I mixtechi, un popolo precolombiano raccontato dai geroglifici

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Maya, aztechi e incas: sono quasi esclusivamente questi tre i nomi dei popoli di cui si è soliti parlare e che immediatamente associamo al concetto di civiltà precolombiane. In realtà, prima dell’avvento di Colombo e dei conquistadores europei, nell’area a cavallo tra America Centrale e America Meridionale sono fiorite altre affascinanti civiltà, delle quali purtroppo si conosce poco o nulla. Nella sola zona della cosiddetta Mesoamerica, a partire dal 2000 a.C. nacquero i primi agglomerati stabili e nuclei sociali compatti con gli ocos, i chichimechi, gli olmechi, i toltechi, gli zapotechi e i mixtechi.
Proprio questi ultimi rappresentano un interessante caso di studio: popolazione indigena centro-americana stanziatasi in un’area appositamente denominata La Mixteca, nell’attuale Stato messicano dell’Oaxaca, il cui idioma costituisce un ramo fondamentale dell’intera famiglia linguistica otomangueana. I mixtechi si distinsero in età precolombiana riuscendo a dominare una buona fetta del territorio zapoteco ed espandendosi anche nelle zone limitrofe. Inoltre eccellevano nell’artigianato con produzioni realizzate in pietra, legno e metalli conosciute in tutto il mondo mesoamericano, e sono anche oggi molto noti nell’ambito archeologico in quanto scrivevano la loro storia e la loro genealogia su pelli di cervo, tramite particolari geroglifici, dando vita a originali manoscritti, i “codici mixtechi”, elementi importantissimi per incrementare le poche informazioni sulle popolazioni locali.
I mixtechi sono stati anche protagonisti di una consistente migrazione transnazionale in particolare verso gli Stati Uniti, dove ancora oggi si possono individuare diverse e numerose comunità mixteche che non hanno perso la propria identità culturale, costituendo uno degli ultimi gruppi etnici indigeni mesoamericani ancora sopravvissuti.

Nell’epoca precolombiana

I mixtechi hanno rappresentato una delle civiltà più sviluppate e importanti dell’intera storia mesoamericana precoloniale. Da non confondere con i vicini Mixe, 1) los mixtecos erano stanziati nel territorio della valle dell’Oaxaca, nel Messico centro-occidentale. Indigeni mesoamericani, erano soliti chiamare se stessi nuu savi, nayivi savi, nuu davi e nayivi davi, termini tutti traducibili con l’espressione “popolo della pioggia”, mentre il termine mixteco deriva dalla lingua nahuatl, idioma uto-azteco, in particolare dalla parola mixtecapan che significa “luogo del popolo delle nuvole”. La loro lingua è invece chiamata sa’an davi, da’an davi o tu’un savi, espressione dei differenti dialetti di tutte le componenti mixteche.
Il territorio storico che il gruppo occupava è stato denominato la Mixteca e comprendeva l’intera sezione occidentale dello Stato di Oaxaca e alcune porzioni dei vicini Stati di Puebla e del montagnoso Guerrero, nel Messico centro-meridionale; una fetta era anche rappresentata da una zona costiera, la Region Costa Chica. La mixteca, a seconda delle differenti aree che la costituivano, era detta Nuu Savi, Nuu Djau o Nuu Davi: area di forte contrasto, presenta ambienti e condizioni climatiche marcatamente diverse anche a pochi chilometri di distanza. La Sierra Madre del Sud e la Sierra Nevada 2) ne costituiscono i baluardi naturali settentrionali, a est la regione è estesa fino alla Valle Centrale di Oaxaca e alla scarpata di Cuicatlàn, a sud si affaccia sull’Oceano Pacifico lungo più di 300 km di costa, e a ovest confina con le valli di Morelos e la porzione centrale dello Stato di Guerrero.

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La Valle di Oaxaca.

L’attuale zona dove vivono ancora oggi i mixtechi corrisponde sostanzialmente alla regione storica, ovvero la metà occidentale dello Stato di Oaxaca insieme a parti di Puebla a nord-ovest e dello stesso Guerrero. Sia in epoca precoloniale sia oggigiorno, il territorio risulta suddiviso in tre parti precise che si caratterizzano per condizioni morfologiche e climatiche profondamente diverse: la Mixteca Alta, sezione nord-occidentale di Guerrero e occidentale di Oaxaca, dominata da alte montagne situate attorno alla Valle di Oaxaca e a ovest di essa; la Mixteca Baja, parte nord-occidentale di Oaxaca e sud-occidentale di Puebla, a nord e a ovest dell’elevata area montuosa; e infine la Mixteca de la Costa (anche chiamata Costa Chica), nelle pianure meridionali e sulla costa pacifica, comprendente la parte occidentale dello Stato di Oaxaca e quello orientale di Guerrero, parte abbastanza remota rispetto al resto del territorio.
Il clima mostra significative variazioni sub-regionali: le aree montuose presentano temperature molto basse, mentre la valle stretta (in particolare nella zona di Cuicatlàn) e la costa si differenziano per il clima tropicale, decisamente più caldo.
La Mixteca, estesa per 40.000 kmq, si è da sempre caratterizzata come una realtà socialmente coesa, una regione politica ed economica ma soprattutto culturale, la patria del popolo mixteco. Per la maggior parte della storia locale, la Mixteca Alta si è connotata come l’area trainante della regione, la vera forza politica dominante, con le diverse capitali dell’intera “nazione mixteca” scelte sempre al suo interno, sulle alture centrali. La valle di Oaxaca è spesso stata un luogo di confine conteso, anche se – tolti brevi periodi di dominio dei vicini orientali zapotechi – i mixtechi ne hanno sempre avuto il controllo.
La Mixteca Alta, l’area maggiormente popolata, attualmente comprende 38 municipalità contro le 31 della Mixteca Baja, mentre la regione costiera è assai meno estesa.
Parallelamente alla suddivisione territoriale della Mixteca, la popolazione locale, in epoca precolombiana, risultava ripartita in altrettanti tre gruppi che ricalcavano in parte le divisioni regionali: mixteco alto era il termine utilizzato per descrivere i membri più ricchi appartenenti alle classi più elevate contrapposto a mixteco bajo, appellativo dei poveri e di chi apparteneva a classi inferiori. Con il passare dei secoli, in particolare negli ultimi anni, questo frazionamento si è notevolmente ridotto fin quasi ad annullarsi grazie allo sviluppo economico, tanto che i gruppi si equivalgono e questa classificazione appare superata. La terza parola impiegata era mixteco de la costa, il cui significato fondeva il carattere geografico-territoriale con quello sociale: i mixtechi della costa infatti abitavano la Costa Chica e presentavano notevoli somiglianze culturali con i mixtecos bajos. Praticavano uno stile di vita analogo, la loro condizione economica era equiparabile e il dialetto era incredibilmente affine.
I mixtechi divennero una delle realtà più potenti del Mesoamerica. Inizialmente le diverse città combattevano tra di loro per il controllo della regione, successivamente si unirono per sconfiggere i vicini zapotechi, il cui regno aveva dominato per secoli le zone contigue. Questi ultimi, già in declino da anni, non seppero reggere l’urto dell’emergente potenza mixteca che, dopo averli sconfitti, si propose come la maggiore forza della zona. Da questo momento i due popoli, nonostante la netta supremazia mixteca, vissero in modo pacifico alleandosi anche, più tardi, contro l’impero azteco.
Il centro principale del potere era Tutupec che fece da guida e motore all’intero Stato, mentre altre città importanti erano Tilatongo, futura splendida capitale, Achiutla, Cuilapan, Huamelupan, Mitla, Tlaxiaco, Juxtlahuaca e Yucunudahui. Inoltre i mixtechi edificarono costruzioni nell’antica città di Monte Albàn, sito originariamente fondato e governato dagli zapotechi prima che ne perdessero il controllo in favore dei vicini. Il massimo splendore della nazione mixteca venne raggiunto nel corso dell’XI secolo quando diventò indiscutibilmente la realtà più potente dell’area.
Nel 1011 d.C. salì al trono il re Iya Nacuaa Teyusi, chiamato anche Artiglio di Giaguaro Otto Cervo per via del giorno in cui era nato, personaggio divenuto poi leggendario come principale protagonista delle saghe mitologiche tramandate oralmente e trascritte su pelli di cervo, veri e propri manoscritti narranti vicende epiche che costituiscono i famosi codici mixtechi. Uno di questi codici racconta il grande viaggio che il re Iya Nacuaa Teyusi compì fino a Tula Tolteca, dove si fece perforare il naso con un ornamento di colore turchese che simboleggiava l’assoluta dignità regale e strinse determinanti alleanze giurando fedeltà al re e ai signori toltechi.
Artiglio di Giaguaro Otto Cervo si rese protagonista della notevole espansione territoriale dei mixtechi che iniziarono a controllare anche nuovi territori mesoamericani. La sua esperienza politica risultò decisiva per il definitivo sviluppo della civiltà: fu il primo e unico sovrano che riuscì a unire la Mixteca Alta con la Mixteca Baja in un’entità politica coesa, un unico Stato.
Dopo la sua morte i successori continuarono il processo di espansione conquistando e dominando l’Oaxaca zapoteco ormai in inesorabile declino. Le conquiste ottenute vennero rafforzate attraverso una precisa ed efficace politica matrimoniale. Come già sottolineato, una volta accertata la superiorità mixteca, le due civiltà vissero in pace e in parte si fusero: ne è un esempio la città di Mitla, che testimonia il caso più emblematico di unione degli stili architettonici dei due popoli in un unico connubio dal risultato meraviglioso.
Intorno alla fine del XV secolo, più o meno 30 anni prima dell’arrivo dei conquistadores spagnoli, i mixtechi e gli zapotechi furono sottomessi dall’imperatore azteco Montezuma che obbligò le popolazioni delle Sierre meridionali a pagare ingenti tributi, anche se non tutte le città mixteche divennero vassalle.
Quando giunsero gli spagnoli nel XVI secolo, i mixtechi, il cui numero raggiungeva addirittura il milione e mezzo, tentarono di respingere i coloni opponendosi strenuamente. Sappiamo purtroppo che, come per tutti gli altri popoli indigeni, la combattiva tenacia mixteca non risultò sufficiente e anch’essi furono soggiogati definitivamente dagli ispanici e dai loro alleati, guidati da Pedro de Alvarado. 3)

Dall’èra coloniale all’epoca contemporanea

Con l’avvento dei conquistadores, i mixtechi persero libertà e privilegi e furono costretti a subire pesanti vessazioni che minarono parte del patrimonio socio-culturale locale, senza però, per fortuna, distruggerlo completamente.Esiste è una notevole documentazione in lingua indigena riguardo all’età coloniale, oggetto da anni di studi filologici. I temi trattati in queste fonti manoscritte descrivono principalmente la struttura sociale e politica del gruppo, paragonandola a quella delle altre popolazioni dell’area Nahua, e in misura minore questioni economiche. 4) Venivano spesso descritte contese per le terre e meno frequentemente lo svolgimento delle attività commerciali. Il commercio, anche su lunghe distanze, tuttavia esisteva già nel periodo preispanico e continuò a essere praticato dagli indigeni anche nell’èra coloniale, sotto il controllo degli spagnoli.Nella seconda parte del periodo coloniale si distinsero le figure di diversi mercanti mixtechi bilingui che trattavano sia con gli spagnoli sia con gli altri autoctoni, comprando e vendendo beni su scala regionale. Nel XVIII secolo nella Mixteca il commercio era completamente dominato dagli spagnoli, ma ai mercati di scambio cittadini partecipavano anche contadini mixtechi che vendevano i loro prodotti agricoli, e artigiani locali che scambiavano i loro manufatti con prodotti d’importazione.
Nonostante questo intenso traffico commerciale, un buon numero di cittadini spagnoli (proprietari terrieri, mercanti e preti), con interessi economici nell’area, a partire dai secoli XVI e XVII avevano iniziato ad aprire botteghe, soprattutto laboratori tessili, per le quali reclutavano come operai gli abitanti dei villaggi della Mixteca. Garantivano loro un lavoro, ma le paghe erano decisamente infime e le condizioni lavorative e igienico-sanitarie pessime.
Nella società mixteca coloniale si era creata una netta scissione tra los caciques (i “cacicchi”), ovvero i capi di alcune comunità, e il resto della popolazione comune: 5) i cacicchi infatti affittavano appezzamenti di terreno direttamente agli spagnoli con contratti individuali abbastanza onerosi che garantirono loro un discreto arricchimento rispetto alla maggioranza di tutti gli altri mixtechi. Le fonti di fine Settecento parlano dei cacicchi descrivendoli come individui abbienti e benestanti che investivano anche in attività e imprese spagnole. Alcuni di loro sposarono donne non di origine mixteca o indigena, e al tramonto della dominazione spagnola si presentavano come i loro diretti discendenti in àmbito di governo, volendone ereditare autorità, prestigio e potere.
In epoca contemporanea, nel corso del XX secolo un gran numero di mixtechi in particolare della zona di Oaxaca scelse la via dell’emigrazione trasferendosi soprattutto negli Stati Uniti e dando origine a numerose comunità nel sud della California, in Arizona e a New York City.

La lingua mixteca

La lingua parlata da questa popolazione è il mixteco, un ramo molto importante della grande famiglia delle lingue oto-mangue diffuse esclusivamente in centro America. Attualmente tutti gli idiomi esistenti che appartengono a questo gruppo sono parlati all’interno dei confini messicani, a differenza del passato quando erano diffusi in un’area decisamente più estesa, arrivando addirittura fino al Nicaragua. Il maggior numero di fruitori si trova oggi nello Stato di Oaxaca: nel complesso i parlanti mixteco e zapoteco sono circa 1.500.000, mentre nel Messico centrale, in particolare negli Stati federati di Messico, Hidalgo e Querètaro, sono utilizzate lingue oto-pame – altro ramo della famiglia – da più o meno 500.000 persone.
Molti idiomi del gruppo oto-mangue risultano purtroppo a rischio d’estinzione, come l’ixcateco e l’ocuilteco, usate da poche decine di individui, per lo più anziani. Secondo la classificazione di “Ethnologue” le lingue oto-mangue sono 177, suddivise nei rami oto-mangue orientale, amuzgo-mixteche, popoluca-zapoteche, oto-mangue occidentali, oto-pame-chinanteche e tlapaneche-mangue. Nonostante tutti questi idiomi abbiano convissuto e avuto contatti per secoli con altri gruppi linguistici mesoamericani, presentano alcune peculiarità che conferiscono loro notevole originalità: la caratteristica più importante e singolare è che costituiscono l’unica famiglia linguistica dell’America centrale che appartenga alle lingue tonali, ovvero lingue in cui la variazione di tono di una sillaba ne determina direttamente il significato o l’appartenenza a una determinata classe grammaticale.

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Distribuzione delle lingue mixteche.

Il braccio amuzgo-mixteco comprende 60 lingue di cui la stragrande maggioranza (57) sono mixteche: vi fanno parte il mixteco propriamente detto, parlato da 511.000 persone, il trique o triqui, i cui fruitori si aggirano sulle 24.500 unità, e il cuicatec, 15.000. Queste sono le principali espressioni degli idiomi mixtechi e si caratterizzano per le considerevoli somiglianze, tuttavia le relazioni tra loro non sono mai state chiarite e spiegate del tutto e la questione rimane ancora aperta.
Alcuni studi hanno individuato la valle di Tehuacàn, nello Stato di Puebla, come il sito di origine dell’intero gruppo otomangueano, luogo dove veniva coltivato il mais: la presenza secolare di gruppi parlanti idiomi otomangueani può essere correlata all’inizio del processo di domesticazione del cereale, che ha di conseguenza favorito la transizione degli abitanti dell’altipiano a uno stile di vita sedentario e contribuito allo sviluppo di diverse civiltà mesoamericane. Gli studiosi Campbell e Kaufman hanno ipotizzano il 1500 a.C. come data in cui le diverse lingue del gruppo hanno iniziato a separarsi compiendo un percorso proprio.
La difficoltà nello stabilire legami certi nelle relazioni tra i sette sottogruppi della famiglia sta soprattutto nella presenza di molte e differenti interferenze esterne alle quali hanno dovuto far fronte gli idiomi nella loro secolare evoluzione. Robert E. Longacre e Calvin Rensch sono riusciti nell’impresa di ricostruire la struttura originaria del proto-otomangueano: il sistema fonologico prevede nove consonanti, quattro vocali e quattro toni. I gruppi di consonanti e di dittonghi appartenenti a questo sostrato arcaico hanno successivamente originato i fonemi degli idiomi dei diversi sottogruppi della famiglia linguistica. Rensch approfondì ulteriormente il lavoro arrivando a sostenere che il proto-mixteco avesse un suo preciso sistema fonologico composto da sedici consonanti, quattro vocali e quattro toni.
La caratteristica più significativa che l’idioma condivide con le altre del gruppo otomangueano è quella di essere una lingua tonale, in particolare il mixteco propriamente detto presenta il sandhi tonale. Sandhi è un termine sanscrito utilizzato per indicare l’insieme dei cambiamenti fonetici che si verificano in confine di morfema o tra parole diverse; il sandhi tonale, proprio delle lingue tonali, è dunque quel fenomeno in cui i toni assegnati alle singole parole variano in base alla pronuncia delle altre parole presenti nella frase. Nel mixteco si distinguono tre differenti tipologie di toni: alto, medio e basso. Dal punto di vista grammaticale è interessante sottolineare come la costruzione della frase presenti un ordine preciso: verbo – soggetto – complemento oggetto, con poche eccezioni.


Il mixteco è diffuso principalmente nella Mixteca, ovvero negli Stati di Oaxaca, Puebla e Guerrero, tuttavia in seguito all’emigrazione di numerosi abitanti dell’area a causa dell’estrema povertà, la lingua si è espansa anche nello Stato federato di Messico, nel Distretto Federale, nella Valle di San Quintino in Baja California e in alcuni territori di Morelos e Sonora; e anche negli Stati Uniti, nei luoghi in cui si sono stabiliti gli esuli mixtechi, in particolare nelle zone agricole della California statunitense meridionale.
Il mixteco, come sottolineato, possiede numerosissime variazioni dialettali a seconda delle differenti aree geografiche in cui è parlato. La situazione linguistica è tuttavia complessa, le differenze non sono facilmente tracciabili e racchiudibili in confini su una carta geografica, in quanto le frontiere dialettali sono spesso sfumate e dipendono dai movimenti dei gruppi locali avvenuti in epoca precolombiana, coloniale e post coloniale.
Inoltre va considerata l’influenza dello spagnolo che è entrato in contatto con tutti i dialetti mixtechi, contaminandoli e modificandoli, però, in maniera diversa. Si è stimato che già a partire dal XX secolo la maggioranza dei mixtechi parlasse di più lo spagnolo, lingua franca dell’area, per motivi lavorativi rispetto alla lingua madre. Oggi, quindi, molti sono i bilingui, e Oaxaca risulta essere lo Stato messicano con il maggior grado di diversità linguistica: accanto allo spagnolo ovviamente predominante si posizionano infatti mixteco e zapoteco, e dietro di loro altri idiomi indigeni come chinanteco, mixe, chontal, mazateco e ixcateco. È anche vero il contrario, che il mixteco ha in parte influenzato la lingua spagnola nelle terminologie legate alla frutta, ai vegetali e ai nomi di località, soprattutto nella zona occidentale di Oaxaca dove molte comunità vengono ancora chiamate con l’antico nome mixteco.

Scrittura e codici

I mixtechi, come le altre civiltà mesoamericane, hanno sviluppato un proprio sistema di scrittura le cui reliquie si possono identificare in alcuni codici sopravvissuti al tempo e alla furia dei conquistadores. Essi rappresentano un’importantissima testimonianza e la più significativa risorsa per conoscere la cultura degli indigeni della Mixteca prima dell’invasione europea. Infatti, quando la signoria di Tututepec venne definitivamente sconfitta nel 1522, il popolo mixteco venne soggiogato dal dominio coloniale spagnolo i cui soldati razziarono e distrussero ogni cosa, con la conseguenza che moltissimi cimeli, reliquie, utensili e manufatti appartenenti all’arte e cultura locale andarono per sempre perduti. Fortunatamente alcuni codici sopravvissero alla devastazione e oggi, grazie al prezioso e paziente lavoro degli studiosi, sono stati restaurati e recuperati.
Prima dell’avvento coloniale, la scrittura mixteca venne utilizzata a partire dal XIII secolo: impiegata dagli abitanti della regione, presentava caratteristiche specifiche che sono poi state traslate all’interno di sistemi di scrittura successivi come quello dei mexica 6) e quello denominato mixteca-puebla, la cui precisa appartenenza etnica è ancora motivo di discussione tra gli esperti.

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Il Codice Bodley.

La scrittura mixteca è un sistema semasiografico, una “scrittura con segni”, ovvero una tecnica di comunicazione di informazioni non fonetica precedente rispetto alla creazione dei sistemi di scrittura basati sul linguaggio. Infatti era formata da un insieme di segni e rappresentazioni figurative con la funzione di tracce e piste per i racconti che venivano ricostruiti oralmente da chi conosceva il codice: tradizionalmente, i sacerdoti e i membri della classe aristocratica mixteca.
Questa particolare scrittura è stata conservata in diversi oggetti archeologici sopravvissuti ai secoli, ovvero i famosi codici mixtechi. Quando i missionari cattolici giunsero nel nuovo mondo tentarono, tra le altre cose, di imparare a parlare e decifrare la lingua mixteca: realizzarono così alcuni compendi della grammatica della lingua locale, seguendo l’esempio della Gramatica Castellana di Antonio de Nebrija. Inoltre trascrissero l’alfabeto mixteco traducendolo in quello latino.
Negli ultimi decenni, invece, l’Accademia della Lingua Mixteca ha attuato piccoli cambiamenti nella rappresentazione dell’alfabeto per adattare nel miglior modo possibile le lettere ai suoni tonali. In generale una delle principali problematiche nel realizzare un alfabeto adeguato della lingua mixteca è rappresentata dal fatto che si tratta di una lingua vernacolare, per secoli tramandata esclusivamente in forma orale. Attualmente infatti l’utilizzo del mixteco è in prevalenza di carattere domestico, visto che la legge federale impone l’utilizzo dello spagnolo per qualsiasi trattato o regolamento ufficiale, conferendo al mixteco, come agli altri dialetti indigeni, lo stato di “lingua nazionale”, un riconoscimento più che altro simbolico.
I testi scritti in mixteco sono decisamente esigui, non esiste una vera produzione né tanto meno una letteratura scritta. Limitata è anche l’esposizione sui media: si contano poche emittenti radiofoniche nello Stato di Oaxaca, in quello di Guerrero e in Baja California, e anche una stazione radio bilingue negli Stati Uniti, a Los Angeles, dove vive una vasta comunità mixteca. Un ulteriore elemento che non favorisce la comprensione e diffusione dei testi scritti in mixteco è la notevole frammentazione dell’idioma, che spesso rende poco chiare le variazioni dialettali anche tra gli stessi gruppi locali. Molti parlanti inoltre non conoscono affatto la grammatica e l’ortografia adottata dall’Accademia della Lingua Mixteca e sono addirittura convinti che la loro lingua non possa essere prestata anche alla forma scritta.
Le uniche fonti storiche scritte di questa grande civiltà risultano quindi i famigerati codici. All’interno del mondo archeologico, i mixtechi sono noti soprattutto per queste testimonianze realizzate attraverso geroglifici elaborati su pelle di cervo conciata e ricoperta di stucco. I codici più significativi arrivati a noi sono quattro e si leggono in senso bustrofedico, ovvero senza una direzione fissa, ma procedendo fino al margine scrittorio per poi proseguire a ritroso nel senso opposto, secondo un procedimento a “nastro” o, più semplicemente, “a zig zag”. Per facilitarne la lettura nei codici mixtechi si trovano linee rosse che indicano il percorso al lettore.
La maggior parte delle nostre conoscenze riguardo a questi codici sono frutto del lavoro di Alfonso Caso, noto archeologo messicano, che ha decifrato la scrittura mixteca sulla base di un insieme di fonti e documenti precolombiani e coloniali della culturale locale.
Come molti altri sistemi di scrittura mesoamericani, anche il mixteco era fornito di un corredo di simboli che consentivano di registrare e codificare date storiche. Tuttavia a differenza di molte civiltà dell’area sud-orientale del Centroamerica, la scrittura mixteca non considerava il lungo computo, una numerazione progressiva dei giorni in un sistema di numerazione posizionale misto come avveniva nella cultura maya. I codici giunti fino a noi presentano comunque eventi storici significativi del periodo precolombiano, in particolare legati all’espansionismo durante il regno del mitico sovrano di Tilatongo Artiglio di Giaguaro Otto Cervo.
I più noti sono il Codice Zouche-Nuttal e il Codice Bodley, entrambi conservati in Europa, e anche il Codice Colombino, di proprietà del Museo Nazionale di Antropologia di Città del Messico. La storia epica di Otto Cervo è così narrata su più codici che diventano vere e proprie genealogie, elementi e fonti primarie per approfondire, aggiungendo informazioni, le scarse conoscenze degli studiosi sulle civiltà mesoamericane meno famose. Vengono infatti descritte scene di guerra e caccia, ma anche episodi di vita quotidiana che, se giustamente interpretati, permettono la comprensione dei caratteri fondamentali della cultura mixteca in termini di usanze, tradizioni e costumi.
Il Codice Zouche-Nuttal, conservato al British Museum, risale probabilmente al XIV secolo ed è composto da 14 sezioni con pitture fonetiche su entrambi i lati. È uno dei tre codici che riportano genealogie, alleanze e conquiste del regno di Tilatongo durante i secoli XI e XII.
Il Codice Bodley, altro esempio di storiografia mixteca, deve il suo nome alla Bodleian Library dell’Università di Oxford, dove è custodito a partire dal XVII secolo. Di più difficile datazione rispetto al Codice Zouche-Nuttal, sicuramente viene fatto risalire a prima dell’arrivo dei conquistadores spagnoli nel 1521. La sua importanza deriva anche dal fatto che il manoscritto contiene altri quattro codici mesoamericani: il Codice Laud, il Codice Selden, il Codice Mendoza e il Selden Roll.
Il Bodley, fatto di pelle di cervo, non versa però in ottime condizioni tanto che in alcune sezioni le pittografie risultano scomparse. La lettura del codice fornisce elementi riguardo alle dinastie dei signori di Tilatongo e Tiaxiaco: nel 1949 proprio Alfonso Caso fu in grado di determinare l’esatta successione genealogica della famiglia reale di Tilatongo e le loro guerre di conquista, mentre sul lato opposto viene narrata la storia della famiglia rivale che risiedeva a Tixiaco, con diverse descrizioni della loro reale dimora.

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Il Codice Zouche-Nuttall.

In entrambi i codici analizzati emerge, come sottolineato, la figura del sovrano Otto Cervo quale protagonista assoluto: ricordato come un grande generale, nel Codice Zouche-Nutall vengono addirittura menzionate le 94 città conquistate durante il suo regno. Quasi sempre raffigurato con un copricapo di giaguaro, possiamo dedurre il suo sostegno al re tolteco di Choula per rafforzare le alleanze e, sempre in quest’ottica, la sua precisa strategia politica di ampliare il suo potere attraverso matrimoni con donne appartenenti a diversi lignaggi mixtechi. Va ricordato infatti che fu l’unico sovrano a unire sotto un unico dominio tutto il territorio abitato da popolazioni mixteche partendo dalla capitale Tilatongo, sua patria, nella Mixteca Alta, con la città di Teozacualco nella Mixteca Baja fino a Tututepec nella zona costiera.
Le grandi imprese militari e l’abilità politica gli hanno conferito lo status di grande re, tanto che la sua figura ha assunto contorni mitologici: tuttavia proprio per questo è probabile che i diversi aspetti storici e reali siano in parte mescolati a quelli leggendari, tanto più che numerose sezioni pittoriche dei codici sono deteriorate o completamente svanite, e non è quindi possibile giungere ad una interpretazione certa e definitiva delle saghe mixteche. Nonostante ciò esse rappresentano la principale fonte di studio per la storia e la cultura di questo popolo.
Interessante a tal proposito è il Codice Selden, rimasto per più di 500 anni nascosto sotto un imponente strato di gesso all’interno del Codice Bodley. La nota biblioteca dell’Università di Oxford conservava dunque, senza saperlo, uno dei più importanti codici mixtechi, portato alla luce grazie all’ausilio di uno scanner iperspettrale nel 2014. Già negli anni Cinquanta grazie a una crepa si era scoperto che sul retro c’erano tracce di pigmenti colorati, ma le tecniche dell’epoca, ancora piuttosto invasive, non avevano permesso di continuare la ricerca e svelare il mistero senza il rischio di compromettere l’intero manoscritto.
Realizzato prima dell’arrivo di Cortès su una pelle di daino già utilizzata in precedenza, il nuovo codice ritrae spesso un uomo, probabilmente un sovrano o un membro dell’aristocrazia, con una corda contorta e un pugnale in selce. Davanti a lui tre persone che sembrano osannarlo, tra le quali vengono raffigurate per la prima volta donne dai capelli rossi. Nelle altre parti del codice si possono trovare indicazioni geografiche di elementi naturali come fiumi e città ancora sconosciute.
La ricerca è ancora agli inizi, ma le premesse che possano emergere nuove informazioni sul passato precolombiano sono delle migliori.

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Artiglio di Giaguaro Otto Cervo.

Architetti e orafi: cosa è rimasto dell’arte mixteca

Oltre che per l’originalità dei loro codici, i mixtechi vengono ricordati per le grandi capacità artistiche, soprattutto in campo architettonico e artigianale. Le città locali erano esempi di un particolare stile architettonico volto non solo alla bellezza esteriore degli edifici, ma anche a garantire il benessere e l’assoluto confort delle persone che vivevano all’interno.
Uno dei fiori all’occhiello dell’architettura mixteca è la città di Mitla, edificata sul fondo di una valle ora dominata dalla presenza di maestosi palazzi decorati con fregi geometrici in pietra composti da più di 100.000 mattoncini che, secondo una tradizionale espressione popolare, ricordano la pelle rugosa di un gigantesco serpente. La costruzione della città iniziò intorno all’850 d.C. circa e perdurò fino all’arrivo degli aztechi: il gruppo più vecchio di edifici risulterebbe tuttavia appartenere a un’epoca precedente, collocata tra il 450 e il 700 d.C., con evidenti somiglianze stilistiche con il sito di Monte Albàn. Monte Albàn, di antica origine zapoteca, rappresenta oggi un ibrido che simboleggia la perfetta unione degli stili dei due popoli vicini.
Un altro luogo fortemente evocativo della vena artistica mixteca è la Grande Piramide di Choula, altra città all’epoca tra le più influenti del regno. Si presenta come una collina naturale e costituisce la più grande piramide per volume dell’intero continente americano. Realizzata attraverso successive costruzioni nel corso di dieci secoli, la struttura a gradini misura 500 metri per lato e 64 in altezza, addirittura tre volte più grande della piramide di Cheope!

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Il Palazzo di Mitla.

Legata a questo sito, c’è una famosa leggenda maya secondo la quale l’intero complesso sarebbe stato eretto da uno straniero dalla pelle chiara, barbuto ed eccezionalmente alto, giunto dal mare con alcuni compagni a bordo di una zattera “che si muoveva da sola”. Questa descrizione ricalcava in parte quelle di divinità incaiche, venerate soprattutto in Perù, dette viracocha, maestri nella scienza e nella magia capaci di guarire i malati solamente con il tocco delle loro mani e addirittura in grado di far resuscitare i morti. I viracocha avrebbero trasmesso conoscenze avanzate agli indigeni come la matematica, l’astronomia, l’agricoltura e il calendario.
In tutta la valle di Oaxaca sono presenti numerosi siti archeologici di antiche città mixteche in cui si possono ancora oggi osservare imponenti edifici magnificamente decorati. Un luogo antico e considerato sacro per la cultura indigena locale è invece il sito dell’antica cava del bacino di Coixtlahuaca, Ndaxagua, chiamato anche El Puente Colosal, nella parte nord-occidentale di Oaxaca. Altri siti archeologici noti sono Cerro de las Minas, Etlatongo, Tutupec e Yucuita.
I mixtechi furono anche abili orafi e gioiellieri; i loro manufatti artigianali, di pregevole fattura, erano diffusi e famosi in tutto il Mesoamerica: prodotti in pietra, legno e metalli (oro e altre leghe) con il metodo della cera persa, venivano apprezzati da tutte le popolazioni centroamericane e in parte vendute e scambiate. Erano esperti anche di arte musiva e realizzavano splendidi mosaici utilizzando tessere di turchesi e di madreperla. I prodotti artigianali dei mixtechi costituirono una significativa parte del tributo che la popolazione dovette pagare agli aztechi dopo esserne stata sottomessa.
Per quanto riguarda l’aspetto folclorico, di notevole rilevanza è la festa della Guelaguetza, di antichissima tradizione, spettacolare cerimoniale molto sentito dalla popolazione locale che si svolge a giugno a Oaxaca: l’ambiente si trasforma in un “trionfo di colori, musica, balli e danze”. Etimologicamente la parola guelaguetza significa dono, e fa riferimento all’uso ancestrale della mutua assistenza tra gli abitanti dei villaggi ai tempi in cui l’economia rurale era esclusivamente fondata sul baratto in natura. Il dono poteva essere rappresentato dalla partecipazione di diverse famiglie a un’opera di bene, così come dalla costruzione di una capanna, ricambiata successivamente con la tessitura di una coperta, l’offerta di una parte del raccolto, vasellame o utensili agricoli. Questo sistema di scambio e condivisione, focalizzato sull’obbligo-diritto al dono reciproco, veniva ereditato e tramandato di generazione in generazione.

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La colossale piramide di Choula.

La letteratura, come accennato anche riguardo al sistema di scrittura, è stata una componente dell’universo culturale mixteco protagonista di una storia tumultuosa. Anticamente, prima dell’avvento europeo, i pochi componimenti letterari venivano tramandati solo oralmente grazie ad alcuni membri colti dell’élite di funzionari e depositari della conoscenza: le devastazioni dei conquistadores e l’uccisione di molti indigeni minarono questa tradizione, tanto che una considerevole componente del patrimonio orale mixteco svanì con la morte dei dotti testimoni di questo sapere. Gli stessi codici, in quanto narrazioni di vicende storiche e saghe mitologiche, sono da considerarsi a tutti gli effetti letteratura, tra le poche manifestazioni scritte di questa civiltà. Tuttavia anche questi fonti non sono complete e a noi sono giunti soltanto pochi esemplari.mixtechi geroglifici
Nel primo periodo coloniale, i missionari cattolici insegnarono agli indigeni, per lo più appartenenti alla nobiltà, a leggere e scrivere usando l’alfabeto latino: così, grazie a questa iniziativa, alcune opere scritte di locali sono arrivate fino a noi. Con il passare dei secoli, la letteratura mixteca ha ripreso forza avvicinandosi però soprattutto alla sfera popolare e continuando a essere trasmessa principalmente in forma orale. Negli anni Novanta del Novecento, in Messico è tornata di moda la letteratura indigena: nell’area di nostro interesse questo rinascimento culturale ha riguardato prevalentemente gli abitanti de la Mixteca Alta, soprattutto delle città di Tlaxiaco e Juxtlahuaca. Si sono affermati scrittori come Raùl Gatica, che ha pubblicato una raccolta di componimenti di diversi poeti mixtechi intitolata Asalto a la palabra, e Juan de Dios Ortiz Cruz, che ha radunato una serie di composizioni liriche regionali producendone anche di nuove. Una di queste, Yunu Yucu Ninu, è stata utilizzata in seguito da Lila Downs, una delle figure chiave della musica contemporanea mixteca, per comporre una canzone.

 

Una migrazione transnazionale

Oggi i mixtechi si aggirano intorno alle 830.000 unità, di cui circa 800.000 ancora presenti entro i confini messicani. La restante parte è stata protagonista di una fiorente emigrazione verso l’estero, con gli Stati Uniti come meta primaria. Questo fenomeno migratorio si sta sviluppando lungo l’arco di tre generazioni, ma va sottolineato che anche lontano dalla propria terra natia i mixtechi sono stati in grado di creare comunità autonome forti e coese, evitando di mescolarsi più di tanto con gli altri gruppi etnici, restando così uno degli ultimi popoli indigeni mesoamericani ancora “indipendenti”.
Il caso mixteco rappresenta uno di quegli esempi nei quali l’identità culturale è rimasta fortemente legata alla patria nonostante la nuova collocazione geografica. Gli emigrati non hanno abbandonato il legame con gli antichi usi e costumi tradizionali “risemantizzandoli” e adattandoli al nuovo contesto territoriale. Non c’è stata una perdita dei valori culturali originari; piuttosto, la migrazione ha contribuito a generare una sorta di “espansione” territoriale e una riaffermazione della cultura mixteca. I mixtechi sono infatti abituati agli spostamenti in quanto nei secoli precedenti si erano più volte mossi dalla regione originaria per trasferirsi in altre zone del Messico.
Negli ultimi decenni invece, insieme agli zapotechi e ai triqui, hanno costituito uno dei maggiori gruppi di migranti entrati negli Stati Uniti. Hanno dato vita a numerose comunità posizionate per lo più lungo i confini tra i due Stati nell’area tra Tijuana e San Diego. Una stima del 2011 registra 150.000 cittadini mixtechi in California e quasi 30.000 a New York City, altro grande sbocco dei flussi provenienti da Oaxaca. Questa tradizione migratoria in territorio a stelle e strisce è regolata dal Mixtec Integrated Devolpment Program che contribuisce a disciplinare gli arrivi. Il fenomeno comporta diversi benefici per l’intera comunità mixteca, essendo una discreta fonte di reddito generale: infatti già tra il 1984 e il 1988 le rimesse degli emigrati inviate in patria ammontavano a circa 2 milioni di pesos annuali.

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Le comunità mixteche formatesi al di fuori dei confini messicani, in particolare negli USA, vengono solitamente definite come transnazionali e transfrontaliere a causa della loro rinomata abilità nel mantenere saldi e contemporaneamente riaffermare i legami sociali tra la madrepatria e le differenti comunità di immigrati all’estero.
Gli antropologi hanno documentato per oltre due decadi casi di soggetti mixtechi che si sono trasferiti da un Paese all’altro riuscendo a costruire legami transnazionali reali e solidi. Il primo fattore di quella che può essere vista come una vera e propria riconciliazione tra identità culturale e frammentazione territoriale è testimoniato dalla sacralità mixteca: la notevole importanza da sempre assegnata dalla popolazione all’aspetto religioso si è rivelata fondamentale in questa circostanza: numerose ricerche hanno sostenuto che il solo trasferimento di icone e simboli sacri della tradizione, portati con sé dai migranti nelle loro nuove dimore, hanno giocato un ruolo determinante nel mantenimento di un’autonomia culturale di gruppo.
L’utilizzo di “etichette razziali” anche nel nuovo contesto territoriale, che considerava i mixtechi in quanto indigeni mesoamericani immigrati di serie b – addirittura collocati su un gradino inferiore della scala gerarchica rispetto ai latinos messicani – ha paradossalmente fortificato le comunità al loro interno che si sono fatte scudo proteggendosi a vicenda, chiudendosi in se stesse e rafforzando, di conseguenza, il loro spirito collettivo e la coesione sociale.
Diversi studiosi hanno individuato negli anni Quaranta l’origine del processo migratorio dei mixtechi dal Messico verso gli Stati Uniti: la crescente industrializzazione aveva rapidamente trasformato l’economia regionale relegando le zone prettamente agricole, come il territorio della Mixteca, alla dimensione di aree marginali.
L’emigrazione è aumentata nel secondo dopoguerra grazie al Bracero Program, stipulato tra i due governi, volto a favorire l’immigrazione in territorio statunitense di lavoratori messicani per le enormi distese agricole della California e per il miglioramento della rete ferroviaria in tutto il West. Nonostante i dettami del contratto – che avrebbero dovuto tenere conto del rispetto di orari di lavoro e condizioni sanitarie adeguate – non siano stati onorati, anche dopo la sua scadenza nel 1964 i mixtechi continuarono a raggiungere gli USA e non hanno mai smesso di farlo.
La vita degli immigrati messicani non è mai stata facile: da sempre discriminati e marginalizzati, spesso venivano apertamente ritenuti criminali. Un passo in avanti per la loro condizione è stato compiuto nel 1991 con la creazione del Bi-National Mixtec-Zapotec Front che, con l’appoggio del governo messicano, si impegna a garantire il rispetto dei diritti umani.

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Le rimesse sono sempre fondamentali per la società mixteca: oggi gli immigrati inviano soldi nel loro Paese d’origine anche attraverso canali informatizzati che agevolano notevolmente questi trasferimenti di capitali. Un altro aspetto importante dell’esperienza oltreconfine mixteca è suggellato dal significativo ruolo delle donne: esse sono sempre più costrette a svolgere impieghi e mansioni precedentemente praticati dagli uomini, come braccianti agricole nei campi e come domestiche nelle case della medio-alta borghesia statunitense.
È frequente che all’interno di uno stesso appartamento vivano più famiglie mixteche costrette a condividere cucina, servizi igienici e stanze da letto. Tuttavia, nonostante la concreta partecipazione al bilancio familiare, i lavori domestici come cucinare, lavare, stirare, occuparsi dei bambini, della salute e degli aspetti religiosi, rimangono per i mixtechi una prerogativa esclusivamente femminile.
L’importanza delle donne si evince anche dalla loro centralità nelle pratiche religiose. Il giorno dei morti, il rituale del Temazcal, 7) gli anniversari dei santi patroni, le celebrazioni di nascite, battesimi, matrimoni e funerali rappresentano eventi collettivi della massima importanza, e vengono tutti organizzati e gestiti da donne. Per i mixtechi queste manifestazioni di gruppo simboleggiano l’espressione più alta della sacralità.
Le donne sono anche quelle che per prime hanno il compito di trasmettere e inculcare i valori della tradizione culturale: tengono unita la famiglia, cucinano e servono i pasti, insegnano la lingua madre e fanno conoscere ai figli gli usi e costumi mixtechi, tramandano oralmente i racconti del passato. Per questi motivi la figura femminile assume una valenza chiave e risulta imprescindibile all’interno dell’intero apparato sociale mixteco.
Le comunità transfrontaliere costituiscono dunque un’efficace manifestazione del complesso culturale mixteco e, grazie al loro saldo legame con le radici territoriali e le tradizioni culturali, contribuiscono in maniera significativa a mantenere vivi i valori e i costumi di quella che è stata ed tuttora una delle civiltà meno conosciute ma più vivaci e affascinanti del Mesoamerica.

 

 

N O T E

1) I mixe o mije sono un’altra popolazione indigena del Messico, abitano le alture orientali dello Stato di Oaxaca: parlano la lingua mixe, appartenente alla famiglia linguistica delle lingue mixe-zoque. A differenza di molti altri gruppi autoctoni i mixe si dimostrano maggiormente conservativi in quanto mantengono l’utilizzo del proprio idioma parlandolo ancora oggi abitualmente. Si pensa siano i diretti discendenti degli olmechi, la prima grande civiltà del Mesoamerica.
2) La Sierra Madre del Sud è una catena montuosa estesa per oltre 1200 km tra il Messico meridionale e l’Istmo di Tehuantepec nello Stato di Oaxaca. Si snoda parallelamente all’Oceano Pacifico e alla Fascia Vulcanica Trasversale, dalla quale è separata dalla depressione del Balsas.
La Sierra Nevada o Fascia Vulcanica Trasversale è un campo vulcanico esteso per 900 km da ovest (isole Revillagigedo nell’Oceano Pacifico) fino al Golfo del Messico. All’interno di questo sistema montuoso vi sono le vette più alte del Paese e rappresenta il limite meridionale della placca tettonica americana.
3) Pedro Alvarado è stato uno dei più famosi conquistadores spagnoli protagonista delle conquiste nel nuovo mondo: partecipò alla conquista di Cuba, alla spedizione lungo le coste dello Yucatan, alla conquista dell’impero azteco. Le sue imprese di maggior “successo” ebbero però luogo in America Centrale (Messico, Guatemala, El Salvador e Honduras), dove è tristemente noto soprattutto per la disumana crudeltà nei confronti degli indios.
4) I Nahua sono popolazioni indigene messicane e centroamericane che parlano una lingua nahuatl: le loro origini sono correlate con la leggendaria città di Aztlan, situata nel Messico settentrionale. Il gruppo più celebre tra queste civiltà furono gli aztechi.
5) Il termine cacicchi era solitamente usato per descrivere i capi di alcune comunità tribali in tutta l’America Latina. Ancora oggi, in Messico, viene utilizzato per indicare il capo di un villaggio.
6) Mexica è un altro termine per designare gli aztechi.
7) Il temazcal è un rito cerimoniale tipico di diversi popoli mesoamericani e consiste in una sauna di purificazione. Nell’antichità veniva svolto come parte di una cerimonia curativa per purificare il corpo in seguito agli sforzi dovuti alle battaglie o anche al semplice gioco della palla. Veniva utilizzato anche per le donne sul punto di partorire e per curare i maiali. È ancora praticato da molti gruppi indigeni per motivi religiosi e sanitari. I temazcal sono strutture permanenti a forma di cupole circolari costruite con rocce vulcaniche e cemento: per produrre il calore, si solevano scaldare queste rocce vulcaniche collocate in un pozzo situato al centro della struttura o nei pressi di un muro.

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