Dossier. Le ong italiane che operano contro Israele con i nostri soldi

Filed in etnismo, geopolitica, israele by del 29/10/2014

Per più di dieci anni, il governo italiano e le autorità locali hanno erogato fondi raccolti dai contribuenti a organizzazioni non governative (ONG) che svolgono un ruolo centrale nelle campagne politiche contro Israele e contro la pace. Come in molti altri governi europei, l’erogazione di milioni di euro ogni anno dal bilancio dello Stato a un numero di gruppi politicizzati è stato tenuto nascosto al pubblico. Non ci sono documenti ufficiali che espongano nel dettaglio le regole con cui sono scelti i beneficiari delle sovvenzioni, né documenti che apportino l’ammontare dei finanziamenti, così come non esistono valutazioni sugli interventi e i loro eventuali risultati, se mai ottenuti. Di certo questo denaro non ha portato a nessuna svolta nel conflitto arabo-israeliano, né ha aiutato i palestinesi sotto il controllo di Hamas a diventare economicamente indipendenti o democratici.
Il parlamento italiano, altresì, non ha esaminato queste politiche né si è interrogato sulle loro conseguenze, chiedendosi se queste decine di milioni sono spese saggiamente oppure se sono controproducenti rispetto agli obiettivi del governo, che si propone di promuovere la pace, la democrazia e i diritti umani. del pari, i giornalisti italiani, altrimenti molto attivi, hanno contribuito alla creazione di un’aura di sacralità attorno alle ONG impedendo indagini indipendenti.
Il seguente rapporto, basato su una ricerca sistematica, dettagliata e con fonti accurate, rappresenta un passo fondamentale per comprendere l’erogazione annuale di fondi del governo italiano a un piccolo gruppo di ONG politicizzate che operano in Medio Oriente. Per la prima volta, il pubblico italiano e i cittadini della regione mediorientale (in particolare gli israeliani) hanno accesso a queste informazioni.
L’analisi del rapporto dimostra chiaramente come milioni di euro pagati dai contribuenti italiani sono sperperati ogni anno in favore di un piccolo gruppo di ONG politicizzate che non realizzano nessun obiettivo in particolare. In un’analisi ancor più preoccupante, questo denaro è usato per obiettivi immorali, legati alla guerra politica contro Israele che muove accuse razziste, sfruttando il linguaggio dei diritti umani e finendo per distruggerne gli stessi princìpi. sin dalla famosa conferenza sponsorizzata dall’Onu a Durban 2001, in cui le organizzazioni partecipanti adottarono la strategia di eliminare Israele accusandola di falsi crimini come “apartheid” e “crimini di guerra”, le ONG estremiste hanno ricevuto fondi dai governi europei, compresa l’Italia.
Non c’è giustificazione morale per il sostegno del governo a queste organizzazioni che sono invero anti-pace, anti-diritti umani e anti-Israele. Nonostante usino parole come “diritti umani”, “aiuto umanitario” e “pace”, la loro agenda politica non corrisponde ai loro obiettivi morali. La pubblicazione di questa ricerca indipendente non dovrebbe essere la fine di questo progetto quanto dovrebbe invece rappresentarne l’inizio. Ora i ministri e i funzionari sono informati: l’èra del finanziamento segreto e immorale alle ONG è finita. Le commissioni parlamentari possono dunque avviare interrogazioni e indagini, mentre i giornalisti potranno lavorare su un documento che indica dettagliatamente il finanziamento alle ONG e le attività deleterie che ne risultano. In questo modo anche l’Italia potrà, come hanno già fatto gran Bretagna e Canada, fermare un tale immorale spreco di denaro pubblico.
Gerald M. Steinberg

 

Delegittimazione, ONG e fondi pubblici

La delegittimazione di Israele è una strategia di guerra diplomatica che utilizza forme di
• demonizzazione
• distorsione storica
• boicottaggio
e che definisce lo Stato di Israele come un paria della storia, negando il suo diritto all’esistenza e, di conseguenza, all’autodifesa.
Questa guerra diplomatica contro Israele ha inizio durante la guerra fredda, con l’approvazione della risoluzione che equiparava sionismo a razzismo all’Assemblea generale dell’Onu nel 1975. Se tuttavia negli anni ’70, ’80 e ’90, la delegittimazione era strutturata in un contesto storico e ideologico dominato dalla guerra fredda, ora la delegittimazione è inserita in un quadro internazionale dominato dalla logica dei diritti umani e del terzomondismo.
Gli attori più attivi nelle campagne di delegittimazione sono, infatti, le ONG (organizzazioni non governative), che si sono affermate col nuovo millennio come i principali attori non-statali nell’arena internazionale. La visione ideologica terzomondista e pacifista del conflitto arabo-israeliano nello specifico, e del Medio Oriente in generale, restituisce Israele alla storia come la causa delle sofferenze del popolo palestinese. Di conseguenza, gli interventi di cooperazione a favore dei palestinesi si spiegano attraverso la matrice ideologica anti-israeliana, con un duplice effetto: da una parte non si considerano i problemi propri della società palestinese, impedendo un reale sviluppo, dall’altra si acuisce il conflitto, basando l’appoggio ai palestinesi sulla condanna di Israele, che trova terreno fertile per il dilagare dell’odio anti-israeliano.
La mancanza di neutralità nell’approccio al conflitto e la spiccata antipatia anti-israeliana sono di per sé accettate giacché parte di una visione ideologica, per quanto distorta e faziosa, della storia e della politica. Il nesso tra ONG e sfera pubblica rende illegittima la posizione a priori anti-israeliana. Le ONG vivono, infatti, di finanziamenti pubblici che legano le organizzazioni all’ente pubblico, il quale non solo permette le loro attività con lo stanziamento dei fondi, ma si rende compartecipe anche della loro visione ideologica. L’assenso ideologico è esplicito nel finanziamento diretto all’ONG, che testimonia l’approvazione da parte dell’ente del suo operato e del messaggio che diffonde. È meno esplicito ma non meno importante nel caso di finanziamenti diretti non alle ONG in quanto tali, bensì a progetti da esse elaborati, ove è rintracciabile nella loro selezione, che contiene un’analisi della situazione nella quale si vuole intervenire: con l’approvazione del progetto si legittima anche l’analisi storico-sociale su cui esso poggia, così come il partenariato con soggetti locali, anche spesso legati alle organizzazioni terroristiche, come si è avuto modo di constatare nella presente ricerca.
Quest’assenso ideologico spesso confligge con l’ufficiale politica estera italiana, creando un doppio binario di relazioni con Israele: da una parte quello ufficiale, di amicizia e sostegno ad Israele, dall’altra uno parallelo, di condanna e stigmatizzazione.
Lo studio qui presentato analizza i fondi pubblici alle ONG che operano in Palestina. Nella raccolta dei dati si sono evidenziati tre maggiori problemi:
• mancanza di trasparenza,
• incompletezza delle informazioni,
• retorica terzomondista.
I dati per la maggior parte non sono reperibili nei siti delle regioni, che espongono i finanziamenti alle volte dei soli ultimi cinque anni. Sovente non è riportata nemmeno la somma del contributo né la percentuale rispetto all’intero ammontare del costo del progetto. In nessun caso è riportata la composizione della commissione di selezione. Di frequente si nota uno stesso progetto, presentato dalla medesima associazione, finanziato da enti diversi in anni diversi, senza che sia specificato se è un duplicato o un consorzio tra enti pubblici. In ogni caso, la modalità di intervento, l’esposizione del progetto, l’impostazione ideologica delle ONG hanno un effetto delegittimante.
Con questo studio si vuole portare all’attenzione la realtà di finanziamento pubblico alle attività di cooperazione che hanno come effetto la delegittimazione di Israele, per ripensare criticamente agli interventi di cooperazione in generale, e in Palestina/Israele nello specifico. In particolare si vuole rimarcare da una parte l’efficacia degli interventi di cooperazione senza coordinamento e con portata finanziaria così ingente; dall’altra ci si propone di aprire un dibattito sulla legittimità costituzionale delle attività degli enti locali in Palestina, che confliggono con la politica estera ufficiale dell’Italia. In generale, la Corte Costituzionale si è espressa più volte a riguardo, dichiarando l’illegittimità costituzionale delle disposizioni regionali sulla cooperazione allo sviluppo, senza esecuzione delle decisioni.
Occorre quindi un controllo accurato delle attività di cooperazione, che dev’essere sottoposto a pubblico scrutinio secondo il principio di trasparenza. Si possono così perseguire gli scopi umanitari di sviluppo del popolo palestinese evitando la delegittimazione di Israele e la collaborazione con i gruppi terroristici, come vedremo più avanti. Un ferreo controllo del mondo della cooperazione potrà altresì evitare il dilagare d’ideologie terzomondiste anti-israeliane, non funzionali alla risoluzione del conflitto né tantomeno allo sviluppo economico della società palestinese.
A questo proposito risulta evidente come il silenzio sul terrorismo della Seconda Intifada, sul dilagare dell’odio anti-israeliano nella popolazione palestinese, favorito da un sistema educativo imperniato sulla propaganda anti-ebraica e sulle atrocità del regime di Hamas, sia la prova lampante di una mistificante interpretazione degli eventi e delle relazioni, di una costante faziosità che si distanzia dai princìpi di giustizia e libertà che si vorrebbero perseguire, così come di una cosciente quanto dannosa approvazione di una strategia politica volta alla negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele.

La delegittimazione di Israele

La delegittimazione di Israele è una forma di guerra diplomatica, le cui attività sono realizzate da attori internazionali, statali e non-statali, che sfruttano la logica della cooperazione internazionale e il discorso dei diritti umani, per disconoscere il diritto all’esistenza e alla difesa dello Stato di Israele, abbracciando la narrativa storica e sociale palestinese.

La prospettiva storica

La delegittimazione di Israele inizia prima della fondazione dello Stato ebraico, per opera dei movimenti arabi che rifiutavano la presenza e la colonizzazione ebraica nella Palestina mandataria. Tali movimenti, nazionalisti, pan-arabisti e islamisti, s’ispiravano a una retorica antisemita di stampo europeo, diffondendo testi, come il Protocollo dei savi di sion, tradotti in arabo.
Negli anni ’30 e ’40 la propaganda anti-ebraica e anti-semita assume tratti tipicamente nazisti, avvalorati dall’alleanza tra gli arabi e la Germania nazista, suggellata da Hajj Amin al-Husayni (il Gran Muftì di Gerusalemme, espulso dagli inglesi nel 1939 dalla Palestina e riparato a Berlino nel 1941) e adolf Hitler.
La letteratura nazista rimane ancora oggi largamente diffusa nel mondo musulmano, in particolare con la pubblicazione e ristampa del Mein Kampf in lingua araba.
La fondazione dello Stato di Israele è stata l’occasione per riprendere la lotta armata che aveva seminato il terrore tra gli insediamenti ebraici negli anni ’20 e caratterizzato la politica araba negli anni ’30, fondata su:
• rifiuto del dialogo con gli ebrei,
• opposizione dell’immigrazione ebraica in Palestina, anche per ragioni umanitarie,
• boicottaggio delle istituzioni ebraiche.
Così la Guerra di Indipendenza (1948-1949), la Guerra dei Sei Giorni (1967) e la Guerra del Kippur (1973) sono state le tre occasioni, in diverse circostanze, per eliminare lo Stato appena ricostituito. Poiché la via militare si è dimostrata fallimentare, si è scelta la via della guerra diplomatica, consegnando la responsabilità della lotta militare all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, costituitasi nel 1964, il cui statuto perseguì sin dall’inizio il terrorismo.

La guerra fredda

Proprio perché la via militare si è dimostrata fallimentare, la guerra diplomatica è stata dichiarata con l’intento non solo di eliminare Israele dalla comunità delle nazioni, rifiutando relazioni con lo Stato ebraico, bensì anche con l’obiettivo di annientare la sua ragion d’essere, elaborando una narrativa anti-sionista.
La data d’inizio della delegittimazione può esser fissata il 10 novembre 1975, giorno in cui fu adottata dall’Assemblea Generale dell’Onu la risoluzione 3379 (XXX), che definiva il sionismo come forma di razzismo e di discriminazione razziale.
L’analisi dei voti aiuta a capire la logica della strategia politica araba nel contesto della guerra fredda: a favore hanno votato gli Stati arabi e islamici, i Paesi del blocco sovietico e quelli non-allineati; contro, i Paesi occidentali (a eccezione di Portogallo e Grecia), alcuni Paesi centramericani e altri africani. L’unione del blocco arabo-islamico, di quello sovietico e dei non-allineati dimostra come la rielaborazione ideologica antisionista abbia sfruttato le dinamiche della guerra fredda.
Per maggior chiarezza, si può anche analizzare il testo della Dichiarazione del Messico alla conferenza mondiale in occasione dell’anno internazionale della donna, il cui paragrafo 8 elenca: “I mali che affliggono l’umanità, contro cui le donne coraggiosamente combattono, sono: imperialismo, colonialismo, neo-colonialismo, occupazione straniera, sionismo, dominazione straniera, razzismo e apartheid”. Con questo documento viene nominato per la prima volta il sionismo nella lista dei fondamenti ideologici che minano l’eguaglianza e la pace fra i popoli. La posizione centrale del sionismo nella lista non è per caso, perché vi trova posto come specificazione dell’occupazione straniera, solitamente frutto di mire colonialiste e imperialiste.
Durante la guerra fredda, Israele era considerato un nemico imperialista-colonialista per le conseguenze della Guerra dei Sei Giorni, pertanto la sua ideologia fondante, il sionismo, era stata interpretata come una forma di razzismo, mentre la sua pratica, concretatasi nella fondazione e nello sviluppo dello Stato di Israele, era considerata una forma di discriminazione razziale.

La cooperazione e i diritti umani

Finita la guerra fredda, gli Stati arabo-islamici non potevano più contare sull’alleanza con il blocco sovietico e dei non-allineati, perciò, con il venire meno delle maggioranze in funzione anti-israeliana, la risoluzione 3379 è stata abrogata con l’approvazione della successiva risoluzione 86 (XLVI) il 16 dicembre 1991. Ciò nonostante, l’equiparazione del sionismo al razzismo è stata in seguito riaffermata inserendosi nel discorso dei diritti umani e della cooperazione internazionale.
Con la fine della guerra fredda sono state strutturate le attività di assistenza agli Stati in via di sviluppo e democratizzazione, in precedenza destinate a quelli nati nel periodo della decolonizzazione. Proprio nella logica dei diritti umani si è reintrodotta la definizione di sionismo come forma di razzismo, quale frutto dell’interpretazione storica e ideologica del conflitto arabo-israeliano. Se Israele era visto come uno Stato colonizzatore e imperialista, è ora considerato uno Stato razzista, che viola il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese e che mette in atto pratiche di segregazione, discriminazione sistematica e apartheid a danno dei palestinesi.
A questo proposito si possono citare almeno due documenti internazionali come prova della considerazione legalistica della presunta natura razzista del sionismo: la Carta Araba dei Diritti Umani, 2004, e il rapporto delle ONG alla Conferenza Internazionale sul Razzismo e la Xenofobia a Durban, 2001.
La Carta Araba dei Diritti Umani riporta in due punti l’equiparazione tra sionismo e razzismo: il paragrafo 5 del preambolo statuisce che la nazione araba “rifiuta il razzismo e il sionismo che costituiscono una violazione dei diritti umani e mettono a repentaglio la pace e la sicurezza internazionali”; l’articolo 2.3 della Carta recita: “tutte le forme di razzismo, sionismo, occupazione e dominazione straniera sono contrarie alla dignità umana e costituiscono un ostacolo fondamentale alla realizzazione dei diritti fondamentali dei popoli”.
Con la stessa base ideologica, il Rapporto sul Forum delle ONG della Conferenza Internazionale sul Razzismo e la Xenofobia, organizzata sotto l’egida dell’ONU a Durban nel 2001 e trasformatasi in una piattaforma di manifestazione di antisemitismo e antisionismo da parte delle ONG partecipanti, riformula l’equiparazione di sionismo a razzismo, accusando Israele di vari crimini internazionali, incluso l’apartheid.
L’art. 162 del rapporto, richiamando l’abrogata risoluzione ONU 3379 (XXX), recita: “Dichiariamo Israele uno Stato razzista e di apartheid… caratterizzato da separazione e segregazione, spossessamento, ristretto accesso alle terre, denazionalizzazione, ‘bantustanizzazione’ e atti inumani”. Gli articoli 164-167 richiedono alla comunità internazionale di condannare Israele, informare i cittadini sulle pratiche razziste dello Stato ebraico, promuovendo un movimento internazionale di opposizione all’apartheid israeliano, che sarà poi il BDS: boicottaggio, disinvestimento, sanzioni.

Attori e ideologie: le ONG

Alla base dell’uso in funzione anti-israeliana del discorso dei diritti umani vi sono ideologie che definiscono gli interessi e le strategie degli attori nel campo della delegittimazione. Tra i principali autori della delegittimazione vi sono:
• le organizzazioni internazionali e gli Stati, che finanziano le attività di delegittimazione,
• le organizzazioni non-governative (ONG), che definiscono ed eseguono tali attività,
• gli Stati arabi e islamici, che sviluppano la narrativa storica antisionista.
Gli stati arabi e islamici sono guidati da una politica antisionista e largamente antisemita; le organizzazioni non-governative s’ispirano a un’ideologia terzomondista che sconfina nel romanticismo orientalista, mentre le organizzazioni internazionali non sembrano perseguire un’ideologia propria quanto, invece, allinearsi con gli interessi anti-israeliani nella misura in cui questi evidenzino un linguaggio legalistico intonato sul discorso dei diritti umani. Il blocco arabo-islamico continua a operare in seno alla comunità internazionale come un compatto gruppo di Stati i cui interessi internazionali si definiscono unitariamente in funzione anti-israeliana. In seno a organi come il Consiglio dei Diritti Umani e l’Assemblea Generale dell’ONU, dove il blocco arabo-islamico può contare su quorum maggioritari, sono state spesso avanzate risoluzioni di condanna a Israele per violazione del diritto internazionale, dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.
È utile notare che la guerra diplomatica contro Israele si manifesta anche in occasione dell’impegno israeliano nella cooperazione internazionale. Il 1 dicembre 2011 Israele ha avanzato una proposta per la facilitazione dell’accesso alle tecnologie agricole per i Paesi in via di sviluppo, che è stata adottata nonostante il parere contrario del blocco arabo-islamico, che ha accusato Israele di voler sviare l’attenzione della comunità internazionale dalla repressione contro i palestinesi, sfruttando l’impegno dell’ONU nello sviluppo dei Paesi più poveri.
L’ideologia che stimola l’opposizione a Israele trae forza dal diffuso antisemitismo di stampo politico-islamico e dal sentimento revanscista nei confronti dello Stato ebraico, quale elemento di estraneità nella realtà storica e geo-politica arabo-islamica.
A sostenere questa lotta in campo internazionale sono soprattutto le ONG, che si sono affermate nell’arena internazionale come attori di rilievo nella formazione e nell’esecuzione delle politiche definite dalle organizzazioni internazionali e dagli Stati.
A causa nella crescente specializzazione delle attività e dell’aumento degli interventi, le organizzazioni internazionali e gli Stati affidano le attività di cooperazione a organizzazioni private specializzate, da cui traggono anche la maggior fonte d’informazione. Le ONG s’ispirano a teorie economiche e sociali terzomondiste, per le quali lo stato precario in cui versano i Paesi in via di sviluppo dipende principalmente dal retaggio coloniale e dalle relazioni neo-coloniali.
Israele, in quanto Stato moderno, tecnologico e con una presenza “colonizzatrice” nei territori contesi, è di nuovo considerato come entità imperialista causa dell’instabilità economica palestinese così come della sua arretratezza sociale.
Di qui il secondo meccanismo a effetto delegittimatorio: le ONG basano la propria attività su una visione ideologica largamente terzomondista, dando una distorta interpretazione della storia e del conflitto e avanzando un’agenda politica anti-israeliana.
Le ONG, in quanto destinatarie di fondi pubblici che servono per realizzare le politiche pubbliche di cooperazione, diventano così la fonte principale di notizie per gli enti che le finanziano. la mancanza di verifica o riscontro di tali notizie da parte degli Stati in sede di dialogo ufficiale con Israele crea una frattura nell’informazione, causa di una duplicità nella politica estera con Israele: da una parte ci sono collaborazione e intesa nei settori commerciale, scientifico e tecnologico, mentre dall’altra vi è condanna nel settore dei diritti umani. È possibile quindi asserire che le ONG costituiscono nell’arena internazionale un terzo potere, oltre a Stati e organizzazioni internazionali, che influenza la politica estera degli Stati e la definizione dei loro interessi nazionali, così come l’azione delle organizzazioni internazionali.
Ogni struttura democratica ha un sistema di bilanciamento dei poteri (check and balances), con cui i diversi poteri e le differenti istituzioni esaminano e valutano i propri operati, mentre manca una valutazione dell’operato delle ONG per garantire la loro responsabilità istituzionale.

Modi di delegittimazione: il BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni)

Le ONG, invece di impegnarsi nell’avanzamento degli interessi del popolo palestinese, si sono coalizzate in un movimento di attacco a Israele che va sotto il nome di BDS: Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni. La strategia di boicottaggio è stata lanciata con Durban 2001 e si è concretata nell’appello lanciato dalle organizzazioni della società civile palestinese il 9 luglio 2005 a boicottare, disinvestire e adottare sanzioni contro Israele “finché non si conformerà al diritto internazionale e ai princìpi universali dei diritti umani”.
Il BDS promuove azioni di boicottaggio anti-israeliano in diversi campi:
• economico
• culturale
• accademico
• istituzionale
• turistico
al fine di isolare Israele in seno alla comunità internazionale per obbligarlo ad adottare determinati comportamenti o astenersi da altri.
Come si rende esplicito nel testo dell’appello, il movimento BDS trae ispirazione dalle sanzioni adottate contro il Sudafrica dell’apartheid, al cui regime razzista Israele viene oggi paragonato. Altresì è fondamentale comprendere come il linguaggio utilizzato si muova nell’ambito del diritto internazionale.
L’approccio legalistico e l’equiparazione al Sudafrica si prestano all’eliminazione della complessità storica e alla rimozione delle ragioni israeliane, per restituire il conflitto e Israele in un quadro costituito da razzismo istituzionalizzato e violazione del diritto internazionale. Il primo paragrafo del testo dell’appello descrive la nascita di Israele come “conseguenza del crimine di pulizia etnica”; il quarto paragrafo si riferisce alla presunta “istituzionalizzazione della discriminazione razziale”; mentre il nono paragrafo espone le tre richieste rivolte a Israele, che sono causa delle sanzioni non-violente attuate dal BDS (ottavo paragrafo), che sono:
1. cessare l’occupazione e la colonizzazione delle terre arabe e eliminare il muro;
2. riconoscere i diritti fondamentali e la totale eguaglianza dei cittadini arabi israeliani;
3. rispettare e proteggere il diritto al ritorno dei profughi palestinesi secondo quanto stabilito dalla risoluzione ONU 194.
L’uso dei princìpi di diritto internazionale in funzione anti-israeliana è duplice: da una parte si accusa Israele di violare il diritto internazionale penale, dall’altra si asserisce che il diritto israeliano discrimina i cittadini arabi. È duplice quindi anche l’accusa che comprende la violazione del diritto internazionale e del diritto internazionale penale così come dei princìpi generali dei diritti umani. Questi due ambiti di denuncia anti-israeliana si rispecchiano nelle relazioni delle organizzazioni internazionali con Israele.
In ambito internazionale-penalistico, Israele è stato destinatario d’innumerevoli condanne per non conformità con le risoluzioni ONU adottate, mentre è stato oggetto di almeno due commissioni d’inchiesta (per la guerra in Libano del 2006, e per la guerra a Gaza del 2009). In entrambi i casi, le commissioni stabilite ad hoc per far chiarezza sui fatti (fact-finding commissions) hanno concluso che la condotta delle forze armate israeliane era potenzialmente lesiva del diritto internazionale penale.
Per quanto riguarda la commissione del 2006, le investigazioni si sono concentrate solo sull’accertamento degli atti commessi da Israele, senza tener conto del contesto storico e militare, elaborando le conclusioni sulla base di testimonianze individuali spesso non attendibili.
Per quanto riguarda il rapporto Goldstone del 2009, la commissione si è basata sulle testimonianze di organizzazioni di parte antiisraeliana, trascurando gli atti penalmente rilevanti di Hamas, con particolare riferimento all’uso dei civili quali scudi umani. A seguito del dibattito interno alla stessa ONU, il giudice Goldstone, a capo della Commissione sulla Guerra a Gaza, dichiarò: “If had known then what I know now, the Goldstone report would have been a different document” (“Se avessi saputo allora quanto so oggi, il rapporto Goldstone sarebbe stato un documento completamente diverso”).
Per quanto attiene invece ai diritti umani, l’accusa di discriminazione sistematica ha come effetto la delegittimazione della struttura democratica dello Stato di Israele, interpretando la legislazione di emergenza, invero ormai ridotta a poche disposizioni, come deliberata privazione dei diritti dei palestinesi. Le accuse di segregazione razziale dei palestinesi non cittadini e di discriminazione interna degli arabi israeliani spesso si confondono con l’uso della parola “palestinese”, con cui s’identificano sia arabi israeliani sia arabi dei Territori. Di conseguenza, appare che l’intero sistema giuridico israeliano discrimini gli arabi, indipendentemente che siano cittadini o meno, quando invece gli arabi israeliani sono soggetti al corpus di norme che si applicano a tutti i cittadini israeliani, mentre ai palestinesi dei Territori si applicano le disposizioni in vigore per gli stranieri, quelle adottate con specifico riguardo alle aree di Giudea e Samaria sotto amministrazione israeliana, e quelle sulla sicurezza.
Il discorso legalistico e giustizialistico è funzionale alla limitazione del dibattito sul conflitto arabo-israeliano, omettendo il contesto storico ed enucleando accuse che esercitano una suggestione nel pubblico proprio perché fondate sui valori primi della comunità internazionale: giustizia, eguaglianza e libertà. Ne consegue la necessità di un controllo sull’operato delle ONG e sul loro contributo alla delegittimazione di Israele.

I numeri della delegittimazione

A causa del rilievo delle ONG nella definizione della politica sulla cooperazione internazionale allo sviluppo, si vuole analizzare il contributo pubblico alle ONG che operano in Palestina, il loro approccio ideologico al conflitto e il contenuto delle loro attività per evidenziarne l’effetto delegittimatorio e stabilire il finanziamento pubblico alla delegittimazione di Israele. A tal fine, è necessario definire alcuni termini per comprendere il mondo della cooperazione.
La cooperazione internazionale allo sviluppo è un insieme di attività legate agli aiuti umanitari e al sostegno finanziario dei Paesi in via sviluppo. Alle origini della cooperazione si trovano i piani di aiuto bilaterali per la ricostruzione dell’Europa, come il Piano Marshall (1948), che si sono in seguito trasformati in piani di cooperazione multilaterale con la decolonizzazione. Negli anni ’70 si afferma la figura del cooperante, prima come volontario poi come professionista dipendente di organizzazioni private che vogliono muovere una critica alle istituzioni, tacciate di perseguire scopi non puramente umanitari nell’avanzamento dell’interesse nazionale degli Stati.
Specializzazione e professionalità degli operatori umanitari non istituzionali e dei cooperanti hanno consolidato l’attendibilità delle organizzazioni non governative (ONG) come partner internazionali riconosciuti. Dalla partecipazione alle conferenze mondiali a inizio anni ’90, le ONG hanno rinsaldato i loro rapporti con le istituzioni internazionali, con funzioni di consulenza ed esecuzione delle linee politiche. Ai finanziatori classici, le istituzioni internazionali e gli Stati, si sono negli anni aggiunti altri sovvenzionatori impegnati nella cooperazione internazionale, tra cui i più importanti sono gli enti locali, che partecipano alla cosiddetta “cooperazione decentrata”.
Le attività di cooperazione allo sviluppo rispondono a un programma destinato a risollevare le condizioni di quei Paesi in estremo bisogno di aiuto per modernizzare le loro infrastrutture e colmare la distanza socio-culturale. Fra i numerosi settori di intervento, si ricordano: educazione ai diritti umani, l’avanzamento dei diritti delle donne, la protezione dell’infanzia, agricoltura, sanità, microcredito, sostegno alle piccole imprese artigianali, ambiente… Gli interventi sono strutturati in progetti che definiscono obiettivi, target, attività, motivi dell’intervento e metodologia. Le associazioni propongono progetti, che ricevono finanziamenti in base a una procedura di selezione definita per legge. Ogni ente finanziatore ha richieste diverse riguardo al contenuto dei progetti, differenti quote di partecipazione al finanziamento, stabilite dalla legge (nazionale nel caso della Cooperazione Italiana che fa capo al ministero Affari Esteri, e regionale o provinciale nel caso degli assessorati o dipartimenti che trattano di cooperazione allo sviluppo di regioni o province).

L’ideologia come limite delle ONG

La procedura di selezione guarda non solo al contenuto del progetto, ma anche alla sua “spiegazione”, che consiste nell’inquadramento storico-politico che definisce l’ambito e il motivo d’intervento. Di conseguenza, al momento della selezione, l’ente finanziatore non può prendere le distanze dall’analisi storico-politica che giustifica il progetto, condotta dall’ONG proponente. Pertanto, si può affermare che il finanziamento di un progetto include anche l’approvazione della sua impostazione ideologica. Ed è qui che s’impone la critica sul finanziamento pubblico alle ONG che lavorano in Palestina, il cui operato ha effetto delegittimatorio, poiché vi è una linea diretta tra finanziamento pubblico e delegittimazione, quando la politica estera ufficiale è in favore di Israele, che è uno Stato democratico.

Il finanziamento pubblico

Nei paragrafi seguenti saranno analizzati i dati raccolti riguardo ai finanziamenti pubblici di Stato, regioni, province e comuni alle ONG che lavorano in Palestina. I dati riguardano:
• l’ammontare dei finanziamenti alle organizzazioni,
• l’identità delle ONG e la loro impostazione ideologica,
• il loro contributo alla delegittimazione,
• la loro adesione al boicottaggio di Israele,
• il loro legame con il terrorismo palestinese.
Spesso le informazioni sono difficili da recuperare, perché sepolte nei vari siti; sovente sono parziali, in particolar modo riguardo ai contributi concessi, alle volte del tutto mancanti. Malgrado ciò, è stato possibile ricostruire un quadro generale della Cooperazione Italiana e del suo approccio delegittimatorio di Israele, finanziato da enti pubblici a spese dei contribuenti.

I finanziatori: regioni, enti locali, Cooperazione Italiana

I maggiori finanziatori delle ONG italiane operanti in Palestina sono:
• la Cooperazione Italiana, settore del ministero Affari Esteri,
• le regioni italiane.
I contributi possono essere diretti o indiretti. Sono contributi diretti quelli erogati a un beneficiario locale palestinese, anche istituzionale, incluse autorità locali, ministeri o istituzioni dell’Autorità Nazionale Palestinese o università. Indiretti sono i contributi erogati alle ONG italiane in base ai progetti da loro presentati.
Le regioni possono anche concorrere al finanziamento di progetti selezionati per il perseguimento di obiettivi stabiliti da un programma che ha un budget stanziato dalla Cooperazione Italiana. Così altri enti locali come province e comuni contribuiscono ampiamente alle attività di cooperazione internazionale, contribuendo al finanziamento stanziato da una regione, facendosi capofila di una rete di istituzioni che gestiscono un progetto, oppure finanziando direttamente attività sul territorio nazionale, solitamente finalizzate alla sensibilizzazione, come sarà analiticamente analizzato nelle prossime pagine.

Le regioni

Delle 20 regioni italiane, sono stati reperiti dati sul finanziamento pubblico alle ONG che operano in Palestina di 13 regioni:
• Friuli Venezia-Giulia,
• Veneto,
• Trentino Alto-Adige/Südtirol,
• Lombardia,
• Liguria,
• Toscana,
• Emilia-Romagna,
• Marche,
• Abruzzo
• Lazio,
• Umbria,
• Puglia,
• Sardegna.
Ognuna di queste regioni ha una legge che regola l’impegno alla cooperazione internazionale, disponendo le modalità di erogazione dei fondi attraverso donazioni dirette o per mezzo di bandi annuali che stabiliscono priorità geografiche e tematiche.

Le restanti sette regioni:
• Valle d’aosta,
• Piemonte,
• Molise,
• Campania,
• Basilicata,
• Calabria,
• Sicilia,
pur avendo una legislazione sulla cooperazione internazionale, non permettono pubblico accesso ai dati concernenti il finanziamento pubblico alle ONG.
L’arco temporale analizzato comprende gli anni dal 1995 al 2011.
Non è stato possibile accedere a tutti i dati per ogni regione. Quelli pubblicati spesso si riferiscono a un arco temporale inferiore (di 2-3 anni) oppure con periodi temporali mancanti.

Si è riscontrata una generale difficoltà nell’accesso alle informazioni:
• non tutti i dati sono resi pubblici;
• i dati pubblicati sono parziali;
• è stato necessario integrare la ricerca con informazioni pubblicate nei siti delle ONG beneficiarie delle sovvenzioni.

Il Centro Interuniversitario di Ricerca sulla Pace la Ricerca e l’Analisi dei Conflitti (CIRPAC), che fa capo alle università di Siena, Pisa, Firenze, alla Scuola Superiore di Sant’anna Pisa e all’Università per Stranieri di Perugia, ha condotto nel 2011 una ricerca di mappatura delle attività di cooperazione in Palestina, che si è rivelata molto utile perché ha permesso di verificare come i documenti pubblicati dalle regioni fossero incompleti.
Sono stati analizzati 189 interventi, di cui alcuni sono progetti a durata pluriennale che ricevono un finanziamento annuale, cui si aggiungono quelli diretti ad associazioni e istituzioni pubbliche palestinesi.
Si possono raggruppare i progetti in nove aree tematiche:
• sanità, che comprende attività di sostegno alle strutture sanitarie palestinesi o di aiuto alla popolazione in condizioni presumibilmente indigenti;
• governance, che comprende attività di sostegno alle istituzioni pubbliche;
• infanzia, che comprende progetti di recupero psico-sociale dei minori vittime del conflitto, educazione, progetti ricreativi, incluso lo sport;
• femminile, che comprende progetti rivolti al rafforzamento dello status della donna nella società;
• economico, cioè progetti di finanziamento attraverso la formula del microcredito, sostegno alle attività di artigianato locale e sviluppo rurale;
• culturale, che include progetti rivolti alle università, sostegno e formazione di centri culturali;
• fornitura di servizi, ovvero la diretta assegnazione di beni materiali e immateriali alle istituzioni pubbliche o private;
• formazione professionale, che comprende attività rivolte ai palestinesi e anche ai cooperanti;
• interventi diretti che possono essere motivati da emergenza umanitaria oppure da libera donazione a un ente pubblico o privato.
Spesso le finalità perseguite dai progetti sono molteplici, impedendo una categorizzazione univoca. Ad esempio, i progetti di sostegno all’imprenditoria artigianale femminile possono essere classificati come progetti a carattere economico e femminile. Così anche i progetti sul “recupero psico-sociale dei minori” possono essere ricompresi nelle aree di sanità e infanzia. In questo studio la categorizzazione ha privilegiato l’obiettivo rispetto al beneficiario del progetto, considerando progetti economici anche quelli rivolti al sostegno dell’imprenditoria femminile, e progetti per l’infanzia anche quelli finalizzati al recupero psico-sociale.
Per imprenditoria femminile vanno intese iniziative rivolte soprattutto ad attività artigianali tradizionali che includono il ricamo, lavoro ai ferri e la sartoria in generale.
Si riporta qui di seguito una tabella con i dati relativi a quanti progetti sono stati finanziati e all’arco temporale dei dati resi pubblici. Nel caso non sia stato possibile accedere ai dati si riporta la sigla DNV (dato non visibile). Per l’importo dei finanziamenti si veda l’analisi successiva.

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Perché le regioni Piemonte, Campania, Molise, Basilicata, Calabria e Sicilia tengono nascosti i dati alla pubblica opinione, che ha il diritto di sapere come viene investito il proprio denaro?
L’ammontare dei finanziamenti visibili è di seguito riportato per regione, con l’indicazione dell’arco temporale di riferimento. Si ritiene utile indicare, al fine di giudicare il livello di trasparenza, da quale fonte è stata ricavata l’informazione. Spesso le regioni non riportano l’ammontare della sovvenzione destinata a una ONG, che può esser conosciuto solo dai bilanci di queste associazioni.
Non vi è in ogni caso trasparenza sulla percentuale del contributo regionale al bilancio generale del progetto. Questo dato, molto importante per verificare l’impegno dell’ente pubblico nelle attività di cooperazione, viene raramente riportato. Ecco l’ammontare dei finanziamenti, con la sigla DNV nel caso di dati non visibili:

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L’ammontare totale del finanziamento che si è potuto accertare da parte delle regioni italiane alle ONG operanti in Palestina è 4.947.832 euro.
• Questo ammontare è ancora lontano dalla realtà, a causa della mancanza di trasparenza di molte regioni nell’accesso ai dati relativi ai finanziamenti alle ONG.
• Dei 189 interventi analizzati, solo 89 riportano il bilancio, pertanto la somma che si avvicina ai 5 milioni di euro rappresenta solo il 47% dei finanziamenti destinati ai progetti e alle donazioni di cui si ha notizia.
• La stessa somma rappresenta una percentuale ancora minore di tutti i finanziamenti alle ONG che operano in Palestina, se si conta la mancanza dei dati di riferimento (si ricorda che alcune regioni pubblicano i dati, comunque parziali, concernenti solo alcuni anni).

Province e comuni

Gli enti locali sono protagonisti del mondo della cooperazione in qualità sia di finanziatori sia di beneficiari dei finanziamenti, in quanto capofila di progetti, che sono poi trasferiti ad altre ONG per la realizzazione delle attività.
• Anche qui non è possibile, per ora, eseguire uno studio approfondito dei finanziamenti degli enti locali, poiché la maggior parte di essi non permette l’accesso ai dati.
• Nemmeno il “coordinamento nazionale degli enti locali per la Pace” ha una raccolta di dati riguardanti i progetti finanziati in Palestina, se non quelli relativi al territorio italiano. Questi ultimi includono attività varie, tra le quali marce per la pace, cene di solidarietà, eccetera.

Ecco l’elenco di province, comuni ed enti locali coinvolti nei 189 interventi sopra analizzati.

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• Sono soltanto 6 su 20 le regioni che hanno reso visibili i nomi di province, comuni e enti locali che hanno finanziato o ricevuto finanziamenti fatti poi proseguire a ONG per attività in Palestina.
• Nulla è dato sapere delle altre 14 regioni che tengono non visibili gli elenchi di province, comuni e enti locali legati ai finanziamenti delle ONG attive in Palestina.

Al precedente elenco si devono poi aggiungere le associazioni e i partenariati tra enti locali per le attività di cooperazione internazionale, tra cui si ricordano:
• Coordinamento enti locali per la pace,
• Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e i diritti umani,
• Coordinamento comuni per la pace (area Torino),
• Fondo provinciale milanese per la cooperazione internazionale,
• Pace in comune (area milanese),
• Rete dei comuni e delle associazioni per la pace (area Novara),
• Consorzio enti locali-istituto cooperazione allo sviluppo,
• Spazio cooperazione decentrata.

La Cooperazione Italiana

L’impegno italiano nella cooperazione internazionale è gestito dalla direzione generale cooperazione allo sviluppo del ministero Affari Esteri. A essa fanno capo gli uffici locali nelle ambasciate e consolati italiani d’interesse. Stabilisce le linee programmatiche, definisce le priorità della politica di cooperazione e ne gestisce le attività spesso affidandole a ONG riconosciute con il meccanismo di finanziamento dei progetti. La Cooperazione Italiana è regolamentata dalla legge 26 febbraio 1987 n. 49, intitolata “nuova disciplina della cooperazione dell’Italia con i Paesi in via di sviluppo”, il cui articolo 1 stabilisce che “la cooperazione allo sviluppo è parte integrante della politica estera dell’Italia e persegue obiettivi di solidarietà tra i popoli e di piena realizzazione dei diritti fondamentali dell’uomo”. L’attività di sostegno allo sviluppo dei Territori Palestinesi, 59 interventi tra il 2005 e il 2011, si svolge su linee simili alle aree tematiche individuate per le regioni:

• infanzia,
• sanità,
• economia,
• femminile,
• governance,
• cultura,
• fornitura servizi e formazione professionale.

Parte dei finanziamenti della Cooperazione Italiana è erogata a ONG affidatarie dei progetti di sviluppo, mentre altra parte è direttamente donata ai beneficiari palestinesi. In quanto parte della politica estera, la Cooperazione Italiana ha molti più rapporti istituzionali con l’Autorità Nazionale Palestinese, alla quale fornisce direttamente servizi e sostegno finanziario.

Da notare che

• L’ammontare dei finanziamenti corrisponde a 137.143.359 euro, di cui 58.017.359 alle ONG che operano in Palestina e 79.126.000 alle istituzioni dell’Autorità Nazionale Palestinese, compresi i ministeri delle Finanze, dell’Energia e il corrispondente del ministero delle Pari Opportunità.
• Tra questi, 33 milioni sono stati destinati al finanziamento della rete elettrica della Cisgiordania.
• Altri 25 milioni sono stati stanziati in un programma specifico per il rafforzamento delle capacità delle autorità locali. Ai fondi del Palestinian Municipalities Support Programme attingono le ONG e enti locali con progetti specifici sulla governance locale, cui concorrono i finanziamenti delle regioni italiane.
• Dopo decenni di finanziamenti alla cooperazione in Palestina, si rende necessario uno studio di controllo sugli interventi, il loro risultato e la verifica della destinazione dei medesimi.

A questo bilancio va aggiunta la quota italiana all’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) e alle altre organizzazioni internazionali che operano in Palestina, incluse: Unione Europea, UNDP (United Nations Development Programme), la FAO (Food and Agriculture Organization dell’ONU), WFP (World Food Programme), OHCHR (Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights). Poiché è difficile stabilire la percentuale di contribuzione italiana al budget di queste organizzazioni destinato alle attività in Palestina, conviene prendere a esempio l’ UNRWA che opera esclusivamente per i Palestinesi.

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La somma dei vari finanziamenti di regioni, Cooperazione Italiana, quota italiana dell’UNRWA dà nell’insieme una somma ingente, che però è ancora incompleta dei dati riguardanti la quota italiana alle altre organizzazioni e la percentuale del contributo italiano al loro bilancio in Palestina.
Si può tuttavia evidenziare la situazione come segue:

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La somma totale dei finanziamenti pubblici dovrebbe comprendere anche la percentuale del contributo italiano al bilancio delle organizzazioni internazionali destinato alla Palestina.
Tuttavia appare che la somma destinata alle attività in Palestina è di per sé già più che elevata, il che impone alcune considerazioni sull’allocazione delle risorse alle ONG.

Osservazioni

Dall’analisi dei progetti e dei finanziamenti emergono due questioni che saranno successivamente trattate nell’ultimo capitolo: il problema del controllo sui fondi e sulle ONG riceventi così come la trasparenza dell’ente finanziatore.

ONG e finanziamenti pubblici

Alla luce delle considerevoli somme destinate ai bilanci delle ONG, è interessante notare come alcune di esse siano particolarmente ricorrenti, sia nei finanziamenti delle regioni sia in quelli della Cooperazione Italiana. Tra queste si enumerano, a titolo di esempio:
• l’Associazione Pace per Gerusalemme (Provincia autonoma di Trento);
• Nexus (ente di cooperazione della CGIL);
• GVC (Gruppo Volontariato Civile);
• Peace Games;
• ANPAS;
• EDUCAID (Emilia-Romagna);
• Medina ONG (Toscana);
• Associazione Kenda (Puglia).
Alcune di esse sono le più favorite nell’allocazione di fondi regionali e nazionali, grazie anche alla presenza di delegazioni permanenti di Emilia-Romagna e Toscana negli uffici della cooperazione internazionale a Gerusalemme. Vista la loro stretta collaborazione con enti pubblici e con il ministero degli Esteri, dai quali traggono finanziamenti sostanziosi, è lecito chiedersi:
1. Quanto possono definirsi non-governative queste organizzazioni, il cui bilancio dipende da enti pubblici?
2. Quale impatto hanno le ONG nella formulazione della politica di cooperazione e della politica estera in generale di cui la cooperazione è parte integrante?
3. L’ente pubblico che affida l’esecuzione di una parte della politica estera, ossia la cooperazione, a un’organizzazione privata, quanto ne è influenzato e quanto riesce a controllarlo?

Le organizzazioni scrivono rapporti, analisi e svolgono attività di pressione diplomatica che inevitabilmente influenzano gli attori internazionali. Tuttavia l’affidamento dell’esecuzione di una parte di politica estera a enti privati presupporrebbe che l’ente privato cui è delegata l’esecuzione della cooperazione si attenesse alle linee generali della politica estera ufficiale. Al contrario, le ONG operano delegittimazione di Israele nelle attività di cooperazione in Palestina, come sarà analizzato nel capitolo successivo.
• In definitiva, qual è il meccanismo di controllo sull’ente privato che esegue la politica estera?
• Quali sono i criteri di valutazione del successo dei progetti?
Ogni ente ha dei parametri propri, che però non sono resi noti, il che porta alla seconda questione, la trasparenza.

La trasparenza

La difficoltà maggiore nella ricostruzione del contributo italiano alle ONG che operano in Palestina sta nell’accessibilità ai dati. È difficile accedere alle informazioni che spesso sono mancanti, riguardo a:
• somma destinata,
• partner nel progetto,
• anni di attività.
Poiché si tratta di fondi pubblici allocati nei vari bilanci ad attività di cooperazione internazionale, è indispensabile che ogni informazione concernente la loro erogazione sia pubblicata in modo da consentire:
• tracciabilità,
• controllo pubblico.
Una maggiore trasparenza è indispensabile sia a causa della pubblicità dei fondi sia al fine di permettere un miglioramento della condizione della cooperazione, che, se sottoposta a controllo pubblico, può evitare usi deviati in attività delegittimatorie contro Israele e in attività di appoggio al terrorismo, come sarà esposto nel capitolo successivo.

I modi di legittimare

La cooperazione, in quanto politica e azione di sostegno allo sviluppo e alla democratizzazione, si muove nell’ambito di ideologie costituite da precise visioni politiche, interpretazioni storiche e convinzioni economiche. Tuttavia il caso di Israele e Palestina presenta una particolarità: l’attenzione al popolo palestinese è galvanizzata dall’accusa a Israele. Di conseguenza, la causa della situazione, presunta o reale, in cui versano i Palestinesi è l’esistenza di Israele e il suo sviluppo. Al contrario, lo sviluppo economico e sociale dei palestinesi è dipendente dal contenimento israeliano.
La delegittimazione assume una forma esplicita, quando si imputano a Israele le colpe della precaria situazione socio-economica in cui versano i palestinesi; e una forma omissiva, quando si evita di spiegare il contesto storico, cioè considerare l’iter decisionale alla base delle politiche israeliane, invece di denunciare le responsabilità dei palestinesi. L’insieme dei due approcci, esplicito e omissivo, crea un quadro ideologico in cui appare come inesistente la politica palestinese, ridotta solo a richieste. I palestinesi come attori della scena internazionale e come parte in conflitto, sono spogliati della loro capacità di azione politica e della loro statura istituzionale, essendo dipinti come mera popolazione senza società né organizzazione. Di qui l’accusa a Israele, che pare essere l’unico attore del conflitto al quale riferire tutte le responsabilità.
La delegittimazione omissiva assume forme particolarmente intollerabili di fronte al silenzio sull’educazione all’odio nelle scuole palestinesi, sulla retorica antisemita nei media e soprattutto di fronte al silenzio sull’ideologia stragista che ha generato i terroristi suicidi durante la Seconda Intifada. Altresì, è da notare come il silenzio sul terrorismo e la mancata analisi della pervasività dell’ideologia stragista hanno in più di un’occasione determinato un sostegno diretto o indiretto alle organizzazioni terroristiche.
La privazione della capacità politica dei palestinesi nelle analisi storiche e il silenzio sulle responsabilità nel conflitto hanno generato un’attenzione unidirezionale verso Israele come fattore principale della presunta miseria socio-economica palestinese. Di conseguenza, nessuna azione di cooperazione si concentra sui problemi della società palestinese, con l’effetto di consolidare le posizioni anti-israeliane, di acuire il conflitto e di invalidare l’intera azione a sostegno dello sviluppo.
Questo è quanto appare dall’analisi della narrativa delle ONG, che sposano la visione storico-politica palestinese, sfruttando la logica dello sviluppo e dei diritti umani in funzione anti-israeliana.

Analizziamo ora le modalità di delegittimazione, ossia
• l’uso del linguaggio,
• la propaganda emotiva,
• l’uso delle immagini,
• l’esaltazione della miseria,
• la delegittimazione omissiva,
• il sostegno indiretto al terrorismo.
La questione della parzialità e partigianeria delle ONG nello svolgimento delle attività finanziate con denaro pubblico sarà trattata nel prossimo capitolo.

Il linguaggio e la propaganda emotiva

La lingua e il potere evocativo delle parole giocano un ruolo fondamentale nella delegittimazione di Israele: richiamandosi a un immaginario di sofferenza, soprusi, vulnerabilità e impotenza, si sposta l’attenzione dai fatti alle emozioni. È questa la tecnica della propaganda emotiva, che consiste nella “distorsione della verità, nella falsificazione dei fatti, mischiati ad argomenti mistificatori”.
Nella delegittimazione operata dalle ONG, la lingua è usata come strumento di propaganda emotiva nei titoli dei progetti, nella spiegazione delle attività e nei comunicati dei siti internet.
Il titolo di un progetto ha un’importanza cruciale poiché, esattamente come in un articolo o in un libro, attira l’attenzione del lettore/valutatore, che poi si convince della sua bontà attraverso la spiegazione del contesto in cui interviene l’azione.

Attira in particolare l’uso delle parole:
• “pace”, sempre in relazione a un’accusa esplicita o implicita a Israele;
• “infanzia”, riguardo alle giovani vittime dell’occupazione;
• “donne”, come promotrici dello sviluppo economico dei territori;
• “emergenza”, con riferimento a uno stato d’indigenza causato da Israele;
• “educazione”, sempre in relazione a uno stato di indigenza dovuto all’occupazione.

Nel 2010 la regione Emilia-Romagna ha finanziato il progetto “Lasciateci giocare in pace”, con attività rivolte ai giovani del “campo profughi di Shuafat”. Lo stesso progetto è stato finanziato in tre anni diversi (2008, 2007 e 2006), gestito da “Peace games”, e si ripropone nel 2011 con il titolo “Il gioco contro il muro” in diverse altre zone della Cisgiordania e di Gaza, gestito da EDUCAID. La descrizione del progetto si riferisce a Shuafat con la ripetizione dell’espressione “campo profughi” o semplicemente “campo”, lasciando trasparire il riferimento a campi di altra memoria (i lager nazisti). Il nesso tra “profughi” e “pace” fa comprendere al lettore che l’indigenza degli abitanti è dovuta allo sradicamento subìto in passato e alla situazione di violenza attuale. Nella descrizione del progetto dell’associazione “Peace games” si fa riferimento all’isolamento del campo. Da una più attenta analisi della realtà appare che il “campo profughi” è un quartiere di Gerusalemme che così si chiamava già nel XVI secolo, collegato agli altri quartieri dalla rete tranviaria. La situazione generale dei quartieri arabi a Gerusalemme meriterebbe poi un’analisi più dettagliata, che mal si concilia con la breve descrizione d’indigenza e povertà degli asili gestiti dalle moschee.
I progetti che hanno come obiettivo la tutela dell’infanzia parlano spesso di “emergenza educazione”, adducendo come causa dell’indigenza sociale la costruzione del muro, l’occupazione israeliana o il conflitto con i militari. Nel sito della CGIL Modena, partner nel progetto “Promozione dell’educazione alla prima infanzia” finanziato dalla regione Emilia-Romagna nel 2009, si legge che l’obiettivo dell’intervento è “alimentare concretamente ‘il diritto al gioco’, per un’infanzia che soffre le pesanti restrizioni derivanti da una ultradecennale situazione di occupazione militare israeliana, diretta o indiretta”.
Così il progetto “Beit Children”, finanziato dall’Emilia nel 2008 e gestito dall’ONG Reggio nel Mondo, si concentra sul potenziamento dei servizi educativi all’infanzia del villaggio di Bet Jalla. Nella descrizione del progetto nel sito della regione, si legge che Beit Jalla è “a rischio ‘asfissia’ culturale ed economica causata dal muro”. Nonostante l’intervento sia a favore di una situazione svantaggiata dell’infanzia, il sito dell’associazione preferisce denunciare le difficili comunicazioni tra Betlemme, Beit Jalla e Gerusalemme a causa del muro e dei numerosi posti di blocco… che in realtà è uno solo.
Sulla stessa linea si possono citare anche il progetto “Terra Santa: infanzia ferita”, finanziato dalla regione Toscana nel 2009, e il progetto “Emergenza educazione a Betlemme”, finanziato dalla regione Puglia nel 2007 e gestito da ICARO, Istituto Ricerche e Studi Educazione e Formazione.
È altresì importante evidenziare come la delegittimazione di Israele sfrutti anche il linguaggio legalistico. Spesso i progetti riportano la parola “diritto” unita a “infanzia” e “conflitto”, il cui accostamento assieme alla spiegazione del progetto lasciano intendere una continua violazione dei diritti dell’infanzia da parte di Israele.
Nel 2009, la Toscana ha finanziato un progetto intitolato “Azione per promuovere la riabilitazione dei minori ex-detenuti palestinesi”, gestito da Arci Prato, nel cui sito si legge che i minori sono detenuti nelle carcere israeliane “spesso soggetti a violenze e senza alcuna assistenza”. Lo stesso anno, la regione ha finanziato un altro progetto nel medesimo settore, intitolato “Diritti dei bambini: potenziamento del sistema di tutela giuridica”. Nella scheda del progetto si legge che “a causa del conflitto vi è in atto una sistematica distruzione della tradizione culturale e sociale”; altresì “i check-point, il coprifuoco e il muro hanno ridotto gli spazi in cui i bambini possono esprimersi liberamente, causando danni psicologici all’intera popolazione”. Stessa impostazione ideologica nel progetto “Palestina: infanzia e acqua”, finanziato dalla regione Umbria nell’arco temporale 2002-2007. La regione Abruzzo ha nel 2008 finanziato il progetto “Asili di Gerusalemme”, gestito da Arci Teramo Comitato Provinciale, nella cui scheda si legge che “Gerusalemme è occupata dalle truppe israeliane, con conseguenti discriminazioni a sfavore dell’infanzia palestinese”. Lo stesso anno l’Abruzzo ha finanziato il progetto “Scuole sotto assedio”, gestito dall’associazione Centro Internazionale Crocevia”; ma le scuole cui si riferisce, Nablus e Ramallah, non sono sotto “occupazione”.
Altre due parole che ricorrono nella lingua della delegittimazione sono “ulivo” e “muro”. L’immagine dell’ulivo è particolarmente evocativa poiché divenuto simbolo della resistenza palestinese e del radicamento del popolo alla terra. Molti progetti hanno a che fare con l’ulivicoltura, spesso accostata al “muro” e alla sua presunta incidenza economica.
Nel 2008 la regione Emilia-Romagna ha finanziato un progetto del GVC intitolato “Rafforzamento delle capacità produttive e organizzazione dei piccoli ulivicoltori nei distretti di Tulkarem e Nablus colpiti dalla costruzione del muro di separazione”, mentre nel sito dell’associazione si riportano le azioni di sostegno ai frantoi palestinesi rivolte più che altro alla consulenza tecnologica, per cui risulta incomprensibile il riferimento al muro. Nel 2004/2005, l’Emilia ha finanziato il progetto “Recupero di pozzi e sorgenti e creazione di orti famigliari nelle zone colpite dalla costruzione del muro di separazione”, presentato dalla stessa GVC, che rivolge l’accusa di rubare le terre e i pozzi d’acqua.

Le immagini: l’esaltazione della miseria

L’uso delle parole è spesso accompagnato dalle immagini, che dipingono sempre miseria, conflitto e disperazione, potenziando il valore delegittimatorio delle parole e sostituendosi alla neutralità delle descrizioni. Il sito dell’ONG Reggio nel Mondo, finanziata dall’Emilia-Romagna, riporta immagini del muro in primo piano e in lontananza le cittadine palestinesi, per porre l’accento sulla portata negativa del muro di separazione.
Si legge nel sito: “Beit Jalla dista poche decine di chilometri da Gerusalemme ma l’accesso rimane difficoltoso a causa della costruzione del muro di separazione e dei posti di blocco”. Nessun riferimento però ai cecchini delle milizie terroriste che si introducevano nelle case dei cristiani (la maggioranza degli abitanti di Beit Jalla) per sparare sui residenti del quartiere Gilo di Gerusalemme. Il sito del Gruppo Volontariato Civile”, finanziato dalla regione e dalla Cooperazione Italiana, nella scheda riservata alla Palestina, riporta immagini di case distrutte, di estrazione d’acqua da un pozzo a mano, di un gruppo di persone sotto un albero in fiore che sembrano sfollati.
Si legge nel sito: “Negli ultimi anni si è registrato anche un incremento delle demolizioni di case e infrastrutture produttive a scapito delle famiglie palestinesi. La gestione delle risorse naturali, in particolare quella idrica, è segnata da ampia iniquità tanto che in media i palestinesi usufruiscono di circa un quarto dell’acqua utilizzata dai cittadini israeliani”. Non si spiega però che Israele demolisce solo le costruzioni illegali secondo la legge israeliana, applicabile a Israele e alle zone C, indipendentemente dal fatto che i proprietari siano arabi o ebrei. Non viene spiegato nemmeno che la questione dell’acqua è gestita da una commissione congiunta palestinese e israeliana istituita con gli accordi di Oslo, mentre così sembra che non vi sia nemmeno acqua corrente nelle case.
Le immagini di case distrutte ricorrono anche nel sito di Medina, ONG, finanziata da Regione Toscana e Cooperazione Italiana.
Va detto che gran parte delle immagini usate dalle ONG sono il risultato di lavori con Photoshop elaborati ad arte da agenzie stanziate a Beirut, che producono il materiale di propaganda palestinese destinato a internet.
Salam Ragazzi dell’Olivo, che compare come partner in vari progetti, pubblica ripetutamente immagini del muro, con le didascalie che lo fanno passare per la causa principale dei problemi palestinesi.

La prima immagine reca la didascalia “in gabbia verso il check point”, la seconda “qualche disegno… ma è sempre muro!”. Con la parola “gabbia” si intende sottolineare la presunta de-umanizzazione dei palestinesi per la presenza dei check-point, senza spiegare perché esistono, come funzionano e come sono strutturati. Le parole sul “muro” ancora omettono di spiegare cos’è e perché esiste una barriera di separazione. Mai viene specificato che la parte in forma di muro della barriera è di soli 8 km sull’intera sua lunghezza di 800 km (un terzo della quale ancora in costruzione) formata da una rete metallica.
L’associazione Kenda ONLUS, finanziata dalla Regione Puglia, pubblica un album fotografico sulla Palestina in cui compaiono il muro occidentale (che in verità è in Israele: è il Muro del Pianto), il muro vero e proprio, una torre di vedetta militare e il cartello che avverte gli israeliani di non entrare nelle zone A, sotto amministrazione palestinese, quasi a voler sottolineare il presunto segregazionismo delle misure di sicurezza.
Si omette di spiegare che i cartelli che vietano agli israeliani di entrare nelle zone sotto amministrazione palestinese sono stati introdotti per impedire che i cittadini israeliani per sbaglio finiscano in villaggi e città dove rischierebbero la vita, come spesso accaduto a ignari malcapitati che avevano imboccato una strada errata.
Inoltre, lo stile di vita dei beduini, che è riportato come emblema della miseria palestinese, non rappresenta l’intera società palestinese e non è dovuto all’occupazione. Per stabilire un parallelo, è come se una ONG pubblicasse delle foto dei campi nomadi in Italia accusando il governo e i cittadini italiani delle indigenti condizioni di vita di rom e sinti… La radicata convinzione che i territori palestinesi siano solo macerie e stracci arriva ad accostamenti improponibili.

La delegittimazione omissiva: de-ebraicizzare il Medio Oriente

Per delegittimazione omissiva s’intende il silenzio sulle responsabilità palestinesi e la decontestualizzazione dei fatti. Nessuna condanna al terrorismo, nessun accenno all’educazione all’odio, nessuna spiegazione delle cause del conflitto. L’esposizione dei fatti è volutamente parziale e sposa la narrativa storica palestinese con l’obiettivo di negare le ragioni d’Israele.
Il terrorismo palestinese e l’educazione all’odio che lo fomenta non sono mai citati. Persino i progetti che sono stati attuati durante la Seconda Intifada, riportano le condanne alle operazioni militari israeliane senza accennare al contesto di conflitto armato voluto dall’Autorità Palestinese.
I progetti sulle emergenze educative non fanno riferimento all’educazione all’odio, nemmeno quelli che vorrebbero formare al dialogo e alla nonviolenza, perché le attività sono sempre rivolte alla condanna della ‘violenza’ israeliana. Alla stessa maniera, i progetti di sostegno al sistema economico giustificano sovente gli interventi con l’esistenza degli scontri armati, senza però spiegarne il motivo. Ad esempio, il progetto “Riabilitazione del capitale agricolo e sviluppo di un’agricoltura integrata nel nord della Striscia di Gaza”, finanziato dalla Cooperazione Italiana nel 2010, spiega la finalità dell’intervento con il miglioramento delle condizioni economiche dopo le “incursioni israeliane” che hanno danneggiato o azzerato le strutture produttive.
Le parole non tengono conto né del contesto di conflitto armato e il continuo lancio di missili da Gaza, né peraltro delle collaborazioni israelo-palestinesi con Gaza proprio nel settore agricolo, in particolare con riferimento al commercio di fragole. La delegittimazione è ancor più evidente nelle ricostruzioni geopolitiche che descrivono l’area, solitamente definite “scheda Paese”.
Il “contesto storico” che spiega la situazione mediorientale nel sito dell’associazione GVC, apre la descrizione sostenendo che “sin dalla creazione e riconoscimento dello Stato di Israele in conseguenza della risoluzione n.181 dell’assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1947, l’area mediorientale è stata segnata da vari conflitti armati tra Israele e gli stati arabi confinanti”.
Questa è una distorsione storica: in realtà l’equiparazione non regge, in quanto sono stati i Paesi arabi ad aggredire Israele in cinque guerre nelle quali lo Stato ebraico è stato costretto a combattere per la propria sopravvivenza.
Il conflitto rimane irrisolto, soprattutto a causa delle rivendicazioni territoriali, poiché “il confine stesso tra le due partizioni originariamente definite dalla risoluzione ONU è ancora indefinito, nonostante la costruzione di un muro di separazione unilateralmente decisa e realizzata da Israele a partire dal 2000”, come si legge nella scheda. Così riassunta la storia non tiene conto di due fattori cruciali: il conflitto con gli arabi nacque prima della nascita di Israele, e la barriera di separazione ha scopo difensivo e la sua costruzione è iniziata nel 2002.
I progetti finalizzati al sostegno e avanzamento dei diritti delle donne accennano timidamente alla “società patriarcale”, mentre preferiscono attribuire al muro o all’occupazione la principale causa di arretratezza sociale. Senza alcun riferimento all’islamizzazione e alla negazione dei diritti di genere non è possibile una corretta comprensione della società in cui si vuole intervenire. Non a caso mancano completamente riferimenti alla violenza contro gli omosessuali e alle lesbiche, minoranza sessuale perseguitata.
Del pari, i progetti che intervengono in campo educativo e formativo non parlano dell’educazione all’odio nelle scuole palestinesi, dove i bambini vengono istruiti all’antisemitismo e antisionismo, così come non si fa accenno alle strutture scolastiche pensate per creare martiri da mandare in guerra, argomento di moltissime trasmissioni televisive dedicate alle gioventù.
Si riscontra anche una diffusa imprecisione nei riferimenti geografici dei luoghi. Per esempio, Gerusalemme è spesso indicata come Palestina, mentre la parola “Israele” compare con riferimento a “esercito” e “occupazione militare”.
Altresì il territorio è sovente definito come “Terra Santa” e non come “Israele” e “territori Palestinesi”. La scelta terminologica relega Israele alla funzione politica di criminale e usurpatore, avendo come effetto la de-ebraicizzazione del Medio Oriente, che è solo “Terra Santa” o “Palestina occupata”.
A questo proposito, i riferimenti e le attività delle ONG in collaborazione con la comunità cristiana svolgono anche un ruolo altamente delegittimatorio, poiché non fanno cenno alle violenze anti-cristiane delle fazioni islamiste, bensì riportano la questione alla matrice antisionista, riassumibile nel ciclo occupazione, usurpazione, discriminazione, violenza, miseria.

I legami con il terrorismo

La sottovalutazione della pericolosità del terrorismo come struttura sociale radicata della realtà palestinese ha portato a due casi di legami diretti con organizzazioni terroristiche.
Nel 1998 la regione Emilia-Romagna ha finanziato il progetto “Sostegno e sviluppo di due centri per portatori di handicap psicofisico”, gestito da GVC con due partner locali: Palestinian Red Crescent Society – Hebron Branch e Al-Ihsan Charitable Society.
La Palestinian Red Crescent Society ha avuto un ruolo chiave in diversi attacchi terroristici fornendo le ambulanze per il trasporto di materiale o persone coinvolte nell’attacco, inclusi gli stessi attentatori. Ancora più grave sembra il legame con Al-Ihsan Charitable Society, un’organizzazione di beneficenza che raccoglie fondi per la jihad islamica in Palestina, impegnata anche nei compensi alle famiglie degli attentatori.
Tra il 2009 e il 2011, la Cooperazione Italiana ha finanziato il progetto “Rafforzamento sistema universitario palestinese attraverso un programma integrato di alta formazione e aggiornamento professionale”, per un ammontare di 986.000 euro destinati alle seguenti istituzioni in collaborazione con l’Università di Pavia:
• Bir Zeit University,
• Al-Quds University,
• An-Najah University,
• Hebron University,
• the Palestine Polytechnic University,
• the Arab American University of Jenin,
• Bethlehem University.
L’università di An-Najah aveva ospitato nel 2001 la mostra che esaltava il terrorismo suicida, con una particolare installazione sull’attentato alla Pizzeria Sbarro il 9 agosto 2001. L’università è anche conosciuta per l’attivismo della cellula studentesca Palestine Islamic Block, che oltre a diffondere l’ideologia stragista ha reclutato numerosi terroristi suicidi per Hamas. L’attivismo islamista si ripercuote anche nelle attività dell’università che può contare sui finanziamenti di Al-Ihsan Charitable Society, la stessa organizzazione con cui ha collaborato l’ONG italiana GVC e che figura nella lista delle organizzazioni terroristiche oggetto delle sanzioni USA regolate dall’Executive Order 13224 del 23 settembre 2001.
I legami, diretti o indiretti, con il terrorismo sono il risultato di politiche di sostegno incondizionate, mentre una più attenta valutazione dei partner e dei beneficiari potrebbe escludere dai target dei progetti quelle istituzioni che sostengono materialmente o ideologicamente il terrorismo. La lotta al terrorismo impone non solo di non avere alcun legame con organizzazioni terroristiche, ma anche di non aver contatti con quelle istituzioni che sovvenzionano i gruppi terroristici.
L’Italia, da sempre impegnata nella lotta al terrorismo, ha non solo firmato e ratificato i trattati internazionali in materia sulla lotta al terrorismo, ma ha anche legiferato in materia di terrorismo internazionale.

Cooperazione e Stato

L’impegno delle regioni e degli enti locali nella cooperazione internazionale, così come l’operato della cooperazione internazionale è contestabile secondo due profili:
• la legittimità costituzionale delle leggi regionali che regolano gli interventi di cooperazione allo sviluppo,
• la coerenza della cooperazione allo sviluppo in Palestina con la politica estera italiana nel Medio Oriente.
Dall’analisi della giurisprudenza costituzionale in materia di cooperazione internazionale, appare evidente che l’impegno delle regioni nella cooperazione allo sviluppo è costituzionalmente legittimo solo se limitato all’organizzazione o finanziamento di attività di sensibilizzazione alla cooperazione, da attuarsi sul territorio regionale e comunque rivolte alla cittadinanza. Altre critiche emergono dalla faziosità politica delle ONG impegnate in Palestina che, in quanto destinatarie di fondi pubblici, agiscono in aperto contrasto con la politica estera ufficiale italiana di amicizia e sostegno allo Stato di Israele.
Con particolare riferimento alle ONG che sostengono la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), si pone il quesito della compatibilità tra finanziamento pubblico e professione politica antitetica ai princìpi fondanti la politica estera dello Stato italiano.

Legittimità costituzionale della cooperazione decentrata

La Corte Costituzionale si è espressa in tre sentenze sulla legittimità costituzionale delle leggi regionali che definiscono e regolamentano le attività di cooperazione allo sviluppo:
• la Corte ha dichiarato illegittime le leggi regionali della provincia autonoma di Trento (sentenza n. 221 del 17 maggio 2006),
• della regione Calabria (sentenza n. 131 del 14 maggio 2008),
• della regione autonoma Valle d’Aosta (sentenza n. 285 del 9 luglio 2008).
In tutti e tre i casi, il governo aveva impugnato le leggi regionali che regolamentavano le attività di cooperazione allo sviluppo lamentando l’incompatibilità costituzionale dell’impegno regionale in materia con la norma dell’art.117, comma 2, lett. A della Costituzione, che riserva in via esclusiva allo Stato la competenza sulla politica estera.
La corte costituzionale ha ribadito che la cooperazione allo sviluppo, quale parte della cooperazione internazionale, rientra nella materia di politica estera che è di competenza esclusiva dello Stato.
“Sono lesive della competenza statale in materia di politica estera le norme regionali che prevedano, in capo alla regione, il potere di determinazione degli obiettivi della cooperazione internazionale e degli interventi di emergenza e il potere di individuazione dei destinatari dei benefici sulla base di criteri fissati dalla stessa Regione”, poiché queste norme, “implicando l’impiego diretto di risorse, umane e finanziarie, in progetti destinati a offrire vantaggi socioeconomici alle popolazioni e agli Stati beneficiari ed entrando in tal modo nella materia della cooperazione internazionale, autorizzano e disciplinano attività di politica estera”.
Rientrano nella categoria di cooperazione allo sviluppo anche:
• attività di formazione professionale di stranieri (in Italia o all’estero); 42
• la cooperazione umanitaria e di emergenza; 43
• attività di assistenza agli enti di Paesi terzi che implichino l’impiego o fornitura di materiale, invio di personale regionale, coordinamento di personale messo a disposizioni da altri enti o associazioni, e la raccolta o la costituzione di fondi con finalità di cooperazione umanitaria e di emergenza.
A tal proposito è utile evidenziare che non è costituzionalmente legittimo nemmeno l’intervento in risposta a un appello promosso da un’organizzazione internazionale, poiché “la circostanza per la quale l’iniziativa di cui di volta in volta si tratti sia stata promossa da singoli Stati esteri ovvero da organizzazioni internazionali non esclude affatto il rischio che essa sia in contrasto con la politica estera dello Stato italiano, il quale ben può avere obiettivi diversi da quelli perseguiti da quegli altri Stati o da quelle organizzazioni internazionali”.
Le regioni non possono quindi operare nell’ambito della cooperazione allo sviluppo laddove gli interventi implichino la scelta di priorità geografiche e tematiche, che sono invece attività che rientrano nella politica estera e quindi di competenza statale.
Ciò che rimane invece di competenza delle regioni in questa materia sono le iniziative di educazione, formazione e studio da svolgere nell’ambito del territorio regionale e dirette alla comunità regionale.
Alla luce delle conclusioni della corte costituzionale rimane dubbio il perdurare delle attività di cooperazione internazionale finanziate da molte regioni e altri enti locali italiani, anche con presenza specifica nel territorio di destinazione degli interventi.
Si porta in evidenza che Emilia-Romagna e Toscana sono presenti con propri uffici presso la delegazione della Cooperazione Italiana a Gerusalemme, per le attività di cooperazione nei territori Palestinesi. Il conflitto tra Stato e regioni in tema di politica estera ha rilevanza costituzionale con riguardo alla legislazione regionale, ma un più ampio dibattito sul tema dovrebbe coinvolgere anche la specifica attività delle ONG.

Cooperazione allo sviluppo contro politica estera?

Poiché la cooperazione internazionale è parte integrante della politica estera, come definito dalla legge n. 49 del 1987, le ONG che operano in questo campo sulla base di finanziamenti pubblici sono da considerarsi soggetti privati che attuano politiche statali. Di conseguenza, proprio perché ricevono finanziamenti pubblici, devono attenersi alle linee di politica estera dello Stato.
Nello specifico caso di Israele e Palestina, lo Stato italiano ha espresso più volte amicizia, vicinanza e sostegno a Israele, riconoscendo il diritto di Israele a esistere e il suo conseguente diritto a difendersi. La vicinanza dell’Italia a Israele non si pone in contraddizione con la cooperazione con l’autorità nazionale Palestinese e con il popolo palestinese, nella misura in cui tale cooperazione non sia incompatibile con il principio di riconoscimento dello stato ebraico.
Qui emerge la discutibile faziosità delle ONG italiane che operano in Palestina, in particolar modo della loro attività di delegittimazione che si traduce nell’adozione di una narrativa storica distorta e nelle affermazioni di condanna a Israele. Le attività di cooperazione in Palestina delle ONG divengono quindi incompatibili con la politica estera ufficiale italiana quando fanno delegittimazione di Israele.
È altresì è possibile affermare che il finanziamento pubblico alle ONG che delegittimano Israele è espressione di una politica estera parallela e contraria a quella ufficiale.
L’inconciliabilità tra delegittimazione e politica estera italiana dovrebbe tradursi in una revisione delle posizioni politiche delle ONG, che non possono ritenersi libere nell’interpretazione storica e nell’analisi politica quando ricevono finanziamenti pubblici per lo svolgimento di attività connesse alla politica estera.
Tale inconciliabilità diviene evidente nella forma più organizzata di delegittimazione, che è il movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni), cui aderiscono numerose organizzazioni italiane. Tra queste, vi sono anche ONG che ricevono finanziamenti pubblici per attività di cooperazione allo sviluppo in Palestina o che partecipano come partner a progetti finanziati da regioni o altri enti pubblici.
Ecco la lista delle ONG italiane che ricevono finanziamenti pubblici e partecipano ufficialmente al movimento BDS (compresi gli enti che agiscono attraverso associazioni di loro emanazione, come la CGIL).

• Associazione Ya Basta,
• CGIL,
• Coordinamento Nord-Sud del Mondo,
• Operazione Colomba,
• Pax Christi,
• un Ponte Per… 48

Queste sono le ONG palestinesi, partner locali nei progetti a finanziamento pubblico, che aderiscono alla campagna internazionale di BDS.

Unioni e reti:
• Palestinian General Federation of Trade Unions (PGFTU),
• General Union of Palestinian Women (GUPW),
• Union of Palestinian Medical Relief Committees (UPMRC),
• Union of Agricultural Work Committees (UAWC),
• Union of Palestinian Agricultural Relief Committees (PARC),
• Union of Women’s Work Committees, Tulkarem (UWWC).

Associazioni:
• Al-Awda Charitable Society (Beit Jalla),
• Al-Awda Palestinian Folklore Society (Hebron),
• Al-Doha Children’s Cultural Center (Bethlehem),
• Chamber of Commerce and Industry, Ramallah, Al-Bireh District,
• Gaza Community Mental Health Program, (GCMHP),
• Jerusalem Center for Women, Jerusalem (JCW),
• Palestinian Working Women Society for Development (PWWSD),
• Youth cooperation forum (Hebron).

Il futuro della cooperazione

Avanziamo ora due proposte per il miglioramento delle attività di cooperazione in Palestina, con lo specifico intento di assicurare che i fondi pubblici non vengano destinati ad attività di delegittimazione o, ancor più grave, a istituzioni legate al terrorismo.
La prima proposta riguarda la trasparenza dei fondi e l’istituzione di un database centrale, accessibile a tutti i cittadini, presso il ministero Affari Esteri con tutti i progetti in corso e già conclusi, completi di informazioni relative a budget e partner.
La seconda riguarda l’introduzione di una doppia clausola di condizionalità che vincoli il beneficiario palestinese ad astenersi da attività di sostegno o apologia del terrorismo, in ogni sua forma e che subordini il finanziamento pubblico per le ONG italiane all’impegno ad astenersi da attività di delegittimazione di Israele, in quanto non conformi con la politica estera italiana.

Apologia del terrorismo, incitamento al genocidio e all’odio razziale

Per garantire l’efficacia di lunga durata degli aiuti e degli interventi volti alla pacificazione e alla costruzione di rapporti durevoli tra israeliani e palestinesi, è necessario arrestare la diffusione dell’odio anti-israeliano e anti-ebraico che si coltiva nel sistema educativo, nei mezzi d’informazione, negli ambienti religiosi e in altri ambiti della società civile.
La diffusione dell’odio anti-ebraico e anti-israeliano è la base del terrorismo suicida e della violenza che si rivolgono a obiettivi civili israeliani ed ebraici nel mondo.
Per incitamento si intende:
• propaganda nei media (tv, radio, stampa),
• incitamento al terrorismo e all’odio antisemita nelle scuole di ogni ordine e grado,
• attività di reclutamento e istigazione delle cellule di propaganda nelle università,
• propaganda in internet attraverso l’incitamento all’odio razziale e al genocidio nei siti web e nei social media,
• apologia del terrorismo e incitamento all’odio nei luoghi religiosi,
• produzione letteraria, musicale e artistica funzionale alla diffusione di preconcetti, allo spargimento dell’odio e all’esaltazione dello stragismo suicida.

Da un punto di vista giuridico l’apologia al terrorismo suicida e incitamento all’odio anti-israeliano e anti-ebraico possono esser considerati una forma di istigazione al genocidio, secondo la definizione in diritto internazionale. Il diretto appello all’uccisione di ebrei e israeliani, al martirio in nome della causa palestinese è da considerarsi incitamento al genocidio e non semplice istigazione all’odio razziale, che è invece l’uso di un linguaggio denigratorio e istigatorio senza un diretto appello alla distruzione, totale o parziale, di un gruppo etnico, religioso o linguistico.
La differenza è di particolare rilevanza nelle attività di apologia del terrorismo attraverso i media e internet, che non si limitano ad esaltare lo stragismo, ma sono funzionali allo spargimento dell’odio che porta alle violenze ricomprese nel progetto politico genocida, ivi comprese le finalità di reclutamento e cooptazione di nuovi potenziali terroristi.
Quanto alle ONG europee, è possibile considerare il loro linguaggio, la ricostruzione storica e il silenzio-appoggio al terrorismo come incitamento all’odio e alla violenza. In ogni sistema giuridico la libertà di espressione è limitata dalle leggi sull’incitamento all’odio razziale, generalmente definite @hate speech@ o @discours de haine@. In Italia vige la Legge Mancino, il cui art. 1 condanna l’istigazione a e gli “atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” e dispone altresì che “è vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.
L’appoggio morale alla “resistenza palestinese” è una forma di esaltazione del terrorismo suicida e delle violenze contro civili e militari israeliani, che incitano quindi alla violenza contro Israele. Allo stesso modo, le campagne di boicottaggio dei prodotti israeliani, degli accademici e intellettuali, degli artisti e sportivi, sono forme di incitamento alla discriminazione su base nazionale.
Infine, si ricorda che non solo l’appoggio al terrorismo e alla violenza contro Israele, l’incitamento al boicottaggio e la partecipazione al BDS sono una forma di istigazione all’odio e alla discriminazione su base nazionale, ma costituiscono anche una forma di antisemitismo. La definizione della Fundamental Rights Agency dell’Unione Europea (che ha sostituito nel 2007 lo European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia, EUMC) adottata nel 2005, comprende le seguenti forme di antisemitismo rivolte contro lo Stato di Israele:
• Negare al popolo ebraico il proprio diritto all’autodeterminazione, cioè all’esistenza dello Stato di Israele.
• Adottare due pesi e due misure nei confronti di Israele, aspettandosi da esso un comportamento non atteso o richiesto a nessun’altra nazione.
• Usare i simboli e le immagini associate all’antisemitismo classico (per esempio ebrei che uccidono Gesù) per caratterizzare Israele e gli israeliani.
• Tracciare paragoni tra la politica d’Israele e quella dei nazisti del Terzo Reich.
• Ritenere gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato d’Israele.

Poiché la promozione e la partecipazione alle attività BDS sono contrarie allo spirito della cooperazione e della pace, formuliamo le due proposte seguenti di regolamentazione della cooperazione in Palestina.

Trasparenza

In virtù del principio di trasparenza della pubblica amministrazione, sancito dalla legge n. 241 del 7 agosto 1990, si richiede:
• Che siano resi pubblici tutti i dati relativi al finanziamento delle attività di cooperazione internazionale in Palestina, con specifico riguardo ai partner dei progetti e all’ammontare dei finanziamenti concessi.
• Vista l’illegittimità costituzionale delle autonome iniziative regionali in campo di cooperazione allo sviluppo, si propone l’istituzione di un database centralizzato, gestito dal ministero Affari Esteri, che raccolga tutti i dati relativi alle attività delle regioni, compresi i progetti finanziati e le donazioni erogate.
In questo modo si possono evitare ripetizioni di azioni in aree geografiche e tematiche identiche, come accade ora.
La pubblicità delle attività di cooperazione internazionale può non solo attivare tutti i cittadini a informarsi sull’impegno dell’Italia e degli enti locali italiani in materia di cooperazione, ma anche porre sotto pubblico scrutinio le attività finanziate per una migliore definizione delle politiche pubbliche.

Nello specifico si chiede:
• la pubblicazione dei fondi erogati dagli enti pubblici che finanziano progetti di cooperazione,
• la percentuale dell’erogazione rispetto al bilancio generale del progetto e delle commissioni di valutazione dei progetti presentati,
• il contributo dell’Italia a tutte le organizzazioni internazionali che operano in Palestina e la percentuale italiana di destinazione alle attività nei territori dell’ANP.
Sarà così possibile avere un ampio quadro del bilancio degli enti pubblici, la specificazione delle erogazioni alle singole associazioni, così come la pubblicazione della procedura decisionale riguardo alla selezione dei progetti.

Aiuto condizionato

Considerato il pericolo del terrorismo, la sua pervasività e il sostegno diffuso da parte di organizzazioni della società civile che svolgono funzioni di appoggio morale, logistico e di aiuto finanziario, è necessario intervenire affinché i fondi stanziati per la cooperazione internazionale non vengano destinati a organizzazioni che hanno legami col terrorismo. Si chiede quindi l’introduzione del principio di “condizionalità dell’aiuto”, che consiste nel subordinare il sostegno finanziario, materiale o di servizi al rifiuto del terrorismo e all’astensione dall’apologia di ideologie di odio.
Interessante è la legislazione americana sull’erogazione di fondi per le attività di USAID, l’agenzia del governo statunitense per la cooperazione internazionale. Negli Stati Uniti, l’aiuto di cooperazione non solo è condizionato alla rinuncia al terrorismo, ma è anche vietato nel caso in cui il beneficiario, privato, ente pubblico o organizzazione, sostenga il terrorismo moralmente o finanziariamente. È anche vietata l’elargizione di fondi a istituzioni i cui dirigenti abbiano comprovate relazioni con organizzazioni terroristiche.
Allo stesso modo è ipotizzabile una condizionalità della destinazione di fondi pubblici a ONG italiane sulla base del loro impegno ad astenersi da forme di delegittimazione di Israele, in particolar modo se conformi al movimento BDS, poiché non compatibili con la politica estera italiana.
Lo scopo principale della cooperazione allo sviluppo è garantire la pace, la sicurezza internazionale e la prosperità economica dei popoli. Il terrorismo e la delegittimazione sono forme di violenza e odio che non devono avere alcun sostegno pubblico; pertanto, nella tradizione del consolidato impegno per la pace della Repubblica Italiana, si è convinti che la modificazione dell’attuale legislazione possa solo rafforzare l’operato dell’Italia nello sviluppo dei popoli e nell’affermazione della pace, privilegiando il dialogo e l’incontro rispetto alla mistificazione della delegittimazione e alla violenza del terrorismo.

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