“Perché la Madre Terra non soffra…!”

Filed in autonomismo, etnismo, indiani, stati uniti by del 20/01/1988

Le ingenti ricchezze del sottosuolo hanno attirato sulla Black Mesa, area sacra per gli indiani che vi risiedono, le cupidigie delle grandi compagnie minerarie, che hanno interessatamente contribuito a ingigantire una disputa territoriale fra Navajo e Hopi. Per i bianchi il risultato sarà lo sfruttamento (con connessi danni irreversibili per l’ecosistema) di una regione resa disabitata; per i nativi l’emarginazione sociale ed economica, la morte culturale, lo sradicamento da una Terra a cui sono simbioticamente legate la spiritualità e la vita.

Vaste distese desertiche, variopinte e multiformi mesa, fiumi incuneati tra profondi canyon, parchi nazionali. Siamo nel Sud-Ovest degli Stati Uniti. Questa terra conserva pressoché intatto un grosso patrimonio di bellezze naturali: le tracce dell’impronta umana sono meno profonde rispetto al resto del paese. L’azione del vento ha invece inciso profondamente sul paesaggio dando vita a formazioni rocciose spesso assai curiose: alligatori, balene, orsi e (perché no?: i tempi cambiano anche in fatto di nomenclatura) Snoopy, E.T.. Siamo in un’area ricca anche di siti archeologici risalenti ai primi abitanti di queste terre: gli Anazasi, il cui nome deriva da un termine degli indiani Navajo che significa “gli Antichi”. Le rovine in pietra delle loro città sono concentrate soprattutto nella zona di Kayenta nel Nord-Est dell’Arizona, in quella di Mesa Verde nel Colorado sud-occidentale, nella vallata del Rio Grande e nella zona del Chaco Canyon nel New Mexico. Il Sud-Ovest è anche la regione dove vive la maggior parte dei nativi nordamericani. Quest’area a lungo dimenticata è stata “riscoperta” nel corso del 1900 –  in seguito al rilevamento delle ingenti ricchezze del sottosuolo – attirando su di sè gli interessi delle grandi compagnie minerarie USA. Ma lo sfruttamento di queste risorse si scontra con l’opposizione degli Indiani contrari alla violazione della Madre Terra. Per essi il territorio, la cultura e la stessa vita sono realtà inscindibili: la loro spiritualità è infatti simbioticamente legata al rapporto fisico con particolari aree geografiche. Abbandonare la propria terra significa morire. Purtroppo questa sembra essere la sorte di oltre 10.000 Navajo a causa di una disputa territoriale che li coinvolge insieme ai loro vicini Hopi. La questione è complessa. Tutto risale al lontano 1882. La riserva navajo era già stata istituita, ma i Navajo con le loro greggi tendevano a sconfinare. La richiesta di ampliamento della riserva trovò scarsa opposizione, trattandosi di aree poco popolate e pressoché desertiche, e cosi la riserva navajo si ampliò a più riprese sino a raggiungere le dimensioni attuali. Nel cuore di questo territorio erano stanziati anche gli Hopi, ai quali con un’ordinanza del dicembre 1882 venne destinata un’area di 10.000 Kmq., che però rimase aperta anche al popolamento da parte di altri Indiani. I Navajo, che già occupavano l’area, non furono mai allontanati; del resto molti erano perfino all’oscuro di questo nuovo assetto territoriale, non essendovi alcun segno visibile dei nuovi confini. Ma gli Hopi, un popolo di agricoltori, si trovarono ben presto circondati dalle greggi dei pastori navajo. Per risolvere il problema nel 1936 si delimitò una porzione dei 10.000 kmq – dapprima 1/5 poi 1/4 – ad uso esclusivo degli Hopi.

Il resto è storia dei nostri giorni. La convivenza continua, ma l’ala “progressista” della tribù hopi non è più disposta ad accettare una simile situazione. Questo gruppo preme per la spartizione dell’area in questione in modo che ogni tribù possa autonomamente decidere sul futuro della propria porzione di territorio. Quando è iniziata la battaglia legale si pensava che il sottosuolo fosse ricco di petrolio, ma le previsioni sono state in gran parte smentite da prospezioni più recenti. Le riserve di carbone e uranio sono invece risultate di notevole entità. Nel 1962 un tribunale federale composto da tre giudici sancisce nuovamente la comproprietà dell’area, da allora denominata Joint Usa Area (JUA), anche se abitata prevalentemente da Navajo. Gli Hopi non si arrendono e portano la questione di fronte al Congresso che nel 1974 approva il “Navajo- Hopi Land Settlement Act” (legge 93-531) relativo alla spartizione della JUA. Non è un caso che la decisione venga presa in un periodo in cui il reperimento di risorse energetiche alternative al petrolio – in seguito all’impennata del prezzo del greggio – occupa la scena mondiale. La nuova legge comporta anche il trasferimento degli Indiani: un centinaio di Hopi e oltre 10.000 Navajo sono costretti ad abbandonare la loro terra. Così nel 1981 prende avvio il piano quinquennale di trasferimento. Il Congresso statunitense nell’approvare la risoluzione del 1974 si basava su stime che valutavano i trasferimenti nell’ordine dei 3.000. Stime più recenti e attendibili parlano di 10.000-13.000 Navajo.

I Navajo devono andarsene abbandonando una terra su cui hanno vissuto per generazioni e generazioni. Le famiglie che hanno accettato di trasferirsi usufruendo dei fondi messi a disposizione dal governo federale sono poche e quelle che l’hanno fatto se ne sono amaramente pentite. Le aree scelte per il trasferimento sono al di fuori dei confini della riserva già sovraffollata, aree dove i ritmi di vita sono quelli dell’uomo bianco. Accettare di lasciarsi alle spalle il proprio mondo culturale significa abbandonare qualsiasi punto di riferimento. Senz’altro la nuova vita sarà meno dura, con maggiori comfort, ma vuota. Il prezzo del trasferimento diventa allora insostenibile. Il problema si presenta particolarmente grave per gli anziani che non hanno alcuna possibilità di inserirsi in un mondo di valori così diverso dal proprio. È la prima volta nella storia degli USA che la restituzione di terra ad una nazione indiana comporta anche l’esodo degli abitanti. Finora la prassi è stata quella di dare alla nazione indiana un risarcimento in denaro per le aree occupate da coloni bianchi, onde evitare il loro trasferimento, e in alcuni casi anche una porzione di terre in aree limitrofe poco popolate. La Commissione (NHIRC), istituita per preparare il piano di trasferimento e provvedere alla sua attuazione, è sotto accusa per la cattiva gestione finanziaria. Solo dopo che da più parti sono state sollevate critiche sul suo operato, essa ha iniziato a mandare tecnici ad ispezionare le case prima di acquistarle, per evitare che si ripetano episodi spiacevoli di case ispezionate alcuni anni dopo l’acquisto e risultate malsane. Goldwater, senatore repubblicano dell’Arizona , uno dei più attivi sostenitori della spartizione della JUA, aveva dichiarato che non occorreva stanziare soldi per il trasferimento dei Navajo, poiché i 160.000 membri della loro tribù avevano a disposizione 65.000 Kmq. (tale è infatti l’estensione del territorio navajo). Di tono ben diverso le dichiarazioni di David Aberle, noto antropologo statunitense, davanti alla sottocommissione governativa: “Occorre ricordarsi che la riserva navajo è un paradosso. È un’area con una bassa densità di popolazione che però risulta sovrappopolata…”, trattandosi di un territorio in gran parte desertico.

I Navajo che hanno accettato di trasferirsi hanno ricevuto una casa e l’assegno iniziale, ma poi non sono stati seguiti dalla Commissione nella loro nuova comunità. Abituati ad un ritmo di vita scandito da una dimensione temporale diversa dalla nostra, dove manca completamente il rapporto tempo speso/guadagno realizzato, non sono riusciti ad inserirsi nelle nuove comunità. Privi di un lavoro e sommersi dai debiti, nel giro di un paio d’anni, hanno perduto la casa. Già in condizioni di forte stress culturale si trovano ora anche in una situazione economica disperata. Per questi Navajo, un tempo fieri pastori, la prospettiva è di andare ad aumentare la schiera dei disoccupati diventando dipendenti completamente dal programma statale del “welfare”. Il paradosso è che per portare questi Navajo sull’orlo dell’abisso sono stati spesi milioni e milioni di dollari. L’antropologo Thayer Scudder durante l’amministrazione Carter si rivolse al Presidente sollecitando un suo intervento a favore di una diversa soluzione della questione. Scudder proponeva un piano di sviluppo della JUA in alternativa all’esodo forzato: un simile progetto sarebbe stato meno oneroso per i contribuenti americani e, nello stesso tempo, i costi sociali dell’operazione sarebbero stati notevolmente ridimensionati. Putroppo questa proposta cadde nel vuoto. Per scoraggiare i Navajo a rimanere nell’area ora passata sotto il controllo degli Hopi, la Corte distrettuale dell’Arizona ha imposto il divieto di innalzare nuove costruzioni o di apportare miglioramenti nella zona; il BIA (Bureau of Indian Affairs) non ha più destinato un centesimo per questa area. Ma la decisione più grave è stata quella di imporre una riduzione del numero dei capi di bestiame del 90%. Il rapporto territorio/capi di bestiame è stato ritenuto troppo elevato e dannoso per l’ecosistema. La capacità di sostentamento del territorio è stata computata calcolando il foraggio consumato da una pecora (sheep unit). Questa unità di misura è servita come base per calcolare il carico di animali sostenibili nella JUA; per esempio un cavallo è stato equiparato a cinque  sheep units.

I Navajo non sono nuovi a simili esperienze. Negli anni ’30 il governo di Washington impose un’altra drastica riduzione dei capi di bestiame. Il motivo era sempre lo stesso: un eccessivo depauperamento del suolo causa l’elevato carico animale. Nessuno però sembra aver tenuto presente che il gregge allora come oggi rappresenta per molte famiglie l’unica fonte di reddito. Il gregge fornisce carne, lana per tessere e, inoltre, la vendita di un capo fornisce denaro per accedere alle Trading Posts, spacci all’interno della riserva, perlopiù gestiti da bianchi. Chi non si è messo in regola con la sentenza della Corte, si è visto confiscare i capi in eccesso. Peccato che queste preoccupazioni di Washington per la salvaguardia ambientale vengano meno quando si tratta dello sfruttamento del sottosuolo dell’area in questione. La posta in gioco è alta: le immense riserve di gas naturale, carbone e uranio della Black Mesa, un’area sacra agli Indiani, al cui sfruttamento è interessata la Peabody Coal Company già presente dal 1966 nella riserva navajo. Trasferire i Navajo significa spopolare la JUA e dar il via libera allo sfruttamento energetico della regione con danni irriversibili per l’ecosistema: è questo che vogliono i fautori della spartizione. Ma gli abitanti della JUA non si sono dati per vinti. Tra le varie comunità sfrattate la più agguerrita e decisa ad opporsi alle direttive di Washington è quella di Big Mountain. La resistenza qui è iniziata già all’indomani della approvazione della legge del 1974 con l’allontanamento dei lavoratori incaricati dal BIA di innalzare una rete divisoria per segnare il confine tra l’area navajo e quella hopi.

Le donne di Big Mountain si sono dimostrate le più accanite nella lotta per l’abrogazione della legge 83-531. Sono esse che hanno distrutto l’opera di recinzione compiuta dal BIA costringendo gli operai a ritirarsi; sono esse che hanno sensibilizzato l’opinione pubblica negli USA e all’estero. Alla testimonianza di Roberta Blackgoat: “Secondo le nostre leggi religiose non possiamo vendere o scambiare la nostra terra”, fa eco quella di Louise Benally: “Conosco il motivo di questa disputa territoriale. Sono convinta che sia dovuta alle risorse naturali su cui siamo seduti. Noi non crediamo sia giusto far soffrire la nostra Madre Terra. Grazie al rispetto che le portiamo, la Terra ci fornisce tutto il necessario per la vita”. Quest’anno oltre alla Commissione anche il BIA è stato coinvolto nella gestione dei fondi. Sono stati stanziati 22 milioni di dollari per le famiglie che ancora risiedono nella JUA – 240 secondo le stime del BIA, 300 per la Commissione. Nessun fondo invece è stato destinato a quelle famiglie costrette da forza maggiore a lasciare la JUA senza beneficiare delle sovvenzioni federali. Ma dove potranno trasferirsi queste famiglie? Scartata l’idea di uno scambio territoriale Navajo-Hopi, sfruttato al massimo il territorio navajo, restano aree fuori dalla riserva. Il governo ha fornito 1.500 Kmq. di deserto denominati New Lands in Arizona. L’esodo, che doveva concludersi il 7 luglio 1986, è stato posticipato nell’attesa che siano completate le abitazioni in questo territorio. Gran parte di quest’area è attraversata da un corso d’acqua, il Rio Puerco, altamente inquinato in seguito ad un incidente causato dalla fuoriuscita di residui radioattivi provenienti da una vicina miniera di uranio. Il governo non ha reso noto come sia riuscito ad acquistare queste terre, ma il perché non siano state sollevate opposizioni da parte dei bianchi dell’area, che invece si erano mossi quando il governo navajo si era interessato all’acquisto di terreni migliori in aree contigue alla riserva, è facilmente intuibile. Il Congresso potrà continuare a posticipare l’esodo dei Navajo, ma la risoluzione del problema potrà venire solo da un accordo diretto tra le due parti interessate, che, pur tenendo presente gli interessi degli Hopi, tenga conto del diverso peso demografico delle due nazioni indiane.

 

 

 

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