Minoranze: nei confronti di chi?

Viene spontaneo, ogni qualvolta si parla di culture o lingue diverse da quella che ufficialmente la scuola italiana ci ha inculcato in mente, di parlare di “minoranze” etniche o linguistiche.  Quello di “minoranze” è un concetto che trovo estremamente limitativo e ghettizzante nei confronti di chi ha costumi o tradizioni diversi da quelli che vengono ritenuti ufficiali.

In Italia la cosa è ancora più accentuata dal fatto che la carta costituzionale espressamente fa riferimento alla tutela delle “minoranze linguistiche”. A mio avviso non esistono “minoranze” etniche o linguistiche, specie nella penisola italiana: anzi, sono convinto che meno che altrove in Italia si possa parlare di minoranze, in quanto non so a quale popolo “maggioritario” ci si possa riferire. Un gruppo etnico “italiano” non esiste, ovvero esiste solo nel cervello di chi dal 1861 in avanti ha cercato con tutti i mezzi di dimostrare come l’unità nazionale sia nata da un fatto spontaneo, popolare, che “con la cacciata dello straniero realizzava un sogno che dai tempi di Cesare si cullava”. Nell’area geografica italiana, come è stato spiegato in numerose occasioni sulle colonne di questa rivista, esistono semmai diversi popoli, gruppi etnici e quindi nazioni, all’interno di uno stesso Stato. Saranno gruppi poco numerosi, come nel caso dei Ladini o degli Albanesi, ovvero dal consistente numero, come ad esempio i Sardi o i Veneti, ma nessuno è minoranza nei confronti di chicchessia.

Quello di “minoranza” è a mio avviso un concetto da aborrire, in quanto collegato a filo diretto con certa pseudocultura che accetta solo alcune realtà come fatto folkloristico, tollerato in via eccezionale. Un tipo di tolleranza, questa, che sa di elemosina e che nasce dalla stessa logica con cui sono state istituite le riserve indiane. Si badi bene che, specie in Italia, quando si parla di “minoranze” non si va mai al di là del mero aspetto folkloristico e le parole “popolo” o “nazione” sono sempre censurate. L’opinione corrente che da parte della maggioranza dei mezzi di informazione e della scuola viene creata nei cittadini è la stessa che viene divulgata per alcune specie animali in via di estinzione: cioè di un qualche cosa che vien conservato solo per avere l’esemplare vivente per mostre, turisti e studiosi. Nella stessa maniera la lingua usata da queste nazioni viene ridotta al rango di dialetto o al massimo di “parlata” o idioma; sempre comunque un qualche cosa di serie B nei confronti di ciò che ufficialmente e con arroganza è ritenuto di serie A; vale a dire, nel nostro caso, dell’italiano inteso sia come popolo che come lingua.

Il termine “minoranze”, utilizzato ogniqualvolta si parla di una nazione diversa dall’ufficiale, sono convinto lo si debba abolire, proprio per togliere dalla testa di chi legge o di chi ascolta quell’idea di tolleranza concessa, comune nei ragionamenti e che spesso trova in Italia il massimo della storpiatura se inserita nel concetto distorto di “culture regionali”. È la maledetta tendenza a distinguere sempre un’ufficialità artificiale dalla naturale semplicità delle cose, che porta la gente a deviazioni concettuali che avallano o si sviluppano su falsi storici di inaudita gravità. Tutto ciò è frutto di una diseducazione e disinformazione totale in materia storica e di insegnamenti sociali, che la scuola italiana da oltre un secolo persegue. Essa si preoccupa solamente di insegnare che stato e nazione sono la stessa cosa; che nazione e patria sono sinonimo di Italia; che il 4 novembre è la festa della vittoria; che i re sono stati buoni, galantuomini e soldati; che non si debbono tradire gli ideali di chi ha donato alla patria il proprio sangue (come se i 600.000 della prima guerra fossero andati spontaneamente e con entusiasmo alla morte!).

Il concetto di minoranza etnica è frutto di questa cultura patriottarda e sciovinista al servizio del potere centralizzato costituito da caste partitiche e burocratiche dalle profonde ed infette radici; un concetto che deve essere bandito assieme a quello di “tolleranza” paternalistica. I popoli devono vivere senza bisogno di essere tollerati e senza concessione alcuna da parte di chi si ritiene maggioritario. Quello di “minoranza” è un concetto in netta antitesi con quello di “federalismo”, che invece ha alla sua base un principio di cooperazione tra i popoli, di parità di dignità, senza arroganti “tolleranze”.

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