Perché lo Yemen è importante

Filed in Autori, Daniel Pipes, yemen by del 07/04/2015

Due giorni fa il Medio Oriente è stato teatro di qualcosa di radicalmente nuovo, quando il Regno dell’Arabia Saudita ha risposto a un appello lanciato dal presidente dello Yemen e si è posto alla guida di una coalizione formata da 10 Stati, pronta a intervenire con operazioni di aria e terra nel Paese. Questa operazione militare denominata “Tempesta decisiva” induce a molte riflessioni.

Egitto e Arabia Saudita alleati.
Mezzo secolo fa, Riad e il Cairo erano impegnati in una guerra nello Yemen, ma allora appoggiavano le parti opposte, rispettivamente le forze dello status quo e quelle rivoluzionarie. Ora, la loro alleanza denota una linea politica di continuità nell’Arabia Saudita e profondi cambiamenti in Egitto.

I paesi arabofoni uniscono le loro forze.
Nei primi decenni di vita di Israele, gli arabi sognavano di unirsi militarmente contro di esso, ma le lotte e le rivalità infransero ogni speranza del genere. Anche in tre occasioni (nel 1948-1949, 1967, 1973), quando essi unirono le loro forze lo fecero per motivi opposti e in modo inefficace. Ora è sbalorditivo vedere che abbiano finito per coalizzarsi non contro Israele ma contro l’Iran. Ciò indica implicitamente che questi Paesi sono convinti del fatto che la Repubblica Islamica dell’Iran rappresenta una minaccia, mentre l’antisionismo non è altro che un motivo di soddisfazione morale. Ma denota anche spavento e il bisogno di agire conseguentemente a un ritiro americano.

Lo Yemen al centro dell’attenzione.
Lo Yemen ha avuto un ruolo marginale nella Bibbia, nell’ascesa dell’Islam e nei tempi moderni; non è mai stato al centro delle preoccupazioni del mondo fino a oggi. Lo Yemen assomiglia ad altri Paesi un tempo marginali – come le due Coree, Cuba, i due Vietnam, l’Afghanistan – che all’improvviso sono balzati al centro dell’attenzione mondiale.

La guerra fredda del Medio Oriente è diventata calda.
Il regime iraniano e quello saudita guidano da circa un decennio due blocchi antagonisti. Essi si combattono a vicenda come un tempo facevano gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, attraverso ideologie in contrasto, attività di spionaggio, aiuti, commercio e operazioni segrete. Il 26 marzo, questa guerra fredda è diventata calda, e probabilmente lo rimarrà a lungo.

La coalizione guidata dai sauditi può vincere?
È molto improbabile, in quanto si stratta di novellini che affrontano gli agguerriti alleati dell’Iran su un terreno ostile.

Gli islamisti dominano.
I leader dei due blocchi hanno molto in comune: entrambi aspirano ad applicare ovunque nel mondo la sharia, la legge sacra dell’islam; disprezzano gli infedeli e hanno trasformato la fede in ideologia. Il loro scontro conferma che l’islamismo è l’unica opzione del Medio Oriente che permette ai suoi sostenitori il lusso di combattersi a vicenda.

L’alleanza tra la Turchia, il Qatar e i Fratelli musulmani è in declino.
Negli ultimi anni, si è dimostrata attiva in molti Paesi – come l’Iraq, la Siria, l’Egitto e la Libia – una terza alleanza di revisionisti sunniti più o meno formata da rivoluzionari sciiti e da fautori dello status quo sunniti. Ma ora, in parte grazie all’attività diplomatica avviata dal nuovo re Salman dell’Arabia Saudita, i suoi membri sono attratti dai loro correligionari sunniti.

L’Iran isolato.
Sì, è vero, una Teheran bellicosa ora si vanta di dominare quattro capitali arabe (Baghdad, Damasco, Beirut e Sana’a), ma questo è anche il suo problema: le improvvise conquiste iraniane hanno fatto sì che siano in molti nella regione a temere l’Iran (compresi i Paesi in precedenza amici come il Pakistan e il Sudan).

Accantonare il conflitto arabo-israeliano.
Se l’amministrazione Obama e i leader europei continuano a essere ossessionati dai palestinesi, ritenendo che essi abbiano un ruolo chiave nella regione, gli attori regionali hanno priorità molto più urgenti. Non solo Israele non li preoccupa affatto, ma lo Stato ebraico funge da tacito ausiliario del blocco guidato dall’Arabia Saudita. Questo segna un cambiamento a lungo termine nell’atteggiamento arabo nei confronti di Israele? Probabilmente no; quando la crisi iraniana finirà, l’attenzione sarà nuovamente rivolta ai palestinesi e a Israele, come sempre.

La politica americana allo sbando.
Nel 2009, gli analisti di Medio Oriente ebbero motivo di ridere, quando Barack Obama e i suoi ingenui collaboratori si aspettavano che ritirandosi dall’Iraq, sorridendo a Teheran e cercando di usare toni più severi nei negoziati israelo-palestinesi avrebbero risolto i problemi della regione, dando spazio alla dottrina strategica denominata “Pivot to Asia” [che consiste nel ribilanciare in modo progressivo e costante gli interessi e la presenza statunitensi dal Medio Oriente verso l’Asia, NdT]. E invece, gli incompetenti che occupano le alte cariche governative americane non riescono a seguire i rapidi e avversi sviluppi, di cui sono in molti casi sono stati artefici (l’anarchia in Libia, le tensioni con i tradizionali alleati, un Iran più bellicoso).

L’impatto su un accordo con l’Iran.
Anche se Washington ha ripiegato su molte posizioni nei negoziai con l’Iran e ha fatto molti favori al regime dei mullah (per esempio, non lo ha inserito nella lista delle minacce terroristiche e nemmeno il suo alleato Hezbollah), ha tracciato una linea di demarcazione nello Yemen, offrendo qualche aiuto alla coalizione anti-Iran. Il supremo leader iraniano Ali Khamenei metterà fine ai negoziati? È molto improbabile perché l’accordo che gli è stato proposto è troppo appetibile da rifiutare.

In sintesi, dunque, l’abile azione diplomatica di re Salman e la sua disponibilità a ricorrere all’uso della forza nello Yemen rispondono alla micidiale combinazione di anarchia araba, aggressione iraniana e debolezza di Obama in modo tale da plasmare la regione per anni.

 

28 marzo 2015 – www.danielpipes.org
traduzione di Angelita La Spada

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