Ritorno a Piàdena

Dieci anni dopo, rapporto sull’attività della Biblioteca Popolare e del Gruppo Padano di Piàdena. Giuseppe Morandi e la Lega di cultura.

Azzali e Morandi (alla piccola stazione sempre uguale mancano solo il nero e il fumo della vecchia macchina a vapore) non sono venuti fino al marciapiede; se ne stanno sdraiati sulle panche di legno della sala d’aspetto piena di graffiti di coscritti (messaggi malinconici o spavaldi, rabbiosi o rassegnati secondo gli stati d’animo e le date). E da dentro la sala d’aspetto lanciano due grida ironiche, un richiamo familiare come la cadenza padana delle loro voci, bloccandomi al passaggio. “Ma cun che tren te sèt rivà?” s’informano; e nasce subito un piccolo dibattito, perché a Piadena, da Milano, si può arrivare in due modi: o passando per Brescia o passando per Cremona. Io arrivo da Brescia e questo non gli torna; ma tant’è, l’importante è che sia arrivato, è quasi trascorsa l’ora di colazione (ma loro due, scoprirò, hanno già mangiato). Si monta in macchina e si va subito alla cascina di Azzali, “Topo Gigio”, che ci sta con le sue vecchie, mamma e zia, piene d’istintiva e piacente saggezza anche se ormai gravi di anni, e ci coltiva l’orto e ci alleva le bestie (paperottole piene di brio, galline, maiali, conigli) con visibile e contenuto entusiasmo, com’è nel suo carattere, sobrio, di poche parole. Tanto, c’è Morandi che parla per due, inarrestabile, emotivo, estroverso, come sempre pieno di interessi e di impegni, la giornata come un uovo. Il fatto è che parla soltanto in dialetto, e sarebbe la disperazione di Ernesto Galli Della Loggia; se a questo Ernesto Galli, dico, la Loggia consentisse un momento di respiro per approdare fin qui: a Piàdena, con l’accento sull’a, in provincia di Cremona, nel bel mezzo della Pianura Padana, una calda giornata di giugno. Nella vasta cucina in penombra ci sorvegliano dalle pareti i ritratti dei morti, mentre il Micio con gesto sacerdotale affetta un salame dal profumo prezioso, che poi mi mette davanti con vino e pane, aggiungendovi una bella insalata verde e una scodella piena di grosse fragole diversamente profumate, ricoperte di vino e di zucchero. Faccio gioiosamente onore a queste golosità contadine, e intanto il Giusèp mi ragguaglia per esteso su un’avventura cominciata vent’anni or sono e che sembra non finire mai. La Biblioteca popolare di Piàdena, collegata con la Cooperativa e con il Gruppo padano, continua la sua attività documentata da un’intensa e continuativa pubblicazione di “Quaderni” a ciclostile con copertine e inserti a stampa e fotografici. Dopo la prima serie di venti “Quaderni di Piàdena” (alcuni dei quali vennero ripubblicati in volume dalle Edizioni Avanti! di Gianni Bosio, a cura di Giuseppe Morandi e Mario Lodi), terminata con il memorabile fascicolo morandiano su Bella ciao a Spoleto nel 1964, ne sono usciti – fino al dicembre 1982 – altri venticinque, non numerati ma datati, alcuni dei quali sono di particolare interesse dal punto di vista dell’etnologia musicale: La filanda (marzo 1968), I canti delle mondine di Castelnuovo Gherardi (marzo 1975), I canti delle mondine di Villa Garibaldi (marzo 1976), e Le donne della filanda (settembre 1977) contengono centinaia di testi e musiche, con interviste, note e glossari che documentano il lavoro compiuto soprattutto dal Gruppo padano. Parte di questo materiale (la ricerca sulle mondine) avrebbe dovuto essere pubblicato nella collana degli “Strumenti di lavoro” dell’istituto Ernesto De Martino, ma dopo la morte di Bosio non se ne fece più nulla, e già prima erano sopravvenute divergenze politico-organizzative che avevano bloccato la collaborazione tra la Biblioteca popolare e le Edizioni del Gallo. Questo lavoro musicale è completato da un bel fascicolo di Sergio Lodi, Musiche per chitarra, mandolino e canto, pubblicato nel dicembre dell’82 e contenente studi, sonate e canzoni per la Scuola di musica del Gruppo padano e della Biblioteca popolare di Piàdena, oltre a una scelta delle principali canzoni nuove create dal Gruppo con le musiche di Sergio Lodi. Il resto dei fascicoli documenta gli altri settori di attività: si va dall’inchiesta sociologica su La condizione dei bergamini ai canovacci delle commedie per burattini, al bel ritratto di Racagn/Attilio Arcagni, burattinaio di Piaàdena, ai tre fascicoli intitolati Il mondo (una raccolta di giornalini di classe della Scuola elementare del Vho di Piadena, coordinata da Mario Lodi), fino a I film di Piàdena (aprile 1979), rassegna dei film prodotti a Piàdena dal 1948 ad oggi. Di particolare interesse i due fascicoli dell’ “Almanacco Sociale di Piàdena”, 1981 e nei quali è documentata l’intensa attività comunitaria del paese, dai ritrovamenti archeologici alle feste popolari, dall’animazione dei gruppi dei giovani e degli anziani allo sport e all’emarginazione di cui si sente vittima un giovane tossicomane il quale rimprovera ai quarantenni di non avergli creato o lasciato aperti degli spazi per “divertirsi” (il rovescio della medaglia). È probabile che a questo giovane dei problemi del dialetto e della cultura popolare non importi esplicitamente niente, anche se implicitamente il suo è invece proprio un problema di cultura. La Lega di cultura di Piàdena cura invece la pubblicazione, in veste analoga (solo il formato è leggermente più piccolo), di una nuova serie di “Quaderni” datati e numerati, a cura di Gianfranco Azzali, Ennio Camerlenghi, Gioietta Dallò e Giuseppe Morandi. I titoli testimoniano un raggio d’apertura più vasto e al tempo stesso più strettamente politicizzato, consapevolmente ideologico, com’è nello stile del Morandi Giuseppe detto Giusèp e dei suoi collaboratori, tra i quali si annovera anche il novarese cultore di “microstoria” Cesare Bermani, membro vagante della diaspora delle Edizioni del Gallo e dell’istituto De Martino, attualmente “rifugiato” nella bellissima casa di famiglia sul lago d’Orta. Ad esempio, Il ’48 (luglio 1976) dimostra l’attenzione con cui viene ricostruita, attraverso testimonianze orali, la vicenda delle lotte dei lavoratori agricoli del Cremonese negli anni 1946-50, secondo l’insegnamento di Bosio (il cui Intellettuale rovesciato costituiva del resto il fascicolo numero 3 della prima serie). Un altro fascicolo contiene una puntuale ricostruzione cronistica e i ricordi di Mario Bardelli sugli avvenimenti di Stagno Lombardo del 1949, in occasione di uno sciopero di quaranta giorni dei braccianti e salariati agricoli. Ci sono studi sulla Resistenza (Osacca 1943, una scelta partigiana) e sulla condizione dei detenuti politici in attesa di giudizio (Per vivere in piedi), oltre a due quaderni curati da Morandi su Alternativa di base a Piàdena (1962-68; 1968-75), che per ora non abbiamo potuto vedere (il primo risulta esaurito). I quaderni che seguono quelli della terza serie hanno assunto il nome di “Quaderni d’intervento”, a significare l’insufficienza del momento di documentazione e di studio. Nessun titolo è dedicato esplicitamente alla problematica del linguaggio e della cultura locale, anche perché questi termini, oltre a richiedere un apporto specialistico, verrebbero avvertiti in qualche misura come limitativi. Piàdena infatti tende a percepirsi non tanto come gruppo locale, quanto come comunità di base, ovvero come nucleo autonomo pronto a stabilire una connessione non più ipotetica con la struttura civile della quale dovrebbe essere parte: quella che, inaridito il mito della “nazione”, dovrebbe portare a un’integrazione più vasta e nello stesso tempo meno rigida di aree culturali. L’Europa, probabilmente.  Morandi, che lavora come “applicato di seconda classe” al Comune di Piàdena, tiene tutto l’archivio dei nuovi “Quaderni” della Lega di cultura in un grande stanzone da letto al primo piano della cascina di Azzali. Per il paese gira in bicicletta o in automobile salutando tutti a voce alta e squillante, con un motto di spirito, un appuntamento, un richiamo per ognuno. In vacanza, lui e Azzali sono andati l’anno scorso alle Piramidi: si sono fatti tremila chilometri in bicicletta, scorrazzando per deserti ed acquitrini. Quest’estate invece Morandi è partito risolutamente per San Francisco; sulla via del ritorno si è fermato a New York, e vi ha organizzato una rete di contatti che probabilmente frutteranno una fuoruscita clamorosa della sua mostra fotografica intitolata “I paisan”. La sera mi porta alla Festa dell’Unità del Vho; ci sono tutte le vecchie facce, intatte, il ballo liscio, i tortelli e il brasato o stracotto di asino. Prima siamo passati a prendere un compagno e sua moglie a casa loro: all’imbrunire, il padrone di casa sta finendo di farsi il bagno; noi restiamo a chiacchierare in cucina, con la televisione accesa e due bicchieri di vino. Anche alla Festa, nel vino è il segreto di tutte le affinità conviviali; c’è quello comune che si consuma ai tavoli, e ci sono le bottiglie più pregiate, che si acquistano per stapparle con gli amici anche senza obbligo di pasto, cosi, tenendole in mano. C’è una rapida apparizione di Sergio Lodi che presto scompare nella folla; invece Bruno Fontanella viene a sedersi al nostro tavolo, tenendo d’occhio a fatica un suo vivacissimo bambino che vorrebbe sgattaiolare via ogni momento e spesso ci riesce. La moglie di Bruno lavora a uno stand della Festa, e viene anche lei a salutarci. Giusèp, come un curato di villaggio, è circondato da una corte di giovani prede, anime irrequiete che lui gestisce abilmente aggregandole e separandole, due parole a questo, un richiamo a quell’altro, poi si apparta un momento con un terzo. Accetta anche di ballare con le ragazze, e vorrebbe che cantassimo, con Fontanella, qualcuna delle vecchie arie di battaglia. Ma non se ne fa nulla: a parte che non ne abbiamo voglia e che ci manca la chitarra, sarebbe davvero impossibile in questa bolgia. Dalla pista di ballo continuano a venire, a volume altissimo, le musiche da ballo, appunto, le arie del liscio. Provo un senso di grande estraneità e mi viene sonno. Fontanella mi ha dato appuntamento davanti alla biblioteca e al bar della cooperativa per l’indomani. Ci vado facendo prima un lungo giro in bicicletta per i campi dove, infossati nel verde, mi appaiono, dei paesi, solo i campanili, come segnali indicatori di una topografia che si vuole perenne. Poi mi tocca aspettare un bel po’ il suo arrivo, ma non mi annoio; seduto sul muretto di un fossato che costeggia la strada (anzi “lo stradone”), guardo passare quelli che vanno alla messa (non molti, qualche vecchia dal passo cauto, qualche bambino col vestitino della festa), e sorveglio l’ingresso della cooperativa di fronte, dove sopraggiunge alla spicciolata qualche scarso avventore, molti con la macchina, qualcuno ancora in bicicletta. Finalmente arriva anche l’amico Fontanella, con la faccetta aguzza e gli occhiali che lo fanno sembrare un professorino. E’ tutto affannato perché, benché sia domenica mattina, ha già dovuto lavorare, vedere gente, assolvere impegni, e prima di poter dare retta anche a me altri ne deve assolvere: come quello di distribuire le sue venti copie dell’“Unità”, il giornale del partito. Le andiamo a comprare all’edicola, e poi Bruno incomincia il giro in uno dei quartieri nuovi – Piàdena Sud, Piàdena Ovest – che hanno ampliato i sobborghi della cilladina. Sono tutte villette con il giardinetto e con l’orto, o case a due o tre piani, ben fatte, accoglienti, talvolta addirittura civettuole. A molti il giornale lo lascia sulla porta, ad altri suona o li chiama a gran voce avvisandoli dell’arrivo; di qualcuno entra in casa a scambiare due chiacchiere, sempre in dialetto, con cameratismo un po’ rude. Con qualcuno litiga addirittura, o almeno questa è la mia impressione. Finalmente la “diffusione domenicale” del quotidiano comunista è terminata, e Fontanella mi porta a casa sua: una villetta a due piani che, da bravo muratore, si è costruita da solo, curandone tutti i dettagli. Contigua c’è quella di Ortis Robusti, un altro componente del Gruppo di canto. Gli si dà una voce, e Ortis viene a bere un bicchiere di vino con noi nella tavernetta della casa di Bruno. Anche questa è una messa. Poi Fontanella mi accompagna alla biblioteca della cooperativa dove c’è tutto l’archivio dei “Quaderni” originali e delle altre attività, nastri, scuola di musica, audiovisivi; mi dà anche una copia del nuovo nastro che hanno inciso, una musicassetta autoprodotta con vecchie e nuove canzoni: la Santa Caterina dei Pastai, El fusìl dè mè pupà, Sciopero, Il povero Echileo, Il Monumento, Lì braghini rifudadi, L’usignol, Quant èl sul èl tramunta, Da piccola vedevo, Quant cala la rusada, Peppino entra in camera, E la mia mama l’è vecchierella, Pinotta, Passa luni e passa marti, Le carrozze son già preparate. To en muradur, L’era la figlia del bottegaio, El fiol d’un conte, Mamma mia dammi cento lire. Si sente la mancanza della voce di Delio Chittò, che con Amedeo Merli emigrò a Roma per dare vita al Duo di Piàdena; hanno inciso dischi e partecipato a film, anche recenti, almeno due dei quali non spregevoli: quello diretto da Luciano Salce e intitolato Colpo di stato (immediatamente scomparso dal circuito per ragioni misteriose), e quello stolidamente intitolato Porca vacca, con Renato Pozzetto che canta le canzoni di protesta della grande guerra ai feriti di un ospedale militare, episodio tutt’altro che scontato nel panorama “basso” dell’attuale cinema italiano. Tante volte mi sono chiesto, a questo proposito, perché registi come Olmi o Luigi Magni, per restare sui due versanti opposti, abbiano tanta esitazione a introdurre nelle colonne sonore dei loro film più impegnati le autentiche canzoni della nostra tradizione popolare. L’ho anche domandato personalmente ad entrambi, ma non mi pare di averne ricevuto delle risposte soddisfacenti: eppure, si pensi ad esempio quale luminosità e profondità avrebbero potuto acquistare, da un sonoro genuino e pertinente, anche film in parte mancati, come Cammina cammina di Ermanno o State buoni se potete del Gigi… Non oso insistere troppo perché temo che le cause siano in parti eguali la fondamentale incultura di questo cinema (approssimativo, velleitario, superficiale) e la duri sacra fames di produttori, registi e firmatari di colonne sonore. E alla fin fine mi sento già ronzare negli orecchi la risposta: se vuole dei film italiani con la musica popolare nella colonna, se li giri da sé. Olmi, Magni, vabbé, son gente d’età: ma perché mai qualche giovane regista generoso non si accorge di film autoprodotti dalla Biblioteca popolare di Piàdena, non fa un bel bagno in questa “provincia” e non prova a risciacquare le sue idee nell’Oglio? Ne potrebbe anche nascere qualcosa di giusto, finalmente. Morandi ha smesso di fare film, per ora, concentrandosi invece sulle fotografie; che del resto gli vengono bene. Ora è concentrato nella preparazione della “tournée” dei “Paisan” a San Francisco e a New York; ma intanto sta già pensando a una nuova mostra, sempre di carattere poetico-antropologico (due termini che nel Giusèp non stanno in dissidio), per la quale comincia a selezionare il materiale. Questo articolo è illustrato con alcune primizie del nuovo ciclo morandiano, sempre rigorosamente in bianco e nero (a colori il Giusèp fotografa soltanto i paesaggi e le avventure estive). Diamogli un’occhiata: sono volti intensi, cordiali, leggermente alterati dall’attenzione con cui guardano in camera, seguendo l’invito del fotografo o per naturale curiosità e attesa. Attesa di che? Di un destino immobile e circolare, come sembrerebbe dall’atteggiamento già “adulto” della bimba Chiara Ottolini, quasi protesa in un accogliente rapporto con figli e nipoti prossimi venturi, o di un destino tutto in salita e in avanscoperta, come i bellissimi “figli di Remo?” O di qualcosa di più vago e forse d’inesistente, come i “Giovani al dancing Astor” e la “pumatera” Laura Poli? O d’una problematica vita eterna, come quel prete anonimo che ci fissa con l’occhio destro e ci sorride ambiguamente col sinistro? O, semplicemente, come i tre “Operai” dell’ora di cena?

 

 

 

Tags:

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *