Nazioni proibite e glottofagia

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Il Risorgimento impone la “lingua nazionale”. L’“Avanti!” e la sinistra nel ‘19 contro l’annessione di Bolzano. Goffe e macabre mascherature per rendere anche il Sudtirolo sacro alla Patria. La sconsiderata politica fascista contro ogni articolazione linguistica ed etnica. La Resistenza e la Dichiarazione di Chivasso. Le Alpi come “sacra barriera”. Il cinismo dei governi della Repubblica: niente tutela delle minoranze, se non per scongiurare il peggio. Ma, con ravvicinarsi dell’integrazione europea e con la fine della mistica risorgimentale e unitaria, qualcosa sta cambiando.

La problematica delle minoranze lin­guistiche in Italia è tipicamente risor­gimentale; in effetti, nell’antico regno di Sardegna, comprendente aree lin­guistiche diverse, il bilinguismo, quan­do non addirittura il plurilinguismo, era pacifico. A cavallo delle Alpi, il dominio dei Savoia era stato da sem­pre bilingue: francese nella parte tran­salpina (per lo più franco-provenzale) e italiano nell’area cisalpina (dove pe­rò nell’area franco-provenzale e valde­se era in uso la lingua francese); si ag­giunga che il sovrano con i familiari scriveva anche in piemontese, e che l’inno ufficiale dello stato preunitario (Conservet Deus su re, salvet su regnu sardu) era in lingua sarda. Cavour, benché avesse più facilità a esprimer­si in francese che in italiano (anche in Parlamento), diceva che, fatta l’Italia, occorreva fare gli italiani e in questa finalità rientrava la necessità di di­sporre di una lingua “nazionale”.
Il fatto che i Piemontesi fossero stati all’avanguardia nell’azione militare per l’unificazione d’Italia, e che fosse­ro accusati di fare in realtà un’opera­zione imperialista, era oggettivamente una circostanza piuttosto imbarazzan­te perché la lingua piemontese di ita­liano ha ben poco: nella fonetica, nel lessico, nelle strutture. Preoccupazio­ne degli stessi Piemontesi era quella di “spiemontesizzarsi” per dimostrare che non erano “stranieri conquistatori”, ma “italiani liberatori”. Questa ambiguità, questa contraddizione non era soltanto dei grandi leader ma an­che — possiamo chiamarli così — dei piemontesi. Lo stesso Angelo Brofferio, irriducibile oppositore del Cavour dai banchi dell’estrema sinistra subal­pina, uno dei maggiori scrittori in lingua piemontese, un “cantautore poli­tico” perché componeva canzoni con­testatrici che egli stesso musicava, si ri­fiutava nel 1861 di scrivere per il teatro piemontese perché, sosteneva, così fa­cendo “renderemmo più difficile l’unità degli Italiani”.
In un volumetto stampato a Biella alla vigilia della prima guerra d’indipen­denza (Aiutarello a parlare famigliarmente italiano) Agostino Fecia, autore di questo “metodo pratico e progressivo”, scriveva a mo’ di prologo : “Il grido prolungato di incitamento a la­sciare lo sguajato linguaggio piemon­tese, ed a parlare familiarmente italia­no, ha scosso non pochi…” Insomma, quasi un “grido di dolore” come quello che “non lasciò insensibile” Vitto­rio Emanuele II!
Alessandro Manzoni, nella sua famo­sa lettera al piemontese Giacinto Care­na, propose di rifare i dizionari dialet­tali in quanto mancanti di coordina­mento e di unità del tipo idiomatico a cui riferirsi; il che non era invero faci­le, visto che mancava sempre quel mo­dello italiano che Manzoni aveva do­mandato alla Crusca: il primo volume del dizionario doveva apparire nel 1863 e soltanto nel 1923 si arrivò alla lettera O! A quell’epoca, sì e no il 2% della penisola parlava “italiano” e non, esclusivamente, una di quelle parlate popolari romanze degradate comodamente a “dialetti” della lingua nazionale.
Nel 1859, conclusasi la seconda guerra d’indipendenza, entra nel regno di Sardegna la Lombardia, e si appresta­no a entrare l’Italia centrale (con le ex legazioni pontificie) e meridionale (spedizione dei Mille e crollo del regno delle Due Sicilie); nel 1861, quando ormai lo stato non sarà più il “Pie­monte”, ma il “regno d’Italia” (rima­nevano ancora esclusi il Veneto, il Friuli e il Lazio, oltre ovviamente alle “terre irredente”), l’on. Giovenale Vegezzi-Ruscalla, deputato di Scan­diano (Reggio Emilia), ispettore gene­rale delle carceri (!), presenta alla Ca­mera un progetto di legge per “l’aboli­zione della lingua francese in alcune valli del Piemonte”. Si riferiva, evi­dentemente, alla Valle d’Aosta (dove il poeta patoisant abbé H. Cerlogne gli risponderà “per le rime”) e alle valli “valdesi” (Pellice, Germanasca e bas­so Chisone) di lingua occitana (cioè di lingua d’Oc, o provenzale), ma dove il francese era lingua di culto e di cultura ormai da più di due secoli.
Nel 1866, conclusasi la terza guerra d’indipendenza, il problema è ancora più grave poiché vengono a far parte del regno d’Italia pure il Veneto e il Friuli, dove vi sono anche popolazioni le cui parlate non sono romanze, e cioè neolatine e quindi ritenute natu­ralmente assimilabili al sistema lingui­stico italiano, ma tedesche e slovene; e poi il friulano, pur essendo neolatino, è così diverso dall’italiano… Ci si è al­lora trovati dinanzi al problema di insegnare l’italiano a chi non lo cono­sceva e d’imporre una lingua naziona­le là dove tale non lo era affatto. Quando si trattò di accattivarsi per il plebiscito le simpatie degli “Slavi” (Sloveni) delle valli del Friuli orienta­le, si insistette, da parte governativa, sulla promessa delle scuole gratuite per tutti; per i montanari era ovvio supporre che l’insegnamento sarebbe stato “nella” e “della” lingua mater­na (tedesca e slovena), poiché l’Au­stria, dove aveva aperto scuole, aveva rispettato il principio di nazionalità. Il plebiscito fu votato la domenica, e il martedì già si diramavano le circolari del prefetto con le istruzioni per l’im­mediato processo di italianizzazione di quelle valli che oggi sono ritenute “ita­lianissime”, mentre in realtà erano e sono slovene. Cosi non si faceva altro che continuare le direttive già espresse nel 1864 dal Presidente del Consiglio A. Lamarmora. “L’Italia è una: ha un’unica religione, un’unica lingua, una patria sola, a fronte di quella dell’impero austriaco che è un amalga­ma di popoli diversi di lingua, di reli­gione e di tendenze.”

Dopo la I guerra mondiale

Se le minoranze linguistiche annesse dal 1859 al 1866 erano abbastanza sommerse e sconosciute ai più (Alba­nesi, Greci, Croati della diaspora centro-meridionale non avevano mai dato problemi “etnici”; proprio in quegli anni venivano scoperti e studia­ti con “curiosità” dai linguisti), la li­berazione delle “terre irredente” e le annessioni successive al 4 novembre 1918 ponevano l’Italia in netta con­traddizione con quella vantata “supe­riorità” proclamata dal Lamarmora. Tutta la sinistra negli anni immediata­mente successivi alla prima guerra mondiale si era pronunciata contro queste annessioni, soprattutto quella della provincia di Bolzano. Ci sono pagine dell’“Avanti!” che meritereb­bero di essere rilette; si era prima della scissione di Livorno, e quindi il gior­nale socialista esprimeva ancora la vo­lontà unitaria del partito operaio. Si ricordava come Cesare Battisti si fosse battuto per l’italianità del Trentino, e non per ridurre la provincia di Bolza­no in Italia nelle condizioni in cui si trovava quella di Trento quando era soggetta all’Austria: una tale pretesa, nei due sensi, rimane infatti comunque immorale. Questa antinomia, questo contraddire il discorso della na­zionalità che fu l’anima del Risorgi­mento e la motivazione dell’intervento nel 1915, dovrà notevolmente imba­razzare V.E. Orlando al tavolo della pace, dove non aveva giustificazioni per le conquiste italiane di regioni etni­camente tedesche e slave. Si giunse a goffe e macabre “mascherature”, co­me a trasportare salme di caduti italia­ni in Alto Adige, dove non vi fu un so­lo caduto, per crearvi cimiteri militari e rendere quella terra “sacra alla Pa­tria”. Comunque, alla fine della guer­ra combattuta proprio contro l’Au­stria, l’Italia si trovava anch’essa a essere un “amalgama di popoli”, dove le “nazionalità” diverse diventavano italiane “per forza”, in quanto con­quistate, e non certo per una libera de­terminazione come invece è avvenuto, nei secoli, nello stato confederale sviz­zero.

Il fascismo

Con l’inizio del regime fascista ci fu una contraddizione positiva: nel 1923, con la riforma scolastica Gentile (che più correttamente si dovrebbe chiama­re Lombardo-Radice, poiché questi ne fu l’ispiratore), fu prevista l’utilizza­zione del dialetto nella scuola e vi fu una fioritura di manualetti per le ter­ze, le quarte e quinte classi elementari di traduzioni “dal dialetto alla lin­gua”, ricchi anche di proverbi, modi di dire, leggende popolari (a opera anche di linguisti illustri, come il prof. B. Terracini che curò un’edizione pie­montese). Non si trattava, certamente, di insegnare il dialetto a scuola, ma di tener conto della cultura originaria dell’allievo secondo il dettame peda­gogico “dal noto all’ignoto”. Era il ri­sultato di un lungo lavoro iniziato nel­la seconda metà dell’800 dal maestro della dialettologia italiana, G.I. Ascoli (per il quale “la condizione dei figlioli bilingui” era una “condizione privile­giata nell’ordine dell’intelligenza”), e continuato agli inizi del secolo dai pe­dagogisti più aperti, come appunto G. Lombardo-Radice, E. Monaci, Crocioni, C. Trabalza… Il fascismo non tardò ad accorgersi della contraddizio­ne tra il programma nazionalista (che si apprestava a diventare imperialista) del regime e il rispetto (sarebbe infat­ti improprio parlare di “tutela”) di fatto delle minoranze linguistiche: in­fatti, grazie a quella riforma della scuola, nelle comunità tedesche delle province di Bolzano e Trento l’inse­gnamento continuava a essere bilin­gue ancora nel 1925. Inoltre la presa di coscienza delle diversità etniche, cul­turali, è lievito per le autonomie locali e premessa per il bilinguismo e quindi per la comprensione internazionale: ri­sultati a cui certo non mirava la politi­ca mussoliniana! Nella scuola non si abrogavano le disposizioni introdotte con la riforma del 1923: fu sufficiente scoraggiare l’ulteriore pubblicazione dei “manualetti” dialettali, continua­re nel forsennato spostamento degli insegnanti, per vanificare l’azione illu­minata, umanistica, dei pedagogisti vi­cini a G. Lombardo-Radice (che si vi­de soppressa la rivista, poi fu privato della cattedra e infine costretto all’esilio dove morì).
Anche se il loro discorso era pedagogicamente mode­rato, ispirato all’idealismo e all’at­tualismo, era pur sempre una notevole premessa per il rinnovamento della scuola disponendola a essere “aper­ta” al territorio, e cioè a “pieno spazio”.
L’italianizzazione divenne sempre più goffa e violenta, massiccia e vessato­ria. Divennero italiani i nomi di batte­simo, i cognomi, i toponimi; per que­sti ultimi ricordiamo in Valle d’Aosta i Ponte San Martino, San Vincen­zo, Castiglione, Cormaiore…; in Val Susa, Oulx, Sauze, Venaus di­ventarono Ulzio, Salice, Venalzio; an­che in area piemontese, Druent diven­tò (e purtroppo è rimasto) Druento e in Val Chisone Duc… diventò Duce!
Nella Venezia Giulia si bru­ciarono i centri di cultura slovena (tea­tri, circoli); sui tram di Trieste vi era la scritta “Vietato sputare per terra e parlare sloveno”; vi furono insegnanti che giunsero fino a sputare in bocca allo scolaro cui era sfuggita una parola “slava”! I giovani di leva erano spedi­ti all’altro capo dello stivale e, non co­noscendo che la propria lingua (tede­sca o slovena), non erano in grado di scrivere a casa, in quanto l’italiano era la sola lingua ammessa nella corri­spondenza militare. La problematica delle minoranze linguistiche, che oggi appare a molti come marginale, quasi “esotica”, fu invece ispiratrice della più indomita resistenza, sin dai primi anni della dittatura. Gli sloveni hanno dato il più alto numero di condannati a morte e di condanne in seguito a processi politici per “reati contro la si­curezza dello Stato”.

La Dichiarazione di Chivasso

Arriviamo così alla seconda guerra mondiale e alla Resistenza. La pro­blematica delle minoranze linguistiche costituì uno dei momenti fondamenta­li della lotta di liberazione, purtroppo dimenticato sia dalla politica del do­poguerra che dalle analisi storiografiche. D’importanza pari al “Manifesto di Ventotene”, che è alla base del fe­deralismo europeo, è la “Dichiarazio­ne di Chivasso”1 redatta il 19 dicem­bre 1943 da sei rappresentanti degli in­sorti delle vallate alpine (due valdosta­ni, tra cui Emile Chanoux, martire della resistenza valdostana e ispirato­re del documento, e quattro valdesi), nella quale si richiedevano, per il nuo­vo Stato che sarebbe sorto dalla Libe­razione, autonomie politiche, ammini­strative, culturali, realizzando la sinte­si delle istanze di autonomia e di fede­ralismo tradizionali per la civiltà alpi­na. Le Alpi infatti sono viste dall’Ita­lia ufficiale (e cioè da una prospettiva “romana”) come confine naturale, come “sacra barriera”… mentre, in realtà, non hanno mai divi­so “naturalmente” le popolazioni che vi abitano: dalle Alpi Marittime alle Giulie, abbiamo le medesime etnie nei due versanti; occitani (provenzali), franco-provenzali, tedesco-vallesani (“walser”), retoromanci e ladini, tirolesi, tedeschi carinziani, sloveni. L’economia è sempre stata comple­mentare per i due versanti alpini, e “di là” si passava, senza passaporto, per la ricerca di nuovi pascoli e per le tran­sumanze, per i lavori stagionali e no­madi (taglialegna, carbonai, spazzaca­mini, tagliapietre, selciatori, mura­tori…) o magari anche per cercar mo­glie. I confini politici spezzarono poi questa comunanza di vita e di cultura, affrettando la decadenza e il degrado della società alpina. Il contrabbando fu la logica reazione popolare all’im­posizione delle barriere doganali e a un’economia che privilegia le scelte protezionistiche e autarchiche a scapi­to degli scambi, vitali per le popolazio­ni di montagna.
Nel 1945 alcune di queste istanze si presentarono prepotentemente sulla scena politica: in Valle d’Aosta si par­la sempre più di annessione alla Fran­cia, ed è per scongiurarla che le viene riconosciuto con decreto luogotenen­ziale lo statuto d’autonomia. L’As­semblea costituente affronterà con im­pegno il problema delle minoranze lin­guistiche, affidandolo ad apposita sot­tocommissione presieduta dall’on. Lucio Luzzatto. E molto interessante leggere la conclusione di questi lavori.
I costituenti distinsero le minoranze in due categorie: la prima (che poi sareb­be seconda, come rilevanza politica e giuridica) e la seconda.

Minoranze di serie A e di serie B

Le minoranze della prima categoria sono costituite dalla diaspora degli al­banesi nell’Italia meridionale (un cen­tinaio di comunità, per un totale di circa 100.000 persone, sparse dagli Abruzzi sino alla Sicilia), giunti nella penisola a varie riprese (a cominciare dal XV secolo) per sfuggire ai turchi invasori dell’Albania; dalle tre super­stiti comunità croate del Molise (Ac­quaviva Collecroce/Kruc, Montemitro/ Mundimitar, San Felice Slavo) giunte dalla Croazia sfuggendo, come gli al­banesi, l’invasione dei turchi; le co­munità greche della Puglia (Calimera – che in greco significa “Buon gior­no” – Martano, Castrignano de’ Greci, Martignano, Zollino, Sternatia, Soleto, Corigliano, Melpignano, tutti in provincia di Lecce, nel Salento) e di Calabria (Roghudi, oggi abbandonata per gli smottamenti, con la frazione di Ghorìo; Roccaforte del Greco; Bova; Confoduri con la frazione di Gallicianò, villaggio senza strade e in tragica situazione di isolamento: tutti in pro­vincia di Reggio, nella Jonica), circa 15.000 in tutto. Le origini di queste comunità sono molto dibattute: il fa­moso linguista Gerald Rohlf sostiene che si tratti di antichissimi insediamen­ti resti della Magna Grecia; altri invece le ritengono dovute a recenti immigra­zioni, analoghe a quelle degli albanesi e dei croati. Sempre alla prima cate­goria appartengono le isole tedesche delle Alpi: i walser della Valle d’Ao­sta (i due Gressoney ed Issime) e del Piemonte (Alagna, Rima, Rimella, Macugnaga, Formazza), i “cimbri” (in realtà Austro-bavaresi) dei tredici comuni veronesi (di cui soltanto Giazza/Ljetzan rimane custode del­l’antica lingua) e dei sette comuni vi­centini (la lingua è conservata ancora a Roana/Roboan e a Rotzo/Rotz), i “mòcheni” della
Val Fersina/Feersental e i “cimbri” di Luserna (gli uni e gli altri in provincia di Trento), i carinziani di Sappada/Pladen (Belluno) e del Friuli (Timau/Tichelwang, Sauris/Zahre e Tarvisio); infine i ca­talani di Alghero (Sardegna). In totale circa 150.000 “alloglotti” che mai po­sero allo stato problemi “nazionali” dimostrandosi “italiani in tutto ad ec­cezione della lingua”.
Le minoranze della seconda categoria sarebbero tali nella pienezza del termi­ne poiché hanno posto “seri e gravi problemi” all’Italia, come dimostra la storia contemporanea. Queste mino­ranze sono rappresentate dai “france­si” della Valle d’Aosta e delle valli “valdesi” (in realtà, non francesi ma occitane), dai tedeschi del Sud Tirolo e dai ladini delle Dolomiti, dagli sloveni dei confini orientali (a quel tempo ancora molto incerti). Per queste co­munità, assommanti a varie centinaia di migliaia di cittadini, lo stato italia­no sorto dalla Resistenza si poneva il problema del risarcimento morale, poiché si trattava di riparare ai soprusi e alle angherie patite dalle suddette popolazioni per il solo fatto di parlare ostinatamente la propria lingua mater­na e di contestare, nella maggioranza dei casi, il mancato riconoscimento della loro nazionalità diversa dall’ita­liana. Per queste minoranze non era sufficiente affermare la libertà di usa­re la propria lingua: occorreva altresì garantirne in senso positivo il libero sviluppo culturale, e assicurare loro una tranquillità economica e sociale con appositi strumenti, quali appunto l’autonomia.

“Tutela negativa” e “tutela positiva”

Per le minoranze della prima categoria era invece considerato sufficiente assi­curare la tutela “negativa”, cioè ga­rantire che non avrebbero patito di­scriminazioni a causa della loro lingua “diversa” che, comunque, esse avreb­bero potuto continuare tranquilla­mente a parlare.
Questi concetti di “tutela negativa” e di “tutela positiva” furono poi recepi­ti dalla Carta costituzionale negli arti­coli 2, 3 e 6. L’art. 2 sancisce il princi­pio pluralista: “La repubblica ricono­sce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nella formazione sociale ove svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”
L’art. 3 scende nel particolare e af­ferma: “Tutti i cittadini hanno pari di­gnità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Il “senza distinzione di lingua” assicura la “tutela negativa”, nel senso cioè che, per il fatto di parlare una lingua diversa dall’italiana, il cittadino non patirà alcun danno. Una tutela di que­sto genere va benissimo per le mino­ranze religiose (come i Valdesi, per esempio) le quali non richiedono af­fatto un intervento dello Stato a loro favore, ma soltanto che lo Stato non se ne occupi lasciandole libere di svol­gere la loro testimonianza.
Ma per la minoranza linguistica una tutela sif­fatta non è sufficiente, perché deve ga­rantire non soltanto una mera soprav­vivenza, ma il libero sviluppo. L’art. 3 recita proprio tale importante princi­pio: “È compito della repubblica ri­muovere gli ostacoli economici e so­ciali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impedisco­no il pieno sviluppo della personalità umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’ordinamento so­ciale, economico e politico del paese.” Da questo proclamato impegno di “ri­muovere gli ostacoli che impediscono il libero sviluppo” delle comunità che parlano lingue diverse scaturisce l’im­pegno conseguente sancito dall’art. 6 e cioè la “tutela positiva”: “La repub­blica tutela con apposite norme le mi­noranze linguistiche”.
Se non ci fosse l’affermazione della volontà di “rimuovere…” eccetera dell’art. 3, comma 2, il lettore superficiale po­trebbe vedere nell’art. 6, che prevede “apposite norme”, una contraddizio­ne con il principio di eguaglianza san­cito nel primo comma dell’art. 3 (“senza distinzione di lingua”). Ma, appunto, la legislazione speciale previ­sta dall’art. 6 è una necessaria tutela positiva per le minoranze in quanto, trovandosi in posizione di diversità e di debolezza (in quanto “minoranze”), per potersi assicurare il libero svi­luppo necessitano di una apposita legi­slazione che riequilibri la situazione di partenza.
In uno stato di diritto, infatti, non è sufficiente assicurare che non ci sarà persecuzione, ma è necessario fornire gli strumenti affinché la comunità possa liberamente sviluppare la propria funzione, così importante sotto il pro­filo del pluralismo culturale. L’art. 6 è dunque una specificazione dell’art. 3. Ma se dall’affermazione dei “princìpi fondamentali” (quali appunto sono quelli sanciti dagli articoli 2, 3 e 6) pas­siamo all’attuazione pratica, e si scen­de all’analisi della tutela delle mino­ranze linguistiche in Italia, dobbiamo tristemente rilevare come l’art. 6 sia ri­masto inattuato. Infatti la tutela rea­lizzata dalla repubblica nei confronti delle minoranze è stata parziale e an­che contraddittoria e discriminatoria.

Ma il dettato costituzionale è attuato?

L’attuazione non è mai derivata né motivata dal dettame costituzionale, dimenticato ma per “evitare il peggio”. La figlia del terrorista sudti­rolese Klotz, deceduto alcuni anni or sono in Austria, rivendica al padre il merito di aver comunque giovato alla causa sudtirolese in quanto, senza l’azione dei terroristi, e cioè senza il ri­corso alla violenza delle armi, il gover­no italiano non avrebbe concesso, poi, il “pacchetto” e cioè le misure concor­date con le forze politiche e sociali di lingua tedesca per la tutela della mino­ranza.
Tale affermazione risulta tragi­camente vera; sulle motivazioni della tutela abbiamo anche delle interpreta­zioni “autentiche”. Proprio negli anni caldi del Sud-Tirolo (1962), sindaci e amministratori delle cinque comu­nità tedesche del Piemonte rivolgeva­no una petizione al ministro della Pubblica Istruzione affinché fossero ripristinate, nelle rispettive località, le scuole bilingui così come era prima del 1915. Questa petizione fu consegnata all’on. Pastore, in quanto cittadino di Rima (Valsesia, provincia di Vercelli), e cioè di una delle comunità interessate.
Dopo essere stato più volte sollecitato, finalmente il ministro rispose a chi vi parla, su carta intestata “Consiglio dei ministri”, nel novembre (prot. n. 93500/cc4) in questi termini testuali: “La concessione di una seconda lin­gua oltre quella materna (sic!) è stata finora accordata esclusivamente a quelle regioni a statuto speciale che potevano rappresentare nell’immedia­to dopoguerra una grave minaccia per l’integrità dello Stato”.
A parte il fatto che si domandava pro­prio l’insegnamento della “lingua ma­terna” e non di altra “seconda”, la morale è evidente: se non si “minac­cia”, niente tutela; poiché i walser valsesiani sono bravi cittadini, e non minacciano, non avranno la lingua madre insegnata a scuola! In tal modo si dà evidentemente ragione alla signo­rina Eva Klotz: se suo padre non aves­se “minacciato”, il Sud-Tirolo non avrebbe ottenuto nulla, alla faccia dell’art. 6 della Costituzione!
Abbia­mo la controprova esaminando la tu­tela delle minoranze linguistiche in Ita­lia: anziché derivare dal principio co­stituzionale, e da ragioni di intelligen­za politica (nel senso che è una ric­chezza per lo Stato il poter disporre di comunità naturalmente bilingui), è stata “concessa” alla Valle d’Aosta, come abbiamo detto, per scongiurare un’eventuale annessione alla Francia nell’immediato dopoguerra; alla pro­vincia di Bolzano per tema che otte­nesse di riunirsi al Nord-Tirolo, e in attuazione del trattato De Gasperi – Gruber che impegnava la repubblica italiana a concedere l’autonomia al Sud-Tirolo: il “pacchetto” sarà poi votato dal parlamento proprio per sconfiggere la piaga del terrorismo; agli sloveni della provincia di Gorizia, in quanto le scuole nella loro lingua furono istituite dai partigiani e già era­no funzionanti quando la città fu defi­nitivamente assegnata all’Italia; e agli sloveni della provincia di Trieste, perché l’Italia vi era obbligata dal trat­tato di pace (confermato da quello di Osimo).
Si tratta dunque di “costrizioni” do­vute alla pressione internazionale, ai trattati o addirittura alla violenza: ma mai, purtroppo, ci si richiamò sovra­namente alla Costituzione della repub­blica che, in materia, è una delle più avanzate d’Europa (superata soltanto dalla Spagna odierna)! Tant’è vero che le altre minoranze, che abbiamo prima ricordato, non hanno avuto la benché minima tutela. Si giunge all’as­surdo per cui la medesima comunità etnico-linguistica, ripartita in più pro­vince, ha un diverso trattamento a se­conda delle località, persino quando esse facciano parte della medesima re­gione a statuto speciale!
Abbiamo così gli sloveni: tutelati in provincia di Trieste per gli obblighi di reciprocità con la Jugoslavia (tutela dell’italiano in zona B, e dello sloveno in zona A); meno tutelati in provincia di Gorizia, dove le scuole slovene sono una conquista della Resistenza; il nulla assoluto per gli sloveni della provincia di Udine. Eppure Trieste, Gorizia e Udine fanno parte della medesima re­gione Friuli-Venezia Giulia! Così nep­pure i ladino-friulani, compresi in quella regione, sono tutelati, benché l’art. 3 dello statuto regionale preveda la salvaguardia delle caratteristiche et­niche e culturali di “tutti” i gruppi lin­guistici.
La provincia autonoma di Trento fa parte con quella di Bolzano della re­gione autonoma Trentino-Alto Adige: ma i gruppi ladini e tedeschi del Tren­tino sono privi di tutela (soltanto da pochi anni in Val di Fassa sono state istituite nella scuola dell’obbligo un paio d’ore di “cultura” ladina, del tutto inadeguate per il recupero e lo sviluppo della lingua). Alcuni comuni “finitimi” alla provincia di Bolzano furono annessi a quest’ultima; ma al­tri, perché più lontani, rimasero in quella di Trento, senza l’insegnamen­to della lingua materna a scuola: il di­ritto, dunque, è stato misurato non sul dettame costituzionale ma a chilome­tri! Ed è triste constatare che nessuna voce si sia seriamente levata per recla­mare la tutela degli alloglotti del Tren­tino: neppure quella della “nuova si­nistra” che si riproponeva un’azione libertaria al di fuori degli equilibri di potere etnico nelle due province.
I  ladini della provincia di Bolzano (valli Gardena, Badia e Marebbe) sono invece tutelati evidentemente perché visti da Roma (e da Trento) in funzio­ne di “disturbo” del gruppo tedesco; tant’è vero che non ci si cura dei ladini che rischiano, invece di intedescarsi, di italianizzarsi!
I tre comuni tedeschi della Valle d’Ao­sta non hanno alcuna tutela benché siano in una regione a statuto speciale; e così dicasi per gli albanesi di Sicilia e per i catalani in Sardegna (dove lo sta­tuto speciale non prevede neppure la tutela della lingua sarda).
Abbiamo visto come la sottocommis­sione per le minoranze, in sede di Co­stituente, facesse la discriminazione tra minoranze di serie A, meritevoli di tutela, e di serie B, da ignorare. Ma siffatta discriminazione, fortunata­mente, non compare nella Carta costi­tuzionale: ne discende che tutte le mi­noranze vanno tutelate, e non soltanto quelle che “minacciano”. Le valli “valdesi”, considerate “francesi” (mentre sono occitane, cioè di lingua d’Oc: ma tale situazione era nota soltanto a po­chi specialisti) in quanto il francese fu, come abbiamo detto, per tre secoli lin­gua di cultura, per i commissari costi­tuenti meritavano di essere di serie A, probabilmente per il contributo dato alla Resistenza (anche con la “Dichia­razione di Chivasso” citata), ma furo­no invece totalmente dimenticate; così come ignorati (a livello politico non se ne conosceva neppure l’esistenza) gli altri Occitani delle valli di Cuneo e To­rino.

Le minoranze resistono

La mancata attuazione del dettame costituzionale non ha dato luogo però unicamente alla resistenza violenta dei sudtirolesi; e vi sono stati casi di resi­stenza pacifica che meritano di essere ricordati: mi limiterò ai più emblema­tici e più strettamente legati all’opera di sensibilizzazione che dal 1964 svolse in Italia l’Associazione internazionale per la difesa delle lingue e delle culture minacciate (AIDLCM). Dopo aver partecipato alla sessione di lavoro del “Comitato federale per le comunità etnico-linguistiche e per la cultura re­gionale in Italia” (Sezione dell’AIDLCM per la repubblica italiana) a Roana/Roboan (Vicenza), il sindaco di Sappada/Pladen (comunità tedesca del Cadore, Belluno), G.Piller Puicher, ebbe l’iniziativa di scrivere “Gemeinde Haus” accanto a quella di “Municipio” sulla Casa del comune, nonché di mettere la tabella bilingue “Sappada/Pladen” (1974) anche in attuazione della legge regionale del Veneto dell’8-4-1974 per la valorizza­zione del patrimonio culturale e lingui­stico del Veneto. Immediatamente il viceprefetto di Belluno, De Luca, intima (trasmettendo l’ordine anche alla compagnia dei carabinieri!) di ri­muovere ogni scritta in tedesco (lettera protocollo n. 987 del 23 agosto 1974). Due anni dopo, rinnovatasi
l’ammini­strazione, il Consiglio comunale deli­bera ancora di mettere le iscrizioni bi­lingui (deliberazione n. 52 del 2.8.1976). Questa volta è il Comitato regionale di controllo (prot. n. 1821) che con una comunicazione, in cui la grammatica italiana era violentata senza pietà, boccia la delibera e giunge persino a “epurare” la legge regionale da ogni finalità “linguistica” facendo propria la iniziativa illegittima del vi­ceprefetto De Luca di cattiva memo­ria: l’art. 6 della Costituzione non ri­guarda i Tedeschi di Sappada! Il caso fu ampiamente riportato dai giornali e il Comitato federale dell’AIDLCM fece, proprio a Sappada/Pladen, un memorabile convegno in quello stesso 1976.
Nel 1978 lo scrittore e poeta di Alghe­ro Rafael Carria, dipendente dell’ae­roporto di Sassari, ebbe l’iniziativa di aggiungere al benvenuto in inglese e francese anche quello catalano: lingue “povere”, ma di casa, e quindi parti­colarmente gradite ai rimpatriati sar­di, i quali hanno diritto a sentire nella propria lingua benvenuto almeno quanto le “colonie” di lingua inglese e francese dell’Aga Khan e della sua corte. Il fermo atteggiamento del Car­ria, che non voleva desistere dai suoi principi, originò una causa di lavoro: la magistratura gli diede torto; solo le lingue ricche e potenti hanno diritto di essere usate all’aeroporto (così come sulla copertina dello statuto del PR, dove non vedo catalano, basco, gaeli­co, bretone, frisone…).
Il sindaco sardista di Bauladu, eletto nel 1980, rifiuta di giurare in italiano e pretende invece di esprimersi in sardo. Il prefetto glielo vieta: sapete chi è il solerte prefetto nemico dell’art. 6? De Luca! Salvo sia un improbabile caso di omonimia, si tratta del “vice” di Bel­luno – quello che voleva mandare i ca­rabinieri a rimuovere le scritte tede­sche a Sappada – che ha fatto carriera e che, probabilmente, non si aspettava di incontrare in Sardegna una “gra­na” analoga a quella scoppiata in Ca­dore. Ben gli sta.
A Trieste il profrssor Samo Pahor, docen­te in una scuola media superiore slove­na , il 10 gennaio 1974 diede a un vi­gile urbano a Trieste le proprie genera­lità in sloveno, rifiutandosi di darle in italiano, avvalendosi dunque delle disposizioni sul bilinguismo comprese nel trattato di pace, pretendendo nel contempo un interprete ufficiale. Con sentenza del 13-12-1974, il pretore di Trieste lo condannava, decretando che Samo Pahor, essendo inse­gnante dipendente dal ministero della Pubblica Istruzione, “non poteva ignorare l’italiano”. Ne consegue che egli è l’unico cittadino italiano che può vantare la conoscenza della lingua italiana per sentenza della magistratu­ra. Malgrado ciò, nel processo d’ap­pello, il professor Pahor insistette nell’esprimersi in sloveno, sicché il tribunale trasmise gli atti alla Corte costitu­zionale perché si pronunciasse sulla le­gittimità dell’art. 137 del Codice di procedura penale. La corte con sen­tenza 20.11.1982 dichiarava non fon­data la questione di legittimità costitu­zionale sull’obbligatorietà dell’uso della lingua italiana, sostenendo però che gli appartenenti al gruppo etnico sloveno possono usare la loro lingua anche nei rapporti con i rappresentan­ti della pubblica autorità, ciò anche in assenza di una legge di tutela della mi­noranza. Ciò nonostante, il tribunale di Trieste con sentenza del 4-3-1982 conferma quella del pretore e condan­na Samo Pahor a 60.000 lire di multa per aver rifiutato di rispondere in italiano a un vigile; non solo, poi­ché durante il dibattimento egli insiste­va “per l’ennesima volta a esprimersi in sloveno, è stato allontanato dall’au­la perché disturbava il regolare svolgi­mento del dibattimento” (testuale, dalla sentenza!). Da ciò deriva che gli appartenenti alla minoranza slovena non hanno il diritto di usare la lingua materna nei rapporti con l’autorità pubblica contro quanto disposto dai trattati internazionali, dalla Costitu­zione e dallo statuto regionale.
Ma la decisione della Corte costituzionale, se non è servita per Samo Pahor, subito dopo ha giovato a un altro cittadino imputato di un fatto analogo: Gorazd Vesel, direttore responsabile del quoti­diano sloveno di Trieste “Primorski dnevnik”, si è trovato sul banco degli imputati perché nei due giudizi prece­denti (risalenti rispettivamente a sette e cinque anni fa) si è rivolto alla corte nella propria lingua materna, violando così, secondo il parere del procuratore generale, l’art. 137 del Codice di pro­cedura penale. Il 20 maggio 1982 il pretore Trampus, richiamandosi ap­punto all’interpretazione di tale arti­colo contestato, data dalla Corte co­stituzionale nella sentenza del 20 gen­naio, ha prosciolto l’imputato perché l’appartenente alla minoranza slovena può parlare nella propria lingua in giu­dizio, trattandosi di un suo diritto ina­lienabile.

Che cos’è una minoranza linguistica

Abbiamo così, sullo stesso argomento, due decisioni della magistratura italia­na di Trieste del tutto contrapposte, emesse nel succedersi di un paio di me­si! La questione del “diritto all’inter­prete” non è soltanto di “principio” ma ha anche un risvolto socio-economico, poiché è evidente che l’uti­lizzo di interpreti crea posti di lavoro per la minoranza ed è quindi uno sti­molo a mantenere la lingua e a fre­quentare scuole dove l’insegnamento della lingua materna è garantito.
Ma le minoranze sono soltanto quelle che parlano tedesco, sardo, francese, occitano, sloveno, ladino (dolomitico e friulano), albanese, greco, croato? Quando una minoranza linguistica si può definire tale?
A mio avviso il det­tame costituzionale non va interpreta­to restrittivamente (del resto il coin­volgimento di Friulani, Occitani e Sar­di rappresenta di per sé un allargamen­to della problematica, poiché, come abbiamo visto, queste “minoranze” – tali nei confronti della maggioranza di lingua italiana – nell’intenzione del legislatore non erano comprese nelle due categorie e quindi, chiaramente, a esse non si riferiva l’art. 6 della Costituzione), ma in modo di­namico e, se vogliamo, in senso liber­tario: per cui non si deve attendere che i linguisti si mettano d’accordo sulla distinzione lingua/dialetto, cosicché alcuni idiomi sarebbero “lingua” e dunque meritevoli di tutela, mentre al­tri “dialetto” e quindi destinati a soc­combere. Altrimenti si finirebbe per “contare” gli specialisti favorevoli a una tesi o all’altra, e per vantare, in di­fesa della propria “ lingua”, l’avallo di questo o quell’uomo di scienza (co­me se si trattasse di proporre una pasta dentifricia riconosciuta valida da 95 dentisti su 100). A un’interpretazione che ci porta alla “concessione” disce­sa dal Palazzo (octroyée, direbbero i Francesi) a favore di una comunità, preferisco quella che sottolinea l’im­portanza di “riconoscersi” nel detta­me costituzionale. In altre parole l’art. 6 riguarda tutti coloro che, coscienti di possedere una lingua diversa, ne pre­tendono la tutela. Chi decide deve es­sere colui che patisce la discriminazio­ne: non lo scienziato e neppure il poli­tico; chi non vuole che la propria lin­gua sia “tagliata” ha diritto alla paro­la.

“Lingua” e “dialetto”

La tendenza di alcuni difensori delle “lingue tagliate” (come Ser­gio Salvi, autore di un famoso saggio omonimo edito da Rizzoli) è, per loro stessa definizione, “nazionalitaria”: sarebbero le “nazioni proibite” le sole legittimate ad avere una “lingua” che non si deve “tagliare”. Sembra invece ad altri (per esempio G. Barbiellini Amidei, autore del Minusvalore, Rizzoli; Ul­derico Bernardi, di cui si veda, specialmente, Le mille culture, Coines, Firenze; e, tra i linguisti, Tullio De Mauro) che il discorso vada impo­stato sulla riappropriazione che le classi dominate hanno il diritto di ri­chiedere; riappropriazione della lingua e della cultura degradate, e poi a poco a poco eliminate, dalle classi dominan­ti.
La distinzione lingua/dialetto è una trouvaille borghese: non c’è alcun cri­terio scientifico idoneo a stabilire quando una parlata sia “lingua” e quando “dialetto”; in effetti, a secon­da dei tempi e dei luoghi, il medesimo strumento linguistico può essere, alter­nativamente, considerato nelle due di­verse definizioni.
Storicamente possia­mo per esempio ricordare le vicende della lingua d’oc; “lingua”, appunto, quando tra tutte le parlate romanze di­venne la più illustre, al tempo dei tro­vatori, sino al XIII secolo, quando l’Occitania (oggi Francia meridionale) venne messa a ferro e fuoco dai “cro­ciati” e cioè dal papa e dal re capetingio (Luigi IX, che per questi meriti poi fu fatto santo) i quali, presa a pretesto l’eresia catara (o albigese), conqui­starono l’Occitania per sottometterla al potere regale di Parigi. Decadde quindi a povero dialetto ma, nella me­tà del secolo scorso, fu letterariamente riscattata da Frédéric Mistral e dai suoi felibri e oggi, grazie soprattutto alla sfida della giovane Occitania im­pegnata e militante, ha riacquistato la dignità di lingua.
Ma non soltanto nel tempo può varia­re lo status di un idioma; ciò può avve­nire contemporaneamente in luoghi diversi. Così il catalano era dialetto nella Spagna franchista, ma è pur sem­pre stato lingua nel principato d’Andorra; il gallego era a livello di dialetto in Spagna, ma è la lin­gua del Portogallo dove, appunto, si chiama “portoghese”. L’olandese è la lingua ufficiale dei Paesi Bassi, e così pure (ma in seguito a un’esaspe­rata conflittualità) è lingua (il fiam­mingo) nella metà settentrionale del Belgio; ma è dialetto nelle Fiandre francesi (Westoek) ed è volgare verna­colo, privo di rilevanza amministrati­va e letteraria, in Germania (il Plattdatsch).
Il retoromancio (o ladino) è lingua “ufficiale” nel Canton Grigioni, è quarta lingua nazionale della Confederazione elvetica, è ancora lingua nella provincia di Bolzano, ma è dal potere italiano relegato al rango di dialetto nelle altre valli “italiane” (?!) delle Dolomiti e del Friuli. Se un giorno Ranieri si sveglias­se con l’idea di redigere gli atti ufficiali del principato nel “dialetto” ligure del luogo, il monegasco diventerebbe “lingua” (tant’è vero che la chiesa cattolica, che ostacola la messa in friu­lano e in piemontese, così come pre­vedibilmente l’ostacolerebbe in ligure, celebra invece nel principato di Mona­co anche in monegasco!)
Si tratta, allora, di un fatto squisita­mente politico, perché è il potere che stabilisce quando una lingua è tale, oppure quando convenga lasciarla morire come dialetto. In termini pasoliniani, potremmo dire che la lingua è lo strumento linguistico del Palazzo, mentre il dialetto è lo strumento linguistico alternativo, la Cenerentola che si vorrebbe condan­nare a morte di focolare (il dialetto buono per il “mondo dei vinti”, per la società agricola arcaica; ma non per l’amministrazione pubblica, la scuola, la chiesa, la lirica autentica… eppure la lingua della Bibbia è divenuta quella di uno stato moderno!) mentre le sue sorellastre (le lingue romanze più for­tunate) vanno, con la matrigna, alle feste (e ai fasti) del Palazzo reale, do­ve i valletti dalla livrea purpurea, usi per deferenza a camminare a ritroso, erano in piemontese chiamati gàmber ross
Al potere fa comodo togliere di mezzo quanto ancora gli è alternativo, ridu­cendolo prima in posizione subalterna per poi eliminarlo più facilmente. La lingua “mandarina” (cioè dei funzio­nari del potere accentratore) è, a tal fi­ne, strumento tra i più idonei. Degra­dando la parlata da lingua a dia­letto, le si toglie ogni utilità: si eserci­ta così un’operazione tipica della tec­nica del consenso, in quanto l’interes­sato, ormai convinto che la propria lingua non ha alcun valore, la sacrifica senza resistenza… credendo, anzi, di emanciparsi.
Esiste, a mio parere, un uso capitalistico della lingua che è consequenziale al sistema consumistico del neocapitali­smo, bisognoso di trasformare i pro­duttori di beni alternativi in consuma­tori, così i “produttori di cultura” (quali, appunto, sono coloro che par­lano “diverso”) in “consumatori” di una cultura omologata, omogeneizza­ta, premasticata e diffusa dai mass media già controllati dal potere. Il fe­nomeno è palese sotto il profilo eco­nomico: le economie alternative (arti­gianato, agricoltura) sono disin­centivate perché non funzionali ai grossi concentramenti di capitale. Così economia e cultura vengono fagocita­te dal sistema. Là dove c’è una forte coscienza della diversità culturale e linguistica le dittature hanno avuto vi­ta dura: infatti il franchismo ha trova­to la resistenza più indomabile proprio in Euskadi (Paesi Baschi) e in Catalo­gna. Così pure la grandeur  dell’Exago­ne francese, De Gaulle e i suoi succes­sori, e la politica dell’Europa delle Pa­trie, contrapposta a quella dei popoli, debbono fare i conti con le realtà bre­toni, occitane, corse, e in genere con tutte le “nazioni proibite” fagocitate dall’imperialismo capetingio, e le mi­noranze linguistiche tuttora presenti entro i confini della Francia.
Quando le classi dominate dovranno presentare il conto delle espropriazioni subite, sulla lista ci dovrà essere, oltre al valore dei beni prodotti (il plusvalo­re accumulato a profitto del capitale), alla salute, all’istruzione, alla dignità umana, anche il valore della cultura originaria, degradata (appunto: da “valore” linguistico a “minusvalore” dialettale; da “bilinguismo” a “di­glossia”) e poi eliminata: la rapina del minusvalore dopo quella del plusvalo­re, come denuncia il sociologo Barbiellini Amidei.
Il concetto “tu non parli una lingua, ma un inutile dialetto; la lingua impor­tante l’impari da noi nelle nostre scuo­le” è strumentale per il colonizzatore; una pratica collaudata nel Terzo Mon­do quando si contrapponevano le lin­gue di Shakespeare, Racine, Cervan­tes, Camoes, Goethe, Dante, ai pove­ri linguaggi “barbari” delle popola­zioni extraeuropee.
Un discorso ana­logo (recuperato ogni tanto anche dal professor Tristano Bolelli sulla “Stampa”, per cui il piemontese è un dialetto perché non può vantare capolavori let­terari… A parte l’opinabilità di tale giu­dizio, frutto forse anche di scarsa in­formazione, una lingua è tale prescin­dendo persino dal fatto di essere scrit­ta: così lingue sono sempre state il quechua e l’albanese, anche prima di avere le loro letterature recentissime) serve per declassare a dialetti le lin­gue estranee al Palazzo e per relegarle nella letteratura “vernacolare” e nell’utilizzo folkloristico essenzial­mente “museificante” e quindi reazio­nario. Purtroppo anche taluni che si collocano a sinistra, avendo perduto ogni strumento linguistico alternativo, vedono nel passaggio dal “dialetto” alla “lingua” un momento di emanci­pazione: come se per acquisire una lin­gua fosse necessario dimenticare quel­la originaria (quindi un “o…o…” anziché un possibilissimo “e…e…”), e senza ren­dersi conto che oggi il problema delle classi dominate non si pone tanto in termini di “emancipazione”, quanto invece, di “alienazione”, contro la quale occorre recuperare ogni possibi­le antidoto.
Posta la tematica in questi termini, mi sembra erroneo, deviante e anche mistificatorio continuare a disquisire se questa o quella parlata siano lingua oppure dialetto. Quando si tratta di un idioma cui è praticamente vietato l’uso pubblico e ufficiale (amministrazione, scuola, chiesa), sebbene diverso dalla lingua statale (impropriamente chiamata “nazionale”), è chiaro come la posi­zione sia quella subordinata del “dia­letto”… ma è chiaro, altresì, che tale status può essere dinamicamente ri­scattato; infatti, acquisendo la co­scienza del “valore” di quello stru­mento, ogni comunità è legittimata a chiederne il riscatto con un impegno, con una lotta che costituiscono riaf­fermazione dell’integrità dell’indivi­duo e della cultura della comunità.
Soffocare il bilinguismo naturale, ol­tre che una violenza inaccettabile, è anche un danno economico. Perché, per esempio, i walser (cioè i tedeschi del Piemonte e della Valle d’Aosta) non dovrebbero poter usufruire di una scuola bilingue, mentre chi abita a To­rino e ha possibilità economiche può mandare i figli a imparare il tedesco nelle scuole private? Le nostre comu­nità, già così povere economicamente, potrebbero ricavare indubbi vantaggi da una scuola che sviluppasse le cono­scenze tradizionali del luogo. Oggi il possedere una lingua straniera e, nel caso dei walser, il tedesco, non va­le meno di una laurea… E così dicasi per i croati del Molise (l’Italia non ab­bonda di slavisti!), gli albanesi e i greci della diaspora meridionale, le cui conoscenze “spontanee” potreb­bero essere recuperate per gli scambi diplomatici, economici, culturali con gli stati d’origine.

Pubblicato nel  1984 su:

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