il luogo ideale dove far nascere piccoli laboratori ovunque: in seminterrati, magazzini, sottotetti e appartamenti dominava la produzione di massa caratterizzata da cottimo, intensificazione dei ritmi ed estensione della giornata lavorativa a bassi salari, a testimonianza dello sfruttamento, della miseria e dello squallore delle condizioni di vita del quartiere.
Un altro elemento importante era la strada, luogo dove gli immigrati erano soliti lavorare come venditori ambulanti, strilloni, carrettieri e facchini. In questo scenario di degrado e povertà non è difficile immaginare come episodi di criminalità e violenza non fossero tanto infrequenti.
Ma, per fortuna, alcune comunità immigrate fortemente radicate riuscirono grazie alla loro energia e vitalità a risollevare il quartiere: protagonisti di questa sfida furono in particolare cinesi, italiani, ebrei e successivamente portoricani, che si distinsero in una realtà sempre più eterogenea dal punto di vista etnico e culturale, creando spesso proprie assicurazioni di mutuo soccorso.

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Uno sweatshop.

I cinesi, comunità molto isolata sul piano materiale, culturale e psicologico, abitavano nell’area dove inizialmente erano giunti a causa della miseria, della carestia e dei disordini politici, in particolare da Canton e dalle zone limitrofe, e avevano creato la Chinatown più estesa e sviluppata di New York.
La svolta decisiva si ebbe quando alcune organizzazioni di base della comunità cinese sfidarono apertamente la tradizionale gerarchia interna, stabilendo un contatto diretto con il movimento operaio americano; e poi nel 1943, con l’abrogazione del Chinese Exclusion Act, 3) che permise alle donne cinesi di arrivare nel Lower East Side. Il loro afflusso si rivelò provvidenziale, in un mercato del lavoro in espansione per il boom economico che aveva seguito la piccola recessione post-bellica e richiedeva molta manodopera, soprattutto per la diffusa industria tessile. Il capitale familiare accumulato fu poi spesso investito in altri settori economici come ristoranti, drogherie, lavanderie e nel mercato immobiliare, grazie anche all’aiuto di capitali immessi da nuovi immigrati giunti da Hong Kong, Taiwan e Shangai. Chinatown divenne talmente influente da essere spesso considerata un quartiere a parte, escluso dal Lower East Side, che continuava però a significare per loro il luogo di lavoro in cui era possibile mantenere vivo il sogno di arricchirsi.
Gli italiani, prevalentemente originari delle regioni meridionali, ma anche del Veneto e della Liguria, furono protagonisti di una “migrazione a catena”, attratti dalle esperienze di connazionali che li avevano preceduti, e si concentrarono in quell’area del Lower East Side che per straordinaria uniformità divenne nota come “Little Italy”. La struttura sociale non era rigida come quella cinese ma abbastanza stratificata: comprendeva un esiguo alto livello di “prominenti” (padroni terrieri che divennero appaltatori, mercanti e avvocati), uno medio (dottori e insegnanti) e uno basso decisamente più numeroso, costituito dalla manodopera non specializzata che si concentrò soprattutto nell’industria edile della metropoli in continua espansione (tunnel, ferrovie, tenements, bacini idrici e dighe). Altri italiani trovarono discreta fortuna in attività come la ristorazione, la vendita di frutta e dolci, e come barbieri.
Il più grande merito della comunità italiana fu quello di contribuire a rivitalizzare il settore terziario, in particolare nell’ambito della ristorazione nel quale essi si specializzarono, in un quartiere che inizialmente era concentrato esclusivamente sulla produzione industriale.
Molto dinamico fu anche il ghetto ebraico costituito inizialmente da ebrei polacchi e russi, in fuga dall’oppressione dell’impero zarista (i pogrom), dall’epidemia di colera del 1868, dalla carestia polacca, e successivamente da altri Stati dell’Europa orientale come Ungheria, Romania e Lituania, ma anche dalla Spagna (Galizia) e dal Portogallo. L’immigrazione ebraica, a differenza di quella familiare degli italiani, era caratterizzata dall’arrivo di singoli che lavoravano sodo con l’obiettivo di farsi raggiungere in futuro dal resto della famiglia. Per la maggior parte divennero venditori ambulanti o impiegati anch’essi nell’industria tessile degli sweatshops; quelli più facoltosi, appaltatori o piccoli imprenditori in proprio. Molti ebrei che in Europa erano studiosi del Talmud, insegnanti, cantori di sinagoga, rabbini e mercanti dovettero reinventarsi venditori ambulanti e operai, ricominciando tutto da zero.
Motivati da un forte legame con il passato che si rifletteva sul presente e da una responsabilità collettiva e sociale, gli ebrei rafforzarono la solidarietà di gruppo senza però isolarsi, si integrarono e riuscirono a conferire vitalità a tutta la realtà cosmopolita del quartiere. Crearono organizzazioni volontarie e la loro presenza modificò il paesaggio culturale del Lower East Side, che acquisì elementi caratteristici legati alle radici ebraiche come la sinagoga, le macellerie kosher e le botteghe con prodotti alimentari tipici che sono ancora presenti e contribuiscono a trasmettere un’atmosfera unica in questo luogo incredibile, un grande caleidoscopio che contiene al suo interno popoli e culture differenti.
Un ruolo sociale importante va attribuito anche a un’altra categoria: le giovanissime donne immigrate di origine italiana ed est-europea che nei primi decenni del XX secolo, attraverso una serie di scioperi, combatterono per i loro diritti sul lavoro rivendicando aumenti salariali, diminuzione dell’orario lavorativo, limitazione dello straordinario e riconoscimento del sindacato.
Nel secondo dopoguerra le opportunità del mercato del lavoro statunitense attrassero invece immigrati da Portorico che si insediarono nel quartiere a fianco degli altri. Essi diedero vita a un’importante comunità ispanica chiamata “Loisaida” (in spanglish, dalla pronuncia storpiata del nome del quartiere) che accoglieva non solo portoricani, ma anche haitiani, dominicani, salvadoregni, colombiani ed ecuadoregni. Gli ispanici si inserirono nel quartiere portando la loro cultura e le loro tradizioni, rimescolandone ancora una volta l’assetto spaziale: ora accanto ai ristoranti italiani si potevano trovare botteghe sudamericane, lavanderie cinesi, caffè greci e macellerie ebraiche.
Il Lower East Side, nel corso di tutta la sua storia, si è sempre caratterizzato anche come luogo in continuo fermento culturale, terreno fertile per qualsiasi tipo di esperienza creativa: lungo le sue vie si potevano incontrare artisti di strada come musicisti, pittori e poeti; nella zona vivevano romanzieri e registi, esistevano locali dove suonavano jazzisti e gruppi rock, sorsero teatri e compagnie teatrali.

Con chiarezza sempre maggiore, un processo si delinea dunque in questa vivace scena socio-culturale. Mentre gli artisti espressi dalle minoranze etniche sono impegnati nella riscoperta e riaffermazione delle proprie radici e identità, al tempo stesso entrano in rapporti reciproci che vanno ben oltre i confini etnici, in una dialettica fertile e profonda che infine toccherà e rimodellerà la stessa cultura americana. 4)

Negli anni Duemila il quartiere ha subìto un rapido processo di modernizzazione. Oggi si può considerare una zona alla moda con boutique indipendenti, gallerie d’arte e locali notturni. Tuttavia non ha smarrito del tutto il ricordo della sua antica vocazione popolare e multiculturale, in quanto vi sono ancora vicoli degradati, negozi di alimentari, drogherie aperte giorno e notte, rosticcerie che richiamano il passato. Il Lower East Side è quindi un’area eclettica dove convivono due anime: il vecchio e il nuovo. I luoghi storici si mescolano a quelli recenti, tanto che è possibile scorgere botteghe etniche vicino a bistrot, ristoranti, hotel lussuosi e discoteche. Questo mix di elementi apparentemente dicotomici sembra invece trovare un equilibrio, anzi è proprio questo binomio che continua a conferire al quartiere un fascino unico. Il Lower East Side Tenement Museum, ospitato negli appartamenti restaurati in cui vivevano gli immigrati, crea infatti un contrasto piacevole con l’innovativo New Museum of Contemporary Art, suggestiva struttura composta da una pila di sette piani di scatole bianche sovrapposte, celebrazione postmoderna dell’arte contemporanea.

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Il Lower East Side Tenement Museum.

Nel corso degli anni si è aperto un dibattito su quale possa essere il modello migliore di società multietnica. Inizialmente la teoria sostenuta era quella della completa assimilazione, ben rappresentata dalla metafora del melting pot, il “crogiolo di popoli”, che aveva caratterizzato i primi secoli della storia degli Stati Uniti fino alla metà del XX secolo, laddove i diversi gruppi etnici si erano fusi tra loro creando un unico grande popolo, seguendo gli ammonimenti dei padri fondatori sintetizzati nel motto latino “E pluribus unum”, impresso iconograficamente sullo stemma statunitense e sui biglietti da un dollaro.

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New Museum of Contemporary Art.

Successivamente gli studiosi hanno iniziato a parlare di multiculturalismo, espressione del pluralismo culturale, riconducibile alla metafora del salad bowl, l’“insalatiera”, esemplificatrice della realtà sociale statunitense nella seconda metà del XX secolo, dove i diversi ortaggi (le comunità immigrate) tendono a convivere all’interno dello stesso contenitore ma separatamente, mescolate solo in piccola parte alla componente maggioritaria, mantenendo forti le loro tradizioni ed evitando la fusione.
Mentre i sociologi discutevano di queste tematiche, nel Lower East Side si giocavano partite importanti per l’identità americana.

Terreno di differenze e confronto etnico, il Lower East Side era anche il luogo in cui, in un’interazione complessa, culture fra loro lontane s’incontravano influenzandosi reciprocamente e influenzando l’America. Somiglianze e opposizioni, affinità e anomie continuarono ad affiorare e produrre tensioni, ma al tempo stesso si sviluppava un processo di contaminazione e ibridazione che conferì al quartiere quell’aspetto tutto particolare di laboratorio costantemente in funzione, in cui confluivano i materiali della storia passata e della nuova esperienza americana, e da cui uscivano prodotti nuovi, a volte grezzi o semilavorati, ma sempre carichi di straordinaria vitalità socio-culturale. 5)

Il Lower East Side ha quindi rappresentato un esempio in piccolo, un microcosmo di quella che continua a essere la complessa situazione della società statunitense, posta di fronte a una realtà che ha come primo problema la convivenza tra popoli con culture differenti. Nel quartiere – definito come “quartiere laboratorio” 6) o “laboratorio socioculturale”, 7) non si è assistito alla completa assimilazione o fusione tra gli immigrati, né al contrario a un eccessivo isolazionismo culturale dove i diversi gruppi si sono chiusi in se stessi: le comunità etniche hanno mantenuto saldi e radicati i loro princìpi e le loro tradizioni, ma contemporaneamente si sono anche confrontate, influenzate e contaminate, non senza difficoltà e tensioni, dando origine a prodotti culturali nuovi e ibridi, efficaci per affrontare le sfide di un mondo sempre più globalizzato, riuscendo a convivere pacificamente e ribaltando in parte una condizione sociale di partenza profondamente negativa.

Loisaida è uno dei quartieri etnicamente più diversi di Manhattan, e forse di tutta New York. E, sebbene la sua composizione etnica non cessi mai di cambiare, tuttavia le differenze etniche continuano a essere una caratteristica permanente della sua natura. Il nostro quartiere è un esempio di come gente di origini diverse possa unirsi nella lotta per migliori condizioni di vita. La sua storia è quella di un’orgogliosa combattività multietnica, che ha conseguito grandi vittorie… 8)

 

N O T E

1) WASP (White Anglo-Saxon Protestant) è un termine utilizzato per indicare il gruppo di cittadini bianchi, di religione protestante, discendente da immigrati provenienti dal Regno Unito, in particolare da Inghilterra e Scozia, che fondarono le prime tredici colonie stabilendosi nel Northeast. Infatti durante le prime immigrazioni hanno costituito il nucleo più numeroso e forte che ha dominato la nuova società americana fin dal principio. Gruppo chiuso ed elitario, hanno continuato a mantenere la supervisione culturale, economica (soprattutto in ambito finanziario) e politica dello Stato. Nel corso del XX secolo sono stati scavalcati dagli immigrati di origine tedesca che sono ora il gruppo più consistente in termini numerici.
2) Maffi M., New York. Ritratto di una città, Odoya, Bologna 2010, p. 81.
3) Il Chinese Exclusion Act è un provvedimento legislativo emanato nel 1882 dal presidente degli Stati Uniti Chester A. Arthur, che ha rappresentato una delle restrizioni più ferree in materia d’immigrazione nella storia dello Stato. Stabilì che i lavoratori cinesi non potessero entrare per dieci anni in territorio statunitense. Venne rinnovato nel 1892 e reso definitivo e permanente nel 1902. Fu abrogato solamente nel 1943 durante la seconda guerra mondiale.
4) MAFFI M., Nel mosaico della città. Differenze etniche e nuove culture in un quartiere di New York, Feltrinelli, Milano 1992, p. 39.
5) Ivi, p. 130.
6) Maffi M. e altri, Americana. Storie e culture degli Stati Uniti dalla A alla Z, Il Saggiatore, Milano 2012, p. 383.
7) Maffi M., op. cit., p. 9.
8) Ivi, p. 54.

Bibliografia:
Lacorne D., La crisi dell’identità americana. Dal “melting pot” al multiculturalismo, Editori Riuniti, Roma 1999.
Maffi M., Città di memoria. Viaggi nel passato e nel presente di sei metropoli, Il Saggiatore, Milano 2014, pp. 15-73.
Maffi M., Nel mosaico della città. Differenze etniche e nuove culture in un quartiere di New York, Feltrinelli, Milano 1992.
Maffi M., New York. Ritratto di una città, Odoya, Bologna 2010.
Maffi M. e altri, Americana. Storie e culture degli Stati Uniti dalla A alla Z, Il Saggiatore, Milano 2012, pp. 382-384.

 

 

 

 

 

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