I “poferetti” del Maresciallo Radetzky

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Il periodo della Restaurazione non fu (per fortuna) solo quello delle “fatidiche” e ormai ritualisticamente e sempre più stancamente celebrate 5 Giornate: furono anche anni pacifici e prosperi, di intelligente e operoso progresso civile, sociale, culturale, tecnologico.

Gran folla a Monza, la mattina del 17 agosto 1840, alla partenza del treno: è il convoglio inaugurale della ferrovia Milano-Monza, prima linea del Lombardo-Veneto, la seconda in Italia. Sono presenti tutte le massime autorità del regno. Dalla vicina Villa Reale, residenza estiva della corte, sono venute le LLAAIIRR (loro altezze imperial-regie) l’arciduca Ranieri, zio dell’imperatore e viceré del Lombardo-Veneto, e la consorte Maria Elisabetta di Savoia con i figli e tutta l’augusta arciducal famiglia. Da Milano è venuto con un codazzo di prelati sua eminenza l’arcivescovo Carlo Gaetano conte Gaisruck. Lo chiamano il vescovo “todescone”; parla un pessimo italiano, ma non è un cattivo uomo. (“Tutte pelle, tutte vache!” esclamò un giorno a un ricevimento, rivolgendosi alle signore. Voleva fare un complimento: tutte belle, tutte vaghe!) Seguono le autorità civili di Monza e di Milano, le autorità militari, i membri della migliore aristocrazia lombarda. L’imperatore Ferdinando sta a Vienna, ma è presente in ispirito; gli si invia un pensiero riverente nei discorsi di rito e si cantano inni in suo onore. A Milano Ferdinando ci è venuto in visita ufficiale un paio d’anni prima, nel 1838, per essere incoronato re del Lombardo-Veneto con la corona ferrea dei re longobardi. La cerimonia si è svolta in Duomo il 6 settembre; il 10 l’imperatore ha inaugurato l’Arco della Pace, iniziato trent’anni prima in epoca napoleonica, interrotto, poi ripreso e ribattezzato. Come uomo Ferdinando non è molto adatto a impersonare la maestà imperiale: mite, insignificante, gracile di corpo e seminfermo di mente. Ma non deve far molto; è sufficiente che se ne stia sul trono, nell’empireo, circonfuso di gloria; e va tutto bene. A reggere le sorti dell’impero ci pensa l’onnipotente cancelliere Metternich; ed è sotto gli auspici del Metternich che è stata realizzata la ferrovia, la “imperial-regia strada ferrata Milano-Monza”, brevemente “la Privilegiata”. La locomotiva “Lombardia”, pavesata di vessilli e festoni, traina un convoglio di tre carrozze sulle quali, dopo la cerimonia inaugurale, prendono posto l’arciduca, l’arcivescovo, tutte le autorità, una scorta militare d’onore e una banda militare. Il percorso, di km 12,8, viene coperto in soli 19 minuti, realizzando una media di 40,4 km/h, di gran lunga superiore a quella delle più veloci carrozze a cavalli. A Milano, arrivando alla stazione di Porta Nuova al ponte delle Gabelle, il treno è accolto con travolgente entusiasmo; a breve distanza giunge un secondo convoglio (con le autorità minori, e con una seconda banda militare) trainato dalla locomotiva “Milano”. Questa è dunque la consistenza del macchinario e degli impianti: una linea a un solo binario di 12.800 metri; due motrici gemelle (la “Lombardia” e la “Milano”), capaci di sviluppare una velocità superiore ai 40 km/h, una diecina di carrozze. La stazione ferroviaria a Milano-Porta Nuova è un edificio a due piani che ricorda il Teatro alla Scala, con frontone triangolare e lunga balconata (esiste ancora, ed è ancora riconoscibile come appare nelle stampe dell’800, in via De Cristoforis angolo Melchiorre Gioia); a Monza è a un piano solo, ma non meno nobile di linee, fedele ai canoni neoclassici del Piermarini e del Cagnola. Il giorno successivo alla inaugurazione la Privilegiata è aperta al pubblico. La tariffa di andata e ritorno è di lire austriache 1,50 per la prima classe, di lire 1 per la seconda, e di 0,75 per la terza. Le corse giornaliere sono quattro, destinate a salire a sei dopo breve tempo, visto il successo. Media del traffico nei primi mesi di esercizio: 1.217 passeggeri al giorno. Alla fine del primo anno il bilancio si chiude con un attivo di ben 100.000 lire. La Milano-Monza è la seconda ferrovia in Italia (il primo posto spetta alla Napoli-Portici, inaugurata meno di un anno prima, il 3 ottobre 1839), ma vi sono già altri progetti in cantiere. È prevista una linea che prolunghi la Privilegiata sino a Como e oltre, ma ben più importante è il progetto della “Ferdinandea”, la Milano-Venezia, che collegherà le due capitali del Lombardo-Veneto e che si raccorderà poi con la Trieste-Vienna. Il primo tratto della Ferdinandea (Padova- Mestre) viene aperto il 2 dicembre 1842. La mappa di tutto il grande impero asburgico sarà attraversata nel giro di pochi anni dalle lunghe linee nere delle ferrovie. Mentre si lavora alla Milano-Venezia, è già stata inaugurata nel 1839 la Vienna-Brünn, primo tronco della Kaiser Ferdinand Nordbahn diretta in Galizia. Nel clima metternichiano della Restaurazione si crea un nuovo retorico trionfalismo: la ferrovia diviene un argomento adattissimo per esaltare il Trono, l’impero, la Pace e la Concordia fra i popoli. Ma di concordia non ce n’è molta. Passata la bufera napoleonica, è tornata la pace ma non è tornata l’età dell’oro; i “buoni popoli” e i loro paterni sovrani non riescono più a dialogare come ai tempi di Maria Teresa. Da parte dei sovrani non mancano le buone intenzioni, ma qualcosa si è rotto irrimediabilmente: è venuta meno la fede nella regalità per diritto divino, e le buone intenzioni non bastano più. Così, il regno del Lombardo-Veneto vive – è vero – anni prosperi e pacifici, ma questi sono turbati dallo scontento e dalla irrequietezza politica. Peccato.

“Regno Lombardo-Veneto” è la nuova entità politica creata dal Congresso di Vienna dopo la caduta di Napoleone, unendo l’ex ducato di Milano con l’ex repubblica di Venezia. Per Milano non è cambiato molto quanto a rango: è ancora nominalmente la capitale di un regno, ma di fatto è sede periferica governata da un viceré. Al principe Eugenio che prendeva ordini da Parigi è succeduto l’arciduca Ranieri che prende ordini da Vienna; ma, nell’ottica deformata del dopo-Napoleone, Milano ricorda con nostalgia i suoi anni ruggenti, si illude di aver goduto di vera indipendenza, brillato di luce propria. Nei giorni tumultuosi della primavera 1814, quando Parigi era occupata dalle truppe austro-russe e Napoleone abdicava, Eugenio Beauharnais fu assai vicino a mutare il suo titolo di viceré con quello di re d’Italia, almeno nel desiderio e nell’illusione di molti. Ma fu cosa breve. Il 28 aprile 1814 le truppe austriache del maresciallo Bellegarde entravano in Milano e prendevano possesso della città e dello stato in nome di sua maestà apostolica l’imperatore Francesco I. Inizia così a Milano l’epoca storica chiamata Restaurazione, ossia il ritorno sotto il governo austriaco. Nel ’700 era stato un buon governo; poteva esserlo ancora, e in sostanza lo fu, nonostante tutto. Dal 1814 al 1859, anno della sconfitta austriaca sui campi di Magenta, vi furono vari moti insurrezionali (nel ’21, nel ’31, nel ’53) e vi fu la rivoluzione del ’48; ma nel bilancio di mezzo secolo non vanno messe in conto solo le famose Cinque Giornate e i cinque mesi roventi che ne seguirono. Nel bilancio pesano anche i molti anni pacifici e prosperi, gli eventi modesti della vita di ogni giorno non turbata da guerre, i passi piccoli e grandi del progresso tecnologico e civile che avanza in Lombardia come altrove in Europa. Nascono le prime industrie, le filande “a vapore”, le tessiture; si sviluppano le ferrovie, si amplia la rete delle strade e delle vie d’acqua navigabili. Negli anni 1820-25 è costruita la strada postale dello Stelvio che collega Milano a Vienna attraverso l’ardito valico a 2.800 metri di quota. Il 9 novembre 1831 fa la sua comparsa a Milano un battello a vapore proveniente dall’Adriatico: è l’“Otello”, che ha risalito il Po sino a Pavia, poi il Naviglio Pavese, e che procede lungo il Naviglio Grande sino ad Abbiategrasso. La ferrovia, dopo l’inaugurazione della Privilegiata, compie vistosi progressi. Nel 1859, alla vigilia della seconda guerra di indipendenza, era già completata da due anni la Milano-Venezia ed era in avanzata costruzione la Stazione centrale di Milano (non quella attuale, s’intende, ma la stazione vecchia, appena fuori dai bastioni, tra Porta Orientale e Porta Nuova). Da qui, oltre alla Ferdinandea per Venezia, partiva la linea diretta al Ticino, la futura Milano-Torino, attorno a cui si combattè nella storica battaglia di Magenta. In città i mutamenti più importanti riguardano l’illuminazione e i servizi pubblici. Nel 1820 si introducono le lampade Argand, notevole progresso rispetto alle vecchie lanterne a petrolio; nel 1841 inizia il servizio degli omnibus a cavalli; nel 1845 si inaugura l’illuminazione a gas, con 377 becchi in funzione per tutta la notte. Nel 1844 si attivano i primi impianti per la distribuzione di acqua potabile. Cambia anche il costume, cambiano i rapporti umani. I caffè, con i loro tavolini all’aperto nella buona stagione, sono sempre più numerosi e diventano centri importanti di vita associata. Con l’inaugurazione dei Bagni Diana a Porta Orientale, nel 1842, Milano ha anche la sua prima piscina pubblica, fatto impensabile nel secolo precedente. Quanto ai rapporti umani, il cambiamento è la conseguenza naturale di tutti i grandi eventi politici e di tutto il pensiero filosofico e artistico a cavallo tra i due secoli. La Rivoluzione francese e l’impero napoleonico non sono passati senza traccia, cosi come non sono stati scritti invano i versi del Parini, le opere del Beccaria, e anche – meno aulici, ma forse più efficaci e capillari – i sonetti milanesi del Porta. La nobiltà non è più una casta chiusa, privilegiata per diritto divino, e le aperture alla “buona” borghesia sono sempre più frequenti: nei salotti, nei palchi della Scala, negli inviti alle feste a Palazzo Reale, nei pubblici impieghi, nell’esercito. Il livellamento si traduce visibilmente anche nel mutare della moda: scomparsi gli abiti sgargianti e ricamati d’oro, scomparse le parrucche, gli spadini e le scarpette dalle fibbie d’argento, non è più possibile distinguere dall’abito un nobile da un borghese agiato. Le carrozze dorate e stemmate hanno lasciato il posto a vetture eleganti ma sobrie, discrete, di colori tendenti allo scuro. Continua la gaia mondanità del passeggio in carrozza lungo il corso di Porta Orientale (corso Venezia) e lungo i bei viali alberati sistemati sui bastioni, ma l’ostentazione del fasto è assai meno boriosa e tracotante che in passato. Anche l’edilizia cittadina segue a modo suo il mutare del costume. La prima metà dell’800 nella Milano austriaca non vede alcun fatto nuovo di importanza monumentale, ma molti fatti minori. Il Duomo, con la sua fronte finalmente compiuta, si affaccia su una piazza bonariamente dimessa. Sono stati ormai scacciati tutti i banchetti di venditori ambulanti, ma rimangono davanti al Duomo, sulla destra, l’ingombrante isolato detto del Rebecchino che ospita l’albergo omonimo e molte case popolari; e sul lato opposto, dove ora sorge la Galleria ma molto più spostato in avanti, il pittoresco “coperto dei Figini”, edificio porticato che allinea una lunga successione di botteghe, caffè, bottiglierie e “offellerie”. L’edilizia privata è sottoposta alla disciplina del “pubblico decoro” introdotta dalla napoleonica Commissione di ornato; ma il concetto di decoro è fatto spontaneamente proprio dai committenti dei nuovi palazzi. Si fanno più eleganti le case borghesi, meno vistosi i palazzi nobiliari, con la stessa tendenza al livellamento che mostrano gli abiti, le carrozze e il resto. È in questa epoca che prendono la loro fisionomia signorile le quiete strade del centro cittadino, molte ormai sconvolte dalla guerra e dal frenetico rinnovamento del dopoguerra. Le poche superstiti le troviamo attorno a via Torino, tra corso Venezia e via Manzoni, tra Brera e via Borgonovo, in qualche laterale di corso di Porta Romana o di corso Italia. Le porte cittadine vedono il completamento degli archi napoleonici, previo cambiamento del tema celebrativo cui erano destinate. Le si intitola alla Pace, ritoccando qualcuno dei bassorilievi e cambiando le scritte dedicatorie. È così che sopravvive Porta Marengo, ritornata Porta Ticinese; ed è cosi che viene portato a termine l’Arco del Sempione, divenuto Arco della Pace. Venne inaugurato, come si è detto, nel 1838, in occasione della incoronazione dell’imperatore Ferdinando, succeduto nel 1835 al padre Francesco I. Ma si inaugurano anche costruzioni nuove, fra le porte: nel 1827 la Porta Comasina (ora Garibaldi) dell’architetto Giacomo Moraglia, eretta a spese dei negozianti milanesi per ricordare la visita dell’imperatore Francesco, due anni prima; nel 1829 i caselli di Porta Orientale (ora Venezia) dell’architetto bresciano Rodolfo Vantini, decorati con statue mitologiche e bassorilievi con episodi di storia milanese. A porta nuova che viene, porta vecchia che va: l’antica Porta Orientale delle mura viscontee, che chiudeva il corso al ponte del Naviglio tra via Senato e via San Damiano, viene demolita nel 1819. Con la Restaurazione torna in onore la religione. Gli osti che danno da mangiar di grasso il venerdì o in tempo di quaresima sono puniti (decreto del 6 giugno 1828) con multa da 5 a 10 fiorini, o con la prigione da 5 a 25 giorni. Non sono più i tempi della Inquisizione e dei processi alle streghe, ma nemmeno quelli dei giacobini bestemmiatori e dissacratori. Sono ripristinate diverse istituzioni religiose soppresse in epoca napoleonica, ma con criteri solleciti della pubblica utilità, privilegiando gli enti dediti all’assistenza. In questa direzione sorgono anche numerose istituzioni nuove: il grande ospedale Fatebenesorelle a Porta Nuova, fondato su lascito della contessa Laura Ciceri Visconti; diversi asili per l’infanzia, ricoveri per i vecchi, una casa per “giovinetti discoli”, un istituto di riabilitazione per gli ex carcerati. Quanto all’istruzione pubblica, è ormai un compito istituzionale dello stato; ma a fianco delle scuole statali tornano quelle benemerite dei padri barnabiti a Sant’Alessandro e a San Barnaba. Parallelamente riprende quota l’architettura religiosa. Si costruiscono nuove chiese, dopo una stasi di vent’anni, ma soprattutto si procede al recupero di molte chiese sconsacrate o fatiscenti. Vengono restaurate (non sempre felicemente) le basiliche di San Simpliciano e Sant’Ambrogio, la chiesa del Carmine e molte altre. La chiesa di San Tommaso cambia l’orientamento e acquista una facciata nuova con un bel pronao neoclassico rivolto verso la via Broletto. Ma l’episodio architettonico e urbanistico più importante del tempo è costituito dalla nuova chiesa di San Carlo al Corso, dell’architetto Carlo Amati che già aveva diretto i lavori per la facciata del Duomo. Non è solo la costruzione della chiesa, ma la sistemazione di tutta una vasta zona. La corsia dei Servi, così detta dall’ordine dei Servi di Maria che vi aveva sede, viene adeguatamente allargata nel suo sbocco  verso piazza San Babila; in luogo della chiesa di Santa Maria dei Servi sorge tra il 1832 e il ’47 il nuovo tempio dedicato a San Carlo Borromeo, con la sua bella piazza a colonnato. Architettura un po’ freddina, compassata, ma non priva di una sobria eleganza adatta ai tempi. Il corso, per inciso, ha cambiato nome: si chiama corso Francesco, in onore dell’imperatore; dopo il 1860 si chiamerà corso Vittorio Emanuele. Tra la nuova piazza di San Carlo e quella di San Babila viene costruito nel 1832 un singolare edificio, destinato a divenire un polo molto attivo nella vita cittadina. È la galleria De Cristoforis (così chiamata dal nome dei proprietari), dell’architetto Andrea Pizzala: un avveniristico passeggio coperto da vetrate che ospita caffè e negozi eleganti, un vero salotto cittadino anticipatore dell’attuale Galleria. Sarà demolito integralmente sul finire del secolo. Significativa la scritta che campeggiava all’ingresso della galleria: “Al commercio, al comodo, e al decoro pubblico, questa galleria vetriata i De Cristoforis eressero col disegno dell’Arch. Pizzala nel MDCCCXXXII.” Tre concetti (commercio, comodo, decoro) che godono onorata cittadinanza nella Milano del tempo. Un altro evento urbanistico importante è l’acquisizione da parte del Comune del Palazzo Dugnani e dei suoi vasti giardini; questi vengono destinati nel 1856 a uso pubblico, congiungendoli ai giardini pubblici piermariniani. Si crea così una grande area verde tra via della Cavalchina (Manin) e il corso di Porta Orientale (Venezia); la sua sistemazione globale è affidata all’architetto pavese Giuseppe Balzaretto che si ispira ai canoni del parco romantico all’inglese. I lavori del Balzaretto, portati a termine dopo l’unità d’Italia, verranno ripresi e ampliati vent’anni dopo, nel 1881, da Emilio Alemagna, l’architetto del parco del Sempione. Le barricate del ’48 sconvolgono tutto questo mondo tranquillo e ben educato, amante del “commercio, del comodo, e del decoro”. Il ’48 non è un fatto lombardo ma europeo. La rivoluzione scoppia a Milano come a Vienna, a Budapest, a Parigi, facendo scricchiolare non solo il trono vetusto degli Asburgo ma anche quello democratico e borghese di Luigi Filippo re dei francesi. Quello asburgico resiste, quello francese crolla. Dopo il ’48 cambiano molte cose a Milano: non c’è più il viceré ma un governatore militare, non c’è più vita di corte. Anche il vecchio e bonario arcivescovo todescone non c’è più: il cardinale Gaisruck è morto nel novembre 1846. Al comando supremo, in luogo del viceré, viene nominato un “governatore generale militare e civile”: è il feldmaresciallo conte Radetzky, eroe nazionale che ha sconfitto i Piemontesi sui campi di Novara salvando il Lombardo-Veneto alla casa d’Austria e contribuendo a salvare il trono imperiale a Vienna. Anche a Vienna è cambiato tutto. È stato congedato il Metternich, simbolo di un passato conservatore che i popoli non accettano più. Ha abdicato il mite e inetto Ferdinando e in suo luogo è salito al trono il giovane nipote Francesco Giuseppe, diciottenne: sarà l’ultimo imperatore d’Austria, destinato a durare sino al crollo dell’impero, nel 1916, con la prima guerra mondiale. “Abbiamo fallato tutti; cerchiamo tutti di farlo dimenticare, e di far meglio.” Così diceva il maresciallo Radetzky rientrando a Milano dopo la rivoluzione e prendendo possesso della sua carica. Sono parole accorate ed equilibrate che esprimono bene la personalità di chi le pronuncia. Radetzky non fu il “cattivo” che ci ha tramandato la storiografia ufficiale del Risorgimento, ma un soldato leale e generoso, sinceramente animato dal desiderio di pacificazione. Se non ci riuscì, non fu sua colpa. Ci provarono anche gli altri. Ci provò Francesco Giuseppe quando nominò a viceré il suo biondo fratello, l’arciduca Massimiliano, uomo dotato di bell’aspetto, romantico e di molto calore umano. Massimiliano sostituì nel 1857 il vecchio Radetzky che compiva ormai i novantun anni e chiedeva di andare a riposo. Milano aveva ancora un viceré, come prima del ’48, non più un governatore militare; e il viceré chiamò a raccolta tutti i lombardi di buona volontà per cercare di “far meglio”. Vi fu chi aderì; tra questi anche un insospettabile buon Datriota come Cesare Cantù, già condannato ed esiliato politico; ma nel complesso l’appello rimase senza eco. Massimiliano venne richiamato nel febbraio 1859, alla vigilia della seconda guerra d’indipendenza. Il vecchio maresciallo Radetzky pensionato non lasciò Milano, città che amava profondamente e dove si era formato una sua famiglia. Quand’era in servizio, abitava in via Brisa, con la Giuditta Meregalli, “moglie morganatica” che gli aveva dato diversi figli. Tutte le mattine andava a piedi al Castello, tenendo nel taschino una scorta di soldoni di rame da distribuire ai suoi “poferetti”, i mendicanti che ben lo conoscevano e lo aspettavano al varco. Dopo il ritiro visse ospite con tutti gli onori alla Villa Reale ai Boschetti (la ex residenza prediletta di Eugenio Beauharnais) e qui morì il 5 gennaio 1858. Le sue esequie furono celebrate solennemente in Duomo il giorno 15. Erano giornate rigidissime, ma non fu il freddo a trattenere i Milanesi dalla cerimonia. Il freddo era ormai negli animi: il banco riservato in Duomo al consiglio comunale rimase tutto deserto a cominciare dal seggio del podestà. Un anno e mezzo dopo, l’8 giugno 1859, Napoleone III e Vittorio Emanuele II entravano in Milano con le loro truppe vittoriose dopo la battaglia di Magenta, e i Milanesi si affollavano ad applaudirli al balcone di Palazzo Serbelloni in corso Venezia. Era quello stesso balcone da cui 63 anni prima (15 maggio 1796) Milano aveva applaudito il cittadino generale Bonaparte, vittorioso dopo la battaglia al ponte di Lodi.

 

Milano austrìaca 1814-1859: piccole e grandi tappe nella vita cittadina

 

1819    – Terminato il Naviglio Pavese (inaugurato 16 agosto).

1820    – Illuminazione con lampade Argand.

1823    – Istituita la Cassa di risparmio, con sede in piazza Mercanti.

1823    – Fondato l’ospedale Fatebenesorelle.

1825    – Ripristinate le scuole dei barnabiti a Sant’Alessandro.

1828    – Pubblicati I promessi sposi di Alessandro Manzoni.

1831    – Il battello a vapore “Otello” giunge a Milano da Venezia.

1832    – Costruita la galleria De Cristoforis.

1836    – Epidemia di colera asiatico.

1838    – Inaugurato l’Arco della Pace dall’imperatore Ferdinando.

1840    – Inaugurata la prima ferrovia del Regno, la Milano-Monza.

1841    – Inizia il servizio pubblico degli “omnibus” a cavalli.

1842    – Aperto lo stabilimento dei Bagni Diana a Porta Orientale.

1844    – Primi impianti di distribuzione di acqua potabile.

1845    – Illuminazione a gas a notte intera, con 377 becchi.

1856    – I giardini Dugnani annessi ai giardini pubblici.

1857    – Posa della prima pietra per la Stazione centrale.

1857    – Ultimata la ferrovia Ferdinandea, Milano-Venezia.

 

 

 

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