Nepal, crogiuolo di etnie

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Come l’ideologia dell’unità nazionale ha portato al declino di un geniale gruppo etnico, quello dei Nevar della Valle di Kathmandu.

A 7.000 chilometri di volo dall’Italia (l’idea di percorrere in macchina i 9.084 chilometri che separano Trieste da Kathmandu va per ora accantonata, dato lo stato di guerra e guerriglia del Medio Oriente) si estende sui monti dell’Himalaya fino a raggiungere l’estremo limite settentrionale della pianura indo-gangetica, a guisa di vasto, gibboso rettangolo irregolare, lungo, in direzione est-ovest, 800 km e largo tra 90 e 230 km, con una superficie di 140.797 km2, pari a quella dell’Italia settentrionale se vi si comprende la Toscana, un paese che per gli occidentali rappresenta un mondo nuovo, incredibile, sconosciuto, dove tutto è diverso, al limite dell’assurdo: il Nepal, l’unico regno induista del mondo, ove il re è venerato come un’incarnazione di Narayan (Vishnù, conservatore della vita e dell’universo): al suo nome viene, infatti, aggiunto ufficialmente l’appellativo Dev che significa “dio” (re Birendra Bir Bikram Shah Dev).

Chiuso agli stranieri fino al 1951, il Nepal è diventato in questi ultimi anni meta ambita di molti visitatori. Ciò che spinge molti turisti a spiccare il grande volo verso il lontano paese himalayano è soprattutto il fascino delle montagne. Il Nepal, terra dei grandi contrasti e degli assoluti, vanta infatti il maggior numero di “ottomila”: delle 14 montagne che ergono la propria cima oltre quella quota, ben 8 – tra cui l’Everest – si trovano in Nepal, e di esse ben 3 – Dhaulagiri, Annapurna, Manaslu – esclusivamente entro i confini del suo territorio, e una nona – il Shisha Pangma – è visibile anche dalla Valle di Kathmandu, pur trovandosi in Tibet. Vi si trova inoltre la valle più profonda del mondo, l’impressionante forra del Kali Gandaki, immenso canyon scavato dal fiume tra i fianchi di due giganti, il massiccio dell’Annapurna (8091 m) e quello del Dhaulagiri (8165 m).

Un altro motivo di richiamo è l’arte: se Bangkok è stata definita la Venezia dell’Asia, Kathmandu, capitale del Nepal, per la ricchezza dei suoi monumenti e delle sue opere d’arte, può esser chiamata la Firenze dell’Estremo Oriente. La natura ha profuso in terra nepalese le sue meraviglie con grande dovizia, ma non meno generosa è stata l’arte che vi ha disseminato numerosi tesori incomparabili. Un viaggio in Nepal è un tuffo nel medioevo: templi, palazzi, sculture e monumenti, bizzarri e splendidi ad un tempo, affascinano i visitatori, gli Europei in particolare, che, abituati alla presenza dell’arte in ogni angolo del proprio paese, trovano in Nepal il corrispondente esotico della madrepatria, soffusa di spirito affine e di un afflato tutto speciale.

Un terzo elemento, di una validità non trascurabile, si manifesta all’attenzione del visitatore una volta posto piede in terra nepalese: il fascino della sua popolazione. Non si può non rimanere incantati di fronte a questo popolo, seducente per la gentilezza, cortesia, affabilità, letizia, ospitalità. I Nepalesi amano la musica e la danza e creano sempre attorno a sé un’atmosfera di serenità che non si finisce mai di ammirare e invidiare. Il sorriso che, nonostante le dure condizioni di vita, affiora perennemente sulle labbra dei Nepalesi affascina i visitatori. L’incontro col Nepal e con la sua gente rappresenta qualcosa di felicemente traumatizzante: chi una volta ebbe in sorte di contemplarne le bellezze naturali ed artistiche e di venire a contatto con il suo popolo, sente ineluttabile il desiderio di tornarvi ancora una, due, mille volte. Ma c’è un aspetto della realtà nepalese che solitamente sfugge al visitatore affrettato o tutto teso al richiamo delle massime vette della terra o al fascino dell’arte. Paese, come si è detto, dei grandi contrasti e degli assoluti, il Nepal detiene un altro primato che ne fa uno dei paesi più singolari del continente asiatico: la sua popolazione, pur nella relativamente esigua entità (15.020.451 abitanti, secondo il censimento del 1981), presenta una differenziazione etnica rilevante. Vero crogiuolo di razze, il Nepal è un giardino di popoli che, come scriveva Giuseppe Tucci, “facilmente si muovono, migrano, fluiscono, stingono, si insinuano uno nell’altro”, per cui “lo studio etnografico del Nepal, nonostante le molte ricerche fatte, è ancora uno dei più complessi di tutto il mondo”. Questo mosaico di etnie può essere tuttavia diviso in due grandi gruppi:

a) il gruppo indo-ariano o caucasoide, costituito da varie razze indo-nepalesi, con 11 milioni circa di individui (75%);

b) il gruppo tibeto-birmano o mongoloide, costituito da varie razze tibeto- nepalesi, con 4 milioni di individui (25%) circa.

La differenziazione è data da alcune caratteristiche somatiche evidenti, soprattutto il taglio dell’occhio (che è piuttosto obliquo nel secondo gruppo) e la statura (che è, in media, più alta nel primo gruppo) oltre che, evidentemente, dalla lingua, dalla cultura, dalle usanze, dalla religione. I Nepalesi di razza indo-ariana rappresentano la maggioranza della popolazione: di questo gruppo fanno parte le caste (1) più elevate della comunità indù come i Bramini o Brahmani (Bahun in nepalese), (2) i Chhetri (3) e i Gurkha (4) che hanno nelle loro mani i poteri politici, economici e religiosi della nazione, esercitando essi importanti funzioni nel governo, nell’esercito, nel commercio e nella vita religiosa. Al gruppo indoariano appartengono anche i numerosi Indiani che da 300 anni a questa parte sono venuti penetrando entro i confini del Nepal stabilendovisi permanentemente: i loro insediamenti si limitano però ai territori meridionali del paese confinanti con l’India, cioè alle piane del Terai. All’incontro i Bramini, i Chhetri e i Gurkha non sono gruppi etnici limitati a determinate regioni, ma diffusi un po’ ovunque. Nepalesi del gruppo mongoloide rappresentano il restante 25 % della popolazione e sono sparsi in prevalenza nella parte settentrionale del paese, occupando le regioni montuose fino a raggiungere le quote più elevate ai piedi delle grandi montagne himalayane. Alcuni di loro, come gli Sherpa, (5) si sono stabiliti piuttosto recentemente in Nepal, dopo aver lasciato il proprio paese d’origine (Tibet); altri, come i Nevar, risiedono in Nepal da tempi immemorabili così da essere considerati gli aborigeni del paese. I Nevar (mezzo milione di individui), sebbene costituiscano una minoranza (3,5%) dell’intera popolazione, sono il gruppo etnico culturalmente e storicamente più importante del Nepal: chi dice Nepal, dice Nevar! I Nevar sono gli antichi – forse i primi, da oltre duemila anni – abitatori della Valle di Kathmandu, (6) ove ancora oggi risiedono in gran numero, costituendo la maggior parte della popolazione. Alcune località, come Kirtipur e Sankhu, sono anzi costituite quasi esclusivamente da Nevar. Località nevar si trovano anche fuori della Valle – a Banepa, a Panaoti, a Dhulikhel, a Naia, fino a Pokhara – poiché negli ultimi due secoli molti Nevar emigrarono per cercare uno sbocco alla loro attività artistica e commerciale. I Nevar appartengono etnicamente al gruppo mongoloide della razza tibeto-nepalese, con nelle fattezze qualche elemento indo-ariano. Essi parlano il nevari, un idioma del ramo tibeto-birmano del gruppo sinico-tibetano, (7) con una discreta letteratura e con una grafia propria (ora però si scrive con caratteri devanagarici come il nepali). Quanto alla religione, attualmente essi praticano in gran parte l’induismo, ma in origine erano in maggioranza buddhisti. Dal tempo dell’imperatore indiano Ashoka (III secolo a.C.), i cui missionari li convertirono al pensiero di Gautama, essi rimasero fedeli alla loro religione per diversi secoli. Col tempo assorbirono molte usanze induiste portate nella Valle da immigrati e commercianti indiani, diventando a poco a poco indù e adottando infine anche il sistema della caste (sia pure modificato), che fu istituzionalizzato nel XIV secolo da re Jaya Stithi Malla, basandolo quasi esclusivamente sulle professioni e mestieri. Tuttavia, sebbene la maggioranza sia indù con proprie divinità, propri riti e costumi, feste e sacerdoti, e solo una piccola minoranza pratichi l’antica religione, si può dire che tra i Nevar domini soprattutto il sincretismo religioso: molte divinità sono adorate sia dagli Indù che dai Buddhisti (come, ad esempio, Guheshvari e Taleju), altre sono il risultato di una fusione (come Lokeshvara-Machhendranath, mescolanza del bodhisattva Avalokiteshvara dei Buddhisti e del dio Shiva degli Indù), altre hanno le proprie radici in una religione ed esplicano la propria funzione nell’altra (com’è il caso di Mahakala, forma del dio Shiva degli Indù e considerato difensore della fede e protettore dei templi dai Buddhisti).

Ma è specialmente all’arte che i Nevar devono la loro fama: abili intagliatori, valenti orefici e, soprattutto, celebri architetti – l’insolito tipo di costruzione che noi occidentali chiamiamo pagoda è una loro invenzione –, essi hanno creato la quasi totalità dei tesori d’arte del Nepal. L’estro degli artisti ed artigiani nevar si sbizzarrì a creare attraverso i secoli quei capolavori – templi, palazzi, sculture – di cui son ricche le città di Kathmandu, di Patan, di Bhaktapur e di tante altre località della Valle. La fama della loro arte, geniale e nello stesso tempo disponibile ad accogliere influenze culturali ed artistiche diverse, oltrepassò i confini del paese e si diffuse in Tibet e in Cina, grazie anche ad un architetto innovatore di nome Balbahu, meglio conosciuto con l’appellativo di Arniko. Vissuto nel XIII secolo d.C., quindi contemporaneo di Marco Polo, Arniko fu chiamato a Lhasa in Tibet con un gruppo di connazionali per la costruzione della grande stupa (8) del monastero Sa Sakya. Fu celebre anche come scultore: Kublai Khan, nipote del conquistatore mongolo Gengis Khan, lo chiamò a Pechino ad esplicare la sua attività artistica, e la sua opera Canone delle proporzioni fu tradotta in cinese. Numerosi artisti ed artigiani nevar furono chiamati da imperatori cinesi e tibetani nelle loro regge e città a prestare la loro opera e ad insegnare la loro arte. Anche oggi, nonostante il declino seguito alla conquista della Valle da parte dei Gurkha, i Nevar sono orgogliosi della loro abilità artigianale ereditata dagli antenati. Molti, tuttavia, sono rimasti fedeli alla loro antica professione, la coltivazione della terra (i contadini nevar sono chiamati jyapu)\ altri si dedicano al commercio o ai servizi pubblici (e vengon detti shrestha). I Nevar sono pure orgogliosi delle loro tradizioni, come l’attaccamento al vestito tradizionale: per le donne il phariya, una specie di sari nero bordato di rosso, lievemente più corto nella parte posteriore così da lasciare libero il tatuaggio delle caviglie, e per gli uomini il labeda, camiciotto di cotone grigio o beige, il suruval o pantaloni, pure di cotone, molto larghi in alto e stretti lungo le gambe, sostenuti da una lunga fascia di cotone a guisa di cintura nella quale non infilano mai il khukri, il coltellaccio ricurvo dei Gurkha divenuto ormai tradizionale per i Nepalesi, e il topi, il tipico copricapo di cotone dalle più svariate tinte, la cui forma asimmetrica si dice sia intesa a ricordare la conformazione del monte Kailas, sacro sia agli Indù che ai Buddhisti (il topi è diventato il copricapo tradizionale di tutti i Nepalesi). A completare il quadro, vanno ricordati la tipica pipa ad acqua, detta hukka, che i Nevar fumano per lo più nella loro normale posizione di riposo, accovacciati cioè sui talloni, e i bidi, piccoli sigari leggermente conici, sottili e corti, in cui il poco tabacco è avvolto da foglie di diospiro (contrariamente a quanto alcuni pensano, non contengono affatto droghe). Una loro tradizionale istituzione è quella nota col nome di guthi, associazione i cui membri mettono del denaro in un fondo comune per finanziare certi riti, cerimonie e feste: il denaro viene investito mediante la compera di terre ed altri beni che diventano proprietà comune. Altra antica tradizione, cui i Nevar sono molto attaccati, è il cerimoniale funebre: quando qualcuno muore, uomo o donna che sia, il cadavere viene avvolto in un rozzo sudario di cotone bianco, sovente coperto da un altro lenzuolo rosso o arancione, offerto dal guthi cui apparteneva il defun- to. Questi viene deposto su una rudimentale barella, simile nella forma a una scala a piuoli, costituita da due lunghe canne di bambù collegate tra loro da altre sette canne più corte, pure di bambù, disposte trasversalmente. La salma viene trasportata a spalla dal luogo del decesso al ghat, piattaforma crematoria in riva al fiume; ai portatori, a piedi nudi e a capo scoperto, si associano in processione i parenti, gli amici e i musici, per lo più suonatori di tamburo. Non hanno diritto alla barella né al suono dei tamburi i bambini che non hanno subìto il bratabandha, una cerimonia compiuta al III, V o VII anno di età (i numeri dispari sono ritenuti di buon augurio) durante la quale uno zio materno taglia i capelli all’iniziato con un rasoio d’argento o d’oro, ad eccezione di un lungo sottile ciuffo sulla sommità del capo. Privata della barella e dei tamburi è anche ogni ragazza morta prima di andare in sposa all’albero sacro di cui si dirà. Le donne nevar (dette Nevarni) non prendono mai parte ad attività artistiche (musiche, danze o spettacoli teatrali). Alla nascita di gemelli, se il primo a vedere la luce è maschio e il secondo femmina, significa che nella vita precedente essi erano marito e moglie e che la moglie era stata sati, cioè si era immolata sul rogo del marito defunto. Il matrimonio è combinato dai genitori e viene spesso preceduto da una cerimonia speciale celebrata quando la ragazza ha sette o otto anni: essa viene data in sposa ad un certo albero, il bel (Aegle marmelos), alla presenza dei familiari e del prete che celebra il rito. Tutto ciò va a vantaggio della fanciulla che rimane sposata simbolicamente all’albero per tutta la vita: ogni altro matrimonio successivo sarà considerato meno sacro e meno importante, passibile quindi di facile scioglimento. In antico, poi, quando ancora vigeva l’uso dell’autoimmolazione della vedova sul rogo del marito, ciò la liberava dal dovere del sacrificio, essendo ancora in vita l’albero-sposo. Alla tradizione nevar sono dovute molte delle feste religiose celebrate in Nepal come l’Indra Jatra, il Gai Jatra, il Machhendranath Jatra ed altre ancora, come pure molte cerimonie in onore della Kumari, (9) la dea vivente. Alle loro spalle i Nevar hanno un passato glorioso. Nel 1769, tuttavia, la loro storia ebbe una svolta fatidica dopo la quale ci fu il declino, triste e doloroso per un popolo geniale, creatore di tante bellezze artistiche.

Per secoli il Nepal era stato diviso in numerosi principati e piccole monarchie. Tra i primi, il più famoso fu quello di Kapilvastu ove, a Lumbini (40 minuti di volo da Kathmandu), nacque nel 563 a.C. il principe Gautama Siddharta dei S(h)akya che doveva poi diventare il Buddha (l’Illuminato). Tra le monarchie, la più celebre fu appunto quella dei tre regni di Kathmandu, Patan, Bhadgaun, governati dai Malla. Questa dinastia, originaria dell’India settentrionale (il loro nome, infatti, non è nevar ma di origine sanscrita e significa “atleta”), governò la Valle di Kathmandu per quasi sei secoli (1200 circa-1769), dopo essere succeduta a quella dei leggendari Kirati (VIII secolo a.C.-III secolo d.C.), a quella dei Lichhavi (400-750 circa), pure di origine indiana, e a quella dei Thakuri (750-1200 circa). Nel 1482 Yaksha Malia divise il regno tra i suoi figli costituendo una triplice monarchia le cui rispettive capitali furono Kathmandu, Patan e Bhadgaun (Bhaktapur). Per quanto possa sembrare incredibile, i tre secoli della triarchia Malla, politicamente di declino per la Valle a causa di divisioni e ostilità, costituirono un periodo d’oro per il fiorire delle arti, il secondo (in ordine di tempo) dopo quello dei Lichhavi: ciò che di bello possiamo oggi ammirare nella Valle ebbe origine, per la maggior parte, proprio in questo tempo. Chi diede una svolta drammatica e decisiva alla storia del Nepal, seguita dal declino della fiorente attività dei Nevar, fu un uomo – abile statista, guerriero indubbiamente energico e astuto amministratore della cosa pubblica (un “Cavour-Garibaldi-Savoia” nepalese) – apparso nel minuscolo principato di Gorkha a un centinaio di chilometri a ovest di Kathmandu: Prithvi Narayan Shah. Dei piccoli staterelli occidentali il più forte era quello dei Rajput, fuggiti dall’india a metà del XV secolo d.C. sotto la pressione musulmana: essi fondarono la città di Gorkha, a metà strada tra Kathmandu e Pokhara. Nato nel 1723 ed eletto principe di Gorkha nel 1742, Prithvi Narayan Shah ancora adolescente concepì il disegno di unificare l’intero paese. La vicinanza relativa a Kathmandu (si trattava, in fondo, di qualche giorno di marcia) tentò in modo particolare le ambizioni del giovane principe e ne accese il desiderio di conquistare la Valle dei tre regni. Ci vollero quasi venticinque anni di sanguinose lotte prima che egli raggiungesse il suo scopo, ma, dopo una serie di furiosi combattimenti e innumerevoli manovre politiche, alla fine riuscì ad impossessarsi della ricca Valle. Nel 1744 conquistò Navakot che aveva già opposto una fiera resistenza nel 1737 sconfiggendo addirittura l’esercito nemico. Nel 1757 attaccò Kirtipur, una grossa borgata a sud-ovest di Kathmandu, ultimo baluardo della Valle, ma fu respinto. L’attaccò nuovamente una decina d’anni dopo ancora senza successo. Soltanto nel 1768 riuscì finalmente a sopraffarla e, per vendicare le due precedenti sconfitte, fece tagliare naso, labbra e orecchie a tutti gli abitanti maschi, escludendo dalla barbara mutilazione solo i bambini e, essendo egli appassionato di musica, coloro che sapevano suonare uno strumento a fiato. Si dice che le parti mutilate pesassero complessivamente mezzo quintale. Il fatto è storicamente provato – più tardi un ufficiale inglese che reclutava portatori constatò con i propri occhi la cosa – ma non è mai stato chiarito esattamente nelle sue motivazioni reali. Si dice che si trattasse di un atto di vendetta personale di Prithvi Narayan per la perdita d’un occhio subita dal fratello Sur Pratap durante il combattimento contro la cittadina nevar. Un’altra spiegazione afferma che la decisione sia stata presa dal re per terrorizzare gli abitanti della Valle cosicché, vedendo tanti volti mutilati di Kirtipurani per le strade, si sarebbero più facilmente sottomessi. Ancora oggi Kirtipur (il nome significa “Città della Fama”) viene talvolta chiamata per dileggio Nakkatipur (Città dei Nasi Tagliati) e dal tetto superiore del Bagh Bhairav Mandir, il tempio di Kirtipur dedicato alla più terrificante epifania di Shiva, pendono i khukuri (o khukri), i famosi coltelli ricurvi dei Gurkha, usati, si dice, per mutilare i Kirtipurani. Conquistata la fiera cittadina, fu facile a Prithvi Narayan occupare le tre capitali della Valle: il 25 settembre 1769 prese possesso ufficiale del trono di Kathmandu, che nominò capitale del nuovo regno, il quale si estendeva, come l’attuale, dalla frontiera col Sikkim, a est, al fiume Mahakali, a ovest. Il 10 gennaio 1775, pochi anni dopo aver raggiunta la meta sognata in gioventù, egli moriva all’età di 52 anni. La sete di potere dei Gurkha non conobbe limiti: dopo la morte di Prithvi Narayan essi continuarono i loro sforzi per l’estensione del dominio.

Ancor più tetra si fece la situazione a metà del secolo XIX, quando, a gravare il già pesante giogo degli Shah, ci si mise un uomo che segnò per i successivi cento anni il destino del paese, creando un regime governativo sorto da un complesso di dissidi, complotti, intrighi ed anche delitti. Il generale Jang Bahadur Rana, il cui vero nome era Bira Nara Simha e la cui famiglia, come quella degli Shah, aveva dominato sulla regione di Chitaur nel Rajasthan in India ed era stata costretto in seguito all’invasione musulmana a lasciare la patria e a rifugiarsi in Nepal; appena ventottenne fu protagonista di un grandioso colpo di stato che turbò la vita del paese: nella notte del 15 settembre 1846 egli ebbe un ruolo importante nel massacro di ufficiali, nobili e cortigiani avvenuto nel famigerato cortile Kot. Con l’appoggio della regina obbligò il legittimo sovrano Rajendra Bikram Shah a fuggire in esilio a Benares (l’odierna Varanasi) in India e mise sul trono il giovane principe ereditario Surendra Bikram Shah. Nello stesso tempo pose nei punti chiave del governo, dell’esercito e dell’amministrazione pubblica i suoi fratelli e altri parenti stretti e fidati, nominando se stesso primo ministro col titolo di maharaj (termine che, etimologicamente, significa “grande re”) con poteri assoluti e illimitati in ogni campo. Mantenne tuttavia sul trono il legittimo monarca il quale, pur godendo delle insegne reali, delle onorificenze esteriori e del titolo di re con doveri di rappresentanza, veniva ad assumere un ruolo puramente esteriore ed onorifico, privo di ogni autorità e potere: il gesto di mantenere il sovrano sul trono fu suggerito a Jang B. Rana dalla credenza fortemente radicata (ancor oggi) nel popolo che vede nel re la reincarnazione di Vishnù e meglio era non urtare i sentimenti popolari verso il monarca e la dinastia. Un secondo passo verso il consolidamento del potere fu fatto quando J.B. Rana rese ereditario il titolo (e le relative funzioni) di primo ministro, astutamente stabilendo che la linea di successione non fosse da padre a figlio ma che progredisse al fratello più giovane o comunque a un membro adulto della famiglia: ciò per evitare la complicazione, sempre pericolosa, di un reggente nel caso di un erede bambino. E così il destino del paese fu nelle mani di una famiglia con caratteristiche di “clan”, anche se gli Shah continuavano ad essere i legittimi monarchi. I Rana dominarono per più di un secolo la scena politica nepalese e l’ombra della loro dittatura, sovrapponendosi al dominio degli Shah, coprì il paese agli occhi del mondo. Nel 1950 il re Tribhuvan Bir Bikram Shah, nonno dell’attuale sovrano, se ne andò in volontario esilio a Delhi, in India, si fece ispiratore di un movimento contrario al regime dittatoriale dei Rana e organizzò una rivolta popolare che obbligò l’ultimo dei Rana, Mohan Shamsher Rana, a dimettersi (la rivoluzione fu peraltro portata a termine senza spargimento di sangue). Il 15 febbraio 1951 il sovrano tornò a Kathmandu, prese le redini del potere regio e mise le fondamenta per un regime non autocratico, riprendendo nella sua persona, con una nuova concezione dello stato e nuovi ideali, il potere di quei Gurkha che avevano conquistato la Valle di Kathmandu nel 1769, stavolta per introdurre il paese nei tempi moderni, verso nuovi orizzonti democratici e por fine alla politica di isolamento che aveva caratterizzato il regime dei Rana, aprendo le porte ai visitatori stranieri. In effetti il regno di Tribhuvan Bir Bikram Shah, chiamato ormai “padre della nazione”, iniziò una nuova era in Nepal e la sua politica fu continuata dal figlio Mahendra Bir Bikram Shah, successogli al trono alla sua morte, avvenuta nel 1955, e dal nipote Birendra Bir Bikram Shah, l’attuale sovrano, divenuto re nel 1972.

Ma la liberalità, il senso di tolleranza, le sincere intenzioni democratiche degli ultimi tre monarchi non possono togliere l’ombra stesasi sull’intero paese in quel fatidico 1769, quando in nome di una tanto conclamata “unità nazionale” si iniziò un’azione subdola di conculcamento delle realtà etniche, imponendo, tra l’altro, la “lingua statale”, il nepali: spontaneo è l’accostamento della conquista di Prithvi Narayan Shah al nostro “risorgimento” e dell’operato dei Gurkha a quello dei nostri Piemontesi, volti ad apparire non “stranieri conquistatori” ma “Nepalesi (Italiani) liberatori”, storia umana ripetuta a distanza di un secolo a 7.000 chilometri in altro continente, e chissà quante volte e in chissà quali altri paesi ripetuta sempre in nome di quell’unità nazionale, tomba di tante identità etniche.

 

Note

 

1 II sistema delle caste (jat in nepalese), caratteristico della società indù (il Buddhismo vi si oppone fortemente), trae le sue lontane origini dalla separazione e distinzione tra i conquistatori ariani dalla pelle chiara e dai lineamenti angolosi e la popolazione Dasa dalla pelle scura e dal volto piatto, poi favorita dai Bramini come mezzo per conservare la propria superiorità. In Nepal il sistema fu introdotto coll’avvento dei Malla al potere alla fine del secolo XIV. Attualmente non ha più l’importanza di una volta ma, sebbene ufficialmente abolito, continua ad influenzare la vita personale dei Nepalesi (molti dei quali portano tre nomi, il terzo indicante appunto la casta) colla distinzione e la separazione nella pratica di tutti i giorni. Col nuovo codice civile del settembre 1963 viene tolto ogni riferimento al termine jat: non vi si dice esplicitamente che il sistema delle caste è stato abolito, ma si proibisce ogni restrizione legale basata su tale sistema.

2 I Bramini (il termine è adattamento italiano della parola sanscrita bràhman, che originariamente significava “uomo di preghiera, prete”) non sono un gruppo etnico nel senso stretto della parola. Appartenenti alla casta sociale più alta della comunità indù, vennero in Nepal dall’india settentrionale in diversi tempi, soprattutto nei secoli XII e XIII, sotto la spinta dell’invasione musulmana. All’inizio si insediarono nel Nepal occidentale, ma ora sono diffusi in tutto il paese. Originariamente erano i sacerdoti della religione indù: ora molti di essi occupano gradi elevati nella compagine governativa e posti importanti nella vita economica della nazione; alcuni si consacrano al sacerdozio (i pujari), altri esercitano mestieri umili come quello del contadino.

3 I Chhetri non sono nemmeno loro un gruppo etnico vero e proprio. Originari delle regioni settentrionali dell’India (ove vengono chiamati con voce sanscrita Kshatriya) discendono da una stirpe di guerrieri e dominatori. All’origine della loro immigrazione in Nepal essi si insediarono nelle regioni montuose all’ovest del paese, ma attualmente sono sparsi, come i Bramini, un po’ ovunque.

4 I Gurkha non sono un gruppo etnico a sé stante. Provenienti da diversi ceppi, essi sono i discendenti dei Rajput, casta militare dominante nell’india settentrionale, stabilitasi – sotto la pressione musulmana – in quella regione centrale del Nepal che prese il loro nome (solitamente si usano due grafie, una per la città – Gorkha -, l’altra per gli abitanti – Gurkha – detti anche Gorkhali che è pure il nome del linguaggio, cioè il nepali). Alla loro testa, come si vedrà, Prithvi Narayan Shah sottomise tutti gli staterelli di cui era composto il Nepal, completando nel 1769, con la conquista della Valle di Kathmandu, l’unificazione del paese. Col termine Gurkha prima gli Inglesi, poi tutti gli occidentali intesero qualsiasi soldato nepalese, soprattutto se mercenario, al servizio degli eserciti indiano e britannico, anche se appartenenti a gruppi etnici diversi. Molti Gurkha militarono nell’esercito britannico sia durante il periodo coloniale indiano, sia durante le due guerre mondiali in Asia, in Africa e in Europa: combatterono a Suez, a Gallipoli, a El Alamein, a Tobruk e a Monte Cassino, ammirati sia dagli alleati che dagli avversari per il loro coraggio e la loro disciplina, tanto da essere considerati da qualcuno i migliori soldati del mondo (quando Singapore si arrese ai Giapponesi i Gurkha furono gli ultimi a deporre le armi). Nella recente guerra tra Argentina e Gran Bretagna per le isole Falkland-Malvine era presente un battaglione di Gurkha: secondo la testimonianza di un padre missionario argentino essi torturarono, mutilarono e massacrarono 40 soldati argentini, per essere poi a loro volta decimati. I retroscena delle guerre cui essi partecipano sembrano non interessarli molto: uccidono e vengono uccisi con sorprendente naturalezza.

5 Gli Sherpa – sui quali probabilmente apparirà un articolo speciale su queste stesse pagine – sono forse il gruppo etnico del Nepal più noto a causa delle loro prestazioni durante le varie spedizioni himalayane. Il loro nome significa “popolo dell’est” (dal tibetano sher o shar = oriente e pa = gente): infatti essi sono di origine tibetana, provenienti di sicuro dal distretto di Salmo Gang della provincia di Kham nel Tibet orientale. È probabile abbiano lasciato la loro terra d’origine nel XV secolo superando il Nang pa La, un passo di 5.716 metri, forse perché sospinti dalle invasioni mongoliche.

6 La Valle di Kathmandu, chiamata per antonomasia “la Valle del Nepal” o, più semplicemente, “la Valle”, è la più nota fra tutte le valli nepalesi. Percorsa dal fiume Bagmati e dai suoi affluenti, si trova a uguale distanza – circa 200 km in linea d’aria – dall’Everest e dall’Annapurna ed è costituita da un altopiano di forma pressoché circolare di circa 560 km2 (la Liguria è 10 volte più grande) ad un’altitudine media di 1.330 metri, circondata da una corona di monti sui 2.500 metri che, data l’altitudine della Valle, sembrano un susseguirsi di dolci colline coperte di foreste. La leggenda racconta che la Valle era anticamente un grande lago chiamato Naghrad (Lago dei Serpenti) – la sua antica esistenza è peraltro provata da reperti geologici – le cui acque furono fatte defluire dal bodhisattva Manjushri che con la sua spada magica fendette la roccia di Chobhar, lasciando libero un terreno fecondo e abitabile, la valle sorridente degli dei. La Valle, oltre alla capitale, ospita due altre città storicamente e artisticamente importanti, Patan e Bhaktapur (Bhadgaun) e numerosi centri minori e villaggi. È stata scelta dall’UNESCO, col parco nazionale Sagarmatha (pure in Nepal, ai piedi dell’Everest), a costituire una delle 80 meraviglie del mondo: si tratta in particolare di 7 gruppi di costruzioni per un totale di 132 edifici, considerati di valore universale e dichiarati patrimonio comune dell’umanità.

7 In Nepal vengono parlati una cinquantina di idiomi differenti, talora fra loro incomprensibili, che si possono dividere in due gruppi, quello delle lingue indo-ariane e quello delle lingue tibeto- birmane o tibeto-himalayane. Al primo gruppo appartiene il nepali, la lingua nazionale imposta dai conquistatori (come si vedrà): per legge deve essere insegnata in tutte le scuole di ogni ordine e usata nello stilare ogni documento pena la dichiarazione di illegittimità. Strettamente imparentato con l’hindi, il nepali (chiamato talvolta anche gorkhali o, dai Nevar, con lieve sfumatura spregiativa, pahari o parbatiya) deriva dal sanscrito, l’antica lingua letteraria del subcontinente indiano della famiglia indo-europea, e, come questo e l’hindi, usa una scrittura caratteristica detta devanagari (scrittura della città divina). Sull’argomento si veda la serie di articoli di Franco Nicoli su Le lingue del mondo, 1984-85 (Valmartina, Firenze).

8 La stupa (il termine è stato ormai accettato come femminile dalla lingua italiana: vedi Zingarelli, Vocabolario, p. 1763) è un monumento caratteristico della religione buddhista costituito da un basamento a pianta quadrata su cui poggia il garbha, cupola a emisfero generalmente bianca, sormontato dall’armika, un plinto sui cui quattro lati sono raffigurati gli occhi onniveggenti di Buddha rivolti ai quattro punti cardinali, terminante con il chudamani, una sorta di torre o guglia composta di 13 elementi a pianta quadrata o circolare simbolo dei 13 cieli e dei 13 gradini per giungere all’illuminazione.

9 La Kumari (letteralmente “la vergine”), dea molto popolare in Nepal, è una delle manifestazioni della dea Kali, la Shakti o principio femminile del dio Shiva. L’incarnazione o rappresentazione umana della Kumari è la cosiddetta dea vivente che esiste in almeno 11 versioni diverse in tutto il Nepal, di cui la più celebre è la fanciulla vergine (Kanya Kumari) scelta in grembo a una famiglia buddhista di orefici nevar, dopo accurata selezione: essa vive fino alla sua prima perdita di sangue (in pratica fino alla comparsa del monarca) nel bellissimo palazzo-tempio-monastero (Kumari Bahal) fatto costruire in puro stile Nevar dal re Jaya Prakasha Malla nel 1757 nei pressi del vecchio palazzo reale (darbar) di Kathmandu.

 

 

 

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