Il Panturchismo 2.0

Filed in etnismo, geopolitica, turchia by del 06/11/2014

L’ideologia denominata panturchismo collega la Turchia al Caucaso e all’Asia centrale, riscoprendo la radice comune e i legami fra i diversi popoli turcofoni. Gli Stati indipendenti nati dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, con i quali la Turchia vuole intraprendere una politica estera forte dei legami etnici e linguistici, sono Azerbaigian, Turkmenistan, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan.
Panturanismo e Panturchismo sono movimenti di pensiero che si affermano dalla seconda metà del diciannovesimo secolo, periodo in cui le idee nazionalistiche dai Balcani si spargono per tutto l’Impero.
Se il Panturanismo si afferma tra i Giovani Turchi, in particolare dal 1889 a Istanbul, mirando a raccogliere in un’unica formazione politica tutte le stirpi turche esistenti al mondo (ottomani, turcomanni, uzbechi, kirghisi, baschiri, azeri, eccetera), il Panturchismo è un movimento che costituisce una fase più moderna ed etnicamente assai più ridotta del panturanismo. Nata alla fine della prima guerra mondiale, consiste nella convinzione, diffusa in molti ambienti politici turchi, di una precisa responsabilità della Repubblica turca nei riguardi di quelle minoranze ex ottomane che vivevano o vivono fuori dei suoi confini attuali.
Il Panturchismo si afferma parallelamente al Panslavismo e al Pangermanesimo, sebbene i turchi abbiano sempre rimarcato le distanze da questi movimenti caratterizzati precipuamente da una componente di razza. Il Panturchismo si presenta come legame linguistico e culturale, ponendo in secondo piano il criterio etnico, se non addirittura razziale, che pure lo ha a lungo segnato.

La nuova tesi storica

“Fatta la Turchia, facciamo i turchi”. Il Panturchismo s’inquadra in un periodo di affermazione del nazionalismo in Turchia. Dalla fine degli anni ‘20 e per tutti gli anni ‘30 vengono attuate riforme di netta rottura con il passato. Il nazionalismo diviene un principio costituzionale. Il Panturchismo si lega al nazionalismo e al mito di Ergenekon, luogo leggendario della Mongolia dal quale sarebbe originata la prima popolazione turca, nomade e guerriera, che attraversando l’Asia giunge sino all’Anatolia.
“La Tesi Storica Turca” viene presentata e discussa nella Prima e Seconda Conferenza sulla Storia Turca del 1932 e 1936. Si formulano teorie scientifiche circa le origini etniche dei turchi. I testi di storia criticano l’oscurantismo del periodo islamico-ottomano e esaltano il concetto di Nazione turca. Le critiche al Panturchismo lo definiscono complice delle violenze perpetuate contro i popoli non turchi: armeni, greci, assiri e curdi.
A oggi, nella società turca è evidente l’orgoglio dei cittadini per la turchità. Ciò deriva da un sistema educativo che esalta l’orgoglio nazionale, dal senso di accerchiamento da parte dei vicini ostili per decenni, dall’atteggiamento arrogante degli europei. L’orgoglio dei turchi deriva dall’indipendenza di una regione spesso sconfitta e umiliata, ma mai colonizzata, che per secoli ha guidato uno degli imperi più tenaci e innovativi della storia.
“I turchi di Turchia dichiarano un interesse palese verso i turchi dell’Asia centrale, e dichiarano spesso di preoccuparsi poco del fatto che gli azeri appartengono allo sciismo, dal momento che essi appartengono anche alla turcofonia”, afferma Jean-Paul Roux nella Storia dei Turchi. Secondo lui le popolazioni turcofone dell’Asia centrale ricambiano questo senso di prossimità, oggi come nel periodo sovietico. Lo sgretolamento dell’URSS ha portato all’indipendenza di nuovi Stati i quali, nel vuoto lasciato da Mosca, cercano un nuovo posizionamento internazionale.
La Turchia è il primo Paese che riconosce le Repubbliche centro-asiatiche. Nel ripiegamento sovietico i turchi cercano di inserirsi per colmarne il vuoto, sfruttando i legami etno-linguistici.
La Turchia viene vista come la più importante porta aperta tra occidente e Asia centrale. Sono di ceppo turco le lingue che parlano gli azeri, i tatari, i bashkiri, i kazaki, gli uzbeki, i kirghisi, i turkmeni, fino agli jacuti della Siberia e agli uighur della Cina occidentale, in totale tra i 130 e i 160 milioni di persone fuori dalla Turchia.

turcico
Il primo summit dei capi di Stato di Paesi turcofoni viene organizzato già nel 1992. Il sogno accarezzato dal nazionalismo viene portato avanti anche dai due presidenti moderati: Turgut Özal e Suleyman Demirel che parlano della possibilità della Turchia di divenire, dopo la guerra fredda, una potenza regionale capace di rappresentare l’intero mondo turcofono. Il progetto viene incoraggiato dal presidente americano George H. Bush in chiave anti-iraniana, per contenere la spinta propulsiva della rivoluzione, e al fine di dare alla Turchia un ruolo chiave nel trasporto delle risorse energetiche del bacino del Mar Caspio.
Sappiamo che tale strategia turca non andrà a buon fine durante gli anni ‘90. Le pompose teorie panturchiste sono portate avanti da un Paese che vive gravi conflitti interni ed è caratterizzato da un’economia traballante. Negli anni ‘90 gli “stan” hanno voglia di autodeterminarsi, di essere padroni del proprio destino, non necessitano di alcun fratello maggiore, tanto meno la Turchia. Inoltre a differenza di altri stati ex-sovietici, le Repubbliche centro-asiatiche rimarranno sempre legate a Mosca, e ciò si è evidenziato a partire dal ritorno della Federazione Russa come potenza mondiale sotto la guida di Vladimir Putin.
In definitiva, l’ascesa di India, Cina e Russia, l’importanza dell’Iran e i tentativi d’infiltrazione americana in quella regione del mondo, in una fase storica in cui a dettare legge è la forza globalizzante del mercato, rendono obsolete motivazioni di politica estera emotivee sentimentali.
Il concetto di Panturchismo di per sé non è sufficiente. Appare piuttosto un artificioso mezzo di politica estera. In alcuni casi la strumentalizzazione di tale ideologia può essere addirittura deleteria nei rapporti internazionali. Ciò è anche motivato dal fatto che le popolazioni degli Stati in questione non sono omogenee. Proprio Stalin aveva avuto cura di tracciare confini di province o satelliti sovietici in modo tale da non costituire nazioni omogenee, che così avrebbero potuto compattarsi a livello statale contro l’egemonia di Mosca.
Le popolazioni non turcofone che abitano questi Paesi non sono entusiaste dell’enfasi data alle teorie panturchiste. Nell’ultimo decennio, tuttavia, il Panturchismo viene di nuovo utilizzato dalla diplomazia di Ankara, questa volta in modo meno aleatorio, affiancandolo a serie politiche di soft power che la nuova Turchia, in crescita in termini economici e di ambizioni internazionali, porta avanti con tenacia e competenza.
Vengono firmati centinaia di accordi di cooperazione economica, commerciale e culturale. Si moltiplicano le visite tra capi di Stato. Vengono promosse borse di studio per studenti universitari. Il 3 ottobre 2009 viene firmato “The Establishment of the Cooperation Council of Turkic Speaking States”. Il Consiglio viene formato al decimo summit dei capi di Stato dei Paesi turcofoni, organizzato nell’ottobre 2010 a Istanbul.
Istanbul è anche la sede del Segretariato dell’organizzazione. La Tika, Agenzia dello Sviluppo e Cooperazione Turca, è molto attiva nella regione e si occupa principalmente di fornire assistenza tecnica a questi Stati.
Secondo il ministero degli Affari Esteri turco:

Turkey’s trade volume with the countries of the region was about 6.5 billion USD by the year 2010 and the total investments of Turkish companies in the region exceeded 4.7 billion USD. The total value of projects realized by Turkish contracting companies in the region has reached the level of around 30 billion USD. Nearly 2 thousand Turkish companies are operating on the ground.

La Turchia si propone come hub energetico della regione per favorire il transito del gas – di cui questi Stati sono ricchi – verso l’Europa, in particolare il gas non russo che dovrebbe passare per il gasdotto Nabucco. La Turchia è presente in organizzazioni internazionali che legano questi Paesi, in particolare l’ECO, Economic Cooperation Organization. L’organizzazione non è identificabile come turca in quanto sono presenti Paesi popolatissimi e influenti come l’Iran e il Pakistan di chiara composizione non-turca.
In un’epoca in cui il mondo spinge per grandi federazioni, l’ideologia di moda nei primi del ‘900, il Panturchismo, come afferma Jean-Paul Roux, sembra appartenere solo al campo dell’utopia.
L’avvicinamento dei Paesi turcofoni potrebbe portare alla costituzione di una Grande Turchia alternativa all’Unione Europea. Tuttavia numerosi ostacoli si frappongono. In primis, la non continuità territoriale dei Paesi, l’eterogeneità della composizione degli stessi, le differenze linguistiche evidenti: benché molte Repubbliche abbiano sostituito i caratteri cirillici con quelli latini per avvicinarsi al turco, i primi tentativi d’incontro tra capi di Stato senza l’aiuto degli interpreti hanno provocato non poche difficoltà e incomprensioni…
È tramontato l’effimero e velleitario sogno panturco di una grande comunità turcofona “dal Mediterraneo alla Cina” sbocciato dopo la caduta dell’URSS. Il Panturchismo di per sé non deve essere sopravvalutato. Tuttavia la “simpatia” nei rapporti diplomatici può essere un elemento di grande importanza se accompagnato da una efficace politica di soft power. A oggi si registrano ottime aperture e relazioni tra la Turchia e le Repubbliche centro-asiatiche.
I successi diplomatici della Turchia sono accompagnati da un atteggiamento attento verso la Federazione Russa. Si riconosce a Mosca il ruolo privilegiato su queste Repubbliche. Nelle sue aperture a est, Ankara non utilizza le radici etno-linguistiche solo per legarsi ai Paesi turcofoni, bensì si inserisce nell’isola-mondo con l’intento di restarci per contare e intrattenere relazioni con India, Cina e soprattutto Russia.
La presenza del contingente turco in Afghanistan è motivato da tale interesse.

Ankara e Mosca, un nuovo sodalizio

Gli imperi ottomano e russo hanno combattuto numerose guerre l’uno contro l’altro. La Turchia e la Russia attuali hanno in comune un passato imperiale, e condividono il trauma della sua fine e un conseguente senso di isolamento e accerchiamento.
Sino ai primi anni ’90, Mosca rappresentava la principale minaccia per la Turchia filo-occidentale. Gli ultimi anni del ventesimo secolo portano i due attori a scrutarsi e conoscersi, mantenendo la diffidenza ma incrementando l’interesse. La fine della Guerra Fredda non determina l’annullamento istantaneo del sospetto tra Mosca ed Ankara. I risentimenti tra i due Paesi sono motivati dall’incubo delle minacce all’indivisibilità dei territori. Dalla metà del 1800, la Turchia ospita la diaspora caucasica delle popolazioni musulmane perseguitate dagli zar. Nel territorio anatolico confluiscono abkhazi, ossetini, balcari, daghestani e ceceni. Queste comunità musulmane si integreranno nell’Anatolia mantenendo un contatto con le terre d’origine. Benché non sembri che i governi turchi abbiano direttamente aiutato la causa cecena, la comunità in Turchia sembra offrire un sostegno ai nemici della Russia.
Da parte sua Mosca finanzia il PKK, dapprima per destabilizzare un nemico occidentale, poi finita la Guerra Fredda come ritorsione al sostegno ceceno. Mosca si rifiuta per tutti gli anni ‘90 di considerare il PKK come organizzazione terroristica.
Le distensioni sono accompagnate da una serie d’incontri istituzionali. Nel dicembre 1997 il Primo Ministro russo Viktor Chernomyrdin, recandosi in Turchia, ragiona sugli interessi strategici dei due Paesi. In un clima di tensione circa il progetto di oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan, si promuove il progetto Blue Stream.
Il sistema è posseduto e gestito dalla società Blue Stream Pipeline Company BV (BSPC), una joint venture paritetica tra Eni e Gazprom. Il progetto comprende la costruzione di un sistema di trasporto del gas attraverso il Mar Nero, dalla regione di Krasnodar, nella Russia meridionale, sino alle vicinanze di Ankara, per una lunghezza complessiva di circa 1.250 chilometri, di cui 385 sottomarini. Il Blue Stream è attivo dal 2003.
Il viaggio di Bülent Ecevit, primo ministro turco, nel novembre 1999 è un punto di svolta nelle relazioni tra i due Paesi. Ecevit sostiene che la questione cecena è affare interno della Russia, che a sua volta accetta una politica di non-intervento nella questione curda.
Gli attacchi dell’11 settembre hanno favorito un avvicinamento dei due Paesi in chiave antiterrorista e di cooperazione economico-commerciale. Dopo un lungo lavoro diplomatico, nel 2001 a New York, Turchia e Russia stringono l’accordo di cooperazione in Eurasia. Nel 2002 Recep Tayyip Erdogan in visita a Mosca viene ricevuto dal primo ministro Kasyanov e dal presidente Putin. Il rifiuto del parlamento turco della mozione del marzo 2003 – relativa al permesso da accordare all’esercito americano di accedere al territorio iracheno attraverso la Turchia – rappresenta la più importante manifestazione di indipendenza dagli Stati Uniti. Una scelta compiuta non per antiamericanismo, ma perché sono maturi i tempi di una politica più autonoma nella regione, in alcuni casi conflittuale con gli interessi americani (la Turchia negli anni passati aveva già sacrificato parte del suo commercio nell’embargo all’Iraq).
Il rifiuto della Turchia viene percepito da Mosca come segno di autonomia e indipendenza. La lealtà incondizionata agli Stati Uniti propria della guerra fredda è al termine.
Contestualmente, l’intervento degli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan impegna a tal punto Washington in quelle aree da lasciare a Turchia e Russia un maggior margine di manovra nel Caucaso e in Medio Oriente.
Il 5 e 6 dicembre 2004, Vladimir Putin è il primo presidente russo a recarsi in visita ufficiale in Turchia dopo trentadue anni. La visita di Putin rafforza le relazioni tra i due Paesi: Putin firma sei accordi di cooperazione militare ed economica. La Russia sostiene la membership turca in Unione Europea, la Turchia il ruolo di osservatore della Russia presso l’Organizzazione della Conferenza Islamica.
Erdogan e Putin si incontrano dieci volte in cinque anni. Il Presidente Abdullah Gül compie una visita ufficiale nel febbraio 2009, primo presidente turco a mettere piede nella Repubblica Autonoma di Tatarstan.
L’atteggiamento positivo russo nel favorire gli incontri tra Turchia e popolazioni turcofone musulmane viene interpretato come segno di fiducia.
Russia e Turchia condividono interessi nel Caucaso, nei Balcani, nel Medio Oriente. La politica “zero problems with neighbors” di Davutoglu aiuta la Turchia a muoversi in queste regioni prevenendo tensioni irreparabili con la Russia. Gli interessi convergenti di Turchia e Russia in molte parti del mondo (si pensi alla volontà di pace e dialogo con l’Iran o alla necessità di avere un Iraq e un Afghanistan stabili) ne fanno degli alleati più che degli avversari.
La guerra tra Russia e Georgia per l’Ossezia, con assenza di condanne da parte della Turchia, fornisce un esempio dei nuovi interessi turchi più svincolati dalla Nato e più legati alla Russia. La quale costituisce oggi il primo partner economico di Ankara. Secondo l’Istituto Turco di Statistiche (Türkiye Istatistik Kurumu) l’interscambio tra i due Paesi nel 2008 era pari a trentotto miliardi di dollari. L’export russo verso la Turchia è basato al 70% sull’energia, più un 20,5% di metalli e un 2,9% di prodotti chimici.
Il 63% del gas naturale e il 29% del petrolio consumato in Turchia derivano dalla Russia. L’export turco punta sui macchinari, equipaggiamenti, veicoli, industria tessile, alimentare e chimica. Nel 2009 la Turchia ha investito in Russia per oltre sei miliardi di dollari. Ankara è presente massicciamente anche con le sue compagnie di costruzioni che nell’ultimo decennio hanno ottenuto contratti per diciassette miliardi di dollari. Ogni anno 2,8 milioni di turisti russi scelgono la Turchia, in particolare la sue coste, come meta delle vacanze.
Attraverso la compagnia russa Atomstroyeksport, il Governo di Mosca collabora con la Turchia per la costruzione di un reattore nucleare. La Turchia è il primo Paese Nato a sviluppare con la Russia una cooperazione tecnica nella sfera militare. Alla Turchia interessano i progetti dei sistemi missilistici di medio raggio come gli S-300 o S-400.

Le relazioni con la Cina e la questione degli uighur

Nonostante i timori cinesi per il secessionismo degli uighur (la popolazione musulmana turcofona distribuita prevalentemente nella regione autonoma dello Xinjiang) la relazioni degli ultimi anni tra Turchia e Cina sembrano andare in una buona direzione. Nel 2009 le critiche di Erdogan alla repressione degli uighur avevano creato una forte tensione diplomatica:

We see that Uyghurs living in Turkey along with our people who have felt this bitterness themselves express their right- eous protest against these events. We have always seen our Uighur brothers, with whom we have historical and cultural ties, as a cooperation bridge between us and China, with which we have good relations. Our expectation is that these incidents which have reached the level of brutality are stopped immediately and the necessary measures are taken in accordance with universal human rights concerns. Turkey, a member of the UN Security Council for 2009 and 2010, will raise the issue in the UN.

Qualche tempo dopo, Erdogan definì le repressioni “genocidio”. Il ministro degli Esteri cinese replicò mettendo in guardia i cittadini cinesi presenti sul suolo turco, consigliando loro di evitare i luoghi affollati.
Ma nell’ottobre 2010 il primo ministro Wen Jiabao visita la Turchia. Si pongono le basi di una discussione circa la cooperazione bilaterale in diversi settori, in particolare quella economica. Il vicepresidente dell’Assemblea degli Esportatori Turchi, Mustafa Cikrikcioglu, dichiara che gli anni tenderanno a “the era of China and Turkey”.
Parallelamente la Cina sviluppa interazioni diplomatiche e commerciali con Cipro e Grecia. Il ministro degli Esteri Yang Jiechi visita Nicosia negli stessi giorni in cui il suo primo ministro si trova ad Ankara. Wen Jiabao, lasciata la Turchia, si reca ad Atene per discutere una partnership strategica tra i due Paesi. La Cina finanzia il Porto del Pireo, uno dei più importanti e strategici del Mediterraneo. Pechino firma accordi con Bulgaria, Siria e Iran (la Cina è uno dei primi destinatari degli idrocarburi iraniani). La Cina ha interessi nel Kurdistan Iracheno.
I legami tra Cina, Turchia e Paesi circostanti prevengono Ankara dall’assumere atteggiamenti troppo aspri sul problema uighur.
Gli interessi turchi e cinesi si incontrano in Afghanistan: Pechino ha investimenti economici in corso e vuole mantenere il confine afghano prossimo alla regione musulmana cinese il più stabile possibile.

L’applicazione della “profondità strategica” alla missione turca in Afghanistan

L’importante presenza turca nella missione in Afghanistan s’inseriscono in un più ampio progetto di politica estera. Ritroviamo qui gli elementi chiave della dottrina della “profondità strategica” – una politica attiva in tutti i teatri confinanti e vicini, con l’obiettivo di estendere gli interessi del Paese oltre i propri confini – come i tre vettori di politica estera: il Neo-ottomanesimo, l’Islam e il Panturchismo.
Il primo è sicuramente meno presente rispetto gli altri due. Gli elementi di continuità con il periodo imperiale risiedono nella tradizione secolare delle relazioni tra Istanbul e Kabul. Inoltre c’è un altro elemento tipico dell’Impero Ottomano che è oggi presente nella missione afghana. Per secoli i militari ottomani erano presenti in territori lontani dell’Impero, contribuendo alla gestione delle province per mantenere stabili i territori. L’atteggiamento di un tempo è riscontrabile nella situazione attuale.
Sono tuttavia il Panturchismo e l’Islam i vettori più evidenti nella missione afghana.
Il Panturchismo è facilmente individuabile innanzi tutto nell’interesse che Ankara nutre nella zona dell’Asia centrale, portandola all’Ergenekon altaico, culla mitica delle stirpi turche. Il vettore del Panturchismo si manifesta nei tentativi della Turchia di inserirsi nel gioco afghano attraverso i legami etnico-culturali con la popolazione uzbeka. Gli aiuti a Rashid Dostum, il generale leader di questa etnia, risalgono agli anni ‘90 e sono continui sino a oggi.
L’interesse della Turchia per la zona settentrionale del Paese l’ha portata a istituire il suo terzo PRT (Provincial Recontruction Team) nella provincia dello Shibergan. La popolazione turcofona uzbeka e turkmena sommata non raggiunge il 15% del totale in una popolazione formata da pashtun (42%), tagiki (27%), hazara (9%) e beluci (2%). Se la Turchia vuole continuare a contare nel territorio insieme alle altre grandi potenze a seguito del ritiro americano è bene che allarghi il suo sostegno a un più ampio bacino popolare. Ankara s’impegna nella costruzione di rapporti anche con leader più disponibili delle comunità settentrionali non turcofone apartire da Mohammed Mahaqqeq, un hazara che intratterrebbe con Teheran rapporti meno stretti che in passato; come del resto stanno facendo anche russi e indiani che si muovono nello stesso terreno.
Entra così in gioco il terzo vettore: l’Islam.
L’appartenenza alla fede musulmana avvantaggia la Turchia rispetto i vari contingenti NATO più Russia, India e Cina. Grazie alla comunanza religiosa i turchi non sono percepiti come invasori. La tendenza a favorire i pattugliamenti senza mezzi blindati ed elmetti, l’importanza del personale civile turco nei PRT, aiutano la distensione tra turchi e afghani. In nome dell’Islam si cercano legami con gli hazara e nei PRT a Kabul e Wardak a maggioranza pashtun nessun afghano viene discriminato e tutti possono usufruire dei progetti portati avanti dalla Turchia.
Se il panturchismo è sempre stato in auge anche ai tempi dei leader turchi Demirel e Suleyman, il richiamo all’Islam è una novità nella politica estera turca e trova la sua linfa nell’establishment dominato dall’AKP, il partito islamico al potere.

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