Quel lungo viaggio fino a Roma…

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21 giugno 1921. Camera dei Deputati del Regno d’Italia. Dopo il discorso d’inaugurazione della XXVI legislatura tenuto da Vittorio Emanuele III dieci giorni prima, dai banchi dei parlamentari si levano da un lato le parole del fascista Benito Mussolini dall’altro quelle del sudtirolese von Walther e del rappresentante delle popolazioni slave Wilfan. Uno scontro impressionante fra due modi completamente opposti di concepire i rapporti fra gli uomini e i popoli: la tracotanza contro la tolleranza, l’aggressione più violenta contro il rispetto civile, il totalitarismo contro la democrazia, l’oppressione sanguinosa contro la libertà ordinata e pacifica, il vuoto mentale contro una visione del mondo di amplissimo respiro. Al centro di tutto, l’imposizione di un’occupazione militare e civile sorda ad ogni più elementare rispetto per la volontà di genti autoctone che mai italiane erano state né sarebbero diventate, l’annientamento di culture ricche e vitali in nome dell’omogeneizzazione più brutale e antistorica. Un documento raccapricciante, che non deve essere, però, considerato solo una testimonianza di tempi passati: ognuno può verificare quotidianamente quanto vi sia di ancora attuale in queste pagine… a cominciare dalla rivendicazione di responsabilità politica e morale su quella bomba fascista del 24 aprile 1921 a Bolzano…

Nella primavera del 1921 i territori “redenti” entrano a far parte del Regno d’Italia, con buona pace, oltre che del diritto di autodeterminazione, anche di tutti gli impegni, sottoscritti o sbandierati, dei Governi del Re. Il giorno 24 aprile, mentre a nord dei “sacri confini d’Italia” il Tirolo mediante referendum si esprimeva in maniera unanime per l’annessione alla Repubblica Tedesca (145.302 SI; 1.805 NO; 364 voti non validi), nella città di Bozen un corteo veniva assalito, da parte di fascisti sia locali che fatti appositamente arrivare da altre provincie del Regno, con colpi di armi da fuoco e col lancio di un ordigno esplosivo. Si contarono 50 feriti ed un morto, il meranese Franz Innerhofer. La campagna elettorale per il rinnovo della Camera dei Deputati italiana entrava così nel vivo, mostrando chiaramente gli opposti schieramenti: da un lato la voce di chi reclamava solo il rispetto per diritti calpestati e dall’altro le squadracce fasciste che il governo Giolitti si era illuso di poter controllare e piegare ai propri interessi, dopo averle aiutate a crescere. Fra l’8 aprile ed il 14 maggio si conteranno 105 morti e 431 feriti, e nelle 2 settimane successive al voto si aggiungeranno altri 71 morti. Si votò il 15 maggio, ma dai territori “liberati” non giunse certo una gran manifestazione di italianità, se ben 5 rappresentanti furono inviati a Roma dalle popolazioni slave della cosiddetta “Venezia Giulia” e da Zara (Wilfan, Lavrencic, Scek, Stanger e Podgornik), ed i 4 seggi della circoscrizione elettorale del Tirolo del Sud furono tutti conquistati dagli esponenti del Deutscher Verband (von Walther, Tinzl, Toggenburg, Reuth-Nikolussi). Essi ebbero dunque il gravoso compito di difendere i diritti e le aspettative di chi italiano non era mai stato né sarebbe mai diventato, in un luogo tanto lontano ed ostile, nonostante persino il Re li avesse degnati di alcuni capoversi nel suo discorso della Corona. Ma della parola di quel Re che li aveva segretamente “redenti”, a loro insaputa, col Patto di Londra, e dei suoi governi, non c’era troppo da fidarsi; del suo saluto, poi, non sapevano proprio che farsene. Su di una cosa, invece, potevano convenire con Sua Maestà: essi avrebbero sicuramente trovato, nella nuova Camera, “viva e perpetua la tradizione romana”. Tradizione che proprio in quei giorni si era via via materializzata, a partire dalle teorie del Tolomei, in una sola parola: violenze.

Il giorno 11 giugno 1921 S.M. il Re Vittorio Emanuele III pronuncia il seguente discorso d’inaugurazione della XXVI legislatura: “Signori Senatori, Signori Deputati. Dopo una lunga attesa illustrata dalla luce del sacrificio, dopo una lunga guerra coronata dalla vittoria, l’Italia è giunta al limite delle sue Alpi, che scendono in cerchio al Quarnaro. E con Trieste e con Trento, nomi inobliabili al cuore italiano, anche Zara nostra si ricongiunge, con antico e nuovo amore, all’Italia di cui vuole essere, sull’altra sponda dell’Adriatico, faro di civiltà e di cultura e tramite per le intese feconde tra i popoli pacificati. Ai rappresentanti delle nuove terre, liberamente eletti dalle laboriose popolazioni di cui si accresce e si rafforza l’Italia, io rivolgo il mio saluto. Qui, nell’Assemblea nazionale, che si amplia per accoglierli, troveranno viva e perpetua la tradizione romana che plasma gli ordinamenti diversi e le varietà della cultura in un’unità che non è mai soggezione…”.

Due giorni più tardi, il 13, si insedia la Camera, in cui i Popolari sono passati da 100 a 108 (rispetto alle elezioni svoltesi solo 2 anni prima), i Socialisti da 156 a 123 (ma 15 sono i Comunisti eletti), mentre i Fascisti salgono a 36. L’atmosfera, nonostante i proclami del Re e del Governo, era delle più pesanti, ed il primo a farne le spese fu il deputato comunista Misiano, aggredito dai fascisti nel “Transatlantico” di Montecitorio e costretto a fuggirsene, per aver salva la vita. Con queste premesse inizia la discussione sull’indirizzo di risposta al discorso della Corona, ed il 21 giugno prende la parola, dall’ultimo banco in alto a destra, ove mai nessuno prima si era seduto, come un avvoltoio accovacciato su una rupe, Mussolini. Riporto, qui di seguito, tratti dagli Atti parlamentari, alcuni brani del suo discorso, in cui è chiaramente ravvisabile l’influsso del Tolomei, che proprio in quei giorni aveva promosso la costituzione del “Gruppo Parlamentare di Vigilanza per l’Alto Adige” a cui Mussolini aveva immediatamente aderito.

 

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l’onorevole Mussolini

MUSSOLINI (Segni di attenzione). Non mi dispiace, onorevoli colleghi, di iniziare il mio discorso da quei banchi dell’estrema destra dove, nei tempi in cui lo spaccio della Bestia trionfante aveva le sue porte spalancate ed un commercio avviatissimo, nessuno osava più sedere. Vi dichiaro subito, con quel sovrano disprezzo che ho di tutti i nominalismi, che sosterrò nel mio discorso tesi reazionarie. Sarà quindi il mio un discorso non so quanto parlamentare nella forma, ma nettamente antidemocratico e antisocialista nella sostanza (Approvazioni all’estrema destra), e quando dico antisocialista, intendo dire anche antigiolittiano (Ilarità). Nel discorso della Corona voi, onorevole Giolitti, avete fatto dire al Sovrano che la barriera alpina è tutta in nostro potere. Io vi contesto l’esattezza geografica e politica di questa affermazione. A pochi chilometri da Milano noi non abbiamo ancora, a difesa della Lombardia e di tutta la valle del Po, la barriera alpina. Tocco un tasto molto delicato; ma d’altra parte in questa Camera e fuori tutti sanno che nel Canton Ticino, che si sta tedeschizzando e imbastardendo, affiora un movimento di avanguardie nazionali, che io segnalo e che noi fascisti seguiamo con viva simpatia. Che cosa fa il Governo presente per difendere la barriera alpina al Brennero e al Nevoso? La politica seguita da questo Governo, per ciò che riguarda l’Alto Adige, è quanto di più lacrimevole si possa immaginare. L’onorevole Credaro avrà i numeri per governare un asilo infantile (Ilarità), ma io nego recisamente che abbia le qualità necessarie e sufficienti per governare una regione mistilingue dove il contrasto delle razze è antico e acerbissimo. Altro responsabile della situazione difficile che gli Italiani hanno nell’Alto Adige è il signor Salata. Egli ha regalato il collegio di Gorizia agli Sloveni e ha regalato quattro deputati tedeschi alla Camera italiana. Del resto, l’onorevole Credaro appartiene a quella categoria di personaggi, più o meno rispettabili, che sono schiavi dei cosiddetti immortali principi, i quali consistono nel ritenere che ci sia un solo Governo buono in questo mondo, che esso sia applicabile a tutti i popoli, in tutti i tempi, in tutte le parti del mondo. Mi permetto di esporre alla Camera i risultati di una mia inchiesta personale sulla situazione dell’Alto Adige. Il movimento politico antitaliano nell’Alto Adige è monopolizzato dal Deutscher Verband, il quale è la emanazione dell’Andreas Hoferbund, che ha sede a Monaco, e che rivendica quale confine tedesco non già la stretta di Salorno, ma la Bern Clause o Chiusa di Verona. Ora il signor Credaro è responsabile della propaganda pangermanista, nell’Alto Adige, perché ha avallato, prefazionandolo, un libro dove si dice che il confine naturale della Germania è ai piedi delle Alpi, verso la valle del Po. Nei primi tempi, immediatamente dopo l’armistizio, della occupazione militare, il movimento italofobo non fu possibile, ma da quando per somma sventura sulla seggiola di governatore si pose l’onorevole Credaro i rapporti cambiarono immediatamente; e alla sottomissione sorniona si sostituì l’insolente arroganza di gente che negava la disfatta austriaca e covava nell’animo le ardenti nostalgie degli Asburgo. La fiera campionaria fu voluta dalla Camera di commercio di Bolzano, nido di pangermanisti con esclusione di ditte italiane, tant’è vero che gl’inviti furono fatti solo in lingua tedesca e durante il periodo della fiera una banda bavarese in costume suonò continuamente. Vengo ai fatti del 24 aprile quando una bomba fascista giustamente collocata a scopo di rappresaglia e per la quale rivendico la mia parte di responsabilità morale (Vive approvazioniCommenti) segnò il limite al di là del quale il fascismo non intende che vada l’elemento tedesco. La manifestazione del 24 aprile nel Tirolo non era che una manifestazione simultanea al plebiscito che in quel giorno oltre Brennero era stato indetto. Perché, nell’Alto Adige, i pangermanisti ricorrono a questo sottile trucco: di far coincidere le stesse manifestazioni sotto veste diversa. Così quando oltre Brennero si fecero le cerimonie di lutto per la perdita dell’Alto Adige, di qua del Brennero si commemorò con altrettanta manifestazione il lutto per la morte dei caduti di guerra per l’Austria- Ungheria! Del resto, quando i fascisti si presentarono a Bolzano trovarono una polizia con tanto di elmo e fiocco, e quando furono arrestati l’istruttoria fu affidata al conte Breitemberg, il quale è notoriamente socio della Deutscher Verband. Non vi voglio intrattenere sui casi di Mamelter perché formano un capitolo da romanzo; ma non posso rinunciare a citarvi un episodio curiosissimo. Il commissario di Merano si reca al comune di Maja Alta, ed è ricevuto non già al Municipio, ma in una stamberga nella quale si sono radunati il sindaco ed i consiglieri. Il commissario legge la formula del giuramento, il sindaco ed i consiglieri immediatamente si mettono a sedere, si coprono il capo, e scoppiano in una grande risata. Il commissario non si è ancora rimesso dalla sorpresa, che il sindaco, levatosi in piedi, con una valanga di insulti lancia ingiurie al Re, alla monarchia, all’Italia e al Commissario. Questi ritorna a Merano e domanda a Trento lo scioglimento di quel Consiglio; ma interviene il Deutscher Verband presso il Governatore. E Salata restituisce il rapporto scrivendo al commissariato che non è bene fare dell’irredentismo. E la rappresentanza del comune rimase quale era! Da quando Credaro sgoverna nell’Alto Adige la bilinguità è totalmente scomparsa. Il Peratoner, che non è altro che un Pierantoni, rinnegato italiano diventato tedesco, si rifiuta di accettare la deposizione che egli stesso invita a fare sui fatti del 24 aprile, perché narrata e scritta in italiano. Sono piccoli episodi analitici, ma che dànno il panorama della situazione. A Megrè l’italofobo Dorsi don Angelo presidente del circolo giovanile cattolico di San Stefano fa cacciare da questo una diecina di giovani perché hanno presentato a lui domande scritte in italiano, ed afferma che la lingua italiana non serve per i suoi uffici: l’italiano tenetevelo per voi! Ciò evidentemente è fatto allo scopo di alterare i documenti e di ritardare i pagamenti delle pensioni a coloro che ne hanno diritto. E a presidente della Corte di appello di Trento, redenta, italiana, tra tutti i concorrenti si è scelto un tale che nel 1915 si dimise da magistrato per potere correre volontario, come Kaiserjäger a servizio dell’Austria-Ungheria! Costui oggi amministra la giustizia nel nome dell’Italia! (Commenti). Credete che le comunicazioni postali e telegrafiche dell’Alto Adige siano in mani italiane? È un errore, è una illusione: il Deutcher Verband ha in mano tutte le comunicazioni e ne dispone a piacimento. Il 24 aprile, per quanto giorno festivo, i pangermanisti e i capi del movimento di Innsbruck erano informati minuto per minuto dello svolgersi dei fatti di Bolzano. A Innsbruck, cinque minuti dopo l’incidente, si conosceva la portata di esso in tutti i suoi particolari mentre venivano tagliate tutte le comunicazioni colle autorità civili e militari e per quasi ventiquattro ore isolate completamente da Trento e dal resto d’Italia. Questa è la situazione. Ma a questo punto io debbo chiamare in causa l’onorevole Luigi Luzzatti. Io l’ho già chiamato in causa sul mio giornale; ma siccome quest’uomo appartiene alla specie dei padri eterni più o meno venerabili e venerandi, non si è degnato ancora di rispondere. Ora io spero che, chiamandolo in causa alla tribuna parlamentare, si deciderà di rispondere ad un quesito, che gli pongo nella maniera più chiara e categorica. Il Nuovo Trentino, un giornale molto serio che esce a Trento, il 27 maggio scrive: “L’onorevole Luigi Luzzatti, cavaliere della SS. Annunziata, relatore della Commissione parlamentare che esaminò ed approvò il trattato di San Germano, disse in presenza di Salata, del barone Toggemburg, già ministro austriaco di Francesco Giuseppe, del tenente austriaco Reuth Nikolussi: ‘Avere scritto nella relazione al Parlamento il passo riguardante l’autonomia dell’Alto Adige, aggiungendo però essere sua opinione personale che la Regione tedesca dell’Alto Adige avrebbe fatto bene a non mandare alcun deputato al Parlamento di Roma, giacché essa avrebbe avuto poi, s’intende dall’Italia, istituzioni proprie e una propria rappresentanza politica, rimanendo così a suo agio unita all’Italia fino a che avesse potuto ricongiungersi alla sua Nazione’ ”. Ora noi contestiamo a Luigi Luzzatti, fosse egli anche più sapiente o più grande di quello che in realtà non sia, il diritto di disporre del territorio italiano (Approvazioni – Commenti). E allora, signori del Governo, per la situazione dell’Alto Adige noi vi domandiamo queste immediate misure: lo sfasciamento di ogni forma, anche esteriore, che ricordi la monarchia austro-ungarica. Perché è inutile, onorevole Sforza, fare dei patti con tutti gli eredi austriaci, più austriaci dell’Austria, per impedire il ritorno degli Asburgo, quando noi lasciamo intatta gran parte dell’Austria dentro i nostri confini; scioglimento del Deutscher Verband; deposizione immediata di Credaro e Salata (Approvazioni all’estrema destra); provincia unica Tridentina con sede a Trento e stretta osservanza della bilinguità in ogni atto pubblico ed amministrativo. Non so quali misure saranno adottate dal Governo, ma dichiaro qui, senza assumere pose solenni, e lo dichiaro ai quattro deputati tedeschi, che essi debbono dire e far sapere oltre Brennero che al Brennero ci siamo e ci resteremo a qualunque costo. (Applausi).

GIOLITTI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell’interno. Su questo siamo tutti d’accordo. (Vivi applausi).

MUSSOLINI. Prendo atto con molto piacere della dichiarazione esplicita, fattami in questo momento dal Presidente del Consiglio. Io deploro che nel discorso della Corona non ci sia stato un accenno all’azione esplicata da Gabriele D’Annunzio e dai suoi legionari (Applausi all’estrema destra), senza la quale noi oggi saremmo col confine al Monte Maggiore e non già al Nevoso. Un tale accenno era generoso ed anche politicamente opportuno. Io non mi dilungo sul sacrificio della Dalmazia. Ne ha parlato ieri, con molta eloquenza, il mio amico onorevole Federzoni. Ma mi fa sorridere il discorso della Corona quando afferma che Zara deve rappresentare sull’altra sponda un faro di luce italiano. Zara è una città assassinata di fronte al mare slavo, e al retroterra completamente slavo.

Successivamente prende la parola, a nome della delegazione tirolese, l’onorevole De (sic!) Walther: PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l’onorevole De Walther.

DE WALTHER. Onorevoli colleghi, presentandosi la prima volta i deputati tedeschi al Parlamento di Roma, l’uso della loro lingua materna in quest’Aula sarebbe un loro diritto naturale (Interruzioni); per il motivo che, non conoscendo la lingua italiana, non si deve escludere a nessun cittadino la facoltà di assumere un mandato alla Camera. Non avendo finora l’Italia incluso entro i suoi confini territori tedeschi, il riconoscimento formale di questo diritto manca nella legislazione italiana. Avvezzi ad ispirare il nostro atteggiamento alle norme di legge, finché ciò sia possibile, ci riserviamo di presentare al Parlamento una proposta che tenga conto delle condizioni odierne, fiduciosi che la Camera, fedele alle tradizioni sue liberali, non ci negherà tale diritto. Onorevoli colleghi! Il saluto giubilante rivolto ai deputati delle nostre province, non è diretto ai rappresentanti tedeschi del Tirolo meridionale, perché voi tutti sapete che a noi non è possibile unirci alla vostra gioia. Da quando esiste la nuova Italia è la prima volta che si trovano fra di voi deputati, i quali, col fatto della loro entrata nel Parlamento di Roma, non vedano felicemente coronate le proprie aspirazioni, ma invece debbano adempiere ad un grave compito. È la prima volta che l’Italia in terra ferma si è mossa, per portare innanzi i suoi confini non da liberatrice dei propri fratelli ma da conquistatrice di un popolo ad essa estraneo. (Rumori – Interruzioni). Onorevoli colleghi, noi non siamo venuti qui per abbandonarci a vane querele o per offrire al mondo lo spettacolo di dimostrazioni, ma invece per corrispondere all’obbligo da noi assunto, cioè di lavorare! (Approvazioni). Siamo convinti che soltanto in questo lavoro comune sarà da cercare la via del progresso che dovrà condurre alla formazione di quella opinione pubblica veramente liberale che sola potrà garantire alla nostra terra natia la tutela dei suoi sacri diritti ed un vero sviluppo interno. Onorevoli colleghi, noi non siamo irredentisti nel senso generalmente attribuito a questa parola, di gente cioè che aspiri alla redenzione da parte di qualche fattore estero. Noi con tutte le nostre aspirazioni, con tutte le nostre pretese siamo pronti a rivolgerci esclusivamente alla nazione italiana qualora essa sia disposta ad ascoltarci. (Approvazioni – Commenti). Crediamo però nostro dovere di non crearvi un’impressione erronea e chiarire invece con piena sincerità il nostro concetto che vale per ora e per tutto l’avvenire. È per ciò che principiando in questo alto Consesso i nostri lavori costituzionali siamo obbligati di riassumere a nome del nostro popolo la nostra posizione programmatica nella seguente formale dichiarazione: «Nell’incamminarsi delle trattative di pace che dovevano porre fine alla guerra mondiale il principio di autodecisione nazionale per tutti i popoli fu proclamato come diritto fondamentale del nuovo ordinamento dell’Europa. Al popolo tirolese che già nel secolo XIII si compose in modo di unità statale, fu negato tale diritto. I rappresentanti del nostro paese senza divergenze di partiti hanno elevato ad alta voce, già subito all’inizio delle trattative di pace, le loro domande che il Tirolo fino alla chiusa di Salorno venga mantenuto indiviso, e hanno poi diretto alle Potenze radunate a San Germano la più calda loro preghiera perché questo territorio, uno per storia e per cultura, non venga smembrato. II Regno d’Italia non ha fatto valere dei titoli di diritto storico e nazionale ma ha chiesto ed ottenuto l’annessione del Tirolo meridionale esclusivamente con richiami al confine geografico naturale, nonché ad esigenze strategiche che ne deriverebbero. Considerato che le linee geografiche non possono in linea generale ritenersi punto decisive per i confini statali e che in special modo il passo del Brennero nel corso della storia non formò mai tale confine; considerato pure che in nessun caso il confine geografico potrà servire a titolo di diritto allo smembramento dell’unità di un popolo sancita da secoli; constatando infine che l’interesse strategico poteva venir garantito in ben diversi modi, il Tirolo meridionale nel diniego del proprio diritto di autodecisione non può vedere che un atto di soppressione, contro cui i suoi rappresentanti entrando nel Parlamento di Roma sono obbligati di presentare le loro esplicite riserve di diritto». Onorevoli colleghi, noi Tirolesi conosciamo i doveri che si impongono a noi in seguito alla nuova situazione. D’altro canto però non potremo mai rinunziare al diritto di rivolgerci allo stesso popolo italiano cui l’idea nazionale fu sempre la suprema legge morale, per domandare ad esso il restauro della nostra libertà nazionale. Quanto alle parole pronunciate dall’onorevole Mussolini, non possiamo che dichiarare che oggi non vogliamo interloquire a questo proposito. Ci riserviamo di farlo in altro momento. Per oggi basti constatare che tutto quanto dice l’onorevole Mussolini riguardo all’atteggiamento dei Tedeschi nel nostro territorio e specialmente in riguardo ai dettagli del giorno 24 aprile 1921, non corrisponde affatto alla verità. Risulta solamente che all’onorevole Mussolini manca la necessaria cognizione delle condizioni attuali del nostro Paese. Onorevoli colleghi, l’indirizzo che oggi sta in discussione non prende atto della nostra situazione speciale; non vi si parla che di popolazioni felicemente ricongiunte alla famiglia italiana; e siccome tale modo di espressione non può riferirsi nè al nostro territorio nè alla nostra popolazione, non siamo in grado di votare l’indirizzo proposto. (Commenti). Indi, sempre nella giornata del 21 giugno, tocca al rappresentante degli Slavi Wilfan:

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l’onorevole Wilfan.

WILFAN. Onorevoli colleghi, devo premettere una dichiarazione analoga a quella, che è già stata fatta dall’onorevole deputato del gruppo tedesco; e precisamente, in ordine formale, il gruppo dei deputati slavi eletti nelle nostre provincie dichiara quanto segue: «I deputati slavi hanno ed affermano il diritto di servirsi della propria lingua nell’esercizio delle loro funzioni, specialmente anche quando parlano alla Camera. Questo diritto sussiste senza che vi sia bisogno di espresso riconoscimento, perché è condizione e conseguenza della libertà più elementare per i deputati e per gli elettori, e perché l’uso di questo diritto è la manifestazione più diretta e legittima della loro inconculcabile coscienza e dignità nazionale. Questo diritto sussiste anche perché, se è riconosciuto espressamente nell’articolo 62 dello Statuto per la lingua francese a favore dei deputati e senatori che appartengono ai paesi ove questa è in uso, deve intendersi sussistente, per analogia ineluttabile, anche nei riguardi della lingua slava e dei rappresentanti dei paesi in cui questa lingua si parla e che furono annessi al Regno appena dopo la promulgazione dello statuto. I deputati slavi pertanto confidano che questo loro diritto verrà espressamente riconosciuto e in tale attesa, con la riserva però di ricorrere, senza riguardo a usi, tanto in qualunque momento, quanto ciò loro parrà opportuno, all’uso della propria lingua, ci limiteremo per ora a tradurre il nostro pensiero in lingua italiana». Onorevoli colleghi! Debbo confessare che sono titubante nel prendere per la prima volta, come rappresentante delle popolazioni slave ora annesse al Regno, in questa assemblea, la parola. La nostra situazione è delle più delicate. Noi siamo di un popolo che, non è molto tempo, si è finalmente creato un proprio Stato nazionale. Con questo popolo ci unisce comunità di origine, di lingua, di sentimenti, di tradizioni; e non possiamo rinnegare questa unità naturale indissolubile. D’altro canto sappiamo e conosciamo di essere diventati cittadini del Regno d’Italia. C’è un conflitto tra il dovere di cittadini, nel senso politico, e tra il sentimento di nazionalità, nel senso etnico. Vedremo di trovare in questo conflitto la via di uscita. E crediamo che, facendo qui aperta confessione dei nostri sentimenti nazionali e del concetto che abbiamo della nazionalità e del nazionalismo, proprio nel Parlamento italiano troveremo gli uomini che ci comprenderanno. (Approvazioni). Per noi lo Stato non è il supremo ente, per noi il supremo ente è il popolo, è la Nazione, ripeto, nel senso etnico, storico. Su questo punto siamo d’accordo. Mi preme di accentuare che in questo senso soltanto siamo nazionalisti, non nazionalisti come mi pare siano quelli che in quest’Aula si fregiano di questo nome. Quel nazionalismo che io ripudio di tutto cuore, non è nazionalismo, non è amore del proprio popolo, ma è imperialismo, è odio, non è amore. (Commenti). Con quel nazionalismo noi non abbiamo niente di comune, ed insisto su questo punto, giacché so che specialmente i nostri compaesani di nazionalità italiana nelle regioni ora annesse ci vorranno sempre e sempre rimproverare un nazionalismo imperialista. Lo nego e lo contesto espressamente, per me, per i miei colleghi, per tutta la nostra popolazione (Commenti). Noi quindi, se anche ci sentiamo in contrasto con lo Stato italiano, in quanto ci ha annessi contro la nostra volontà e contro le nostre aspirazioni, non ci sentiamo in contrasto con quel popolo italiano (Approvazioni a sinistra) che, io lo posso qui affermare con sicura coscienza, e prego ne sia preso atto, gli Sloveni e i Croati ora annessi all’Italia, non odiano. Essi non odiano il popolo italiano. Saluto questa prima occasione nella quale un rappresentante delle popolazioni slave non ha più da parlare con commissari, con carabinieri, magari anche con ministri o capi d’ufficio, ma parla finalmente con i figli eletti dal popolo italiano. (Approvazioni). Sono sicuro che, parlando direttamente, apertamente, sinceramente, se non ci potremo amare, ci rispetteremo. (Interruzioni all’estrema destra). Voglio rivendicare per noi innanzitutto il diritto di poter parlare liberamente e sinceramente, di potervi aprire completamente l’animo nostro, tutto quanto c’è in esso e di sentimento nazionale, e di dolori e di rincrescimento, e di risentimento. Non c’è altra via per incontrarci, per intenderci, se non la sincerità. Forse fra i diplomatici si seguiranno altre vie, ma noi, figli dei tempi moderni, democratici nel vero senso della parola, figli delle larghe masse, democratici come lo sono specialmente le masse slave, noi non riconosciamo che una via, quella dell’aperta parola virile. Perciò mi si consenta di dirvi in poche parole, prima di tutto, quale è la situazione nella quale ci ha trovati il saluto della Corona, situazione che ci deve dettare ben altre parole di quelle che sono proposte nell’indirizzo di risposta al discorso della Corona. Dobbiamo prima di tutto mettere in chiaro alcune circostanze di fatto. Il territorio annesso, denominato ora la regione Venezia Giulia…

Una voce all’estrema destra. Sempre. Da secoli!

WILFAN. Ora si chiama ufficialmente Venezia Giulia, ma questo non è un nome storico. (Interruzioni all’estrema destra – Rumori). Reagirò volentieri nell’interesse della sincerità, nell’interesse della discussione, ad ogni interruzione che sia ragionata. La regione, dunque, che per far piacere al collega chiamerò col nome di Venezia-Giulia, ma che fino al 1854, quando Graziadio Ascoli ha inventato questo nome, non si chiamava cosi…

Voci all’estrema destra. Sempre! Sempre! Da Giulio Cesare! (Vivi rumori).

WILFAN. … in questa regione così nominata la maggioranza della popolazione, tanto per numero come anche per estensione del territorio occupato nel senso nazionale, è slava. Questo, alla fine, l’hanno dimostrato anche le elezioni, ad onta che queste elezioni siano state fatte a danno dell’Italia, perché io credo che sarebbe stato molto più vantaggioso per l’Italia (non parlo di noi, ma dell’Italia intera) che il nostro ingresso nella vita costituzionale italiana non fosse stato funestato da simili elezioni, che non furono elezioni politiche, ma un orrore, una turpitudine, una vergogna! (Vive proteste – Rumori a destra e al centroApprovazioni all’estrema sinistra) Un qualche cosa d’infame! (Vivaci invettive dall’estrema destra – Proteste – Vivi rumori). Il nostro numero, seppure ridotto, dovrebbe essere sufficiente a convincere che in quella regione vi è un forte nucleo slavo. Quando le statistiche saranno fatte, mi raccomando che siano fatte, almeno così bene come le austriache. (Rumori vivissimi – Proteste).

PRESIDENTE. Onorevole Wilfan, io sono qui per garantire la libertà di parola a tutti, ma devo invitarla a rispettare i sentimenti dell’Assemblea italiana. (Vivissimi prolungati applausi. – Anche le tribune applaudono. – Commenti vivaci). Prosegua!

WILFAN. Siamo inviati dalla popolazione slava in quest’Aula per venire a contatto, per parlare, per intenderci, per trovare una via di poter venire ad una esistenza sopportabile per noi. Voci. Ma non per provocare!

WILFAN. Se le mie parole hanno potuto, e non lo ammetto perchè non avevo questa intenzione, avere qualche significato, che si potesse interpretare come lesivo dei sentimenti della Camera italiana, prego di prendere notizia che questo è avvenuto assolutamente contro la mia volontà. Il collega di Trieste, avvocato Suvich, confermerà che cosa significa parlare di statistiche. Ho voluto soltanto esprimere il desiderio che le statistiche siano fatte meglio che ai tempi dell’Austria. (Interruzioni – Commenti – Rumori).

PRESIDENTE. L’incidente è esaurito. Facciano silenzio. (Interruzioni del deputato Coda). Onorevole Coda, la richiamo all’ordine! Prosegua, onorevole Wilfan.

WILFAN. Se è vero che in quella regione la maggioranza è slava…

Voci a destra. Non è vero! (Commenti).

PRESIDENTE. Tacciano! Parleranno a loro turno!

WILFAN. .. .quella regione doveva appartenere allo Stato nazionale slavo e non allo Stato nazionale italiano. Si sono portate in campo ragioni geografiche e strategiche, che in omaggio al principio fondamentale di nazionalità, non possiamo riconoscere come sufficienti. Cercherò di essere breve per riassumere il nostro pensiero e mi si permetterà di leggere una dichiarazione. La Sovranità del Regno d’Italia è stata estesa alle terre della sponda settentrionale dell’Adriatico, in via di diritto, soltanto per effetto del trattato di Rapallo del 12 dicembre 1920 e della successiva annessione entrata in vigore il 5 gennaio 1921. Ciò è avvenuto senza il libero e regolare consenso, contrariamente al carattere nazionale della popolazione, che fra sbocchi e i nuovi confini per la più gran parte non è italiana ma slava. È rimasta vana la speranza che il Regno d’Italia, fondato sull’unità nazionale e sorto da plebisciti, avrebbe rispettato anche in questo caso il principio di nazionalità e il diritto dei popoli a decidere da sè delle loro sorti. La protesta, non maggiormente giustificata perché non lo potrebbe essere di più, ma resa più aspra dell’iniquo trattamento contrario a solenni promesse, se anche non a garanzie formali, che queste – è vero – furono espressamente rifiutate, non potrà essere fatta mai tacere nei cuori degli Slavi ora soggetti all’Italia. I deputati slavi hanno il dovere di dare qui, all’inizio della loro attività espressione a tale protesta, e fanno perciò, per il presente e per tutto l’avvenire, analoga formale solenne riserva, a nome degli Slavi delle nuove provincie, cittadini d’Italia, ossequiosi alle leggi, sì, ma fedeli ai propri ideali. Siamo entrati nella famiglia italiana ed ogni uomo di buon volere, a prescindere dal sentimento nazionale, avrebbe dovuto desiderare che questo ingresso avvenisse in altre circostanze, in altro modo. Nel modo come sono avvenute le cose dal primo giorno dell’occupazione, dopo le promesse fatte anche su manifesti pubblici, quella volta stampati ancora anche in slavo, si è avuto invece un regime di oppressione, si è avuto un regime che era crudo, crudele, in triste contrasto con quello che la nostra gente si aspettava dall’esercito e dal popolo italiano venuto in paese come liberatore. (Vive interruzioni -Vivacissime proteste – Rumori).

GASPAROTTO. Vi hanno sfamato i nostri soldati!

PRESIDENTE. Onorevole Wilfan, ricordi che l’esercito italiano si è coperto di gloria! (Vivissimi applausi).

GIOLITTI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell’interno. Onorevole Wilfan, ho il dovere di protestare in nome del Governo, contro l’insulto che ella ha fatto all’esercito italiano. (Vivissimi reiterati applausi cui si associano anche le tribune – Ripetute grida di Viva l’esercito!) Ella, onorevole Wilfan, rende un pessimo servizio alle popolazioni, che rappresenta, facendo credere che i suoi sentimenti siano condivisi da quelle popolazioni che siamo certi osserveranno fedelmente la legge e rispetteranno l’Italia, come ella non sa rispettarla. (Vivissimi prolungati applausi).

PRESIDENTE. Ora facciano silenzio, e lascino parlare. Prosegua, onorevole Wilfan.

Voci. Basta! basta!

PRESIDENTE. Prosegua, onorevole Wilfan.

WILFAN. La lingua italiana non è la mia madrelingua; se la parlo, devo confessare che non riesco a parlarla con quella perfezione, che sarebbe necessaria. Se ho parlato dell’esercito, certamente non ho pensato nè all’istituzione come tale, nè al complesso dell’esercito… (Rumori altissimi – Interruzioni). Voci. Basta! Basta!

PRESIDENTE. Lascino parlare!

WILFAN. Ho inteso parlare, non dell’esercito, ma delle autorità militari la cui opera mi deve essere permesso di criticare. E per spiegare ancora meglio il mio pensiero, e per dimostrare la fondatezza delle mie critiche, dirò che quando noi portavamo dinanzi alle autorità civili le nostre lagnanze, queste stesse autorità civili ci dicevano: Aspettate; voi sapete bene che il regime militare è regime di eccezione. Si tratta ora dell’occupazione militare: dovete sopportarla; aspettate che questo regime eccezionale cessi. Io credo che ho fatto niente altro che usare di un mio diritto. Non ho voluto offendere nessuno e mi dispiace, onorevole Giolitti, che lei che è abbastanza più vecchio dei giovani colleghi del fascio, col suo senno non abbia saputo comprendermi. (Interruzioni – Apostrofi – Rumori). S’intende che dovrei esporre le lagnanze della nostra popolazione anche in altri riguardi, specialmente anche relativamente alle condizioni economiche. Io so che in tale riguardo non ci possiamo fare illusioni essendo le condizioni sfavorevoli in tutto il paese, e trovandosi oltre a ciò l’Amministrazione italiana nelle nostre terre di fronte a compiti particolarmente difficili. Ma qui mi voglio limitare a quelle lagnanze anzitutto che si riferiscono alla nostra coscienza nazionale. La nostra vita nazionale si è cominciata a sopprimere da bel principio. Viene vietato l’uso della nostra lingua, che è stata bandita dagli uffici. L’attività delle nostre associazioni viene ostacolata in tutti i modi; perfino associazioni così innocue come le nostre società corali sono state sciolte, o almeno è stata impedita la loro attività. Ogni manifestazione del sentimento nazionale, non jugoslavo nel senso politico, ma in quello etnico, viene considerata come manifestazione diretta contro l’Italia. (Conversazioni animate – Interruzioni). Se voi vedete già in ciò che gli Slavi vivono slavamente, un’ostilità contro l’Italia, allora vedete che i nostri lagni sono giustificati. Sarà meglio, viste le vostre disposizioni, rinviare l’esposizione dei nostri lagni ad altra occasione. Vedo che invece di parlare apertamente, sinceramente come mi proponevo, ci dovremo abituare a comunicare le nostre lagnanze a piccole dosi. Per oggi mi limito a dire che se abbiamo sentito delle belle parole, noi aspettiamo i fatti e attendiamo che avvenga quello che ha detto l’onorevole De Nicola, che ci si dimostrerà la cura più gelosa e il più profondo rispetto per quanto attiene alla nostra coscienza nazionale. I deputati slavi hanno l’onore di fare a nome delle popolazioni slave e in nome proprio la seguente ulteriore dichiarazione: «Gli Slavi divenuti ora cittadini italiani, sono perfettamente consci della loro situazione. Sanno che a lato dell’unità naturale di stirpe, lingua, sentimento, cultura, tradizioni, che li congiunge col popolo degli Sloveni, Croati e Serbi, denominati collettivamente Slavi meridionali o Jugoslavi, ora li unisce alla nazione italiana il potente vincolo dell’unità statale.  I nuovi cittadini italiani di nazionalità slava sono risoluti e pronti a trarre dalla situazione così determinata tutte le conseguenze. Sì come hanno il diritto di chiedere la cura più gelosa e il più profondo rispetto per quanto attiene alla loro coscienza nazionale, così assumono anche tutti gli obblighi, non solo quelli imposti dalle leggi, ma pure quelli derivanti dal solo fatto della convivenza statale, collaborando nei limiti delle proprie forze e della loro posizione particolare per il conseguimento dei comuni ideali di umanità, di cultura, di progresso morale e materiale. Tali essendo gli intendimenti e le disposizioni dei loro connazionali, i deputati slavi hanno segnata chiara dinanzi a sè la via da seguire, sì nelle questioni generali che, in prima linea, nella tutela e nel promovimento degli interessi speciali loro affidati. Essi cercheranno, concorrendo ai lavori della Camera con la propria opera sincera e leale, per quanto modesta, di rendersi degni non solo della fiducia degli elettori, ma anche dei sentimenti di collegalità che sperano qui di incontrare, contraccambiandoli di tutto cuore». (Commenti).

La discussione si protrasse sino al giorno 26, quando venne approvato l’indirizzo di risposta al discorso della Corona; l’ultimo a prendere la parola, per una breve dichiarazione di voto, fu ancora lo slavo Wilfan:

PRESIDENTE. L’onorevole Wilfan ha chiesto di parlare per una dichiarazione di voto. Ne ha facoltà.

WILFAN. Per ragioni ovvie, il gruppo slavo al suo voto contrario al Governo vuol dare soltanto il significato di condanna della sua politica nei riguardi della nostra regione. (Commenti-Rumori all’estrema destra).

Così iniziò il lungo viaggio nelle istituzioni romane dei rappresentanti dei popoli tedesco e slavo, e a 70 anni di distanza l’attualità di queste pagine impone alcune riflessioni. È proprio a partire da questo discorso che il capo del movimento fascista proclama una giustificazione morale della violenza che avrà modo di essere a più riprese usata (assalto al Municipio di Bozen, delitto Matteotti); violenza che spianerà la strada alla colonizzazione scientifica del Sudtirolo. Ma ciò che appare ancora più inquietante è la matrice integralmente tolomeiana del discorso di Mussolini e di tutti i nazionalisti (di ieri e di oggi). Le teorie del Roveretano appaiono sempre più come premessa irrinunciabile, assioma ineludibile, pilastro portante della prassi di snazionalizzazione ed italianizzazione del Sudtirolo, che non può certo dirsi conclusa, se il trattamento riservato in questi 70 anni alle legittime rivendicazioni dei Sudtirolesi è sempre stato quello del ’’Giolitti” di turno: ”Su questo (cioè ’al Brennero ci siamo e ci resteremo a qualunque costo’) siamo tutti d’accordo”. Nonostante e contro il diritto e la storia.

 

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