Le lingue neolatine e le radici del piemontese

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Il latino, in origine, fu un dialetto del gruppo italico, parlato dal popolo dei Latini, insediati nel breve territorio sulla riva sinistra del Tevere. Fu il latino antico o arcaico, quello anteriore al latino dell’uso letterario romano nell’ultimo secolo della repubblica, definito e fissato dagli scrittori, ossia quello colto e artificiale. Tuttavia, nonostante il suo predominio nella cultura di quel tempo, a poco a poco vi s’introdussero espressioni in volgare, a cominciare proprio da dove non avrebbe dovuto accadere: dagli strumenti pubblici. I legali attestatori d’allora presero a esprimersi in volgare per la ovvia ragione che le lingue parlate portate alla scrittura debbono – tutte e senza esclusioni – essere comprese chiaramente. E poi, per l’estendersi della romanizzazione, dal momento in cui il latino venne parlato da bocche non latine, inizia la storia delle

lingue neolatine

vale a dire dei dialetti portati alla scrittura, diventati mezzi validi d’espressione per bisogni ancora e nuovamente letterari, politici, amministrativi. Facendo una disamina a grandi linee, i principali gruppi delle lingue neolatine sono sei: il Rumeno; il Portoghese; lo Spagnolo; il Francese, a cui è coordinato il gruppo minore del Francoprovenzale; il Provenzale, che raggruppa gli idiomi principali Guascone, dialetto di Linguadoca, dialetto d’Alvernia, Limosino, dialetti della Rouèrgue e della Quercy, e lo stesso Provenzale, al cui gruppo è coordinato quello minore del Catalano interessante i territori di Barcellona e di Valencia. Al sesto gruppo, ossia al gruppo Italiano, si coordinano quelli minori Sardo-corso, Ladino e Dalmatico. Per quanto riguarda il gruppo degli idiomi Gallo-italici o Celto-padani, che ci interessa in particolare,  esso è composto da: Lombardo, dal quale si distinguono per particolari caratteristiche il Milanese ed il Bergamasco; Emiliano, con particolari caratteristiche per il Piacentino, il Bolognese e il Romagnolo; Ligure, che secondo G. Isaia Ascoli, per certi aspetti sarebbe una sottospecie del piemontese; e per ultimo il

piemontese

in cui si distingue per proprietà a sé l’idioma Monferrino, che nel medioevo ebbe a caratterizzarsi in una regione con una sua ben precisa identificazione politica. Vocaboli monferrini sono usati persino da Dante nella Divina Commedia, come co, per sommità, punto massimo, al limite, o strup, per quantità, frotta, moltitudine. Dunque il Piemontese  appartiene al gruppo degli idiomi gallici risalenti a popolazioni celtiche o celtizzate insediate a nord dell’Appennino, rilievo che sempre Dante diceva segnare i maggiori limiti dialettali (De Vulg. El. I-X).
Circoscritto alla catena alpina, il parlare piemontese si accentua in dialetti francoprovenzali in alcune valli, e più a sud in provenzale. Dalla Valle d’Aosta, giù fino al colle di Tenda, la parlata francoprovenzale dimostra tuttavia che anche un’aspra catena di monti, quali ad esempio le Alpi occidentali, può non dividere affatto linguisticamente un territorio. Le genti valdesi delle valli piemontesi si esprimono nel provenzale che è al di là della catena del Monviso; i valdostani si esprimono nella parlata savoiarda che è al di là della catena del Monte Bianco.

Vediamo ora come sia interessante seguire la derivazione delle lingue neolatine dal latino medioevale, dell’infiltrarsi del volgare che con il passare del tempo rese sempre più lontano e incomunicante la lingua classica. Una

formula battesimale del secolo VIII

riferibile al gruppo linguistico provenzale – esteso tra la Francia meridionale, il Piemonte, il Delfinato e la Linguadoca – formula di rito durante il pontificato di Santo Zaccaria (741-752), si recitava cosi:

In nomine de Patria et Filia et Spiritua Sancta…

Ecco come il “dialetto” offuscava già il purismo latino degli scrivani del tempo. Tradotto nella

lingua romanza dell’842

(da romanice, avverbio per distinguere il neolatino dal barbarice teutonico) è questo giuramento di Luigi il Germanico fatto a suo fratello Carlo il Calvo:

Pro Deo amur et prò christian poblo et nostro commun salvament, d’ist di in avant, in quant Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in cadhuna cosa, sicum om per dreit son fradra salvar dift, in o quid il mi altresi fazet; et ab Ludher nul plaid nunquam prindrai qui, meon voi, cist meon fradre Karle in damno sit.

Questa solenne promessa di Luigi il Germanico rappresenta il primo documento del Francese che si conosca, e prova come nel secolo IX la lingua francese antica assomigliasse al piemontese; non solo, ma pure quanto il volgare fosse già filtrato nel latino, appunto per rendere chiari e inequivocabili i concetti espressi con lo scritto.
È dell’anno 890 la cosidetta

cantilena di Santa Eulalia

scritta nella lingua volgare o romanza, che ci consegna quella che era una cantata popolare, molto diffusa. Ecco una parte del manoscritto composto di ventinove righe, conservato presso il Museo di Valenciennes:

Buona pulcella fut Eulalia
Bel avret corps bellezour anima.
Voldrent la veintre li Deo inimi,
Voldrent la faire diaule servir.
Elle no’nt eskoltet les mais conselliers,
Qu’elle Deo raneiet chi maent sus an ciel;
Ne por or ned argent ne paramenz,
Por manatce regiel ne preiement…

La trasformazione del parlare è validamente documentata dalla seguente iscrizione funeraria rappresentante la

lingua romanza del X secolo

Requiiscit membri bone memorie Andolena
bona caretate suam

in cui lo scontro tra latino e lingua romanza è ormai evidente con il progredire di questa rispetto a quello.
Dell’anno 980, o vicino a questa data, è un manoscritto che presenta una mescolanza dei volgari francese e provenzale, intitolato:

Passion du Crist

che inizia con:

Hora vos die vera raizun
de Jesu Christi passiun:
los sos affanz voi remembrar
per que cest mund tot a salvad.
Trenta tres anç et alques plus,
des que carn pres, in terra fu:
per tot obred que verus deus,
per tot sosteg que hom carnals.

continuando in 129 strofe, ciascuna di 4 versi, appartenenti ai “Poemi” della Collezione di Clermont-Ferrand.
Nel medesimo periodo (fine del secolo X) fu scritta la

Vie de Saint Léger

altro poemetto che racconta la vita di san Leogedario utilizzando la Lingua d’Oil (francese antico), frammista a molte espressioni in Lingua d’Oc (provenzale antico).
La prima delle quaranta strofe di cui si compone è la seguente:

Dominedeu devemps lauder
et a sos sancz honor porter;
in su’ amor cantomps del sanz
quae por lui augrent granz aanz,
et or es temps et si est biens
quae nos cantumps de sant Lethgier
Primos didraai vos dels honors
quae il auvret ab duos seniors;
apres ditrai vos dels aanz
que li suos corps susting si granz,
et Ewruins, cil deumentiz,
qui lui a grand torment occist.

 Di sicura collocazione tra i primi documenti, se non addirittura il primo, nella storia della lingua provenzale, è un manoscritto noto come

Poema di Boezio

collocabile tra gli anni 1000 e 1050, composto da 257 decasillabi di un componimento più esteso, conservato nella Biblioteca d’Orleans:

Nos iove omne, quandius que nos estam,
de gran follia per foli edat parllam;
quar no nos membra per cui viuri esperam,
qui nos soste tan quan per terra annam
e qui non pais que no murem de fam,
per cui salv’ esmes per pur tan quell clamam.
Nos iove omne menam ta mal iovent,
que us non o preza sis trada son parent,
senor mi par, sili mena malament,
ni l’us vell’aitre sis fai fals sacrament,
quant o a fait miia no s’en repent
e ni vers Deu non fai emendament…

Questo frammento fornisce indicazioni su una varietà del dialetto provenzale, il Limosino o Dialetto delle Marche, che concorrerà con altre parlate alla formazione della lingua letteraria della Provenza.
Una poesia che sostanzialmente è una

preghiera alla Vergine

certamente molto antica ma di incerta collocazione storica, si trova in un manoscritto di San Marziale di Limoges, conservato a Parigi.
Le dodici strofette di quattro versi iniziano così:

O Maria, deu maire,
deus t’es e fils e paire:
domna, preja per nos
to fil lo glorios.
E lo pair’ aissamen
preja per tota jen;
e c’el no nos socor,
tornat nos es a plor
………………………
Eva, moler Adam;
quar creet lo Setam,
nos mes en tal afan
per qu’avem set e fam.
Eva mot foleet
quar de queu frut manjet,
que deus li devedet,
e cel que la creet.

Oltre al fascino che tale composizione trasmette, desidero sottolineare la grafia “o” per il suono “u”, mentre la grafia “u” vale per il suono “u francese”, proprio come graficamente si esprimono in Piemontese. Dopo il 1209, per le conseguenze della guerra contro gli Albigesi, che coinvolse duramente Tolosa, la vita galante e liberale delle corti provenzali si spense e i Trovadori, ormai senza fonti poetiche, si dispersero ottenendo ospitalità presso le famiglie principesche aragonesi, italiane e catalane. Ma con l’ospitalità cortigiana e la ritrovata ispirazione poetica corsero anche il rischio di dissolvere e perdere il loro patrimonio culturale.
Mosso dal generoso fine di tutelare cotanto bagaglio, il poeta Raimon Vidal de Basalu, all’incirca nella prima metà del secolo XIII, dalla Catalogna settentrionale, componeva una “grammatica” intitolandola

Le razos de trobar

destinata ai poeti, in cui fissava le regole della dizione elegante e pulita, adottando e invitando ad adottare come lingua la parlata limosina, ossia ciò che sarà poi il Provenzale. Dall’opera del Vidal fa gioire ed emoziona nello stesso tempo il leggere:

Tuit li home qi en aqella terra sunt nat ni norit han la parladura natural e drecha…, et per aizo sun en major autoritat li cantar de la parladura de Lemozi que de negun’autra lenga…

Parole come “Tuit, sunt nat, parladura natural, autra lenga”, oltre al suono stesso del brano, sembrano scritte oggi in Piemonte!
Concatenato e in dipendenza del parlare provenzale è stato il Catalano, sul quale operò lo stesso cambiamento evolutivo subito dal primo. Per curiosità merita considerazione questo scritto che attesta la parlata catalana a cavallo dei secoli XII e XIII, forse il più antico testo che si conosca, tratto da

Les Omilies d’Organyà

Senyor, nostre Senyor dix aqesta paraula per semblant, et el esposa per si elex. Aqul qi ix seminar la sua sement, e dementra qe semenaua, la una sement cadeg prob de la via e fo calzigad, els ocels del cel mengaren aqela sement. Aqest seminador dix nostre Senyior qe son los maestres de sent eglesia, la sement e la predicacio de ihesu crist. Los auzels del cel qi mengaren la sement son los diables qi tolen la paraula de deu de coratge dom per (…) e per pecatz e per males obres…

Prima di entrare nel merito di documenti ormai appartenenti al Piemontese, e per rimanere nel tema delle sue lontane radici,  non si può non ricordare qui, almeno nelle grandi linee, la cosidetta

lingua d’Oc

o lingua occitana, ossia l’antica lingua provenzale, cosidetta dalla sua affermazione oc (sì), da cui Linguadoca, il nome della regione relativa, distinta dalla Lingua d’Oil, che fu il francese antico. Tolosa fu la capitale della Linguadoca, l’antica provincia riunita alla Francia tra i secoli XIII e XVII sotto Luigi IX, Filippo II, Filippo VI ed Enrico IV. L’affermazione oc provenzale vive ancor oggi nella parlata piemontese. È l’espressione “o” in risposta alla chiamata, che vale l’italiano “sì?”. Nel cuneese, l’espressione “o” è adoperata non solo in questo senso ma anche e propriamente per il “sì” affermativo (Borgo S. Dalmazzo e altri). In Valle d’Aosta si risponde con “oi” (Amad, ecc.), espressione che appartiene alla Lingua d’Oil, l’antica neolatina parlata a nord della Loira.
La fusione delle lingue d’Oc e d’Oil determina il

francoprovenzale

l’insieme delle parlate simili o affini (individuato da G I. Ascoli) che si estende su tre Paesi:
in FRANCIA, dal Delfinato settentrionale (dip. dell’Isere), passa il Rodano per coprire la maggior parte del Lionese e la parte meridionale della Borgogna (dip. dell’Ain), la Franca Contea, i territori lorenesi composti da parte dei dipartimenti del Giura, del Doubs, dell’Alta Saona e dei Vosgi;
in SVIZZERA, nei cantoni di Ginevra, Vaud, Neuchàtel, e in una piccola porzione del cantone di Berna, tra il Giura e il lago di Biel; nella maggior parte del cantone di Friburgo e nella porzione occidentale del cantone Vallese;
in ITALIA, il francoprovenzale copre l’arco alpino centrale con le aree romanze della Valle d’Aosta e della Valle Soana canavesana, che con la Valle d’Aosta confina.
Per ragioni etniche, linguistiche, di costume e tradizionali il Piemontese – lingua o individualità che s’intenda – lo si relaziona con il Provenzale nei vari corrispondenti significati. È dunque nella

Provenza

che affonderebbero le lontane radici pedemontane… Partiamo dall’antica Marsiglia, fondata dai Fenici e colonizzata poi dai Greci Focesi intorno al 600 a.C. rendendola florido centro d’una intraprendente colonia ellenica. I Romani, ripetutamente invocati da Marsiglia contro i Liguri, con Quinto Fabio Massimo che debella alcune popolazioni celtiche nel 121 a.C., avviano la signoria romana nella Gallia meridionale. Nel 122 a.C. i Romani fondano Aquae Sextiae (Aix) e quattro anni appresso la colonia Narbo Martius, da cui perverrà poi per tutto il territorio a sud-ovest della Gallia il nome di Colonia Narbonensis.
Marsiglia, vivacissimo centro, non solo sopravvisse alla romanizzazione, ma condizionò e influì ancora a lungo sulla la cultura romana. Secondo Varrone, i marsigliesi praticavano correntemente il latino, il gallico e il greco che usarono ancora come lingua e come grafia nelle epigrafi fino agli inizi del medioevo, ossia sino alla fine del V secolo.
Come sappiamo da Cesare (Comm. de bello gall. VI-14-29) e dalle iscrizioni giunteci dai Galli, anche questi ultimi, confinanti con i marsigliesi “trilingues”, si avvalsero dei caratteri grafici greci. I Romani considerarono la Provincia Narbonensis come parte d’Italia e tanto rispettarono i suoi abitanti da indicarli come provenienti dalla Natione Provincialis. Era nato il nome Provenza ossia Provincia, il territorio che si estendeva fra il Mediterraneo, il Piemonte, il Delfìnato e la Linguadoca; in cui fermentò, per poi ammaliare l’Europa, il Canto d’Amore, la poesia lirica amorosa dei poeti trovadori che dal secolo XI al XIII andarono di castello in castello cantando o recitando versi dolci e aggraziati. Come quelli del trovadore Bemart de Ventadorn:

Quant vei la lauzeta mover

Quant ieu la vey, be m’es parven
Als huelhs, al vis, a la color,
Quar aissi tremble de paor
Cum fai la fuelha contr’al ven.

In Lingua d’Oil cantavano invece i trovieri. La tradizione trovadorica generò la gloriosa letteratura provenzale, rifulgendo sino al secolo XIX, rinascendo ancora e rinnovata nella scuola di poesia provenzale dei Felibres. Ritornando alle lontane testimonianze della Lingua piemontese, il più antico documento che ci sia giunto sino a oggi è del secolo XII; sono i

Sermones subalpini

conservati nella Biblioteca Nazionale di Torino (Cod. D-VI-10). Il brano che segue è ricavato dal sermone XVI:

Nos legem el liber del Rei de Ver Testament, que aquela gent que hom apelava Philistiim preserun l’arca de nostre Seignor en una batailla, si la teneren un grant temp, si lor doné Deus una plaia, zo fo una enfermetà qu’el lor dé en la naie, que hom apela druges… … oi celebrem la sancta natività del nostre seignor Jhesus Xpist segun le carn. or devem esgarder & perpenser in nos messme quan grant fo la misericordia de nostre seignor vers hom plus che vers nuilla creatura que el fees. la premerà creatura que el fei, si fo angel, sicum dit Liber sapientie…

Segnalata da Giovanni Drovetti alcuni decenni addietro, è una “canzone” dovuta ad autore ignoto, in cui è raccontata la

resa di Pancalieri

vale a dire la conquista del Castello di Pancalieri da parte del principe Ludovico d’Acaja, avvenuta il 29 ottobre 1410. Oltre alla descrizione precisa del fatto d’arme, la composizione documenta anche le radici provenzali del parlare piemontese. È conservata nella Raccolta n° 51 degli Ordinali della Città di Torino:

Nota che lo castel de Panchaler que tuit i temp era fronter e de tuit i mal ne stait fontana; per mantenir la banzana. E al pays de peamont trater dermage, gli senour de chel castel nauen lor corage. Ora le bon princi de la Morea Loys gli a descauzà e honoreuolement conquis, que o gil so host fermà e tut entom environà de gent de pé e de gent d’arme. Unt eren trey coglart e quatre bombarde, ma per le vertuy de madona Luysa chel castel ha cambià deuysa si che l’an CCCCX circa le XXII hore lo mercol, ady vintnof de ottovre, higl del castel se son rendù e ala mercy del dit princi se son metù, que gli a de dintre soe gent mandà e la soa bandiera sussa lo castel an butà la qual la na banda biona traversa, en criant aute vox “viva lo princi a part versa”. Al qual Deo per la sa bontà longament dea vitoria e bona santà. Amen.

Citati gli Acaja, non si può di certo tralasciare i Savoja. Perciò ecco alcuni dei

versi di Carlo Emanuele I

detto “il Grande”, non certo per le rime che si dilettava di comporre per dileggiare cortigiani e interlocutori politici… Del vescovo diocesano, inviatogli per ambasciata dal cardinale Ferdinando Gonzaga nell’imminenza della guerra per la successione del Monferrato (1613), rimava cosi:

… a l’é quel bufon del fra
ch’a perdut il monferà;
el pensava mincioner
tut col flus de so parole…

Rimanendo ancora nelle vicende delle guerre monfer- rine, ecco come un ignoto rimatore descrisse nella

Historia de le guerra del Monferrat

i soprusi subiti da Casale per opera della soldataglia. È un interessante documento sul Monferrino che si scriveva nel secolo XVII:

… in cost impresa no pos racontà
adulteri, rapini e sacrilegi,
battut i sacerdot, e fan dla suppa
nel cales consecrat, e a le putte
d’ogn qualità e sensa descrettion
ghe piantan in la ninfa el ravanel…

Del secolo XVIII è invece una sorta di diario intitolato

L’arpa discordata

che l’abate Francesco A. Tarizzo mise in versi all’epoca dell’assedio francese di Torino (1706). È un brano tratto dalla descrizione di un momento della lotta vissuta giorno per giorno dagli assediati:

… sul pi gros de la confusion
me fer quasi cumpassiun
un galantom d’un avucat
che galupava com’um mat
col mustass pa pi gros d’un pugn
benché fus el meis de lugn
con l’instituta da la
con la prucca scarpentà
mandand a piena vus
dal prim a l’ultim su la crus
i generai de franssa
sensa respet e creansa
da volei fe el bravardon
sensa giustissia e rasun…

Il prete F. A. Tarizzo era membro dell ‘Accademia degli Incolti, fondata da Madama Reale; vale a dire da Cristina di Francia, figlia di Maria de’ Medici e di Enrico IV; proprio al re di Navarra il cavalier Bergera – parlando ufficialmente in lingua piemontese – chiese Cristina in isposa per Vittorio Amedeo I di Savoja (sposalizio del 1619). Ancora dell’abate Tarizzo sono i versi che – presi dalla citata Arpa Discordata – desidero presentare, in quanto costituiscono un aperto riconoscimento dei meriti acquisiti dalle donne piemontesi nel corso dell’assedio di Torino del 1706, e documentano altresì la considerazione che già allora la Donna riscuoteva in Piemonte, la sua partecipazione a qualsiasi momento della vita sociale, compresi gli avvenimenti anomali quali i fatti guerreschi:

… e pur le fomne stavo ferme
i ne parlo pa dentr le caserme
ma ent i post dove pi fort
havio da fe i beccamort
sensa mai pose la zappa
o pur cambie de tappa
en compania ai soldà…

 

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