Medio Oriente, carrellata geopolitica

Filed in Autori, Daniel Pipes by del 22/10/2015
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Il Medio Oriente è di fatto la regione più instabile, tormentata e pericolosa del mondo; non a caso è al centro dei più accesi dibattiti politici: si pensi al conflitto arabo-israeliano o all’accordo sul nucleare iraniano. La panoramica che propongo offre analisi e interpretazioni sull’Iran, l’ISIS, la Siria, l’Iraq, i curdi, l’Arabia Saudita, l’Egitto, Israele e l’islamismo, per concludersi con alcune riflessioni sulle scelte politiche. La mia conclusione è laconica: c’è qualche buona notizia sotto la mole di incomprensioni, errori e miserie.

Iran

In questi giorni l’Iran è l’argomento principale, soprattutto da quando ha siglato il 14 luglio a Vienna l’accordo sul nucleare con sei grandi potenze mondiali. Il Piano d’azione globale congiunto cerca di aiutare Teheran a uscire dall’isolamento, ponendo fine a decenni di ostilità e inducendo l’Iran a diventare uno Stato più normale. Di per sé, è un’impresa davvero meritevole. Il problema risiede nell’attuazione – esecrabile, questa – visto che si premia un governo aggressivo fornendogli legittimità e ulteriori finanziamenti, senza richiedere rigorose garanzie sul suo programma per la realizzazione di armi nucleari e permettendone l’attuazione nel giro di un decennio. Negli annali della diplomazia non esiste traccia di una resa da parte delle grandi potenze a uno Stato debole e isolato.
La leadership iraniana ha una mentalità apocalittica e una preoccupazione per la fine del mondo che non si applicano a nordcoreani, Stalin, Mao, pakistani o chiunque altro. Il leader supremo Ali Khamenei e colleghi vogliono ricorrere all’uso di queste armi per motivi che esulano dalle normali preoccupazioni di ordine militare, vale a dire per provocare la fine del mondo. Ecco perché è impellente fermarli. Le sanzioni economiche però sono una questione secondaria, persino un diversivo. Il governo iraniano è paragonabile alla Corea del Nord per la dedizione assoluta alla costruzione di queste armi e la disponibilità a fare tutto il necessario per ottenerle, che si tratti della morte per inedia di milioni di persone o di altre calamità. Sicché poco importa se le sanzioni saranno applicate con severità: esse renderanno la vita più difficile alla leadership iraniana senza di fatto fermare la proliferazione nucleare.
L’unico modo per bloccarne la costruzione è ricorrere all’uso della forza. Spero che il governo israeliano – l’unico rimasto in grado di agire – si assumerà questo compito pericoloso e ingrato. Può farlo con bombardamenti aerei, operazioni speciali o utilizzando armamenti nucleari, essendo la seconda opzione la più allettante e la più difficoltosa. Se gli israeliani non fermeranno la costruzione della bomba, un ordigno nucleare nelle mani dei mullah avrà conseguenze terrificanti per il Medio Oriente e oltre, compreso il Nord America dove non si può escludere un devastante attacco con bombe elettromagnetiche. Al contrario, se gli iraniani non utilizzeranno le loro nuove armi, è possibile che il maggiore contatto con il mondo esterno e gli sconvolgimenti causati dalle incoerenti politiche occidentali riusciranno a minare il regime.

ISIS

Lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (alias ISIS, ISIL, Stato Islamico, Daesh) è l’argomento che attira la massima attenzione, diversamente dall’Iran. Sono d’accordo con Ron Dermer, l’ambasciatore israeliano a Washington, che l’Iran è un migliaio di volte più pericoloso dell’ISIS. Ma lo Stato Islamico è anche mille volte più interessante. Inoltre, l’amministrazione Obama lo considera un utile spauracchio per giustificare la collaborazione con Teheran.
Emerso quasi dal nulla, il gruppo ha portato la nostalgia islamica a estremi inimmaginabili. I sauditi, gli ayatollah, i talebani, Boko Haram e Shabaab, ognuno di loro ha imposto la propria versione di un ordine medievale. Ma l’ISIS è andato oltre, riproducendo al meglio un ambiente islamico del XVII secolo, fino a dettagli come la decapitazione pubblica e la schiavitù.
Questa impresa ha provocato due reazioni opposte tra i musulmani. Una favorevole, come mostrato dai maomettani provenienti dalla Tunisia e dall’Occidente, attratti come falene da una visione radiosamente pura dell’Islam. L’altra reazione, la più importante, è negativa. La maggioranza dei musulmani, per non parlare dei non musulmani,  prende le distanze dal fenomeno violento ed eccessivo dell’ISIS. A lungo termine, lo Stato Islamico danneggerà il movimento islamista (l’unico che aspira ad applicare la legge islamica nella sua interezza) e persino l’Islam in sé, dal momento che i musulmani in gran numero detestano l’ISIS.
Dello Stato Islamico, un aspetto probabilmente durerà: la nozione di califfato. L’ultimo califfo governò di fatto sino al 940 circa. Parliamo del 940, non del 1940: più di mille anni fa! La ricomparsa di un califfo in carica dopo secoli di sedicenti tali ha suscitato un notevole entusiasmo tra gli islamisti. In termini occidentali, è come se qualcuno riesumasse l’impero romano con un pezzo di territorio in Europa: attirerebbe l’attenzione di tutti. Prevedo che il califfato avrà un impatto duraturo e negativo.

La Siria, l’Iraq e i curdi

In certi ambienti, la Siria e l’Iraq vengono chiamati Suraqiya, un termine ottenuto combinando i loro nomi quando i confini sono crollati e i due Stati si sono simultaneamente divisi in tre zone ciascuno: un governo centrale di ispirazione sciita, una parte araba sunnita ribelle, una parte curda che vuole l’indipendenza. Questo è uno sviluppo positivo, poiché non c’è nulla di sacro nell’accordo Sykes-Picot siglato nel 1916 da Gran Bretagna e Francia, da cui sono nati i due Stati. Al contrario, si è dimostrato un fallimento su tutta la linea: basta ricordare i nomi di Hafez al-Assad e Saddam Hussein per capirne il motivo. Queste miserabili entità statali esistevano a beneficio dei loro leader mostruosi che hanno ucciso i propri sudditi. Quindi lasciamo pure che si spacchino in tre, migliorando le cose per le popolazioni locali e il mondo esterno. Poiché gli jihadisti sunniti appoggiati dalla Turchia combattono in Suraqiya gli jihadisti sciiti appoggiati dall’Iran, l’Occidente dovrebbe tenersi lontano dai combattimenti. Nessuna delle due parti merita un sostegno, questa lotta non ci riguarda. In effetti, se queste due forze del male si scannano a vicenda avranno meno opportunità di aggredire il resto del mondo. Se desideriamo dare una mano, dovremmo adoperarci soprattutto per sostenere le numerose vittime della guerra civile; se vogliamo essere strategici, occorrerebbe aiutare la parte perdente in modo che non vinca nessuna parte.
Per quanto concerne l’esodo di profughi dalla Siria, i governi occidentali non dovrebbero accoglierli in gran numero, semmai esercitare pressioni sull’Arabia Saudita e sugli altri ricchi Paesi del Medio Oriente affinché li ospitino loro. Perché i sauditi dovrebbero esserne esentati, quando il loro Paese ha molti vantaggi rispetto, diciamo, alla Svezia, come la compatibilità linguistica, culturale e religiosa, così come la vicinanza e un clima simile?
La rapida comparsa di un’entità curda in Iraq, seguita da un’altra in Siria, da una nuova risolutezza in Turchia e qualche brontolio in Iran, è un segnale positivo. I curdi hanno dimostrato di avere un senso di responsabilità sconosciuto ai loro vicini. Lo dico da persona che 25 anni fa era contraria all’autonomia curda. Cerchiamo di aiutare i curdi, l’unico alleato che ci resta nel Medio Oriente musulmano. Non solo dovrebbero esserci unità curde indipendenti, ma anche un Kurdistan unificato composto da parti di tutti e quattro i Paesi. Il fatto che questo danneggi l’integrità territoriale di questi Stati non costituisce un problema, in quanto nessuno di essi funziona decentemente nella sua forma attuale.

La Turchia

Le elezioni del giugno 2015 non sono andate tanto bene per il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), al governo dal 2002. Si tratta di un partito islamista, ma ultimamente è diventato il partito della tirannia. Recep Tayyip Erdogan, la sua figura dominante, fa i suoi comodi esercitando un’indebita influenza sulle banche, sui media, sulle scuole, sui tribunali, sulle forze dell’ordine, sui servizi di intelligence e sull’esercito. Erdogan ignora i costumi, le norme e i regolamenti, e anche la costituzione, per costruire un sistema totalitario. È la versione mediorientale del venezuelano Hugo Chávez. In buona parte Erdogan ha rispettato le regole democratiche, attraverso le elezioni e il parlamento, che lo ha servito bene. Ma le elezioni di giugno potrebbero aver sancito la fine della sua autolimitazione. Tempo fa, quando era sindaco di Istanbul, mostrò di non accettare il verdetto elettorale sostenendo che la democrazia è come un autobus: “Lo si prende, e arrivati a destinazione si scende”. Erdogan ora ha raggiunto quella destinazione e sembra pronto a scendere. Ha avviato le ostilità contro il PKK curdo come una brutta strategia elettorale (per conquistare i nazionalisti turchi); potrebbe arrivare al punto di scatenare una guerra in vista delle elezioni anticipate del’1° novembre, approfittando di una norma costituzionale che prevede il rinvio delle elezioni in tempo di guerra. Insomma, il contraccolpo elettorale di luglio non distoglierà Erdogan dall’intento di continuare a percorrere la strada della tirannia. La rovina di Erdogan probabilmente non sarà causata da problemi interni né da banalità come la conta dei voti; piuttosto, arriverà dall’estero e riguarderà questioni più ampie. Proprio perché ha agito così bene a livello interno, Erdogan ritiene di essere un politico che domina la scena internazionale e persegue una politica estera aggressiva come quella interna. Ma dopo qualche successo iniziale della politica fondata sul motto “zero problemi con i vicini”, il prestigio internazionale della Turchia è stato ridotto in frantumi. Ankara ha pessimi rapporti o grossi problemi con quasi tutti i Paesi vicini: la Russia, l’Azerbaijan, l’Iran, la Siria, l’Iraq, Israele, l’Egitto, Cipro greca, Cipro turca e la Grecia, e anche gli Stati Uniti e la Cina. Probabilmente sarà qualche bravata a livello di politica estera a decretare la rovina di Erdogan.

L’Arabia Saudita

L’Arabia Saudita è il Paese più singolare del mondo. Anche a chi è del Qatar o di Abu Dhabi, le sue istituzioni governative e i suoi costumi sociali appaiono strani. Lì non esiste, per esempio, alcuna sala cinematografica. Uomini e donne usano ascensori separati. Ai non musulmani è vietato entrare in due delle sue città, la Mecca e Medina. La polizia religiosa terrorizza la popolazione. I cristiani finiscono nei guai se professano la loro fede, e anche gli ebrei, con rare eccezioni, sono banditi dal Paese. Il governo dirige un potente ed esperto stato di polizia con poche pretese di elezioni, di una costituzione scritta e di altre amenità delle democrazie. Esso osserva, censura, si intromette. I posti di blocco della polizia proliferano. Il governo impiega tre differenti forze dell’ordine: i mercenari pakistani per difendere i giacimenti petroliferi, un esercito nazionale per difendere i confini e una guardia tribale per proteggere la monarchia. Le monarchie in genere contano 10, 20, anche 50 membri della famiglia reale; gli Al Saud constano di circa 10.000 maschi (le donne non contano politicamente) che costituiscono una nomenklatura, per usare questo efficace termine sovietico. I membri della famiglia reale dirigono il Paese, che è stato definito l’unica azienda a conduzione familiare ad avere un seggio alle Nazioni Unite. Ma questa struttura ora si trova in pericolo. Da 70 anni, la monarchia fa affidamento sul governo americano per la sicurezza esterna. Ora, per la prima volta, nell’èra di Obama, questa garanzia non esiste più, soprattutto non dopo l’accordo con l’Iran, in cui Washington è più vicino a Teheran che a Riad. La leadership saudita sta adottando una serie di misure per proteggersi, la più rilevante delle quali consiste nel collaborare con Israele. Si tratta di una logica conseguenza, anche se sorprende un po’. Previsione mia: è una misura temporanea e non sopravvivrà alla crisi. Se nel 2017 un repubblicano diventerà presidente degli Stati Uniti, i rapporti con Israele verranno troncati.

L’Egitto

Abdel Fattah al-Sisi è al potere da due anni, dal luglio 2013, in seguito a una massiccia manifestazione di protesta contro il presidente Mohamed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani. Sisi ha in mente le giuste priorità: sopprimere gli islamisti e risollevare l’economia, ma sono preoccupato per le sue possibilità di successo in entrambi le questioni. Nessuno disprezza gli islamisti più di me. Condivido le severe misure volte a combattere questo movimento totalitario e i suoi membri, come respingere i suoi tentativi di applicare la legge islamica, escludere i rappresentanti del movimento dalle principali istituzioni e bandirli dalle elezioni. Ma la mano pesante di Sisi e le politiche illegali vanno troppo oltre e sono controproducenti. Per esempio, l’aver condannato a morte circa 600 persone per l’uccisione di un poliziotto, e poi un mese dopo altre 700 per lo stesso omicidio, non è solo enormemente sproporzionato, ma potrebbe anche rivelarsi un autogol e aiutare gli islamisti a guadagnare simpatie. L’economia è l’altro grande problema. Negli anni ‘50, Gamal Abdel Nasser, anch’egli ufficiale dell’esercito, sviluppò un regime socialista tipico di quell’epoca, con grandi fabbriche in stile sovietico che tentavano maldestramente di sostituire le importazioni. Non solo questo sistema è ancora operativo, ma il ruolo economico dello Stato crebbe notevolmente sotto Mubarak e continua a crescere sotto Sisi. Entrambi i presidenti hanno reso felici i colleghi militari in pensione con impieghi civili: “Sei un colonnello in pensione? Bene, dirigi questa fabbrica di cotone”, o “Costruisci questa città nel deserto”. Le stime indicano che circa il 25-40 per cento dell’economia egiziana arranca con il marchio “Esercito SpA”. Inoltre disprezzare l’agricoltura crea enormi problemi, tanto che l’Egitto, in termini relativi e assoluti, importa più della sua produzione rispetto a qualsiasi altro Paese. Per esempio, i dati dell’anno fiscale 2013-2014 rivelano che l’Egitto ha importato 5,46 milioni di tonnellate di grano, ossia il 60% del suo consumo totale, il che ne fa il più grande importatore di grano al mondo. Un tempo terra-granaio grazie al Nilo, l’Egitto non nutre più neanche se stesso, ma piuttosto dipende dai sauditi e da altri per gli aiuti necessari ad acquistare cibo all’estero. La recente scoperta di un giacimento di gas nel Mediterraneo aiuterà, ma non risolverà questo problema. Come presidente dell’Egitto, Al-Sisi appare impreparato tanto quanto un altro militare, Gamal Abdul Nasser, 60 anni fa. Ecco la cruda analisi dell’analista americano Lee Smith:

Non è un caso che l’Egitto in declino abbia permesso a un uomo come al-Sisi di farsi avanti. Orgoglioso e incompetente, Sisi si considera parte di un continuum di grandi leader egiziani, come Nasser e Anwar al-Sadat. Sisi ha detto a un giornalista in un’intervista informale poi trapelata ai media che da 35 anni coltivava sogni sulla sua grandezza. Ma molte decisioni da lui prese si sono dimostrate rischiose e inattuabili.

Sisi ha ancora grande successo, con alti indici di popolarità (circolano biscotti e pigiami raffiguranti il suo volto), ma se dovesse vacillare quel sostegno svanirebbe rapidamente. Gli islamisti sfrutteranno la sua incompetenza così come lui sfrutta i loro fallimenti. Il ciclo di colpi di stato minaccia di ripetersi, e con un Egitto sempre più arretrato il disastro è incombente insieme alla prospettiva di una massiccia emigrazione. Auguro ogni bene a Sisi, ma mi preparo al peggio.

Israele

Nel novembre 2000, Ehud Barak disse che Israele assomiglia a “una villa nella giungla”. Mi piace questa espressione, e oggi sembra ancor più veritiera con l’ISIS lungo il confine siriano e del Sinai; il Libano e la Giordania che scricchiolano sotto l’afflusso insostenibile dei rifugiati; la Cisgiordania in preda all’anarchia e Gaza che non è da meno. Tutti conoscono le capacità tecnologiche altamente innovative e il valore militare di Israele. Ma esistono molti altri aspetti straordinari.
La demografia. L’intero mondo moderno e industriale, dalla Corea del Sud alla Svezia, non è in grado di garantirsi un ricambio demografico, con la sola rilevante eccezione di Israele. Le società hanno bisogno di circa 2,1 figli per donna per sostenere le loro popolazioni. Islanda, Francia e Irlanda sono appena al di sotto di tale livello, ma poi le percentuali peggiorano fino ad arrivare a Hong Kong con 1,1 figli per donna, ovvero poco più della metà di quanto serve a un Paese per sopravvivere a lungo termine. Bene, Israele, registra 3,0 figli per donna. Sì, è vero, gli arabi e gli haredim spiegano in parte questa cifra elevata, ma essa dipende anche dagli abitanti laici di Tel Aviv. Avere sempre più figli è uno sviluppo pressoché senza precedenti per un Paese moderno.
L’energia. Tutti conoscono la vecchia battuta su Mosè, che sbagliò strada fuggendo dall’Egitto. Ebbene, sembra proprio che non sia andata così. Israele ha un’enorme riserva d’energia, pari – sentite un po’ – a quella dell’Arabia. Per ora la risorsa non è accessibile, essendo assai più costosa e complessa da sfruttare rispetto alle enormi e poco profonde sacche saudite, ma il petroliio è lì e gli israeliani un giorno lo estrarranno.
L’immigrazione illegale. Questa è un crisi in ebollizione per l’Europa, soprattutto in estate, quando il Mediterraneo e i Balcani si trasformano in autostrade dal Medio Oriente. Israele è l’unico paese occidentale che ha gestito la situazione costruendo recinzioni che permettono di controllare i confini.
L’acqua. Vent’anni fa, come chiunque altro in Medio Oriente, gli israeliani erano a corto d’acqua. Poi, essi risolsero il problema grazie a raccolta, irrigazione a goccia, nuovi metodi di desalinizzazione e riciclaggio intensivo. Un dato statistico: la Spagna si posiziona al secondo posto nel riciclaggio delle acque usate (circa il 18 per cento). Israele ricicla attorno al 90%, cinque volte più della Spagna. Oramai in Israele c’è talmente tanta acqua da essere esportata nei Paesi vicini.
Nel complesso, Israele sta lavorando in modo eccezionale. Naturalmente vive sotto la minaccia delle armi di distruzione di massa e del processo di delegittimazione. Ma ha fatto talmente tanti passi in avanti che riuscirà, a mio avviso, ad affrontare questi ostacoli.

Tre tipi di ideologia islamista

Gli islamisti possono essere suddivisi in tre forze principali.
I rivoluzionari sciiti.  Capeggiati dal regime iraniano, sono sul piede di guerra e confidano nell’aiuto di Teheran, nell’ideologia apocalittica, nella sovversione e (alla fine) nelle armi nucleari. Vogliono rovesciare l’ordine mondiale esistente per rimpiazzarlo con uno islamico, come aveva immaginato l’ayatollah Khomeini. La forza dei rivoluzionari risiede nella loro determinazione; la loro debolezza è data dalla condizione di minoranza in cui versano, poiché gli sciiti costituiscono solo il 10 per cento circa della popolazione musulmana totale; inoltre si suddividono in una pluralità di sottogruppi come gli zayditi, gli ismailiti, i duodecimani, eccetera.
I revisionisti sunniti.  Essi impiegano svariate tattiche nello sforzo comune di rovesciare l’ordine esistente. Nell’ala estrema si collocano i folli tipo ISIS, al-Qaeda, Boko Haram, Shabaab e i Talebani, tutti pieni di odio, violenti e ancor più rivoluzionari rispetto alle loro controparti sciite. I Fratelli Musulmani e i loro affiliati (come il presidente turco Erdogan) si collocano al centro: usano la violenza solo se necessario, ma preferiscono operare in seno al sistema. Gli islamisti “morbidi” come Fethullah Gülen, il predicatore turco che vive in autoesilio in Pennsylvania, promuovono la loro visione attraverso l’istruzione e il commercio e operano rigorosamente dentro il sistema, ma i loro obiettivi, nonostante le tattiche moderate, non sono meno ambiziosi.
I fautori dello status quo sunnita.  Lo Stato saudita guida un blocco di governi (membri del GCC, il Consiglio di Cooperazione del Golfo, ossia Egitto, Giordania, Algeria e Marocco), solo alcuni dei quali islamisti, che vogliono mantenere ciò che hanno e allontanare i rivoluzionari e i revisionisti.

Le tattiche islamiste: violente o lecite

Gli islamisti violenti, tanto sciiti quanto sunniti, sono condannati. I loro attacchi contro i loro fratelli allontanano i correligionari. Essi sfidano i non musulmani proprio nei settori in cui questi sono più forti: la potenza combinata delle forze militari, delle polizie e dei servizi segreti è in grado di soffocare qualsiasi rivolta islamista. La violenza islamista è controproducente. Gli attacchi omicidi influenzano l’opinione pubblica, non gli analisti, i media e i politici. Un episodio come quello di Charlie Hebdo induce l’elettorato a votare per i partiti antislamici. Il sangue versato nelle strade insegna. Al contrario, gli islamisti rispettosi della legge che operano all’interno del sistema sono molto pericolosi. Appaiono come persone rispettabili, che vanno in televisione, svolgono attività forense nei tribunali, insegnano nelle aule. I governi occidentali li trattano erroneamente come loro alleati contro i pazzi criminali. La mia regola empirica è: gli islamisti meno violenti sono i più pericolosi. Pertanto se io fossi uno stratega islamista, direi: “Occorre operare all’interno del sistema. Non ricorrere alla violenza tranne nelle rare occasioni in cui intimorisce e contribuisce a raggiungere l’obiettivo”. In realtà, gli islamisti non fanno questo, commettendo un grave errore a loro danno e nostro vantaggio.

L’islamismo è in declino?

Il movimento islamista potrebbe essere in declino a causa delle lotte intestine e dell’impopolarità. Non più tardi del 2012, sembrava in grado di superare le numerose tensioni interne: settarie (sunniti, sciiti), politiche (monarchici, repubblicani), tattiche (politica, violenza), legate alle posizioni nei confronti della modernità (salafiti, Fratelli Musulmani) e personali (Fethullah Gülen, Recep Tayyip Erdogan). Tuttavia, da allora gli islamisti non smettono di combattersi a vicenda. Ciò rientra in uno schema storico del Medio Oriente secondo cui un elemento vittorioso tende a dividersi. Man mano che il potere si avvicina, le differenze diventano sempre più fonti di spaccatura. Le rivalità ignorate emergono quando il potere è vicino. In secondo luogo, chi conosce gli islamisti li evita. Le manifestazioni di massa egiziane dopo un anno di governo della Fratellanza Musulmana ne sono la prova eclatante. Altri segnali arrivano dall’Iran (dove gran parte della popolazione disprezza il governo) e dalla Turchia (dove le preferenze elettorali per il partito islamista al potere hanno subìto un calo del 20%). Se queste tendenze dovessero rinsaldarsi, il movimento islamista non potrà avere successo. Qualcuno già parla di un’èra di “post-islamizzazione” in corso. Come osserva il sudanese Haidar Ibrahim Ali:

Stiamo assistendo alla fine dell’èra politica dell’islam, iniziata a metà degli anni Settanta, che sarà rimpiazzata da quella che l’intellettuale iraniano Asef Bayat ha definito un’èra di “post-islamizzazione”, cioè quando politicamente e socialmente, dopo un periodo di tribolazioni, la vitalità e l’attrattiva dell’islam politico si affievoliscono anche presso i suoi più ferventi sostenitori e fanatici.

Questi problemi offrono spiragli di ottimismo ma non di sollievo, poiché le tendenze possono cambiare di nuovo. Ma la battaglia per emarginare l’islamismo resta in pieno svolgimento.

Tre forze politiche mediorientali

Da un punto di vista occidentale, la politica mediorientale si compone di tre forze: quella islamista, quella progressista e quella avida. Ciascuna richiede un approccio specifico. Dobbiamo rigettare tutto ciò che è islamista. Per quanto possibile, ciò comporta non avere rapporti con loro, che siano apparentemente democratici come il partito al potere in Turchia o psicopatici come le milizie dell’ISIS, giacché tutti aspirano allo stesso terribile obiettivo di imporre la legge islamica. Proprio come si aborre il fascismo si dovrebbe esecrare l’islamismo. Detto questo, avendo instaurato importanti rapporti con Turchia, Arabia Saudita e con altri Paesi, la ragion di Stato impone dei compromessi tattici. Al contrario, dobbiamo sempre prediligere i cosiddetti liberali, moderni e laicisti – tipo i manifestanti di Piazza Tahrir – poiché aspirano a un Medio Oriente migliore e sono la speranza della regione. Noi occidentali siamo il loro modello: guardano a noi per un aiuto morale e pratico. L’Occidente deve appoggiarli perché puntano a un futuro migliore, per quanto distanti essi siano dai corridoi del potere e per quanto infelice sia la loro situazione. Il terzo gruppo, quello formato dagli avidi sovrani, emiri, presidenti e dittatori, richiede più sfumature. Dobbiamo cooperare con loro, ma anche esercitare costantemente pressioni su di loro affinché apportino dei miglioramenti. Per esempio, a eccezione del biennio 2005-2006, i governi occidentali non hanno fatto pressioni su Hosni Mubarak, il tiranno che ha governato l’Egitto per trent’anni; non hanno incoraggiato la partecipazione politica, sostenuto lo Stato di diritto, né preteso la garanzia delle libertà personali. Se lo avessero fatto, l’Egitto si troverebbe in una posizione migliore. In sintesi: rifiutiamo gli islamisti, accettiamo i progressisti e trattiamo con cautela i dittatori.

La politica americana

Negli ultimi quindici anni, la politica estera statunitense è stata del tutto inconsistente. George W. Bush, pur mosso da nobili sentimenti, ha cercato di ottenere troppo in Medio Oriente: un Iraq libero e prospero, un Afghanistan trasformato, una soluzione al conflitto arabo-israeliano, l’instaurazione della democrazia ovunque. Cozzando contro le dure realtà della regione, Bush ha fallito tutti i suoi sforzi. Barack Obama ha fatto il contrario – troppo poco – e anche lui ha fallito. In sintesi, la sua cosiddetta dottrina potrebbe riassumersi così: “Sottovalutare gli interessi degli Stati Uniti, snobbare gli amici e ottenere il consenso”. Obama ha ignorato la ribellione iraniana, ha abbandonato gli alleati di vecchia data, ha cercato di mollare la regione per curare gli interessi in Asia. Questa visione ne fa un americano di sinistra più che un marziano. Pur nato e allevato da musulmano, tale background non ha un impatto percepibile sulle sue attività di governo. Bastano le sue opinioni politiche a spiegare le sue scelte. L’Iran è l’unica (inspiegabile) eccezione al suddetto schema: gli ultimi sei anni e mezzo rivelano che l’Iran – e non la Cina, la Russia, il Messico, la Siria o Israele – ha rappresentato una priorità assoluta nella politica estera di Obama. Io suggerisco una politica statunitense a metà tra questi due estremi, che sia caratterizzata dalla protezione degli americani e degli interessi americani. Promuovere gli interessi americani offre una linea guida per decidere dove essere coinvolti e dove no. Questo ha anche un impatto favorevole sui Paesi alleati, come il Canada.

Conclusioni

Una regione famosa per i suoi problemi concede anche qualche buona nuova. La tirannia è più traballante rispetto a cinque anni fa. Gli islamisti sono indeboliti dalle loro lotte intestine e dall’impopolarità. Paesi fantoccio come la Siria e l’Iraq stanno morendo, il Kurdistan sta emergendo. Israele è fiorente. I Paesi arabi del Golfo, soprattutto Dubai e Abu Dhabi, stanno sperimentando nuove strade verso la modernità. Pertanto, in mezzo a questo mare di disgrazie e orrori appare un filo di speranza. Chi fa politica ne prenda atto e ci lavori sopra.

 

9 settembre 2015 – www.danielpipes.org

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